<?xml version="1.0" encoding="windows-1252"?><feed version="0.3" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" xmlns:trackback="http://madskills.com/public/xml/rss/module/trackback/" xmlns="http://purl.org/atom/ns#" xml:lang="it-it"><title>Duepiu.Net, vivere meglio in coppia</title><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.duepiu.net/" /><tagline type="text/html">Duepiu.Net, vivere meglio in coppia</tagline><id>http://www.duepiu.net/</id><image><url>http://www.duepiu.net/sito/rss/logorss.gif</url><title>Duepiu.Net RSS</title><link>http://www.duepiu.net/</link><width>200</width><height>60</height></image><generator url="http://www.duepiu.net/rss/feedatom.asp" version="Duepiu.Net Feed Atom">Duepiu.Net Feed Atom</generator><author><name>Duepiu.Net, vivere meglio in coppia</name><url>http://www.duepiu.net/</url></author><entry>
<title><![CDATA[Sei quel che sei, fai quel che puoi]]></title>
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<created>2011-9-5T8:2:8+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>La maggior parte di noi nasce e cresce con l’idea di dover evolvere, cambiare, maturare, modificare se stesso secondo un modello trasmesso socialmente, culturalmente e/o familiarmente</STRONG>. Per anni pensa, parla, agisce in funzione di tale obiettivo, spesso finendo col perdere di vista la propria reale natura.Vigono modelli, usi, consuetudini approvati ampiamente a cui si è chiamati ad assuefarsi, pena l’additamento, il giudizio, l’emarginazione, l’esclusione sociale. E dato che nessun uomo è un’isola, questo può fare molto male.</P>
<P>Per cui si è disposti a tutto per uniformarsi. Anche se ciò comporta sempre un prezzo da pagare, che talvolta può essere molto elevato. Presto o tardi, attiva un giorno in cui la vita ci obbliga a metterci di fronte a noi stessi, a guardarsi allo specchio e l’operazione ci è talmente poco consueta che stentiamo a riconoscerci. Ci siamo resi complici di una pagliacciata, di una mascherata in cui i primi ad ingannarci siamo stati noi stessi. E dietro quell’ampia coltre di abiti e suppellettili di cui ci siamo agghindati certe volte siamo proprio buffi. Essere quel che si è, semplicemente se stessi. Facile a dirsi, ma un po’ meno a farsi.</P>
<P>Quanti timori, imbarazzi, disagi, sensi di colpa ci troviamo a fronteggiare. Quanto coraggio ci vuole per imparare a veder le cose per quelle che sono, a cominciare da se stessi, ci vuole. La cosa più straordinaria è che quando siamo riusciti a compiere questo una, o più volte, dopo lo smarrimento iniziale dato dal trovarsi di fronte ad un perfetto estraneo, è che ci cominciamo a prendere gusto. La curiosità ci avvolge e ci conduce per mano alla scoperta di un mondo che abbiamo avuto sempre a disposizione, ma che per troppo tempo abbiamo trascurato e snobbato. E che meraviglia, a quel punto, si dischiude.</P>
<P>Quante risorse, potenzialità, semi pronti a germogliare, una volta portati alla luce e debitamente irrigati. E anche quei tanto temuti limiti diventano punti d’inestimabile forza una volta riconosciuti e rispettati. Essere semplicemente quel che si è, a quel punto, si chiarisce ogni giorno di più e soprattutto scaturisce nel modo più naturale e leggero possibile, sgravato da quella lunghissima serie di vincoli, divieti, timori, convenzioni, tabù da cui ci si era lasciati schiavizzare. </P>
<P>Che liberazione non doversi più conformare a pretese illusorie di regole assolute nel tempo e nello spazio, quel giusto-ingiusto, bene-male, buono-cattivo, che tanti sensi di colpa, rimorsi, rimpianti ha alimentato nel tempo. E dall’essere al fare il passo è breve.Risulta profondamente naturale declinare la propria natura più intima e profonda nel fare, nel concretizzare, nel plasmare se stessi e il mondo a immagine e somiglianza di quella essenza trascendente che in questa dimensione di materializza nel tempo e nello spazio. A quel punto ci rendiamo conto che la nostra missione esistenziale ultima è manifestare quel che siamo e aiutare gl’altri a fare altrettanto. E’ andare al di là del tempo e dello spazio, delle consuetudini e delle abitudini, per trovarci a dimorare in una dimensione dalle infinite possibilità. E’ comprendere che non esiste modello ideale da imitare, che sia un santo, un dio, un attore, un cantante, un calciatore e che tutto quel che serve per essere se stessi è già dentro ciascuno di noi.</P>
<P>Una sorta di serbatoio universale a cui ogni individuo attinge e declina in modo del tutto personale. E’ sentire che non esiste cambiamento da compiere, luogo ove andare, pellegrinaggio da compiere, guru da imitare, perché è già tutto dentro di noi e sempre lo è stato.</P>
<P>E’ il potersi alzare la mattina con l’auspicio di potersi donare al mondo, nel proprio essere e fare, e coricarsi la sera con quella serenità di fondo di avere fatto tutto il possibile, momento per momento, con gli strumenti disponibili. E che domani, se ci sarà, sarà un altro giorno.</P>]]>
</content>
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<title><![CDATA[Le donne che diventano bambole gonfiabili]]></title>
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<created>2011-5-2T8:2:20+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Seduta in una caffetteria sento-pur non volendo perché ero in scrittura di un nuovo articolo. Dicevo,sento questa conversazione tra due amiche che parlavano di protesi corporee. Parlavano del loro corpo come se fosse un pupazzo da modellare,da riempire tutto di silicone</STRONG>. Un pupazzo perfetto con il chirurgo più di grido. I prezzi di cui parlavano per queste protesi erano assolutamente esosi,ma nulla ferma le donne che vogliono modellare il loro corpo. Diventare un’altra immagine in realtà, si risulta trasformati. Parecchie donne a lavoro finito - raccontavano le due donne in caffetteria-poi talvolta restavano deluse per bocche troppo gonfiate che davano l’idea di finto o per visi tirati per nascondere fino anche l’ultima rughetta appena pronunciata che si vede ancora:insomma reclamano anche per questi lavori di protesi e tiraggio fatti male.</P>
<P>In realtà diventano un’altra immagine, interviene in molti casi una vera e proprio disgregazione anche interiore oltre che estetica. Bisogna fare i conti col proprio Io, spappolato da un corpo che guardato allo specchio non coincide affatto con quello di prima. Si lamentavano queste due donne di un seno sesta misura che sembrava finto,ma che oramai non si poteva ricambiare. Questo seno così prorompente crea una persona diversa. Sento raccontare all’amica che non sa quasi che abbigliamento usare per uscire. Ora veste più di nero,più accollata,insomma il silicone sembra davvero sia stato un vero flop. C’è davvero un’atleta americana, Jana Pittman di 27 anni che si vedeva forse troppo muscolosa, troppo piatta,senza nessun senso distintivo. Lei afferma che quel silicone in più aiuterebbe ad essere(crede lei)meno superficiale, meno anonima.</P>
<P>Non ci si rende conto che è- in realtà - il contrario. Perchè diventare una bambolotta gonfiabile con zigomi, labbra e seno pieno di silicone? Molte povere attrici del passato&nbsp; sono coperte totalmente da sostanze per gonfiare-tremo per loro. Sono diventate statuine senza una identità.</P>
<P>Il discorso qui fa la sua parte davvero. Dov’è l’anima di chi c’era dentro prima? In realtà molte donne hanno il coraggio di dirlo poi, altre donne si nascondono ma poi labbra ipergonfiate e seni da sesta misura parlano da soli. Si vergognano nel dirlo. In realtà il bisturi collega le imperfezioni,però pensateci ci ruba il nostro vero Io o no?</P>
<P>Infine scopriamo poi&nbsp; che agli uomini queste barbie imbellettate e scombinate non piacciono. Sono senza una identità. Agli uomini piacciono le donne col loro seno, gli piacciono anche le loro imperfezioni, i difetti. Gli piace anche quella rughetta che si intravede e sta per diventare ruga vera. Perchè comunque anche così la donna è sempre molto misteriosa. Rughe e silicone…… addio! Ma questo è un parere del tutto personale,ovviamente.</P>
<P>Nei racconti di psicoterapeuti – talvolta - si leggono storie dall'aria assurda, donne che raccontano al proprio terapeuta di voler fare un intervento di protesi al seno per poi, dopo averlo fatto, lamentarsi dell'enormità corporea a cui sono arrivate. Donne in carne che non sanno più come vestirsi. Donne spessissimo rifiutate dagli uomini proprio per queste spropositate dimensioni. In una signora, conoscente di vecchia data, fu alienato il senso del proprio Io,ma chi sono....non mi riconosco più, la mia identità vera....ma quale è? Il proprio Io risulta fortemente disgregato, spappolato dalle proprie vanità un po' ignoranti del sentito dire e di altro ancora. Insomma questa signora 47enne si ritrova a parlare al proprio terapeuta di come poter fare ora ad accettarsi,si sente sgretolata, i figli la canzonano in casa, il marito imbestialito di un intervento di cui nemmeno sapeva. Questa persona si ritrova a fare i conti con la propria personalità,tra l'altro già disturbata dagli esordi di un disturbo bipolare.Il&nbsp; suo terapeuta la invia ad un day hospital psichiatrico. L'accettano quasi immediatamente e la inseriscono all'interno di una serie di colloqui di base. La signora con un bipolarismo non ancora “scoperto”, lì....proprio in sede psichiatrica, viene fuori col suddetto disturbo in maniera eclatante. Il disturbo bipolare è già tra i disturbi più subdoli nel venire a galla,in lei ancora più subdolo. Alle sue smanie era spesso dato un generico nome di nevrosi o del vecchio esaurimento nervoso. In realtà solo lì,dopo colloqui e colloqui, la signora risultò affetta da un duplice disturbo, bipolarismo ed ance atrofia di una zona cerebrare, dell'arteria cerebrale anteriore.Quindi disturbo bipolare in piena regola. Venne messa subito in cura con farmaci ovviamente psichiatrici,ma il danno dell' ipergonfiabile era già stato fatto e la segnava di continuo con malumori e distruzione di oggetti in day hospital quando veniva contraddetta a malappena sul suo ipergonfiabile. Diventò una vita d'inferno, questa conoscente era già anche nota per le sue stravaganze ed un disturbo bipolare dietro le fila della sua vita davvero non ci voleva.</P>
<P>Voleva tornare indietro, riessere come era.Credo non potesse essere più possibile, aveva subito anche forti dosaggi ormonali che si scontravano per certi versi con i dosaggi psichiatrici ora in atto. Quando cominciò a spaccare mezza casa, a distruggere oggetti, a colpire il marito con bottigliette di plastica in maniera molto violenta ci si rese conto che la patologia stava andando in una escalation non più prevedibile. Fu inserita in reparto psichiatrico d'urgenza, si ridusse ad una larva di donna. Da quel suo seno rifatto partì tutta la sua follia, forse un bene se si pensa che dietro la sua vita si celava una patologia psichiatrica piuttosto sostanziosa.</P>
<P>Ebbi notizia che dopo parecchi mesi le fu trovato un chirurgo in grado di.....”sgonfiare” questo seno rifatto.Lei insisteva sulla impellente necessità di questo intervento. Difatti lo era,per una persona con tale patologia. A sgonfiamento avvenuto anche la sua patologia,sempre in atto, pote' essere curata al meglio pur con i sempre presenti segni di atrofia locale cerebrale nella zona prima menzionata. L'umore migliorò ma ci vollero diversi anni prima che tutto rientrasse in”certi canoni”.</P>
<P>Quindi, non rifatevi, è <STRONG>un piccolo urlo d'assalto da parte mia.</STRONG> Di certo siete migliori con le vostre imperfezioni ed i difetti che anche i vostri uomini apprezzano di più. Basta a queste Barbie davvero in forma perfetta. Il mito dell'imperfetto dovrebbe essere la chiave di tutto. La stessa Gina Lollobrigida che ogni tanto vedo passare per la coin della mia città è una figura gonfia,magra,devastata da interventi in cui nemmeno gli occhi quasi le si vedono più. Si vedono solo le strisce fatte anche male di rimmel ed eye liner. Perciò....pensateci bene!</P>]]>
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<title><![CDATA[Ascolta le persone, vai oltre il tuo ombelico]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>La maggior parte di noi trascorre gran parte della sua giornata chiusa in se stessa</STRONG>. <STRONG>Ciascuno a rincorrere il suo piccolo mondo, le sue piccole, grandi mansioni, scadenze, obiettivi, e presunti problemi</STRONG>. Mentre il mondo dell’altro resta ai propri occhi per lo più un mistero, o, al limite, uno scomodo impedimento sul cammino personale.</P>
<P>E così, nella chiusura, non ci rendiamo conto che tutti siamo nella stessa barca, ciascuno con le proprie gioie, i propri dolori, le proprie ansie, le proprie paure, i propri tormenti, i desideri, le aspettative, le aspirazioni, le ambizioni. Ci crediamo sempre un po’ più degl’altri, un poco più in alto, con diritti vagamente speciali, che ci consentono di viaggiare sempre sulla corsia preferenziale, dettando norme e regole e pretendendo che gl’altri e la vita sottostiano al nostro volere. Quando poi, in realtà, la vita segue il suo corso e anche chi ci sta intorno incede lungo il suo percorso, in ampia parte indipendente e differente dal nostro. Smentendoci e contrastandoci, indirettamente, di continuo.</P>
<P>Delineo un paio di esempi concreti.</P>
<P>Ero in attesa dell’apertura di un ufficio pubblico della mia città. C’era un’anziana signora intirizzita ad aspettare di fronte alla porta. Mi guarda e, di fronte al mio sguardo ricambiato, coglie immediatamente l’occasione per iniziare a parlare.</P>
<P>L’ascolto, e, con estrema spontaneità comincia a raccontarsi, minuto, dopo minuto. Narra di sé, della sua famiglia, del lutto recente che l’ha colpita. Osservo il suo portamento dignitoso, il corpo contratto dal freddo, avvolto in un lungo cappotto nero, dall’imbottitura sintetica. Lamenta che vorrebbe entrare, scaldarsi un po’, che gli addetti allo sportello dovrebbero aprire un po’ prima, che i suoi piedi sono ghiacciati, che ha pochi soldi e che fare quadrare il bilancio, ora che è rimasta sola, le risulta ancora più arduo.</P>
<P>Quando ascoltiamo veramente una persona, quando le dimostriamo, anche solo con uno sguardo, che siamo lì con lei, immancabilmente accade un miracolo. Un’anima che si svela all’altra, dietro un corpo che solo all’apparenza differenzia un individuo da un altro. Sotto sotto, siamo tutti profondamente e intimamente identici, animati dalla medesima natura che quando si può svelare manifesta la sua bellezza e magnificenza, che ci lascia senza parole.</P>
<P>Quando riusciamo ad andare oltre il nostro ombelico, ci accorgiamo che non siamo gl’unici ad avere freddo, ad essere stanchi di un’attesa che pare interminabile, ad essere preoccupati per l’esito della nostra pratica, a sapere che a casa, magari, non ci aspetta nessuno. Ma che, nonostante questo, quando decidiamo di esserci, di svelarci, di metterci in gioco, di partecipare pienamente alla vita, il freddo, la stanchezza, lo scoramento, il timore, la solitudine sono vissuti propri, ma anche altrui e viceversa.</P>
<P>Siamo noi e solo noi che decidiamo di vivere nell’isolamento, di confinarci nel nostro ristretto mondo, e di perdere la ricchezza che l’apertura e la condivisione ci riservano. Oppure, all’opposto, abbiamo la possibilità di aprirci, svelarci, e correre il rischio di vivere in un alleggerimento che deriva dalla condivisione dei pesi, delle tribolazioni, così come delle gioie con gl’altri.</P>
<P>Secondo esempio.</P>
<P>Mi trovo di fronte alla responsabile dello sportello dell’ufficio pubblico in questione. Mi siedo, con calma, respiro, la osservo con discrezione, senza invadenza. La vedo indaffarata, tra pile di fogli e cartelline, mentre distrattamente mi dice che sarebbe arrivata a breve. Mi appare appesantita, non solo nel corpo, ma anche nell’animo. Ha un aspetto ben curato, truccata a puntino, con una messa in piega fresca e un colore biondo brillante, come appena fatto. Mentre cerca di sbrigare la mia pratica viene interrotta tre volte dal telefono, e un paio di volte estromessa dal sistema operativo che va in errore e la costringe a dover ricominciare tutto l’iter da capo.</P>
<P>Nel frattempo, si affaccia ripetutamente alla porta l’utente successivo a me, per verificare a che punto sono i lavori. Ad un tratto pare arrendersi, vinto dall’attesa protratta, e si va a sedere su una delle sedie in plastica rossa nell’ampio locale d’ingresso.</P>
<P>La signora addetta allo sportello si lamenta più volte del disordine delle colleghe nell’archiviare le pratiche, che la obbliga ad un surplus di lavoro e a prolungare i tempi d’attesa dei clienti. La vedo molto dedita al suo lavoro, precisa, puntuale, affidabile. Si vede che sta facendo del suo meglio. E’ molto cortese e gentile nel suo porsi, esaustiva nelle sue risposte e accurata nello svolgere le procedure.</P>
<P>Mi viene spontaneo commentare alcune sue azioni con parole di apprezzamento. E altrettanto spontaneamente fluisce un tocco di ironia che contribuisce a smorzare la lieve tensione che avverto sul suo volto e farle accennare un sorriso che l’alleggerisce.</P>
<P>Ancora una volta, l’eccesso di attenzione per noi stessi, i nostri tempi, i ritmi, inducono un clima di pretesa, attesa, aspettativa costante. E impediscono di vedere l’altro, con i suoi disagi, imbarazzi, tensioni, al pari, se non più di noi.</P>]]>
</content>
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<title><![CDATA[Cronache di suicidio e come si arriva al suicidio]]></title>
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<created>2011-2-21T7:50:55+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P align=left><STRONG>Le condotte imitative sono le più&nbsp; perverse all’interno delle esperienze suicide.</STRONG></P>
<P align=left>Ci si chiede quanto sia positivo o rischioso parlarne o no. Quasi sempre la cronaca sui giornali dà estremo risalto a notizie sconvolgenti riportanti cronache di suicidio. In passato vi fu una sorta di “epidemia di suicidi”, ricordiamo in particolare un periodo di circa una decina di anni fa. I giornali proponevano, addirittura con estrema dovizia di particolari, gli aspetti più “tecnici” degli episodi. Furono, in qualche modo, ritenuti responsabili i notiziari televisivi, giornali, ecc.ecc. dando notizie sui suicidi. Si innescò, infatti, un processo drammatico di fenomeni di imitazione.</P>
<P align=left>Da ricerche condotte da psichiatri americani risultò, però, che in periodi in cui vi fu uno sciopero prolungato dei tipografi, le cose – tutto sommato – non cambiarono in modo rilevante. Questo bastava ad escludere l’influenza delle cronache giornalistiche sulle condotte suicidarie della popolazione. Ma tutto ciò può anche essere visto in un’ottica molto affrettata. Ad esempio si notò come i comportamenti imitativi si verificavano prevalentemente nei casi in cui il suicidio, di cui veniva riportata la notizia, riguardava una persona famosa.</P>
<P align=left>Quando il suicidio era sconosciuto al grande pubblico non si avevano mosse eclatanti nei tassi di suicidio: Marylyn Monroe, anche col suo suicidio, scatenò fascino e grosso impatto aumentando notevolmente ed incrementando – nei giorni successivi – i tassi di suicidio. Si può concludere dicendo che la comparsa di cronache di suicidio crea un aumento di condotte suicidarie.</P>
<P align=left>Certamente ci sono molte condotte psicologiche che influenzano tali attegiamenti, che vanno dall’interazione delle informazioni con la personalità del paziente suicida alla sua stessa interpretazione delle cronache. In altri termini, è probabile che i soggetti a rischio di suicidio, vengano spinti ad emulare le modalità di esecuzione del gesto suggerite dalle immagini televisive.</P>
<P align=left>Quando i soggetti si identificano fortemente col protagonista della cronaca, ciò crea un incremento di tono dell’umore negativo, dimostrando di essere più influenzati dalla notizia. E’ importante così il grado di identificazione del soggetto con la vittima del suicidio.</P>
<P align=left>E’ importante che la cronaca non incoraggi una sorta di normalità delle condotte suicidarie. I giornalisti devono essere consapevoli dei potenziali rischi di cronache che potrebbero portare a condotte autodistruttive.</P>
<P align=left>Ora ci fermiamo un attimo, invece, su quello che è il “ Suicidio guidato”. Qui da noi questa pratica non esiste e credo solo pochissime persone sappiano che esistono dei posti che portano, guidano i pazienti secondo mirati canoni,al “suicidio guidato”.Io lo ho scoperto solo qualche giorno fa seguendo un film al cinema dal titolo “Kill me Please”.</P>
<P align=left>Esiste una clinica sulle montagne svizzere specializzata nell'assistere medicalmente coloro che volontariamente scelgono di porre fine alle loro sofferenze: immersi nelle isolate montagne dove è collocata la struttura, i pazienti pianificano la loro morte ed hanno diritto all'esaudimento di un ultimo desiderio. C'è una vera equipe di infermieri ed uno psicologo che si occupano di tutti i trattamenti della clinica, dalla normalità dei pasti sino al giorno, momento ed ora in cui il paziente decide di finire la propria vita.Un esempio: un individuo sceglie di morire con goccine di un certo farmaco ad attività veloce che nel giro di tre minuti portano ad una morte direi istantanea. Il soggetto pensa ancora qualche attimo, poi beve il contenuto del bicchiere e non esiste più. La clinica si occuperà anche di tutto il dopo, vestiario, addobbi funebri,una macchina che porterà lo scomparso al cimitero. Visto dall'alto della sua finestra lo psicologo,il dottor Kruger segue la scena, come una normale sequenza,un'attività già ben predisposta. E' lui che segue i potenziali suicidi nei vari colloqui clinici,è neutrale alle loro indicazioni,non ha il compito di scegliere per loro,ma di ascoltare e di seguirli in un cammino che possa essere indolore ed il più vicino alle loro aspirazioni di morte. Il dottor Kruger è un medico all'avanguardia: restituire dignità al suicidio! L'attività però di questo dottor Kruger ha scatenato, intanto,i dissapori degli abitanti delle contee circostanti e ben presto la quiete irreale in cui sembra sommersa la”casa di cura”potrebbe essere compromessa,come sottolineano le recensioni sul film. E' una cosa nuova ,particolare ed innovativa e molta gente, di conseguenza, non la ritiene un medicamento normale. Il film, andatelo a vedere, a parer mio è dissacrante e divertente, caratterizzato da un umorismo nero particolarmente graffiante.</P>
<P align=left>“KILL ME PLEASE” nasconde sotto alla spessa coltre di irriverenza,come può sembrare forse a tratti, una riflessione ben più seria sull'uomo e la contemporaneità, là dove il desiderio di fuga dai canoni della società trova la propria realizzazione nella natura mortale dell'essere umano. Il film è girato in un bianco e nero glaciale, con una regia rigorosa e sofisticata. La sceneggiatura è di Olias Barco che analizza la degenerazione di un sogno trasformatosi in incubo sottolineando gli aspetti più assurdi e contradditori dell'agire umano. Il film attraverso il “ campione” dei pazienti della clinica del dottor Kruger&nbsp; tratteggia il ritratto spietato di una società ormai imperniata sulla mercificazione ed alla corsa al soddisfacimento delle proprie smanie: i protagonisti sono spesso tracotanti, superficiali e sprovveduti.....e per questo profondamente umani.</P>
<P align=left>In Svizzera il “suicidio assistito” è una realtà presente sul territorio già da qualche anno. Olias Barco, regista del film, infatti per disegnare le caratteristiche della clinica del dottor Kruger si è ispirato ad una struttura realmente esistente nei dintorni di Zurigo: la “ Dignitas”.</P>
<P align=left>Attiva dalla fine degli anni '90, l'associazione garantisce la propria assistenza&nbsp; a pazienti affetti da gravi malattie incurabili senza discriminazioni di nazionalità: stando ai dati resi noti dalla stessa organizzazione nel maggio 2010, nel corso dei primi dodici anni di attività 1060 persone sono state aiutate nel porre fine alla propria esistenza.</P>
<P align=left>Su questa seconda parte di articolo dedicato al suicidio guidato ci sarebbe anche molto di cui parlare. Di certo la Svizzera è,come altri paesi, un paese all'avanguardia, già per altre cose, aggiungiamoci poi queste postille di cronaca che magari spesso sono sconosciute ai più e spesso vengono fuori solo con la risonanza di un film. Personalmente mi sembra un bell'esempio di civiltà quello dato dal dottor Kruger: vuoi suicidarti? Ti aiuto in questo percorso,anche di colloqui clinici ovviamente,che facciamo insieme. Il paziente non è più solo di fronte all'ombra del suicidio,c'è un terapeuta ben temprato col quale egli raggiunge ed arriva ad un percorso poi finale, ad una bara che esce dalla clinica “ Dignitas”, ad un carro funebre che procede. Si ridà dignità al suicidio, quando sappiamo che il suicidio inteso così volgarmente...di dignità ce ne ha davvero poca.</P>]]>
</content>
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<title><![CDATA[Ridateci un senso!]]></title>
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<created>2010-12-23T8:43:50+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Ridateci un senso, un senso a questo acquistare compulsivo, come se gli alimentari fossero chiusi per mesi</STRONG>, come se i nostri stomaci fossero digiuni da settimane, come se i nostri guardaroba fossero lande deserte, come se il bisogno di comunicare e condividere non potesse essere soddisfatto da alcuno strumento tecnologico che già abbondantemente correda la nostra vita.&nbsp;&nbsp;<STRONG>Chissà, forse c’è del vero in tutto ciò.</STRONG></P>
<P>Un grande vuoto interiore che neppure i cibi più prelibati, le luminarie più sfavillanti, gli abiti più di classe sono in grano di colmare. Anzi, più svuotano i portafogli, più questa desolazione interiore pare lievitare. E allora dateci un senso, qualcosa che resti qualche istante in più di una carta di credito che viene fatta scivolare lungo il lettore di banda magnetica, qualcosa che in modo un po’ più esauriente e soddisfacente sia in grado di dare risposta alle nostre inquietudini interiori.</P>
<P>Chissà se qualcuno ogni tanto si domanda come mai il numero più elevato di suicidi si perpetra proprio nei periodi di festa o in concomitanza con la chiusura di un anno e l’apertura del successivo. C’è anche chi non riesce a sopportare il peso di una farsa, di una mascherata in cui sfoggiare l’abito buono, il sorriso smagliante, la tavola meglio apparecchiata, il pacco dono più seducente.</P>
<P>E c’è anche chi non riesce a guardare negl’occhi chi al parcheggio chiede l’elemosina, o chi all’angolo del metrò cerca di rannicchiarsi tra cartoni e coperte logore, parco solo di un po’ di quiete e di riposo per un’esistenza che agl’occhi dei passanti semi distratti appare troppo umiliante e vergognosa per poter avere dignità di spazio e di tempo.</P>
<P>Contrasti stridenti fuori, intorno, così come, prima di tutto, dentro di noi.</P>
<P>Siamo proprio sicuri che quel che osserviamo fuori non sia specchio di quel che alberga nel nostro intimo? E che per lo più cerchiamo di non vedere, camuffandolo con abiti di scena sapientemente dosati per l’occorrenza.</P>
<P>E, allora, quel senso diviene fondamentale, vitale al punto da essere come l’ossigeno per i nostri polmoni.</P>
<P>La crisi sociale, economica, culturale, politica che stiamo attraversando pare che a molti di noi non stia insegnando granché.</P>
<P>Compro, dunque sono.</P>
<P>Appaio, dunque sono.</P>
<P>Sembra, invece, che stia accentuando lo spirito di competizione, la superficialità, il mettere la testa sotto la sabbia. L’importante è andare avanti. Così, ora, come prima. Magari i budget si riducono, ma le abitudini restano cementificate in un’anima messa a tacere. Magari facendo un’asettica elemosina tramite sms dal divano della propria dimora.</P>
<P>Però, se si osserva con un pizzico di maggiore attenzione, e, forse, se si comincia ad avviare un movimento interiore di cernita e di ricerca dell’essenziale, ecco che lo scenario inizia a mutare. D’improvviso ci si ritrova intorno una schiera di persone, costantemente in crescita, che questo senso lo trova altrove. Non più fuori, ma dentro. Non nell’apparenza, ma nella sostanza. Non nelle parole, ma nei fatti. Non nel ragionare, ma nel sentire. Non si tratta di marziani, ma persone, al pari di ciascun altro.</P>
<P>Non si tratta di asceti, ma di individui che amano, vivono, mangiano, bevono, condividono l’intimità con il partner, e, perché no, si dedicano anche allo shopping (ma non compulsivo).</P>
<P>Solo che in ogni loro manifestazione umana vi è un sottile, ma fermo filo conduttore che conferisce un senso al loro essere, esserci, agire. Ed è da questo che scaturisce il loro partecipare fisico e concreto alla vita nel mondo. Non viceversa.</P>
<P>E, allora, se questo senso non può essere conferito da qualcosa o qualcuno dall’esterno, ecco che forse questo può cominciare a sorgere da dentro. E manifestarsi fuori. E così anche una semplice cena, un piccolo pacco dono acquisisce una luce del tutto differente.</P>]]>
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<issued>2010-12-23T8:43:50+01:00</issued>
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<title><![CDATA[Giovani madri e depressione post-partum]]></title>
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<created>2010-12-13T8:9:4+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Sempre più numerose sono le madri che, subito dopo il parto, vivono sensazioni di tristezza e stati depressivi di vario tipo</STRONG>, anche se solo il 15% di esse rappresenta una reale condizione di depressione post–partum. "Una o due madri ogni mille, appartenenti a quel 15%, arriva anche ad uccidere il proprio neonato" – dice la D.ssa Ann Dunnewold, psicologa responsabile dell’ associazione Postpartum Support International, che si è interessata recentemente anche al caso della giovane donna di Houston ( Texas – Usa ) che ha ucciso i suoi cinque figli……". Il marito della donna – racconta la D.ssa Dunnewold - riferì alla polizia che la moglie era allora in trattamento psicologico e farmacologico per uno stato di depressione derivante dall’ ultimo parto affrontato poco tempo prima.".</P>
<P>Le donne che compiono questi crimini soffrono solitamente di un tipo particolarmente accentuato di depressione post–partum, che sfocia in uno stato psicotico solitamente denominato PSICOSI POST–PARTUM proprio per differenziare questa condizione estrema che si manifesta con una sintomatologia grave di tipo delirante e allucinatorio, con confusione mentale, ideazione persecutoria, etc, da quella relativamente meno intensa e pericolosa conosciuta, tradizionalmente, come lo stato depressivo che compare in alcuni casi dopo un parto."In questi casi gravi si possono avere comportamenti dettati da una forte componente di frustrazione soggettiva vissuta dalla madre, accompagnata da sentimenti di delusione rispetto ai familiari e sentimenti contrastanti verso il nascituro" – aggiunge il Dott. Chris Heath, docente di psichiatria presso la facoltà universitaria del Texas Medical Center di Dallas.".</P>
<P>La forma depressiva post–partum tradizionale – continua la Dunnewold si manifesta con diminuzione generalizzata del tono dell’ umore e apatia, spesso accompagnata da cambiamenti delle abitudini alimentari, del sonno, riduzione del desiderio sessuale, pensieri pessimistici che nei casi più gravi giungono ad idee suicidarie. Questo dura solitamente per circa un anno con intensità variabile, e spesso fino al momento dello svezzamento dal seno del neonato...".La depressione post–partum è una forma di sofferenza psichica ancora "sommersa", dice la Dunnewold, poiché si è soliti considerare nella nostra cultura il periodo della nascita dei figli come quello più eclatante della propria vita di donna. Di conseguenza molte donne appaiono restie a parlare delle proprie difficoltà psicologiche e delle proprie ansie e paure nell’ affrontare questo momento ed il rapporto col nascituro e, semplicemente, nascondono agli altri le proprie emozioni e preoccupazioni…</P>
<P>La terapia della depressioni p.p. è, solitamente, di tipo psicoterapeutico – farmacologico, dove all’ intervento psicoterapeutico propriamente detto si affiancano tecniche specifiche di controllo degli eventi stressanti, supportate all’occorrenza da adeguati farmaci antidepressivi."Negli Stati Uniti – aggiunge Jane Hanikman dell’ associazione Postpartum Support International – molte donne che hanno commesso delitti nell’ uccidere i propri bimbi sono in carcere". Continua dicendo che "queste donne sono in carcere perché si tende ancora a criminalizzare la malattia mentale. Ma le cose stanno lentamente cambiando anche qui – dice – e la malattia mentale è quindi invocata dagli avvocati della difesa nei casi in cui la madre sopprima il proprio bambino"!</P>]]>
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<title><![CDATA[Il travestitismo]]></title>
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<created>2010-9-27T7:41:7+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>“Durante un periodo di almeno 6 mesi, fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, riguardanti il travestitismo in un maschio eterosessuale”. Questa è la definizione che troviamo nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali della parafilia definita come “Feticismo di travestimento” che più semplicemente indica la necessità da parte di un uomo di indossare un indumento femminile per arrivare a raggiungere l’eccitazione sessuale. Alcuni indossano un singolo capo di abbigliamento femminile sotto i loro abiti maschili, altri si vestono interamente da donna. Un capo preferito di abbigliamento può diventare erotico in se stesso e può essere usato abitualmente prima nella masturbazione e poi nel rapporto sessuale. Quando non è travestito quest’uomo è di solito un maschio che passa inosservato, che non ha nessun comportamento o atteggiamento particolare. É un uomo eterosessuale, che ricerca, quindi partner di sesso opposto. Una caratteristica risiede nel fatto che quando è travestito di solito si masturba immaginando di essere sia il maschio soggetto che la femmina oggetto della sua fantasia sessuale.</P>
<P>Alcuni autori di orientamento psicoanalitico che si sono interessati a questa parafilia ritengono che <STRONG>travestendosi da donna il soggetto riesca a placare la propria angoscia di castrazione </STRONG>in quanto inconsciamente si rassicura che anche la donna possiede un pene.</P>
<P>L’apparenza femminile viene quindi utilizzata proprio per preservare la mascolinità, per questo non può essere considerata una disfunzione dell’identità di genere.</P>
<P>Il travestito coltiva uno straordinario spazio di illusione: riuscire a tenere insieme il desiderio di essere dipendente, vulnerabile, sottomesso, ottenendo nel frattempo conferma di essere ancora un maschio potente e dominante. Il suo obiettivo, come sottolinea la Salvo, è quello di negare la differenza tra i sessi o, meglio, di conservarli entrambi sulla propria persona.</P>
<P>Il travestitismo veniva praticato in molte società antiche e Ippocrate, per primo, lo etichettò come malattia. Il termine travestitismo, inteso come diagnosi medica, fu impiegato per la prima volta dal sessuologo tedesco Magnus Hirschfeld nel 1925. Egli ipotizzava nel travestitismo una condizione “intersessuale” ben distinta dall’omosessualità.</P>
<P>Qualche tempo prima (nel 1897) Haevelock Ellis aveva proposto, per indicare lo stesso fenomeno, il termine “eonismo”, dal nome del cavaliere d’Eon de Beaumont il quale, vissuto alla corte di Luigi XV, aveva l’abitudine di vestirsi da donna.</P>
<P>Attualmente si tende a usare anche cross-dressing, ovvero “inversione d’abbigliamento”, comprendendo in questo termine una serie però più ampia di comportamenti non necessariamente patologici. Il cross-dresser suggerisce una libera adozione degli abiti dell’altro sesso e, quindi, la scelta di uno stile di vita.</P>
<P>Secondo le stime della International Foundation for Gender Education, sei americani su cento sono cross-dresser. Uno degli aspetti più importanti del cross-dressing è come esso sfidi tradizionali nozioni di binarismo, mettendo in discussione le categorie di “femminile” e “maschile”, sia che le si consideri ontologiche sia costruite, biologiche o culturali. Ciò che contraddistingue il Feticismo dal Travestimento è la sua stretta connessione con l’eccitazione sessuale, l’indumento dell’altro sesso è necessario e indispensabile per raggiungere la piena soddisfazione sessuale.</P>
<P>Il piacere di travestirsi è una manifestazione assolutamente normale e comunissima a tutte le epoche e a tutte le culture. La più nota di tali ricorrenze è la mascherata del Carnevale. In questa occasione vengono facilmente trasgrediti molti tabù e regole sociali e succede spesso che gli uomini si vestano da donna e viceversa. Alcuni interpretano questi comportamenti come manifestazioni di omosessualità latente ma personalmente concordo con altri colleghi che sottolineano soprattutto il meccanismo dell’anonimia e leggono forti motivi onirici di seduzione dietro queste fantasie di ruoli.</P>
<P>Nel corso della storia le donne hanno adottato panni maschili per avere accesso all'istruzione e a posizioni socialmente e politicamente forti ma il vestirsi da maschio non riveste quel carattere compulsivo come nell’uomo e non risponde ad un proposito di soddisfazione erotica. Inoltre oggi come oggi alla donna è consentito normalmente di indossare abiti maschili in qualunque occasione e, quindi, risulterebbe difficile identificare dietro ad un atteggiamento comunemente accettato una perversione.</P>]]>
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<title><![CDATA[La rinascita]]></title>
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<created>2010-6-14T7:55:29+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><EM>Quando il lavoro fa morire la vecchia identità e consente il germogliare del nuovo.</EM></P>
<P>Era una mattina del novembre 2008, una delle tante, una di quelle un po’ uggiose, in cui le tenebre stentano a lasciare il posto alla luce, quando Pietro inizia la sua giornata a bordo del suo potente Suv, un macchinone nuovo di zecca, scintillante, con un odore pregnante ancora di nuovo nell’abitacolo, che s’attacca alle narici e all’abito gessato, rigorosamente stirato e firmato.</P>
<P>Quel senso di nausea e di soffocamento Pietro lo addebita proprio all’auto nuova. Nulla faceva presagire quel che sarebbe accaduto dopo. Quando l’auto si sarebbe ridotta in frantumi, quattro airbag si sarebbero gonfiati quasi all’unisono e la sua vita sarebbe stata radicalmente scossa.</P>
<P>“Nulla di grave, non sono malato, dunque” – si rassicura mentalmente tra sé, quando al pronto soccorso gli viene detto che si è trattato semplicemente di uno svenimento, forse per un calo di pressione, magari per via dello stress crescente che di recente aveva vissuto, a causa dell’ennesimo processo di fusione e riassetto aziendale. Del resto, lui era un general manager, e questi eventi gli erano divenuti familiari. Ma, a quanto pare, mai abbastanza. O, forse, il suo fisico stava lanciando un messaggio forte e chiaro di stanchezza, che lui sembrava continuare ad ignorare.</P>
<P>E quando il rendimento professionale iniziò a calare, quando le dimenticanze delle scadenze, o delle firme divennero sempre più frequenti, quando familiari e amici, nella trascuratezza, cominciarono a prendere le distanze da lui, qualcosa dentro di lui, delle sue certezze e determinazioni, cominciò ad incrinarsi.</P>
<P>L’apice lo toccò il giorno in cui venne nuovamente a trovarsi al pronto soccorso, in preda all’ennesima perdita di coscienza, quasi a simboleggiare quello spegnersi a se stesso, quell’ostinarsi a non voler vedere, né sentire quella parte di sé che gridava, implorava dal dolore, e che, almeno simbolicamente, voleva morire. Per rinascere a miglior vita.</P>
<P>Lì si trovò di fronte alla prima persona che lo aiutò a reindirizzare la sua vita: un ex collega che alla soglia dei 40 anni, effettuò un coraggioso e rivoluzionario cambiamento nel suo panorama professionale, e diventò infermiere. Egli lo mise di fronte a se stesso, gli fece da specchio. Lui quella fase l’aveva già vissuta anni prima, quando il precedente lavoro gli aveva risucchiato l’anima e corroso il corpo. Esaurimento psicofisico e depressione. Con tutti i sintomi organici concomitanti e conseguenti. Fu una batosta la diagnosi, quasi peggio di un tumore. Ma una volta accettata, la risalita venne di conseguenza. E anche le massicce dosi di farmaci iniettati nei glutei vennero accolte come manna, uno strumento di base per un’evoluzione successiva.</P>
<P>Era caduto troppo in basso per risorgere senza aiuti di consistente entità, anche su un piano fisico. Ma a partire da lì, è stato necessario ri-costruire se stesso, con l’aiuto di un professionista. Lui che era abitatuato a non chiedere mai, si è reso conto dei suoi limiti, dello stato di necessità in cui versava, e quando si è sentito pronto per accogliere una mano tesa, ecco che puntualmente questa è arrivata.</P>
<P>Lo stesso, a quanto pare, è accaduto a Pietro. E’ dovuto cadere più e più volte, prima di rendersi conto di essere impossibilitato a rialzarsi da solo, e soprattutto a farlo in modo differente rispetto al passato, ad incamminarsi lungo un altro percorso, meno irto di buche e di asperità.</P>
<P>Quando il fisico, nel giro di poche settimane è stato rafforzato, si è presentata l’occasione per Pietro di conoscere, nel corso di una serata di beneficenza, una professionista che l’avrebbe affiancato nel suo cammino di rinascita, personale e professionale. Finalmente era pronto. Finalmente non temeva più se stesso, e la possibilità di scoprire e mettere a frutto quel che di meglio aveva dentro. Qualcosa che, evidentemente, poteva essere più in sintonia con i suoi modi e tempi, che lo avrebbero portato al successo e alla realizzazione in modo forse anche più pieno, soddisfacente, remunerativo, sotto tutti i punti vista.</P>
<P>Ultimo, non ultimo, la terza persona che incontrò, forse quella più centrale e determinante, che lo aiutò a cambiare la sua Vita .. fu proprio se stesso!</P>]]>
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<title><![CDATA[L'altra faccia dello stare soli...]]></title>
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<created>2010-5-10T7:45:12+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>“<EM>Beata solitudo, sola beatitudo</EM>”, si recitava una volta. Oggi, invece, della solitudine abbiamo soprattutto paura. Ma <STRONG>accanto ad una solitudine “buia”</STRONG>, indesiderata e subita, <STRONG>può esserci una solitudine “luminosa”</STRONG> apprezzata e ricercata. I cosiddetti “solitari” non sono necessariamente dei soggetti “disturbati” affetti da qualche strana patologia mentale. Ma da sempre la parola solitudine ha evocato vissuti di chiusura, di disagio psichico, di sofferenza interiore. Questa solitudine è stata spesso associata ad una sorta di comunicazione strangolata, impedita, bloccata: una “solitudine luttuosa” come dire.</P>
<P>La doverosa attenzione a questo lato oscuro e distruttivo della solitudine ha, tuttavia, spesso lasciato in ombra il fatto che esiste anche un'altro lato del fenomeno: una solitudine gratificante, creativa, una solitudine che non possiede connotazioni disadattive.</P>
<P>Questa polarità positiva ha trovato esaltazione in una lunga tradizione culturale, comune al mondo antico, biblico, greco-romano e medievale, e poi rimbalzata fino a noi nel celeberrimo “beata solitudo, sola beatitudo”.</P>
<P>La posizione degli psicologi riflette queste due polarità. Da un lato, molte interpretazioni si ispirano all'orientamento pragmatista di gran parte della psicologia sociale nordamericana del novecento, che pone al centro i processi di adattamento dell'individuo all'ambiente. In questa prospettiva, l'isolamento, la scarsa propensione alla socializzazione ed il ritiro in sè vengono interpretati come sintomatici di sofferenza psicologica. La valorizzazione della socialità sembra trovare supporti anche dal punto di vista neurofisiologico: secondo alcuni studiosi, infatti, le strutture limbiche e neocorticali si sarebbero differenziate – nel corso dell'evoluzione-&nbsp; per funzioni opposte a quelle della solitudine e dell'isolamento.</P>
<P>Un punto di vista contrario trova sostegno, per contro, sopratutto nella corrente della psicologia umanistica, indirizzo che si caratterizza per una rivalutazione delle componenti più spiritualistiche dell'uomo e per tutti quei fattori che possono contribuire alla sua “autorealizzazione”.</P>
<P>I maggiori esponenti di questo indirizzo tra cui figurano personalità come Carl Rogers e Abrham Madlow contrappongono alla società chiassosa e superficiale la “capacità di star soli”, quale elemento caratterizzante della persona pienamente realizzata. Per questa corrente di pensiero, gli individui vivono i contatti, le relazioni, gli obblighi (e talvolta anche gli svaghi) come appuntamenti fastidiosi e pesanti, avvertendo il bisogno continuo di privacy, di rintanarsi nel proprio giardino segreto, nel cui prato non passeggiano intrusi.</P>
<P>Questi soggetti più votati al ritiro sociale manifestano talvolta espressione di potente fastidio di fronte a molti obblighi sociali. Tendono a far crescere con coscenziosità silente e riflessiva la propria vita interiore, ricercano l'abitudinarietà e prediligono il rapporto profondo con se stessi.</P>
<P>Rammento un romanzo di un autore danese, Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920. L'autore pubblicò un testo dal titolo “Fame” che resto un po' storico nella letteratura danese dei primi del novecento.</P>
<P>Ricordo che lo lessi un estate di parecchi anni fa, ricordo il fluire di questa narrazione lenta e scivolante nei meandri articolati della mente. Ricordo la magistrale descrizione che Hamsun fece dello smarrimento dell'essere umano di fronte all'incubo della modernità, al dover a tutti i costi fare i conti con …. gli altri! Il protagonista del romanzo si aggirava senza posa per Cristiania, l'attuale Oslo. E' una narrazione di stati interiori che il protagonista ricerca, d'istanti che si autodedica quotidianamente con certosina ricerca del sé.... Solo adesso dopo molti anni ripesco nella memoria quel romanzo: frutto forse della mia amata solitudine di questi istanti davanti ai tasti di una vecchia macchina da scrivere? Probabilmente si...</P>]]>
</content>
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<title><![CDATA[Come vincere lo stress e cominciare a vivere]]></title>
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<created>2010-3-8T7:55:52+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Una cosa alla volta, un granello alla volta. Quando ci si alza la mattina ci sono migliaia di compiti da fare, se non cerchiamo di farli passare come i granelli di sabbia in una clessidra, il nostro organismo lo manderemo presto in tilt.</STRONG></P>
<P>Quindi vivere un granello alla volta,altrimenti si rischia la sensazione inaudita di caos bestiale nel nostro cervello. Miss Shield, un’insegnante degli anni ’30, nel Michigan, si ridusse alla disperazione prima di imparare a vivere in questo modo: con calma, senza quel senso di paradossale velocità nel cuore e difatti non riuscendo spesso in compiti anche banali, talvolta, entrava in crisi. Da queste crisi era un entrarne ed uscirne continuo. La signorina Shield si alzava tutte le mattine col terrore immane di dover affrontare la giornata e andava in solerti crisi d’angoscia. Addirittura raccontò ad un giornalista che la intervistò che ciò che la tratteneva dal suicidio era solo il timore di dare un dolore troppo forte ad i suoi familiari ed il non aver denaro sufficiente per pagarsi i funerali. Un giorno - racconta - lei - lesse una frase su un libro: "Ogni giorno per il saggio è una vita nuova". Da lì un click le scattò dentro, come un muro di cemento buttò via questo passato e cominciò quasi un’altra vita, imparò a dimenticare i giorni trascorsi e a non pensare a quelli futuri. Sembrano parole con sapore di modernità queste. Eppure le ha scritte il poeta Orazio,trent’anni prima della nascita di Cristo. Disse Dante: "Pensa che l’alba di questo giorno non servirà mai più". La vita scivola via velocissima,viaggiamo nello spazio a 36km/sec. L’oggi è la cosa più preziosa che abbiamo ed è sicuro l’oggi. Questa è la filosofia anche di Lowell Thomas ed altri autori. Non c’è una ricetta bell’è pronta per risolvere ansia e stress. Ci fu il metodo, però, adottato da un ingegnere americano. Gli subentrarono molte paure quando il suo lavoro cominciò a diventare più importante e carico di responsabilità. Il suo stomaco e l’intestino andarono sottosopra,faceva frequenti indagini mediche che riportavano sempre il segno della stessa diagnosi: somatizzava,erano tutte somatizzazioni le sue,aveva frequenti insonnie, accompagnate da brutti sogni. Analizzò la sua situazione e cercò di immaginare cosa gli sarebbe successo nella peggiore delle ipotesi,cioè se avesse fallito.Riuscì ad accettarlo quel "peggio" che sentiva e a quel peggio si dedicò anima e corpo a migliorarlo. L’ ingegnere americano cominciò ad analizzare la sua vita interiore, è impossibile concentrarsi quando qualcosa ci tormenta. Non si può far altro che affrontare il peggio e le sue conseguenze. Solo così siamo in grado di sottrarci all’influsso dei pensieri negativi,utilizzando questi strumenti interiori per parlare alla nostra anima,al nostro Io,talvolta così frammentato. Il professor William James,padre della psicologia applicata,se fosse ancora in vita,avrebbe approvato questa formula. Perchè parlava così ai suoi allievi: "Rassegnatevi-diceva-fatevi una ragione di ciò che vi accade,è il primo passo per superare le conseguenze di qualsiasi disgrazia."L’ansia può procurare, tra l’altro, disturbi fisici, organici, può condannarci su una sedia a rotelle, con reumatismi e disturbi artritici. Incredibile ma può procurare anche disturbi ai denti, l’angoscia può turbare l’equilibrio calcico dell’organismo e provocare, di conseguenza, la carie dentaria. Anche l’ipertiroidismo crea ansia perché la ghiandola tiroidea è andata fuori fase. Fa accelerare i battiti del cuore ed infine altera i lineamenti,indurisce le mascelle e solca il volto di rughe. La carnagione nell’ansioso si rovina. Nell’ultima guerra, più di 300.000 americani morirono in combattimento, ma allo stesso tempo i disturbi cardiaci uccisero due milioni di civili e di questi un milione provocati da ansia e da una vita troppo intensa. L’ansia è paragonabile ad una goccia che continua a cadere senza pietà, e questo tremendo supplizio porta spesso all’esasperazione che si conclude nella pazzia e quindi l’internamento in centri di igiene mentale. Un gruppo di psichiatri raccontarono un caso di una anziana signora, dapprima allucinata dalla diagnosi di cancro che le venne fatta, quindi i suoi lunghi mesi di pianti disperati. Poi, ad un certo punto, non versò più nemmeno una lacrima. Cominciare ad attuare lo sforzo del "sorridere". Il sorriso,è noto, aiuta l’organismo a reagire al male,lo mette in una situazione di benessere. Il sorriso aiuta l’organismo a reagire al male, mette in circuito endorfine positive, butta via ogni briciola d’ansia, ogni picco d’angoscia. Non è il guaritore coraggioso che lenisce ansia, il sorriso è solo un picco di tanti spaccati che possono essere attualizzati. L’aggregazione giovanile, il non isolamento esterno dagli altri crea anche un mettere in gioco le proprie potenzialità, dà fiducia al soggetto, crea vincitori e non soggetti già spenti magari anche solo a 15 anni. Chi non sa vincere un certo percorso d’ansia finisce spesso verso la morte. E’ necessario buttare via le preoccupazioni, lo stress istillatosi da tempo nel nostro cervello,è necessario rispondere allo stress con motivazioni gioiose, con fare tranquillo e serenità d’animo. </P>
<P>Vincere lo stress vuol dire vivere un bel pezzetto di vita senza laconismi,lasciando in disparte malinconie sfrontate, porre la risata-benessere in prima linea. Ridere è anche una delle possibilità per riuscire a far passare l’ansia,senza amplificare la cosa, ma la risata può essere un’ottima sanatrice contro l’angoscia e non crea più stress.</P>]]>
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<title><![CDATA[Mamme che lavorano troppo]]></title>
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<created>2010-2-15T7:43:55+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>Un detto afferma: <STRONG>“Di mamma ce n’è una s</STRONG>ola”, lasciando intendere che la maternità è certa. Ma il significato di questa frase potrebbe essere molto più ampio: di mamma ce n’è una sola, nel senso che è unica, perché ciò che riesce a gestire una mamma in termini di quantità e varietà di impegni quotidiani nessun’altro è in grado di farlo. Parafrasando due famosi libri, “Donne che amano troppo” e “Donne che mangiano troppo”, si potrebbe definire queste mamme “mamme che lavorano troppo”, dentro e fuori casa, e che trascurano se stesse e i propri ritmi. Non è necessario sapere perché una mamma sia costretta a lavorare troppo, poiché le motivazioni possono essere numerose e disparate. La cosa più importante è: <STRONG>come aiutare le mamme che lavorano troppo?</STRONG> Per esempio con i fiori di Bach. </P>
<P>Nell’utilizzo dei fiori di Bach, come di qualsiasi altro rimedio naturale, bisogna tenere presente due punti fondamentali: Non è sufficiente eliminare i sintomi (es. stanchezza), ma bisogna agire sulla causa (es. mancanza di riposo) </P>
<P>Ogni donna ha un proprio vissuto alle spalle, precedente al fatto di diventare mamma, che può sostenere o alimentare la situazione contingente, oltre che ostacolare il percorso di trasformazione in funzione di un nuovo ben-essere. <BR>Qualunque sia il motivo per cui una mamma lavora troppo, la cosa certa è che ciò di cui più necessita è il riposo. </P>
<P>Le mamme tuttofare, che reggono il mondo sulle proprie spalle, non hanno mai abbastanza tempo. Vorrebbero avere giornate di almeno 48 ore. E così, cercano di rubare un po’ di tempo all’unico momento della giornata considerato improduttivo: la notte. Di conseguenza, si ritrovano completamente esaurite, prive di forze, svuotate di ogni energia. Per queste mamme i fiori di Bach indicati sono: Elm, Oak ed Olive. Elm è il fiore adatto alle mamme che pretendono troppo da se stesse, che non riescono a staccare la spina perché hanno troppe responsabilità. La mancanza del riposo necessario, tuttavia, può portarle ad uno stato depressivo a causa dell’esaurimento delle proprie energie. Dal punto di vista fisico, inoltre, la costante tensione e la stanchezza possono causare dolori e rigidità a collo e spalle (la cosiddetta sindrome di Atlante, che secondo la mitologia reggeva il mondo sulle proprie spalle). Oak è il fiore del senso del dovere, per le mamme che si addossano molte responsabilità e vanno avanti anche quando non ce la fanno più, non essendo in grado di dire basta. Oak è la quercia: non si dice forse “forte come una quercia”? Ma quando non si riesce a rallentare il ritmo e a rispettare le proprie esigenze si rischia di arrivare al limite delle proprie forze fisiche e psichiche.&nbsp; Il fiore adatto in questa situazione, allora, è Olive. Le mamme che necessitano di Olive vedono le cose quotidiane come un ostacolo insormontabile. Avendo esaurito tutte le riserve di energia, non soni più in grado di svolgere il proprio compito. Quando si arriva allo stato Olive, si sente solo il bisogno di dormire, accompagnato da attacchi di fame improvvisa, che segnalano il completo esaurimento dell’energia. Olive è adatto alle mamme che si trovano in situazioni che richiedono costante attenzione: accudire a lungo persone ammalate, portatori di handicap, bambini piccoli in età ravvicinata, ecc. Spesso, una situazione di stanchezza cronica ed esaurimento psico-fisico completo porta all’aumento dell’irritabilità e dell’aggressività, seguiti dal senso di colpa per aver perso la pazienza così facilmente. I fiori di Bach adatti in questa situazione sono: Cherry Plum, Impatiens e Pine. Cherry Plum è il fiore delle mamme che si sentono come mine vaganti, che possono esplodere da un momento all’altro. Quando la stanchezza e l’angoscia raggiungono livelli insopportabili è facile perdere l’autocontrollo. Infatti, questa situazione crea una pressione interiore eccessiva causata dall’incapacità di rilassarsi, di staccare la spina. Impatiens, come dice il nome, è il fiore per le mamme impazienti, che vorrebbero tutto e subito e non riuscendoci si irritano, con se stesse e con gli altri. Questa irritazione si ripercuote anche a livello fisico, manifestandosi in disturbi viscerali (colon irritabile, colite) e cardio-circolatori (tachicardia, ipertensione). Le mamme che hanno bisogno di Impatiens hanno spesso difficoltà ad addormentarsi oppure si svegliano di notte o molto presto alla mattina, poiché non riescono a staccare la mente. Impatiens aiuta a diventare pazienti, migliorando il rapporto con le altre persone (marito, figli, genitori, colleghi di lavoro, ecc.). <BR>Pine è il fiore delle mamme che si sentono sempre in colpa e inadeguate, tendenza che può essersi instaurata già durante la loro infanzia. Sentono di non fare mai abbastanza: si rimproverano per non dare mai abbastanza amore ai figli, per non essere stati abbastanza brave in qualcosa (“avrei potuto fare meglio”). Pine può essere utile sia in caso di senso di colpa dovuto alla frequente irritabilità e perdita di pazienza, ma anche quando ci si sente in colpa per aver “perso il controllo” nell’alimentazione (attacchi di fame conseguenti ad esempio all’esaurimento delle energie). In quest’ultimo caso si può associare Crab Apple.&nbsp;</P>
<P>Crab Apple è un fiore utile sia in caso dell’instaurarsi del circolo vizioso degli attacchi bulimici e nell’utilizzo del cibo in funzione compensatoria, sia in caso di mania di perfezionismo (“voglio fare tutto perfettamente”, “o tutto o niente”, “o si fa bene o non si fa”). In quest’ultima accezione può essere accomunato a Rock Water (acqua di roccia), il fiore dell’eccessiva autodisciplina. Spesso, le mamme che lavorano troppo si negano molti piaceri nella vita, perché possono interferire nel proprio compito. Questa rigidità si esprime anche a livello somatico: rigidità delle articolazioni, rigidità dei vasi sanguigni (arteriosclerosi), stipsi. Credendo che tutto dipenda dalla forza di volontà, queste mamme negano l’istinto e reprimono gli stimoli. Tutti questi fiori sono utili per lavorare sull’aspetto sintomatico del problema: la mancanza di riposo. Ma contemporaneamente lavorano anche sugli aspetti caratteriali della persona. Infatti, la mancanza di riposo può essere solo la punta dell’iceberg, alla cui base possono ritrovarsi tendenze radicate quali il perfezionismo, la rigidità di pensiero, la tendenza a cercare al di fuori di sé il senso della propria vita, il bisogno di sentirsi indispensabili (= amate),&nbsp; la paura di non valere come persone, la mancanza di fiducia in se stesse e negli altri. Per questo, ai fiori che lavorano sull’aspetto sintomatico bisognerebbe abbinare altri fiori che lavorano su altri aspetti basilari caratteristici della persona in questione. Si potrebbe cominciare chiedendosi: “Perché faccio tutto questo?” “Sono sicura che non potrei demandare qualche compito a qualche altra persona?” “Che cosa potrebbe succedere se mi fermassi?” e “Che cosa potrebbe succedere se non mi fermassi?”. Le domande giuste sono già dentro di noi, come anche le risposte. Basta imparare ad ascoltare e ad avere fiducia nel messaggio che arriva dal profondo della propria vita. Spesso avere sempre troppo da fare è un alibi, un modo per fuggire da noi stessi. </P>
<P>Cara mamma che lavori troppo, “non rimandare a domani ciò che potresti fare oggi”... per esempio, riposarti. Quando domani aprirai gli occhi, ti accorgerai che il mondo è ancora lì, esattamente come l’hai lasciato. Oppure potresti trovare la bella sorpresa che qualcun altro ha fatto quello che avresti dovuto fare tu. E se così non fosse, almeno avrai più energia per affrontare ancora una nuova giornata.</P>]]>
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<title><![CDATA[I disabili e lo spazio negato]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Si parla sempre tanto dei soggetti disabili, dei loro diritti e di tutto ciò che resta ancora da fare per render loro la qualità di vita accettabile</STRONG>. Non c’ è che da compiacersi da questo accendersi di civiltà, anche se ho la netta impressione che – a volte – si tratti di una facciata ufficiale, dietro la quale permangono ancora razzismo, egoismo ed una vergognosa discriminazione. Ogni tanto, infatti, le cronache riportano episodi di inaudita violenza psicologica, in cui si nega l’ ospitalità in albergo a persone disabili o episodi in cui un bambino down si trova a dover fare i conti con piccoli compagni che lo burlano. E’ come se grandi e piccoli siano in questi casi, accomunati da un ‘unica sordità quando si tratta di erigere barriere tra loro e tra chi – come loro – non lo è. Spesso si guarda al disabile con sguardo caritatevole e non amicale e la pietà è dura da subire, forse anche più dell’ indifferenza. Come dire “ Niente più sentimenti prego, il mercato è saturo”. </P>
<P>Come ha osservato acutamente Fiamma Nirenstein (“La stampa“ dell’agosto 1999) parlando del gemello con sindrome di down nato nell’ estate ’98 a Firenze e scartato rispetto al gemello sano, anche quando viene fatto qualcosa per il disabile viene fatto più per un discorso pietistico che non di solidarietà. Qualcosa, però, sembra muoversi anche se il problema di fondo esiste. Importante è approfondire il tema della libertà per i soggetti disabili. Restituirgli una vita indipendente, vuol anche dire, sotto il profilo giuridico, poter esercitare concretamente le loro libertà inviolabili nonostante le incapacità psico – fisiche.&nbsp; Però solo le sparute iniziative di pochi non bastano ancora. E’ necessario conoscere meglio i problemi del disabile, perché ciò non serva solo a loro ed alle famiglie, ma “ al mondo fuori “ per acquisire una reale consapevolezza dei valori su cui dovrebbe basarsi una società democratica. Ricordo la madre di un soggetto disabile, ormai 35 enne, lei in età avanzata, non riusciva più a farsi carico delle esigenze – necessità primarie del figlio. Alla fine del suo lungo percorso di ricerca , riuscii ad inserire il figlio con disturbi dichiaratamente psicotici all’ interno di una struttura semi – residenziale. Il ragazzo presentava anche una sintomatologia di tipo ossessivo, percosse spesso gli operatori del centro all’ inizio del suo inserimento. Lentamente, però, qualcosa migliorò ed il quadro clinico, fatto di interventi di integrazione – riabilitazione, decisamente raggiunse piccoli risultati positivi. In questi casi, parlando di “soggetti disabili“ non ci sono ricette vincenti. Le reazioni sono molteplici e scavalcano differenze culturali e sociali, ma tutte hanno un denominatore comune: la necessità – cioè – di raggiungere un equilibrio, da rinegoziare con gli anni, che riscopra il profondo significato di una vita diversa insieme al nostro ragazzo diverso!Ricordo anche una ragazza autistica, che restò per molti anni all’ esterno di strutture semiresidenziali per autonoma decisione della madre. La ragazza era stata partorita in età avanzata, la sua patologia era dichiaratamente autistica e la stessa madre stentò per anni prima di accettare la realtà autistica della figlia. La sua ferita narcisistica di madre di una disabile era troppo forte e marcata. Solo alla fine di un lungo calvario decise di inserirla in una struttura semiresidenziale di riabilitazione. </P>
<P>Tutt’oggi la madre fatica a riconoscere appieno la disabilità della figlia, ma accetta le cure che il centro le propone. La strada da seguire, per concludere, dovrebbe essere: agire e fare.&nbsp; Non stancarsi di chiedere aiuto, sconfiggendo la sensazione che altri non possano capire, né condividere. Chiedere, anzi pretendere, non solo che i servizi migliorino, ma che ci sia più rispetto per la persona, non perché disabile, ma in quanto persona.&nbsp; Purtroppo spesso la realtà non sta in questi termini. Io vivo ogni giorno la disabilità di persone schizofreniche, autistiche, gravemente psicotiche e posso assicurarvi che i centri e cliniche riabilitative sanno dare molto in questo senso. Ancora c’ è comunque molto da fare relativamente all’ impressionante discriminazione che spesso viene attuata&nbsp; nei confronti di queste “persone speciali“! </P>]]>
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<title><![CDATA[Un imprenditore Zen]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>Tempo fa conobbi un imprenditore, una figura carismatica, forte e dolce, al tempo stesso, molto solida, ma non rigida, con una grande sicurezza che albergava tra l’umiltà e la saggezza, senza mai sfociare nell’orgoglio né nell’ostentazione di certezze assolute né di verità e previsioni infallibili.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Una persona di grande fascino, prima ancora che un professionista noto, affermato e di successo.Era balzato agli onori della cronaca per il suo modo d’operare imprenditoriale all’avanguardia, specie per una realtà come quella Italiana, in cui quando si costruisce qualcosa ci s’aggrappa e ci s’avvinghia fino a zavorrarla e farla affondare. E la vena manageriale che a quel punto cerca d’imporsi prende il sopravvento e soffoca in tutto e per tutto lo spirito imprenditoriale, che è fatto di rischio, avventura, novità, capacità di sperimentare, osare, sondare nuovi mari e nuove terre. La peculiarità d’opera di quest’uomo stava nel fatto che, folgorato improvvisamente da una nuova idea, dopo essersi adeguatamente formato e documentato, oltre che affiancato da team creati ogni volta ad hoc per l’iniziativa, materializzava la sua idea e dava vita ad una vera e propria nuova azienda. E fin qui, nulla di raro né particolare, in fondo. Quel che, invece, era del tutto peculiare era il fatto che dopo 4-5 anni, una volta che l’azienda cominciava a produrre utili massicci, consistenti e in costante ascesa, lui delegava in tutto e per tutto ad altri la sua piccola ‘creatura’, per imbarcarsi in un mondo del tutto nuovo.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Aveva già alle spalle cinque “parti”, e si stava accingendo, all’epoca, a perpetrare il sesto. Un vero record, considerata la sua anagrafica, che a stento raggiungeva la cosiddetta mezza età. Quel che lo motivava, lo stimolava, l’animava, era proprio l’avvento e l’avvio di un’impresa: la sensazione era proprio che in lui scorresse la linfa della Vita e che lui, mettendosi completamente a disposizione, con le sue capacità e competenze, la faceva fluire e fruttificare. Dopodiché il suo compito in quella sede era terminato. E s’accingeva, per questo, a migrare altrove, ove sentiva d’essere chiamato.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Una vera e propria Vocazione, nel senso sacrale del termine.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Era un Uomo in tutto e per tutto devoto – dove con devoto intendiamo propriamente l’essere consacrato alla Divinità – privo di dichiarata fede religiosa, ma con una sua profonda spiritualità. E il Lavoro era sicuramente il campo in cui meglio la esprimeva. Mostrava una profonda serenità nel suo modo di porsi ed operare. Raccontava che costantemente si metteva in contatto con la sua pancia, specie nei momenti di massima tensione, di smarrimento, o di dubbio, per comprendere se e quando valeva la pena perseverare, compiere uno sforzo deliberato di forza di volontà, e quando, invece, era il caso di ‘lasciare andare’, di mettersi da parte, e lasciare che le cose accadessero per un Volere superiore. E mai, e poi mai, con questo ascolto profondo aveva sbagliato un affare. E i dati di fatto, evidentemente, lo dimostravano in modo inequivocabile! Alla domanda circa quale fosse l’impresa che gli aveva dato più soddisfazioni o a cui, semplicemente, era rimasto più affezionato, rispose senz’alcuna esitazione: la Famiglia.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Nonostante la dedizione profonda e marcata per il Lavoro, la sua sfera affettiva e relazionale era molto ricca e ben nutrita. Il segreto, svelò, era la perfetta conciliazione tra tempi intimi, privati e quelli pubblici. Mai aveva permesso un’invasione degli uni negli altri.&nbsp;&nbsp; Non aveva mai lavorato in vita sua in azienda nei fine settimana, ma solo tra le mura domestiche, e come se non bastasse lasciava ogni sera l’ufficio mai oltre le ore 20. Raccontava che non era la quantità quel che contava nella sua esistenza e nel successo professionale, quanto l’intensità. “Ogni cosa a suo tempo”, era il suo motto preferito, a cui aggiungeva “Chi ha tempo, non aspetti tempo”. Conciliare le due dimensioni e massime temporali era una sfida costante ed entusiasmante per lui.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>E l’apice di questa tensione la raggiungeva quando era coinvolto nel suo ‘lavoro’ domestico o d’ufficio, durante il quale non indossava mai l’orologio, ed entrava in una dimensione di spaziotempo dalla dilatazione infinita, tale per cui “c’era tutto il Tempo” e in cui riusciva, nonostante tutto, a non essere mai in ritardo! Se Essere Zen è essere completamente Presenti, immersi profondamente in quel che si è e si fa, senza divisione né dualismo tra colui che agisce e ciò che viene agito, tra dentro fuori, bene male, giusto ingiusto, Chronos Kairos, sicuramente quest’uomo, senza saperlo, poteva proprio essere definito tale, nella sua Essenza e nel suo Agire.</P>]]>
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<title><![CDATA[Il culto del divino femminile nel Tantra]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>Nel <STRONG>Tantra l'Energia Cosmica femminile è simboleggiata da Shakti Devi</STRONG> e dalle sue innumerevoli manifestazioni "benevole" o "terrificanti" chiamate Dasha Mahavidya, (Maha = Grande, Vidya = Conoscenza) le dieci Dee della Suprema Saggezza o forze cosmiche.&nbsp;</P>
<P>Kali è la prima di delle dieci divinità femminili fondamentali nel culto tantrico. Kali è la dea nera, terrificante proiezione del tempo che divora tutto e distrugge. Devi è la splendida Lakshmi, consorte di Vishnu, signora della bellezza e della prosperità, è Durga,la potente guerriera, acerrima nemica dei demoni, è Parvati,colei che possiede i tre Parva (Sapienza, Volontà, Azione) madre universale e consorte di Shiva, è Tara “la dea verde del verbo salvifico”.</P>
<P>Ogni Dea nasconde un’importante realtà, una Verità celata ai nostri occhi dall’ignoranza, ciascuna divinità rappresenta un particolare tipo di approccio alla realizzazione del sé. Meditare con devozione sulle Mahavidya significa riconoscere il Divino in ogni cosa e dentro di se, significa eliminare l' illusione che ci impedisce di contemplare la Luce della Shakti in ogni singola entità dell’esistenza.Nel Tantra il culto delle Mahavidya non è soltanto la semplice adorazione della forma esteriore della divinità, la superficiale idolatria della figura o atto rituale di venerazione; le Dasha Mahavidya rappresentano i fondamentali pilastri della Conoscenza, le dieci Energie universali che risiedono nel microcosmo e nel macrocosmo e che ne regolano l’intera esistenza.&nbsp;Nell’atto di meditazione la Dea offre al devoto una parte della Sua infinita Conoscenza facendo si che la venerazione giunga ad oltrepassare i confini dei simboli e delle immagini, fino a raggiungere l’Assoluto indistinto nella Sua pienezza. Venerare le Dasha Mahavidya significa meditare ed invocare queste Energie, essere consapevoli della loro presenza, della loro funzione, della loro potenza; significa scoprire i grandi misteri dell’esistenza accettando la realtà in ogni sua condizione, in ogni suo aspetto, dal più oscuro al più lucente, poiché tutto ciò che sperimentiamo nella vita è permeato dall’immensità di Shakti Devi.&nbsp;</P>
<P><STRONG>IL CULTO del DIVINO FEMMINILE</STRONG><BR>Possiamo incontrare la prima civiltà tantrica di matrice femminile più di 7.500 anni a.C. dove la donna occupava un posto d'onore, tanto nella vita profana come nella religione centrata attorno alla Dea Madre ,dove la sessualità veniva vissuta con molta libertà, senza vergogna e senza senso di colpa, con la consapevolezza che avrebbe influito positivamente sul benessere fisico, emozionale e spirituale delle persone e della società intera.&nbsp;</P>
<P>Il formidabile potere della donna iniziatrice è enorme, consta in primo luogo nella sua attitudine mentale rispetto alla sessualità che essa considera solo in senso spirituale.</P>
<P>Tutte le culture antiche hanno tradizioni che lodano il potere di iniziatrici delle donne. L'Egitto, la Grecia, l'Arabia, il Tibet e la Cina. La donna era considerata l'incarnazione della bellezza, della sensualità e della vitalità amorosa, allo stesso tempo guardiana del potenziale creatore. Ogni essere umano nasce dalla YONI (organo sessuale femminile) di una donna; ogni uomo desidera rientrare in questo territorio dalla femminilità sacra con il contatto sessuale illimitato che si realizza solo attraverso la “REALIZZAZIONE DELLA PERFETTA CONTINENZA”.</P>
<P>Ogni donna ,grazie alle sue eccezionali doti innate ,è capace di realizzare spontaneamente la continenza sessuale durante l'atto amoroso, semplicemente seguendo l'istinto. Mentre un uomo virile e potente, deve costantemente allenarsi ogni giorno, per un periodo abbastanza lungo, per arrivare a praticare la continenza sessuale, qualsiasi donna vitale, armoniosa e sensuale ha sempre a sua disposizione questo innato dono.</P>
<P>Assumendo un ruolo attivo ed esplorando con coraggio l'intera serie di segreti sessuali durante l'atto amoroso, una donna, sensuale e intelligente può conferire un grande potere sottile, spirituale, al suo amato permettendo alla coppia di raggiungere stati sublimi di estasi e unione con il divino.</P>
<P>Grazie alla sua sensibilità e al suo intuito risveglia ed amplifica nell'uomo caratteristiche profondamente benefiche, mostrandosi naturalmente aperta alla spiritualità.</P>
<P>La donna nel Tantrismo è energia di trasformazione, cambiamento,evoluzione e l'uomo è la pura coscienza. La donna vitale, consapevole della propria femminilità vive in modo spontaneo la propria sensualità valorizzando se stessa e portando armonia all'interno della coppia.</P>
<P>Conoscendo e apprezzando queste doti innate della donna, i grandi saggi della millenaria tradizione tantrica, l'hanno ammirata e adorata come SHAKTI - potere femminile - come ESSERE INIZIATRICE. La conoscenza della vera natura femminile e la fiducia in sé sono le condizioni essenziali per realizzare la dea presente in ogni donna, la Dea Iniziatrice.</P>
<P>La donna contemporanea come SHAKTI dovrebbe riscoprire i valori della sua bellezza interiore, della sua forza di trasformazione, della sua predisposizione al cambiamento, della sua capacità di analisi del dettaglio, della sua intuitività e ricettività. Solo valorizzando la sua stessa natura, la donna potrà riacquistare in pieno la sua forza interiore sostenendo non solo il proprio amato ma contribuendo al cambiamento dell'energia planetaria.&nbsp;</P>
<P>La donna consapevole ama il proprio corpo vitale, pieno nelle sue forme armoniose che manifestano sensualità e vitalità, impara ad ammirare le altre donne che percepisce come alleate nella realizzazione dell'amore universale; riconosce nelle altre donne il sostegno e la complicità per riportare l'intera società a contatto con i valori immutabili dell'amore, della forza della natura, della spiritualità.&nbsp; La donna che sa riconoscere la propria natura è libera dall'orgoglio personale e vive l'amore in ogni azione ed in ogni pensiero giungendo alla piena manifestazione del proprio sé.</P>]]>
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<title><![CDATA[Complimenti: come farli e perché]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Servono a sedurre. A esprimere i propri sentimenti. A creare un clima disteso, intimo, piacevole. A potenziare l’erotismo. Sono i complimenti, messaggeri d’ammirazione, alleati dell’eros e dell’amore.</STRONG></P>
<P>Vi sembra un tema frivolo? In realtà queste piccole frasi gentili hanno una potenza enorme. Servono a portare positività nelle relazioni, a creare un clima di piacevolezza e accettazione, a gratificare, a predisporre al piacere. Analizzandoli, è possibile capire molte cose sulla propria personalità e su tipo di relazioni che si stanno vivendo.</P>
<P>Siete convinti che i complimenti siano necessari solo nella fase del corteggiamento? Allora pensate che, una volta conquistata una persona, questa vi appartenga di diritto; e trascurate non solo di far crescere il rapporto, ma persino di viverlo, pienamente, giorno per giorno.</P>
<P>Pensate che non debbano essere ‘troppi’? Allora forse credete che ci possano essere dei limiti al piacere che due persone possono darsi l’un l’altra. Forse siete cresciuti in famiglie rigide, che vi spiegavano il valore dell’austerità e della morigeratezza. Ma oggi potete scegliere convinzioni più funzionali alla vostra felicità, non credete?Sospettate che gratificando l’altra persona possiate consegnarle un potere su di voi? Avere dunque paura che l’altra persona ’si monti la testa’ e possa rifiutarvi, o credersi migliore di voi? Attenzione: questo timore parla di una vostra insicurezza profonda, di una mancanza di autostima che può condizionare fortemente il vostro rapporto.Credete, quando sono diretti a voi, che possano essere falsi? O temete che siano finalizzati solo all’ottenimento di un’intimità sessuale? Ancora mancanza di autostima: questo è un atteggiamento tipicamente femminile. E’ vero, in realtà, che alcuni uomini sfornano complimenti a comando quando vogliono ottenere qualcosa, ma questo non significa che tutti lo facciano. Un po’ di prudenza va bene, ma è importante anche avere la sensibilità di riconoscere e accettare con gioia quello che il più delle volte è un omaggio sincero.Siete convinte, o convinti, che sia sempre l’uomo a doverli formulare? I ruoli sessuali, in effetti, prevedono questo, e molte donne temono che, esprimendo la loro ammirazione, possano ’scoprirsi’ e apparire troppo ansiose di iniziare un rapporto. Ma è possibilissimo gratificare una persona senza perdere la propria centratura.Le donne a volte non sono abituate a porgere complimenti, e non sanno come fare, hanno paura di sbagliare, di diventare ridicole. E così si trattengono, notano mentalmente una bellissima qualità del partner e tengono questa ammirazione per sé, negandosi il piacere della meravigliata sorpresa di lui.</P>
<P>Sono solo alcune delle convinzioni e delle paure, spesso irrazionali, che si annidano dietro alla possibilità di gratificare la persona che ci piace o di ricevere da lei apprezzamenti.</P>
<P>Servirsi dei complimenti, però, è un’arte sottile, con i suoi segreti e le sue difficoltà. Questo omaggio racconta tante cose di chi lo esprime: la scelta della frase, l’opportunità, il modo di porgerla.Il complimento è in genere una frase gentile, che esprime ammirazione per un aspetto del fisico o della personalità di chi vi sta accanto.</P>
<P>Ma ci sono anche i complimenti in forma indiretta: sono quelli che fingiamo di rivolgere a noi stessi, per essere stati tanto in gamba, intelligenti o fortunati da aver conquistato una certa persona. O quelli deduttivi: quando parliamo dell’immaginaria invidia altrui per la nostra situazione di coppia, o dichiariamo di essere le donne o gli uomini più fortunati della Terra. O quelli metaforici: è quando ci chiediamo chi è quell’angelo che è entrato nella nostra vita. E così via…Fare complimenti non è difficile: occorre solo il genuino desiderio di gratificare l’altra persona. E’ d’aiuto un po’ di fantasia, ma chi non ne è dotato può ripiegare sui sempreverdi: nessuna donna si è mai lamentata di qualcuno che le dice, e le ripete, “Sei bella”. L’analogo omaggio, rivolto a un uomo, è meno comune, ma ugualmente apprezzatissimo. E molti uomini sono piacevolmente e teneramente stupiti da questa frase.Se il vostro desiderio di far piacere a un’altra persona è genuino, è difficile che un complimento non riesca bene.</P>]]>
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