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<title><![CDATA[Non chiederti se sei felice]]></title>
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<created>2013-5-7T9:7:44+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>Viviamo in un contesto socioculturale e familiare improntato al volere: vogliamo continuamente qualcosa, da noi stessi, dagli altri, dal mondo.</P>
<P>E’ come una bolla di sapone: il desiderio genera a sua volta desiderio e la cosa non ha mai fine. E, peggio, trasmettiamo tale modello educativo e di vita di generazione in generazione.</P>
<P>E diamo origine a persone cronicamente in fuga, insoddisfatte, alla ricerca costante di qualcosa, qualcosa di nuovo, di eccitante, che non arriva mai o che quando giunge lascia l’amaro in bocca perché non è all’altezza delle aspettative e degli sforzi, o se lo è, come tutte le cose periture di questo mondo è destinato, prima o poi, a sparire.</P>
<P>Comunque si rigiri la faccenda, non se ne esce con la stessa logica con cui se ne è entrati e che incessantemente la alimenta.</P>
<P>Ricordo di essermi confrontata molto precocemente con questo tipo di mentalità.</P>
<P>Quanto iniziai per la prima volta a frequentare una nota scuola privata della città in cui vivevo, osservavo schiere di persone di tutte le età, genitori, figli, insegnanti, e persino alti prelati, che erano presi da questo vortice dei soldi, degli oggetti, degli abiti, delle feste, delle cene e dei locali di tendenza.</P>
<P>Tutto del loro modo d’essere, di porsi, di agire denunciava una tensione di fondo, un dover apparire, comportarsi, uno sforzo ad essere il meglio, all’avanguardia, alla moda, che li portava a disconoscere e spesso anche distorcere la loro vera natura.</P>
<P>Spesso l’apparenza distava anni luce dalla loro reale essenza. Nonostante i formidabili sforzi, con uno sguardo attento poteva notare piccoli e grandi segnali, specie nelle persone più sensibili, di un disagio di fondo che l’indossare maschere, recitare ruoli e azioni poteva comportare in loro.</P>
<P>Ricordo che già anni prima, alle scuole elementari, complici alcune amichette che avevano di tutto e di più ad ogni schiocco di dita, per uniformarmi, anche le mie richieste erano leggermente aumentate.</P>
<P>Oggi posso affermare con sicurezza che i miei genitori sono stati molto abili nel calibrare severità e concessione, possibilità e sacrificio, rispetto dei limiti e piccole trasgressioni, reale necessità e superfluo.</P>
<P>Anche se un figlio, sul momento, può restare male di fronte ad un no, ad una frustrazione, saper porre un limite, paradossalmente, crea uno spazio di libertà interiore molto vasto, che quando il disappunto passa si riesce ad avvertire.</P>
<P>In questo senso ero ben allenata per vivere anche in un contesto molto ricercato, elegante, pieno di esteriorità e di forma in cui mi sono trovata in seguito.</P>
<P>Il primo anno ricordo che è stato molto duro ed io stessa mi sono fatta travolgere da questa bolla di apparenza, di dovere e volere, essere, fare, avere. Era una sorta di necessità di stare al passo, di conformarmi all’ambiente, di sentirmi parte del gruppo, come per lo più accade ad un preadolescente.</P>
<P>Nel giro di un anno mi sono resa conto della maschera che mi stavo costruendo, della parte che stavo recitando, dei desideri e degli obiettivi non miei e dell’assurdità della situazione che io stessa avevo creato.</P>
<P>Da quel momento in poi è iniziato un processo progressivo di distacco dall’uniformazione sociale e familiare, che si è manifestato nel tempo con segni più o meno tangibili, e che hanno permesso una conoscenza, un contatto, un rispetto, uno svelamento, una condivisione sempre più ampia della mia natura più autentica e profonda.</P>
<P>Da una parte è come se fosse stato un processo che mi ha portata avanti, mentre dall’altra mi ha ricondotto indietro nel tempo.</P>
<P>Ogni bambino nasce scevro dai condizionamenti e dalle aspettative socioculturali e familiari. Con gli anni viene sempre più limitato e condizionato da tutto ciò, la sua reale essenza viene tarpata, e si creano così le condizioni per una profonda infelicità, di cui spesso non si ravvisa la causa.</P>
<P>Ricordo quel delicato periodo, ad otto anni, quando conobbi il contatto con l’esperienza del dolore sul mio corpo.</P>
<P>La reale e più lancinante sofferenza, però, era costituita dai giudizi, le critiche, l’impazienza, l’insofferenza, talvolta anche lo scherno da parte degli altri. Dal lunedì al sabato questa era l’impronta di tutte le giornate.</P>
<P>La domenica sera, prima di dormire, mi scioglievo immancabilmente in un pianto, nell’oscurità della stanza, contro il cuscino.</P>
<P>Piangevo perché ripercorrevo la giornata appena trascorsa e mi accorgevo di essere stata felice!</P>
<P>Per lo più le domeniche erano giornate semplicissime, con i miei genitori, con alcuni piccoli appuntamenti fissi, la messa, l’aperitivo a casa e il dolcetto dopo pranzo, la passeggiata, oppure la visita alla nonna materna. Niente di che, a ben vedere.</P>
<P>Ai tempi credevo che il pianto fosse dovuto al dispiacere di dover lasciare i miei genitori, che durante la settimana erano assenti per lavoro dalle dodici alle quattordici ore al dì, e al tempo stesso al dolore di dover tornare a stare con persone con cui, in quel periodo, non stavo bene.</P>
<P>La cosa più buffa e che al tempo stesso mi addolorava di più è che mentre vivevo quelle domeniche non è che avessi uno stato d’animo particolarmente euforico o altro che sottolineasse tale felicità.</P>
<P>Insomma … ero stata felice e non me ne ero accorta!</P>
<P>Per me, allora, era inconcepibile.</P>
<P>Avrei voluto poter tornare indietro, come per riavvolgere la pellicola di un film e, forse, segretamente trattenere e ri-vivere più e più volte, all’infinito, tali scene.</P>
<P>Eppure, ogni volta in cui tentavo di fare ciò, la situazione mi sfuggiva di mano e diventavo profondamente infelice.</P>
<P>Oggi, a posteriori, riesco a vedere con lucidità e chiarezza quel che accadeva.</P>
<P>E’ un dato di fatto: quando noi siamo felici, o meglio ancora, sereni, non ne siamo consapevoli.</P>
<P>Felicità o serenità sono etichette verbali a posteriori che la mente sdogana.</P>
<P>La mente impone una definizione, traccia un limite, un confine, il che non è conciliabile con l’espressione della nostra natura più profonda, che è sconfinata.</P>
<P>La vera felicità o serenità si esplica proprio in quei momenti in cui ci diamo la possibilità di essere fino in fondo noi stessi, fedeli e rispettosi del sentire di coscienza, indipendentemente dal dire, fare, pensare e non.</P>
<P>Tutti noi, più o meno consapevolmente, abbiamo piccoli sprazzi di tali esperienze nella nostra vita.</P>
<P>Togliere il più possibile vincoli, limiti, schemi di cui ci siamo circondati ci riporta, da un lato, all’essenza più pura e autentica che da piccoli contattavamo con più immediatezza e facilità, dall’altro ci permette di farlo, da adulti, con l’aiuto di un carico di esperienza che ci consente di farne buon uso, a servizio dell’altro e del mondo e non in senso strettamente egoistico, come può accadere per i bimbi.</P>
<P>A questo "serve" vivere.</P>
<P>E chiedersi se si è felici è un dubbio egoistico, frustrante, inutile. Quando lo si è, lo si è e basta. Non serve sottolinearlo.</P>]]>
</content>
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<title><![CDATA[Sì, viaggiare!]]></title>
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<created>2012-12-14T10:38:22+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><EM>Aprirsi a nuovi luoghi e nuovi incontri</EM></P>
<P>Tempo d’estate, tempo d’elezione per le partenze e la permanenza in località turistiche.</P>
<P>Momento agognato, bramato, atteso, fantasticato, per molti, passaggio lievemente ansiogeno, temuto, per altri.</P>
<P>Comunque la si viva, la vacanza, nella sua accezione etimologica resta un tempo vuoto, in cui poter disporre del proprio tempo e delle proprie energie come meglio si crede.</P>
<P>Dopo mesi trascorsi tra la routine, gl’obblighi, gl’impegni, le scadenze, la fretta, una prospettiva allettante per molti di noi. Inquietante per altri.</P>
<P>Mare per le persone solari, calde, un po’ vanitose, ricche d’entusiasmo, conviviali; montagna per chi ama le sfide, il silenzio, la frescura, la pace interiore; lago per chi ha un’età medio-alta, ama la dolcezza di un clima e di una vita costante e cadenzata; città d’arte per chi ha istruzione medio-alta, e sente di dover impiegare costruttivamente il tempo, anche in ferie.</P>
<P>Esiste, però, un’altra schiera di persone, che pare diventare sempre più nutrita, il 54% degl’italiani, per l’esattezza quest’anno, che una vacanza non se la concederà. Per lo più a causa delle ristrettezze economiche.</P>
<P>Che non si voglia o non si possa partire, per un lungo o un breve viaggio, in realtà, la disposizione interiore di vacanza, cioè di spazio-tempo vuoto, silenzioso, si può comunque creare, a prescindere da dove ci si trova. Persino nella città in cui si risiede abitualmente o, al limite, anche nel giardino di casa, sul terrazzo o nel proprio stesso appartamento.</P>
<P>Se è vero che viaggiare crea le condizioni per vedere luoghi nuovi, conoscere persone mai viste, sperimentare nuove attività, assaporare nuove pietanze, è altrettanto vero che è necessario che esista un atteggiamento interiore in grado di accogliere tali elementi inconsueti.</P>
<P>Viviamo giorni, mesi, anni, nei medesimi luoghi, con le medesime persone, mangiando le stesse pietanze, illudendoci di sapere già tutto di loro.</P>
<P>Non è infrequente che al ritorno da un viaggio quella disposizione interiore di apertura che esso fornisce ritorni con noi per qualche istante e ci porti a cogliere dettagli del nostro ambiente di vita familiare che non avevamo mai notato prima, neanche dopo anni.</P>
<P>Questo rende evidente che, se è vero che il viaggio aiuta a risvegliare l’attenzione, l’interesse, l’apertura, la meraviglia – anche se in sé non è sufficiente, perché è il nostro atteggiamento con cui lo affrontiamo che sancisce la differenza – il vero elemento discriminante è l’approccio interiore con cui lo affrontiamo.</P>
<P>E quest’ultimo riguarda solo noi, siamo gli unici a detenere un potere su di esso e come tale lo possiamo ricreare ovunque ci troviamo, di fronte a qualsivoglia oggetto, persona, situazione, persino nella nostra quotidianità, che erroneamente ci sembra già così nota e uguale a se stessa.</P>
<P>E allora se lavoreremo sul nostro sguardo interiore ogni istante ci apparirà una nuova meravigliosa scoperta, all’interno di un viaggio chiamato vita. Senza dover andare chissà dove, né fare chissà cosa o con chissà chi. </P>]]>
</content>
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<title><![CDATA[Cosa ci sta insegnando la crisi?]]></title>
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<created>2012-7-4T9:57:1+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>I momenti di difficoltà quali strumenti per la riscoperta di valori, potenzialità, e virtù interiori</STRONG></P>
<P>Sempre più numerose e frequenti sono le situazioni di persone che faticano ad arrivare economicamente alla fine del mese. I soldi finiscono già cinque, sette, dieci giorni prima. E così s’intaccano i risparmi, con tanta fatica, sacrificio e parsimonia accumulati negl’anni.</P>
<P>Quelli che, almeno nelle intenzioni, avrebbero dovuto garantire una vecchiaia serena e libera da preoccupazioni, quantomeno sul piano finanziario. E poi c’è chi i risparmi, per impossibilità o imprevidenza, non li ha mai avuti, e si trova costretto a compiere tagli e rinunce, che sembrano non avere mai fine e non bastare mai.</P>
<P>E, peggio ancora, forse, c’è anche chi un’entrata economica l’ha persa del tutto, a causa dei sempre più ricorrenti tagli al personale che le aziende stanno attuando in questi ultimi periodi. E qui non ci sono mezze vie.</P>
<P>La sensazione di minaccia alla propria sopravvivenza è portata clamorosamente alla luce.</P>
<P>Come mi nutro oggi? Come scaldo (o raffreddo) la casa? Come pago il pediatra, la scuola, i libri ai miei figli? Con quale mezzo mi muovo in città per sbrigare le mie faccende quotidiane? Questi sono alcuni dei dubbi fondamentali che per primi emergono.</P>
<P>La sensazione è di essere tornati ai tempi di guerra, in cui si viveva alla giornata, e l’obiettivo principale era la salvaguardia della propria incolumità e la lotta, momento per momento, per la propria sopravvivenza.</P>
<P>E allora anche oggi si cerca il colpevole, il responsabile, ce la si prende col sistema, crescono invidie e gelosie, si perpetrano piccoli e grandi sotterfugi, oppure si perde la fiducia, non si cerca più, ci si arrende, ci si avviluppa su se stessi e le giornate scorrono tra un pasto alla mensa sociale, la ricerca di un abito dismesso, e molte pennichelle sul divano di casa (ammesso che almeno questa sia rimasta).</P>
<P>In tutta questa abulia interiore la cura di sé diviene un miraggio impronunciabile, il rispetto si è smarrito coi soldi, che non si vedono più da mesi, se non da anni. Come se si avesse fatto proprio anche nell’intimo la logica economicistica imperante che prescrive che si vale quanto si produce e si guadagna.</P>
<P>Tutto il resto non è neppure concepibile.</P>
<P>Eppure non a tutti accade questo.</P>
<P>Anni fa, gli psicologi che osservavano i sopravvissuti ai campi di concentramento, presero a prestito dalla ingegneria il termine ‘resilienza’, per indicare la capacità di resistere incolumi alle sollecitudini e agli urti.</P>
<P>Le circostanze esterne continuamente ci chiamano in causa, ci provocano, ci interrogano, ci stimolano, minano il nostro status quo rispetto al quale siamo chiamati a prendere posizione, ed eventuale agire concretamente per ristabilire l’equilibrio.</P>
<P>E’ un dato di fatto: la vita è un continuo processo, un’alternanza di stasi e quiete, alti e bassi, giorni e notti. Non tenere conto di questo mina l’essenza stessa della vita.</P>
<P>Le stimolazioni possono essere differenti per ciascuno di noi, ma anche laddove possono essere molto simili, quel che può essere assai diverso è il modo di reagire e quel che ne sta alla base, ossia la disposizione interiore con cui si vivono e si affrontano.</P>
<P>A ciascuno la vita propone scene commisurate alle proprie possibilità e in linea con le sfide evolutive che è chiamato ad affrontare su un piano esistenziale. Ha poco senso monitorare, criticare, giudicare, invidiare o temere le esistenze altrui.</P>
<P>La vita – e con essa tutto ciò che accade – non è buona né cattiva, giusta né ingiusta, ma segue le sue finalità a cui ciascuno di noi è vocato a piegarsi e rispondere. </P>
<P>Si tratta di un processo in cui ogni singolo è chiamato in causa, e lo può e lo deve fare per se stesso, non per chi gli sta intorno.</P>
<P>E’ un cammino che conduce all’assunzione di responsabilità, e all’interno di esso, alla espressione di sé e alla libertà. In tale percorso due aspetti risultano fondamentali e in molti momenti intrecciati: la cura (intesa come avere a cuore) di sé e la cura dell’altro.</P>
<P>Solo quando ci si è allenati a sufficienza per prendersi cura di sé, amarsi, comprendersi, accettarsi, rispettarsi, si può fare altrettanto con l’altro e, più in generale, con la vita e tutte le sue manifestazioni.</P>
<P>Nel concreto significa sapersi porre le questioni fondamentali: <STRONG>cosa posso imparare da questa situazione?</STRONG> C’è qualcosa che posso fare per cambiarla oppure devo limitarmi ad accettarla per quello che è? Cosa posso fare per l’altro? In che cosa posso mettermi a disposizione?</P>
<P>Sempre più persone stanno facendo tesoro in termini evolutivi di quello che stanno vivendo e, in particolare, di tali ristrettezze economiche.</P>
<P>Il recupero di valori dismessi, una ridefinizione di esigenze e priorità, il ritorno all’essenziale, la coltivazione di affetti e relazioni, il godere delle piccole cose, il vivere con fiducia e serenità giorno per giorno, senza preoccuparsi per il domani, né rimpiangere lo ieri, il volontariato, la generosità e tutto ciò che attiene ad una dimensione interiore non quantificabile, ma soprattutto inalienabile.</P>
<P>Se è vero che ci sono molti individui che reagiscono alle sfide contemporanee con sfiducia, paura, rabbia, chiusura, depressione, ansia, è altrettanto vero che ce ne sono molti altri che stanno assumendo l’atteggiamento opposto.</P>
<P>L’entrare in contatto con queste ultimi consente di percepire una serenità nel profondo ed una fiducia razionalmente non esplicabile, ma che può fungere da modello per ciascuno di noi.</P>
<P>Perché il mondo, la vita, sono prima di tutto frutto di una interpretazione soggettiva. E in questa ciascuno vanta un potere decisionale inalienabile. E anche la salute psicofisica personale, e di riflesso ambientale, ne risulta ampiamente beneficiata. </P>]]>
</content>
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<title><![CDATA[Essere speciali, nel non essere speciali]]></title>
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<created>2012-5-17T9:50:15+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Viviamo costantemente nella convinzione d’essere speciali. Un po’ più buoni, un po’ più bravi, un po’ più belli, un po’ più abili di tutti gl’altri nel dire, fare, pensare, essere. </STRONG></P>
<P>E commisuriamo tutto ciò che osserviamo intorno al nostro metro interiore, credendo che sia l’unico, il migliore, il più giusto possibile. </P>
<P>Trascorriamo intere giornate, mesi, anni a consolidare i nostri punti di vista, costruiamo storie, racconti, argomentazioni in grado di giustificare e sostenere le nostre prospettive. </P>
<P>Ci immedesimiamo a tal punto in tutto ciò da crederci così profondamente fino ad avere la sensazione che questo sia intrinsecamente costitutivo di noi e che eventuali disaccordi altrui fanno sentire minacciata la nostra stessa sopravvivenza.</P>
<P>In realtà, cosa è tutto ciò se non la massima espressione dell’ego? Una manifestazione aulica, raffinata, devota di se stessi a se stessi, di un mondo che si autocelebra, in cui trova giustificazione, senso e finalità ultima, ma che poi non riesce a dare ragione definitiva di se stesso e che è votato, prima o poi, ad esplodere su di sé, quando l’incontro con la realtà si fa’ stridente e ineludibile. </P>
<P>Prima o poi arriva un giorno in cui la vita ci pone con le spalle al muro e ci obbliga a vedere le cose per quelle che sono, indipendentemente da come ci ostiniamo a interpretarle e credere che siano.</P>
<P>Le nostre interpretazioni della realtà a cominciare da noi stessi, possono essere così statiche e calcificate da imprigionare se stessi, la propria espressione ed evoluzione, costringendo alla prigionia che ruoli, funzioni, alla lunga, possono indurre.</P>
<P>Prendiamo l’esempio di una persona affetta da una malattia cronica o un’invalidità.</P>
<P>Anche se all’inizio può avere lottato, essersi ribellata contro tale condizione, nel tempo tende a crearsi una nuova immagine, in cui si finisce col languire: la persona menomata, bisognosa, vittima, a cui la vita ha fatto un torto ingiustificato.</P>
<P>Rispetto a ciò scatta, più o meno inconsciamente, la pretesa del risarcimento, da parte della vita stessa e di tutti coloro che stanno intorno. Che non reclama più solo di trovare un posto privilegiato nei parcheggi, non fare la fila in alcuni uffici pubblici, godere di agevolazioni economiche, ma anche di ricevere affetti, sguardi, parole in grado di compensare il dolore, la rabbia latente e alimentare al contempo quel sottile compiacimento di una vendetta che pare destinata all’eternità. E’ il caso limite, portato all’estremo, di come a volte arriviamo a crederci speciali e meritevoli di ogni forma di attenzione e privilegio.</P>
<P>Il medesimo meccanismo s’innesca anche in chi tra noi ha vissuto dolori e sofferenze, nel passato.</P>
<P>Sebbene tutto questo, inteso come fatto puntuale, si sia concluso da tempo, in realtà la rimuginazione interiore e l’immagine di vittima che ci creiamo resistono e continuano a nutrire una vita immersa nel rammarico, nella nostalgia, nell’acredine, in quelle sottili vendette e ripicche che sembrano non sortire mai una soddisfazione finale.</P>
<P>Da dove nasce questa tendenza a mettersi al centro e a cristallizzarsi nei propri ruoli, immagini, funzioni?</P>
<P>Fin da piccoli vengono alimentate in noi tali illusioni da parte di chi sta intorno, che contribuiscono a confermare e consolidare l’innato senso di onnipotenza e omniscenza di ogni bimbo che, in termini d’immagine, tendono a persistere, più o meno, anche quando diventiamo adulti.</P>
<P>L’identità che via via si va costruendo, che ci piaccia o meno ampiamente, che arrechi benessere o meno, risulta ogni giorno sempre più familiare. Si cerca e si trova tutto ciò che possa contribuire a confermarla, mentre si allontana tutto quel che potrebbe minacciarne la sopravvivenza.</P>
<P>Tracciamo limiti, barriere, steccati, atti a difendere noi stessi, senza renderci conto che ogni virgulto necessita di acqua, aria, luce piena per poter germogliare ed esprimere al meglio il proprio potenziale. </P>
<P>Si tratta di un germoglio come tanti altri, ma speciale, nella sua ordinarietà.</P>
<P>Quando ci rendiamo conto che il nostro essere speciali deriva proprio dal fatto di non esserlo, forse possiamo imparare a guardare con meno diffidenza il mondo e a trattare con più elasticità e morbidezza noi stessi. Con l’intima consapevolezza che, in realtà, non c’è nulla da difendere o proteggere, ma tutto da offrire, donare, condividere. </P>
<P>&nbsp;</P>]]>
</content>
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<issued>2012-5-17T9:50:15+01:00</issued>
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<title><![CDATA[Sei quel che sei, fai quel che puoi]]></title>
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<created>2011-9-5T8:2:8+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>La maggior parte di noi nasce e cresce con l’idea di dover evolvere, cambiare, maturare, modificare se stesso secondo un modello trasmesso socialmente, culturalmente e/o familiarmente</STRONG>. Per anni pensa, parla, agisce in funzione di tale obiettivo, spesso finendo col perdere di vista la propria reale natura.Vigono modelli, usi, consuetudini approvati ampiamente a cui si è chiamati ad assuefarsi, pena l’additamento, il giudizio, l’emarginazione, l’esclusione sociale. E dato che nessun uomo è un’isola, questo può fare molto male.</P>
<P>Per cui si è disposti a tutto per uniformarsi. Anche se ciò comporta sempre un prezzo da pagare, che talvolta può essere molto elevato. Presto o tardi, attiva un giorno in cui la vita ci obbliga a metterci di fronte a noi stessi, a guardarsi allo specchio e l’operazione ci è talmente poco consueta che stentiamo a riconoscerci. Ci siamo resi complici di una pagliacciata, di una mascherata in cui i primi ad ingannarci siamo stati noi stessi. E dietro quell’ampia coltre di abiti e suppellettili di cui ci siamo agghindati certe volte siamo proprio buffi. Essere quel che si è, semplicemente se stessi. Facile a dirsi, ma un po’ meno a farsi.</P>
<P>Quanti timori, imbarazzi, disagi, sensi di colpa ci troviamo a fronteggiare. Quanto coraggio ci vuole per imparare a veder le cose per quelle che sono, a cominciare da se stessi, ci vuole. La cosa più straordinaria è che quando siamo riusciti a compiere questo una, o più volte, dopo lo smarrimento iniziale dato dal trovarsi di fronte ad un perfetto estraneo, è che ci cominciamo a prendere gusto. La curiosità ci avvolge e ci conduce per mano alla scoperta di un mondo che abbiamo avuto sempre a disposizione, ma che per troppo tempo abbiamo trascurato e snobbato. E che meraviglia, a quel punto, si dischiude.</P>
<P>Quante risorse, potenzialità, semi pronti a germogliare, una volta portati alla luce e debitamente irrigati. E anche quei tanto temuti limiti diventano punti d’inestimabile forza una volta riconosciuti e rispettati. Essere semplicemente quel che si è, a quel punto, si chiarisce ogni giorno di più e soprattutto scaturisce nel modo più naturale e leggero possibile, sgravato da quella lunghissima serie di vincoli, divieti, timori, convenzioni, tabù da cui ci si era lasciati schiavizzare. </P>
<P>Che liberazione non doversi più conformare a pretese illusorie di regole assolute nel tempo e nello spazio, quel giusto-ingiusto, bene-male, buono-cattivo, che tanti sensi di colpa, rimorsi, rimpianti ha alimentato nel tempo. E dall’essere al fare il passo è breve.Risulta profondamente naturale declinare la propria natura più intima e profonda nel fare, nel concretizzare, nel plasmare se stessi e il mondo a immagine e somiglianza di quella essenza trascendente che in questa dimensione di materializza nel tempo e nello spazio. A quel punto ci rendiamo conto che la nostra missione esistenziale ultima è manifestare quel che siamo e aiutare gl’altri a fare altrettanto. E’ andare al di là del tempo e dello spazio, delle consuetudini e delle abitudini, per trovarci a dimorare in una dimensione dalle infinite possibilità. E’ comprendere che non esiste modello ideale da imitare, che sia un santo, un dio, un attore, un cantante, un calciatore e che tutto quel che serve per essere se stessi è già dentro ciascuno di noi.</P>
<P>Una sorta di serbatoio universale a cui ogni individuo attinge e declina in modo del tutto personale. E’ sentire che non esiste cambiamento da compiere, luogo ove andare, pellegrinaggio da compiere, guru da imitare, perché è già tutto dentro di noi e sempre lo è stato.</P>
<P>E’ il potersi alzare la mattina con l’auspicio di potersi donare al mondo, nel proprio essere e fare, e coricarsi la sera con quella serenità di fondo di avere fatto tutto il possibile, momento per momento, con gli strumenti disponibili. E che domani, se ci sarà, sarà un altro giorno.</P>]]>
</content>
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<issued>2011-9-5T8:2:8+01:00</issued>
<modified>2011-9-5T8:2:8+01:00</modified>
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<title><![CDATA[Le donne che diventano bambole gonfiabili]]></title>
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<created>2011-5-2T8:2:20+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Seduta in una caffetteria sento-pur non volendo perché ero in scrittura di un nuovo articolo. Dicevo,sento questa conversazione tra due amiche che parlavano di protesi corporee. Parlavano del loro corpo come se fosse un pupazzo da modellare,da riempire tutto di silicone</STRONG>. Un pupazzo perfetto con il chirurgo più di grido. I prezzi di cui parlavano per queste protesi erano assolutamente esosi,ma nulla ferma le donne che vogliono modellare il loro corpo. Diventare un’altra immagine in realtà, si risulta trasformati. Parecchie donne a lavoro finito - raccontavano le due donne in caffetteria-poi talvolta restavano deluse per bocche troppo gonfiate che davano l’idea di finto o per visi tirati per nascondere fino anche l’ultima rughetta appena pronunciata che si vede ancora:insomma reclamano anche per questi lavori di protesi e tiraggio fatti male.</P>
<P>In realtà diventano un’altra immagine, interviene in molti casi una vera e proprio disgregazione anche interiore oltre che estetica. Bisogna fare i conti col proprio Io, spappolato da un corpo che guardato allo specchio non coincide affatto con quello di prima. Si lamentavano queste due donne di un seno sesta misura che sembrava finto,ma che oramai non si poteva ricambiare. Questo seno così prorompente crea una persona diversa. Sento raccontare all’amica che non sa quasi che abbigliamento usare per uscire. Ora veste più di nero,più accollata,insomma il silicone sembra davvero sia stato un vero flop. C’è davvero un’atleta americana, Jana Pittman di 27 anni che si vedeva forse troppo muscolosa, troppo piatta,senza nessun senso distintivo. Lei afferma che quel silicone in più aiuterebbe ad essere(crede lei)meno superficiale, meno anonima.</P>
<P>Non ci si rende conto che è- in realtà - il contrario. Perchè diventare una bambolotta gonfiabile con zigomi, labbra e seno pieno di silicone? Molte povere attrici del passato&nbsp; sono coperte totalmente da sostanze per gonfiare-tremo per loro. Sono diventate statuine senza una identità.</P>
<P>Il discorso qui fa la sua parte davvero. Dov’è l’anima di chi c’era dentro prima? In realtà molte donne hanno il coraggio di dirlo poi, altre donne si nascondono ma poi labbra ipergonfiate e seni da sesta misura parlano da soli. Si vergognano nel dirlo. In realtà il bisturi collega le imperfezioni,però pensateci ci ruba il nostro vero Io o no?</P>
<P>Infine scopriamo poi&nbsp; che agli uomini queste barbie imbellettate e scombinate non piacciono. Sono senza una identità. Agli uomini piacciono le donne col loro seno, gli piacciono anche le loro imperfezioni, i difetti. Gli piace anche quella rughetta che si intravede e sta per diventare ruga vera. Perchè comunque anche così la donna è sempre molto misteriosa. Rughe e silicone…… addio! Ma questo è un parere del tutto personale,ovviamente.</P>
<P>Nei racconti di psicoterapeuti – talvolta - si leggono storie dall'aria assurda, donne che raccontano al proprio terapeuta di voler fare un intervento di protesi al seno per poi, dopo averlo fatto, lamentarsi dell'enormità corporea a cui sono arrivate. Donne in carne che non sanno più come vestirsi. Donne spessissimo rifiutate dagli uomini proprio per queste spropositate dimensioni. In una signora, conoscente di vecchia data, fu alienato il senso del proprio Io,ma chi sono....non mi riconosco più, la mia identità vera....ma quale è? Il proprio Io risulta fortemente disgregato, spappolato dalle proprie vanità un po' ignoranti del sentito dire e di altro ancora. Insomma questa signora 47enne si ritrova a parlare al proprio terapeuta di come poter fare ora ad accettarsi,si sente sgretolata, i figli la canzonano in casa, il marito imbestialito di un intervento di cui nemmeno sapeva. Questa persona si ritrova a fare i conti con la propria personalità,tra l'altro già disturbata dagli esordi di un disturbo bipolare.Il&nbsp; suo terapeuta la invia ad un day hospital psichiatrico. L'accettano quasi immediatamente e la inseriscono all'interno di una serie di colloqui di base. La signora con un bipolarismo non ancora “scoperto”, lì....proprio in sede psichiatrica, viene fuori col suddetto disturbo in maniera eclatante. Il disturbo bipolare è già tra i disturbi più subdoli nel venire a galla,in lei ancora più subdolo. Alle sue smanie era spesso dato un generico nome di nevrosi o del vecchio esaurimento nervoso. In realtà solo lì,dopo colloqui e colloqui, la signora risultò affetta da un duplice disturbo, bipolarismo ed ance atrofia di una zona cerebrare, dell'arteria cerebrale anteriore.Quindi disturbo bipolare in piena regola. Venne messa subito in cura con farmaci ovviamente psichiatrici,ma il danno dell' ipergonfiabile era già stato fatto e la segnava di continuo con malumori e distruzione di oggetti in day hospital quando veniva contraddetta a malappena sul suo ipergonfiabile. Diventò una vita d'inferno, questa conoscente era già anche nota per le sue stravaganze ed un disturbo bipolare dietro le fila della sua vita davvero non ci voleva.</P>
<P>Voleva tornare indietro, riessere come era.Credo non potesse essere più possibile, aveva subito anche forti dosaggi ormonali che si scontravano per certi versi con i dosaggi psichiatrici ora in atto. Quando cominciò a spaccare mezza casa, a distruggere oggetti, a colpire il marito con bottigliette di plastica in maniera molto violenta ci si rese conto che la patologia stava andando in una escalation non più prevedibile. Fu inserita in reparto psichiatrico d'urgenza, si ridusse ad una larva di donna. Da quel suo seno rifatto partì tutta la sua follia, forse un bene se si pensa che dietro la sua vita si celava una patologia psichiatrica piuttosto sostanziosa.</P>
<P>Ebbi notizia che dopo parecchi mesi le fu trovato un chirurgo in grado di.....”sgonfiare” questo seno rifatto.Lei insisteva sulla impellente necessità di questo intervento. Difatti lo era,per una persona con tale patologia. A sgonfiamento avvenuto anche la sua patologia,sempre in atto, pote' essere curata al meglio pur con i sempre presenti segni di atrofia locale cerebrale nella zona prima menzionata. L'umore migliorò ma ci vollero diversi anni prima che tutto rientrasse in”certi canoni”.</P>
<P>Quindi, non rifatevi, è <STRONG>un piccolo urlo d'assalto da parte mia.</STRONG> Di certo siete migliori con le vostre imperfezioni ed i difetti che anche i vostri uomini apprezzano di più. Basta a queste Barbie davvero in forma perfetta. Il mito dell'imperfetto dovrebbe essere la chiave di tutto. La stessa Gina Lollobrigida che ogni tanto vedo passare per la coin della mia città è una figura gonfia,magra,devastata da interventi in cui nemmeno gli occhi quasi le si vedono più. Si vedono solo le strisce fatte anche male di rimmel ed eye liner. Perciò....pensateci bene!</P>]]>
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<title><![CDATA[Ascolta le persone, vai oltre il tuo ombelico]]></title>
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<created>2011-4-18T8:7:24+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>La maggior parte di noi trascorre gran parte della sua giornata chiusa in se stessa</STRONG>. <STRONG>Ciascuno a rincorrere il suo piccolo mondo, le sue piccole, grandi mansioni, scadenze, obiettivi, e presunti problemi</STRONG>. Mentre il mondo dell’altro resta ai propri occhi per lo più un mistero, o, al limite, uno scomodo impedimento sul cammino personale.</P>
<P>E così, nella chiusura, non ci rendiamo conto che tutti siamo nella stessa barca, ciascuno con le proprie gioie, i propri dolori, le proprie ansie, le proprie paure, i propri tormenti, i desideri, le aspettative, le aspirazioni, le ambizioni. Ci crediamo sempre un po’ più degl’altri, un poco più in alto, con diritti vagamente speciali, che ci consentono di viaggiare sempre sulla corsia preferenziale, dettando norme e regole e pretendendo che gl’altri e la vita sottostiano al nostro volere. Quando poi, in realtà, la vita segue il suo corso e anche chi ci sta intorno incede lungo il suo percorso, in ampia parte indipendente e differente dal nostro. Smentendoci e contrastandoci, indirettamente, di continuo.</P>
<P>Delineo un paio di esempi concreti.</P>
<P>Ero in attesa dell’apertura di un ufficio pubblico della mia città. C’era un’anziana signora intirizzita ad aspettare di fronte alla porta. Mi guarda e, di fronte al mio sguardo ricambiato, coglie immediatamente l’occasione per iniziare a parlare.</P>
<P>L’ascolto, e, con estrema spontaneità comincia a raccontarsi, minuto, dopo minuto. Narra di sé, della sua famiglia, del lutto recente che l’ha colpita. Osservo il suo portamento dignitoso, il corpo contratto dal freddo, avvolto in un lungo cappotto nero, dall’imbottitura sintetica. Lamenta che vorrebbe entrare, scaldarsi un po’, che gli addetti allo sportello dovrebbero aprire un po’ prima, che i suoi piedi sono ghiacciati, che ha pochi soldi e che fare quadrare il bilancio, ora che è rimasta sola, le risulta ancora più arduo.</P>
<P>Quando ascoltiamo veramente una persona, quando le dimostriamo, anche solo con uno sguardo, che siamo lì con lei, immancabilmente accade un miracolo. Un’anima che si svela all’altra, dietro un corpo che solo all’apparenza differenzia un individuo da un altro. Sotto sotto, siamo tutti profondamente e intimamente identici, animati dalla medesima natura che quando si può svelare manifesta la sua bellezza e magnificenza, che ci lascia senza parole.</P>
<P>Quando riusciamo ad andare oltre il nostro ombelico, ci accorgiamo che non siamo gl’unici ad avere freddo, ad essere stanchi di un’attesa che pare interminabile, ad essere preoccupati per l’esito della nostra pratica, a sapere che a casa, magari, non ci aspetta nessuno. Ma che, nonostante questo, quando decidiamo di esserci, di svelarci, di metterci in gioco, di partecipare pienamente alla vita, il freddo, la stanchezza, lo scoramento, il timore, la solitudine sono vissuti propri, ma anche altrui e viceversa.</P>
<P>Siamo noi e solo noi che decidiamo di vivere nell’isolamento, di confinarci nel nostro ristretto mondo, e di perdere la ricchezza che l’apertura e la condivisione ci riservano. Oppure, all’opposto, abbiamo la possibilità di aprirci, svelarci, e correre il rischio di vivere in un alleggerimento che deriva dalla condivisione dei pesi, delle tribolazioni, così come delle gioie con gl’altri.</P>
<P>Secondo esempio.</P>
<P>Mi trovo di fronte alla responsabile dello sportello dell’ufficio pubblico in questione. Mi siedo, con calma, respiro, la osservo con discrezione, senza invadenza. La vedo indaffarata, tra pile di fogli e cartelline, mentre distrattamente mi dice che sarebbe arrivata a breve. Mi appare appesantita, non solo nel corpo, ma anche nell’animo. Ha un aspetto ben curato, truccata a puntino, con una messa in piega fresca e un colore biondo brillante, come appena fatto. Mentre cerca di sbrigare la mia pratica viene interrotta tre volte dal telefono, e un paio di volte estromessa dal sistema operativo che va in errore e la costringe a dover ricominciare tutto l’iter da capo.</P>
<P>Nel frattempo, si affaccia ripetutamente alla porta l’utente successivo a me, per verificare a che punto sono i lavori. Ad un tratto pare arrendersi, vinto dall’attesa protratta, e si va a sedere su una delle sedie in plastica rossa nell’ampio locale d’ingresso.</P>
<P>La signora addetta allo sportello si lamenta più volte del disordine delle colleghe nell’archiviare le pratiche, che la obbliga ad un surplus di lavoro e a prolungare i tempi d’attesa dei clienti. La vedo molto dedita al suo lavoro, precisa, puntuale, affidabile. Si vede che sta facendo del suo meglio. E’ molto cortese e gentile nel suo porsi, esaustiva nelle sue risposte e accurata nello svolgere le procedure.</P>
<P>Mi viene spontaneo commentare alcune sue azioni con parole di apprezzamento. E altrettanto spontaneamente fluisce un tocco di ironia che contribuisce a smorzare la lieve tensione che avverto sul suo volto e farle accennare un sorriso che l’alleggerisce.</P>
<P>Ancora una volta, l’eccesso di attenzione per noi stessi, i nostri tempi, i ritmi, inducono un clima di pretesa, attesa, aspettativa costante. E impediscono di vedere l’altro, con i suoi disagi, imbarazzi, tensioni, al pari, se non più di noi.</P>]]>
</content>
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<title><![CDATA[Cronache di suicidio e come si arriva al suicidio]]></title>
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<created>2011-2-21T7:50:55+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P align=left><STRONG>Le condotte imitative sono le più&nbsp; perverse all’interno delle esperienze suicide.</STRONG></P>
<P align=left>Ci si chiede quanto sia positivo o rischioso parlarne o no. Quasi sempre la cronaca sui giornali dà estremo risalto a notizie sconvolgenti riportanti cronache di suicidio. In passato vi fu una sorta di “epidemia di suicidi”, ricordiamo in particolare un periodo di circa una decina di anni fa. I giornali proponevano, addirittura con estrema dovizia di particolari, gli aspetti più “tecnici” degli episodi. Furono, in qualche modo, ritenuti responsabili i notiziari televisivi, giornali, ecc.ecc. dando notizie sui suicidi. Si innescò, infatti, un processo drammatico di fenomeni di imitazione.</P>
<P align=left>Da ricerche condotte da psichiatri americani risultò, però, che in periodi in cui vi fu uno sciopero prolungato dei tipografi, le cose – tutto sommato – non cambiarono in modo rilevante. Questo bastava ad escludere l’influenza delle cronache giornalistiche sulle condotte suicidarie della popolazione. Ma tutto ciò può anche essere visto in un’ottica molto affrettata. Ad esempio si notò come i comportamenti imitativi si verificavano prevalentemente nei casi in cui il suicidio, di cui veniva riportata la notizia, riguardava una persona famosa.</P>
<P align=left>Quando il suicidio era sconosciuto al grande pubblico non si avevano mosse eclatanti nei tassi di suicidio: Marylyn Monroe, anche col suo suicidio, scatenò fascino e grosso impatto aumentando notevolmente ed incrementando – nei giorni successivi – i tassi di suicidio. Si può concludere dicendo che la comparsa di cronache di suicidio crea un aumento di condotte suicidarie.</P>
<P align=left>Certamente ci sono molte condotte psicologiche che influenzano tali attegiamenti, che vanno dall’interazione delle informazioni con la personalità del paziente suicida alla sua stessa interpretazione delle cronache. In altri termini, è probabile che i soggetti a rischio di suicidio, vengano spinti ad emulare le modalità di esecuzione del gesto suggerite dalle immagini televisive.</P>
<P align=left>Quando i soggetti si identificano fortemente col protagonista della cronaca, ciò crea un incremento di tono dell’umore negativo, dimostrando di essere più influenzati dalla notizia. E’ importante così il grado di identificazione del soggetto con la vittima del suicidio.</P>
<P align=left>E’ importante che la cronaca non incoraggi una sorta di normalità delle condotte suicidarie. I giornalisti devono essere consapevoli dei potenziali rischi di cronache che potrebbero portare a condotte autodistruttive.</P>
<P align=left>Ora ci fermiamo un attimo, invece, su quello che è il “ Suicidio guidato”. Qui da noi questa pratica non esiste e credo solo pochissime persone sappiano che esistono dei posti che portano, guidano i pazienti secondo mirati canoni,al “suicidio guidato”.Io lo ho scoperto solo qualche giorno fa seguendo un film al cinema dal titolo “Kill me Please”.</P>
<P align=left>Esiste una clinica sulle montagne svizzere specializzata nell'assistere medicalmente coloro che volontariamente scelgono di porre fine alle loro sofferenze: immersi nelle isolate montagne dove è collocata la struttura, i pazienti pianificano la loro morte ed hanno diritto all'esaudimento di un ultimo desiderio. C'è una vera equipe di infermieri ed uno psicologo che si occupano di tutti i trattamenti della clinica, dalla normalità dei pasti sino al giorno, momento ed ora in cui il paziente decide di finire la propria vita.Un esempio: un individuo sceglie di morire con goccine di un certo farmaco ad attività veloce che nel giro di tre minuti portano ad una morte direi istantanea. Il soggetto pensa ancora qualche attimo, poi beve il contenuto del bicchiere e non esiste più. La clinica si occuperà anche di tutto il dopo, vestiario, addobbi funebri,una macchina che porterà lo scomparso al cimitero. Visto dall'alto della sua finestra lo psicologo,il dottor Kruger segue la scena, come una normale sequenza,un'attività già ben predisposta. E' lui che segue i potenziali suicidi nei vari colloqui clinici,è neutrale alle loro indicazioni,non ha il compito di scegliere per loro,ma di ascoltare e di seguirli in un cammino che possa essere indolore ed il più vicino alle loro aspirazioni di morte. Il dottor Kruger è un medico all'avanguardia: restituire dignità al suicidio! L'attività però di questo dottor Kruger ha scatenato, intanto,i dissapori degli abitanti delle contee circostanti e ben presto la quiete irreale in cui sembra sommersa la”casa di cura”potrebbe essere compromessa,come sottolineano le recensioni sul film. E' una cosa nuova ,particolare ed innovativa e molta gente, di conseguenza, non la ritiene un medicamento normale. Il film, andatelo a vedere, a parer mio è dissacrante e divertente, caratterizzato da un umorismo nero particolarmente graffiante.</P>
<P align=left>“KILL ME PLEASE” nasconde sotto alla spessa coltre di irriverenza,come può sembrare forse a tratti, una riflessione ben più seria sull'uomo e la contemporaneità, là dove il desiderio di fuga dai canoni della società trova la propria realizzazione nella natura mortale dell'essere umano. Il film è girato in un bianco e nero glaciale, con una regia rigorosa e sofisticata. La sceneggiatura è di Olias Barco che analizza la degenerazione di un sogno trasformatosi in incubo sottolineando gli aspetti più assurdi e contradditori dell'agire umano. Il film attraverso il “ campione” dei pazienti della clinica del dottor Kruger&nbsp; tratteggia il ritratto spietato di una società ormai imperniata sulla mercificazione ed alla corsa al soddisfacimento delle proprie smanie: i protagonisti sono spesso tracotanti, superficiali e sprovveduti.....e per questo profondamente umani.</P>
<P align=left>In Svizzera il “suicidio assistito” è una realtà presente sul territorio già da qualche anno. Olias Barco, regista del film, infatti per disegnare le caratteristiche della clinica del dottor Kruger si è ispirato ad una struttura realmente esistente nei dintorni di Zurigo: la “ Dignitas”.</P>
<P align=left>Attiva dalla fine degli anni '90, l'associazione garantisce la propria assistenza&nbsp; a pazienti affetti da gravi malattie incurabili senza discriminazioni di nazionalità: stando ai dati resi noti dalla stessa organizzazione nel maggio 2010, nel corso dei primi dodici anni di attività 1060 persone sono state aiutate nel porre fine alla propria esistenza.</P>
<P align=left>Su questa seconda parte di articolo dedicato al suicidio guidato ci sarebbe anche molto di cui parlare. Di certo la Svizzera è,come altri paesi, un paese all'avanguardia, già per altre cose, aggiungiamoci poi queste postille di cronaca che magari spesso sono sconosciute ai più e spesso vengono fuori solo con la risonanza di un film. Personalmente mi sembra un bell'esempio di civiltà quello dato dal dottor Kruger: vuoi suicidarti? Ti aiuto in questo percorso,anche di colloqui clinici ovviamente,che facciamo insieme. Il paziente non è più solo di fronte all'ombra del suicidio,c'è un terapeuta ben temprato col quale egli raggiunge ed arriva ad un percorso poi finale, ad una bara che esce dalla clinica “ Dignitas”, ad un carro funebre che procede. Si ridà dignità al suicidio, quando sappiamo che il suicidio inteso così volgarmente...di dignità ce ne ha davvero poca.</P>]]>
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<title><![CDATA[Ridateci un senso!]]></title>
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<created>2010-12-23T8:43:50+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Ridateci un senso, un senso a questo acquistare compulsivo, come se gli alimentari fossero chiusi per mesi</STRONG>, come se i nostri stomaci fossero digiuni da settimane, come se i nostri guardaroba fossero lande deserte, come se il bisogno di comunicare e condividere non potesse essere soddisfatto da alcuno strumento tecnologico che già abbondantemente correda la nostra vita.&nbsp;&nbsp;<STRONG>Chissà, forse c’è del vero in tutto ciò.</STRONG></P>
<P>Un grande vuoto interiore che neppure i cibi più prelibati, le luminarie più sfavillanti, gli abiti più di classe sono in grano di colmare. Anzi, più svuotano i portafogli, più questa desolazione interiore pare lievitare. E allora dateci un senso, qualcosa che resti qualche istante in più di una carta di credito che viene fatta scivolare lungo il lettore di banda magnetica, qualcosa che in modo un po’ più esauriente e soddisfacente sia in grado di dare risposta alle nostre inquietudini interiori.</P>
<P>Chissà se qualcuno ogni tanto si domanda come mai il numero più elevato di suicidi si perpetra proprio nei periodi di festa o in concomitanza con la chiusura di un anno e l’apertura del successivo. C’è anche chi non riesce a sopportare il peso di una farsa, di una mascherata in cui sfoggiare l’abito buono, il sorriso smagliante, la tavola meglio apparecchiata, il pacco dono più seducente.</P>
<P>E c’è anche chi non riesce a guardare negl’occhi chi al parcheggio chiede l’elemosina, o chi all’angolo del metrò cerca di rannicchiarsi tra cartoni e coperte logore, parco solo di un po’ di quiete e di riposo per un’esistenza che agl’occhi dei passanti semi distratti appare troppo umiliante e vergognosa per poter avere dignità di spazio e di tempo.</P>
<P>Contrasti stridenti fuori, intorno, così come, prima di tutto, dentro di noi.</P>
<P>Siamo proprio sicuri che quel che osserviamo fuori non sia specchio di quel che alberga nel nostro intimo? E che per lo più cerchiamo di non vedere, camuffandolo con abiti di scena sapientemente dosati per l’occorrenza.</P>
<P>E, allora, quel senso diviene fondamentale, vitale al punto da essere come l’ossigeno per i nostri polmoni.</P>
<P>La crisi sociale, economica, culturale, politica che stiamo attraversando pare che a molti di noi non stia insegnando granché.</P>
<P>Compro, dunque sono.</P>
<P>Appaio, dunque sono.</P>
<P>Sembra, invece, che stia accentuando lo spirito di competizione, la superficialità, il mettere la testa sotto la sabbia. L’importante è andare avanti. Così, ora, come prima. Magari i budget si riducono, ma le abitudini restano cementificate in un’anima messa a tacere. Magari facendo un’asettica elemosina tramite sms dal divano della propria dimora.</P>
<P>Però, se si osserva con un pizzico di maggiore attenzione, e, forse, se si comincia ad avviare un movimento interiore di cernita e di ricerca dell’essenziale, ecco che lo scenario inizia a mutare. D’improvviso ci si ritrova intorno una schiera di persone, costantemente in crescita, che questo senso lo trova altrove. Non più fuori, ma dentro. Non nell’apparenza, ma nella sostanza. Non nelle parole, ma nei fatti. Non nel ragionare, ma nel sentire. Non si tratta di marziani, ma persone, al pari di ciascun altro.</P>
<P>Non si tratta di asceti, ma di individui che amano, vivono, mangiano, bevono, condividono l’intimità con il partner, e, perché no, si dedicano anche allo shopping (ma non compulsivo).</P>
<P>Solo che in ogni loro manifestazione umana vi è un sottile, ma fermo filo conduttore che conferisce un senso al loro essere, esserci, agire. Ed è da questo che scaturisce il loro partecipare fisico e concreto alla vita nel mondo. Non viceversa.</P>
<P>E, allora, se questo senso non può essere conferito da qualcosa o qualcuno dall’esterno, ecco che forse questo può cominciare a sorgere da dentro. E manifestarsi fuori. E così anche una semplice cena, un piccolo pacco dono acquisisce una luce del tutto differente.</P>]]>
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<title><![CDATA[Giovani madri e depressione post-partum]]></title>
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<created>2010-12-13T8:9:4+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Sempre più numerose sono le madri che, subito dopo il parto, vivono sensazioni di tristezza e stati depressivi di vario tipo</STRONG>, anche se solo il 15% di esse rappresenta una reale condizione di depressione post–partum. "Una o due madri ogni mille, appartenenti a quel 15%, arriva anche ad uccidere il proprio neonato" – dice la D.ssa Ann Dunnewold, psicologa responsabile dell’ associazione Postpartum Support International, che si è interessata recentemente anche al caso della giovane donna di Houston ( Texas – Usa ) che ha ucciso i suoi cinque figli……". Il marito della donna – racconta la D.ssa Dunnewold - riferì alla polizia che la moglie era allora in trattamento psicologico e farmacologico per uno stato di depressione derivante dall’ ultimo parto affrontato poco tempo prima.".</P>
<P>Le donne che compiono questi crimini soffrono solitamente di un tipo particolarmente accentuato di depressione post–partum, che sfocia in uno stato psicotico solitamente denominato PSICOSI POST–PARTUM proprio per differenziare questa condizione estrema che si manifesta con una sintomatologia grave di tipo delirante e allucinatorio, con confusione mentale, ideazione persecutoria, etc, da quella relativamente meno intensa e pericolosa conosciuta, tradizionalmente, come lo stato depressivo che compare in alcuni casi dopo un parto."In questi casi gravi si possono avere comportamenti dettati da una forte componente di frustrazione soggettiva vissuta dalla madre, accompagnata da sentimenti di delusione rispetto ai familiari e sentimenti contrastanti verso il nascituro" – aggiunge il Dott. Chris Heath, docente di psichiatria presso la facoltà universitaria del Texas Medical Center di Dallas.".</P>
<P>La forma depressiva post–partum tradizionale – continua la Dunnewold si manifesta con diminuzione generalizzata del tono dell’ umore e apatia, spesso accompagnata da cambiamenti delle abitudini alimentari, del sonno, riduzione del desiderio sessuale, pensieri pessimistici che nei casi più gravi giungono ad idee suicidarie. Questo dura solitamente per circa un anno con intensità variabile, e spesso fino al momento dello svezzamento dal seno del neonato...".La depressione post–partum è una forma di sofferenza psichica ancora "sommersa", dice la Dunnewold, poiché si è soliti considerare nella nostra cultura il periodo della nascita dei figli come quello più eclatante della propria vita di donna. Di conseguenza molte donne appaiono restie a parlare delle proprie difficoltà psicologiche e delle proprie ansie e paure nell’ affrontare questo momento ed il rapporto col nascituro e, semplicemente, nascondono agli altri le proprie emozioni e preoccupazioni…</P>
<P>La terapia della depressioni p.p. è, solitamente, di tipo psicoterapeutico – farmacologico, dove all’ intervento psicoterapeutico propriamente detto si affiancano tecniche specifiche di controllo degli eventi stressanti, supportate all’occorrenza da adeguati farmaci antidepressivi."Negli Stati Uniti – aggiunge Jane Hanikman dell’ associazione Postpartum Support International – molte donne che hanno commesso delitti nell’ uccidere i propri bimbi sono in carcere". Continua dicendo che "queste donne sono in carcere perché si tende ancora a criminalizzare la malattia mentale. Ma le cose stanno lentamente cambiando anche qui – dice – e la malattia mentale è quindi invocata dagli avvocati della difesa nei casi in cui la madre sopprima il proprio bambino"!</P>]]>
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<title><![CDATA[Il travestitismo]]></title>
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<created>2010-9-27T7:41:7+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>“Durante un periodo di almeno 6 mesi, fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, riguardanti il travestitismo in un maschio eterosessuale”. Questa è la definizione che troviamo nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali della parafilia definita come “Feticismo di travestimento” che più semplicemente indica la necessità da parte di un uomo di indossare un indumento femminile per arrivare a raggiungere l’eccitazione sessuale. Alcuni indossano un singolo capo di abbigliamento femminile sotto i loro abiti maschili, altri si vestono interamente da donna. Un capo preferito di abbigliamento può diventare erotico in se stesso e può essere usato abitualmente prima nella masturbazione e poi nel rapporto sessuale. Quando non è travestito quest’uomo è di solito un maschio che passa inosservato, che non ha nessun comportamento o atteggiamento particolare. É un uomo eterosessuale, che ricerca, quindi partner di sesso opposto. Una caratteristica risiede nel fatto che quando è travestito di solito si masturba immaginando di essere sia il maschio soggetto che la femmina oggetto della sua fantasia sessuale.</P>
<P>Alcuni autori di orientamento psicoanalitico che si sono interessati a questa parafilia ritengono che <STRONG>travestendosi da donna il soggetto riesca a placare la propria angoscia di castrazione </STRONG>in quanto inconsciamente si rassicura che anche la donna possiede un pene.</P>
<P>L’apparenza femminile viene quindi utilizzata proprio per preservare la mascolinità, per questo non può essere considerata una disfunzione dell’identità di genere.</P>
<P>Il travestito coltiva uno straordinario spazio di illusione: riuscire a tenere insieme il desiderio di essere dipendente, vulnerabile, sottomesso, ottenendo nel frattempo conferma di essere ancora un maschio potente e dominante. Il suo obiettivo, come sottolinea la Salvo, è quello di negare la differenza tra i sessi o, meglio, di conservarli entrambi sulla propria persona.</P>
<P>Il travestitismo veniva praticato in molte società antiche e Ippocrate, per primo, lo etichettò come malattia. Il termine travestitismo, inteso come diagnosi medica, fu impiegato per la prima volta dal sessuologo tedesco Magnus Hirschfeld nel 1925. Egli ipotizzava nel travestitismo una condizione “intersessuale” ben distinta dall’omosessualità.</P>
<P>Qualche tempo prima (nel 1897) Haevelock Ellis aveva proposto, per indicare lo stesso fenomeno, il termine “eonismo”, dal nome del cavaliere d’Eon de Beaumont il quale, vissuto alla corte di Luigi XV, aveva l’abitudine di vestirsi da donna.</P>
<P>Attualmente si tende a usare anche cross-dressing, ovvero “inversione d’abbigliamento”, comprendendo in questo termine una serie però più ampia di comportamenti non necessariamente patologici. Il cross-dresser suggerisce una libera adozione degli abiti dell’altro sesso e, quindi, la scelta di uno stile di vita.</P>
<P>Secondo le stime della International Foundation for Gender Education, sei americani su cento sono cross-dresser. Uno degli aspetti più importanti del cross-dressing è come esso sfidi tradizionali nozioni di binarismo, mettendo in discussione le categorie di “femminile” e “maschile”, sia che le si consideri ontologiche sia costruite, biologiche o culturali. Ciò che contraddistingue il Feticismo dal Travestimento è la sua stretta connessione con l’eccitazione sessuale, l’indumento dell’altro sesso è necessario e indispensabile per raggiungere la piena soddisfazione sessuale.</P>
<P>Il piacere di travestirsi è una manifestazione assolutamente normale e comunissima a tutte le epoche e a tutte le culture. La più nota di tali ricorrenze è la mascherata del Carnevale. In questa occasione vengono facilmente trasgrediti molti tabù e regole sociali e succede spesso che gli uomini si vestano da donna e viceversa. Alcuni interpretano questi comportamenti come manifestazioni di omosessualità latente ma personalmente concordo con altri colleghi che sottolineano soprattutto il meccanismo dell’anonimia e leggono forti motivi onirici di seduzione dietro queste fantasie di ruoli.</P>
<P>Nel corso della storia le donne hanno adottato panni maschili per avere accesso all'istruzione e a posizioni socialmente e politicamente forti ma il vestirsi da maschio non riveste quel carattere compulsivo come nell’uomo e non risponde ad un proposito di soddisfazione erotica. Inoltre oggi come oggi alla donna è consentito normalmente di indossare abiti maschili in qualunque occasione e, quindi, risulterebbe difficile identificare dietro ad un atteggiamento comunemente accettato una perversione.</P>]]>
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<title><![CDATA[La rinascita]]></title>
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<created>2010-6-14T7:55:29+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><EM>Quando il lavoro fa morire la vecchia identità e consente il germogliare del nuovo.</EM></P>
<P>Era una mattina del novembre 2008, una delle tante, una di quelle un po’ uggiose, in cui le tenebre stentano a lasciare il posto alla luce, quando Pietro inizia la sua giornata a bordo del suo potente Suv, un macchinone nuovo di zecca, scintillante, con un odore pregnante ancora di nuovo nell’abitacolo, che s’attacca alle narici e all’abito gessato, rigorosamente stirato e firmato.</P>
<P>Quel senso di nausea e di soffocamento Pietro lo addebita proprio all’auto nuova. Nulla faceva presagire quel che sarebbe accaduto dopo. Quando l’auto si sarebbe ridotta in frantumi, quattro airbag si sarebbero gonfiati quasi all’unisono e la sua vita sarebbe stata radicalmente scossa.</P>
<P>“Nulla di grave, non sono malato, dunque” – si rassicura mentalmente tra sé, quando al pronto soccorso gli viene detto che si è trattato semplicemente di uno svenimento, forse per un calo di pressione, magari per via dello stress crescente che di recente aveva vissuto, a causa dell’ennesimo processo di fusione e riassetto aziendale. Del resto, lui era un general manager, e questi eventi gli erano divenuti familiari. Ma, a quanto pare, mai abbastanza. O, forse, il suo fisico stava lanciando un messaggio forte e chiaro di stanchezza, che lui sembrava continuare ad ignorare.</P>
<P>E quando il rendimento professionale iniziò a calare, quando le dimenticanze delle scadenze, o delle firme divennero sempre più frequenti, quando familiari e amici, nella trascuratezza, cominciarono a prendere le distanze da lui, qualcosa dentro di lui, delle sue certezze e determinazioni, cominciò ad incrinarsi.</P>
<P>L’apice lo toccò il giorno in cui venne nuovamente a trovarsi al pronto soccorso, in preda all’ennesima perdita di coscienza, quasi a simboleggiare quello spegnersi a se stesso, quell’ostinarsi a non voler vedere, né sentire quella parte di sé che gridava, implorava dal dolore, e che, almeno simbolicamente, voleva morire. Per rinascere a miglior vita.</P>
<P>Lì si trovò di fronte alla prima persona che lo aiutò a reindirizzare la sua vita: un ex collega che alla soglia dei 40 anni, effettuò un coraggioso e rivoluzionario cambiamento nel suo panorama professionale, e diventò infermiere. Egli lo mise di fronte a se stesso, gli fece da specchio. Lui quella fase l’aveva già vissuta anni prima, quando il precedente lavoro gli aveva risucchiato l’anima e corroso il corpo. Esaurimento psicofisico e depressione. Con tutti i sintomi organici concomitanti e conseguenti. Fu una batosta la diagnosi, quasi peggio di un tumore. Ma una volta accettata, la risalita venne di conseguenza. E anche le massicce dosi di farmaci iniettati nei glutei vennero accolte come manna, uno strumento di base per un’evoluzione successiva.</P>
<P>Era caduto troppo in basso per risorgere senza aiuti di consistente entità, anche su un piano fisico. Ma a partire da lì, è stato necessario ri-costruire se stesso, con l’aiuto di un professionista. Lui che era abitatuato a non chiedere mai, si è reso conto dei suoi limiti, dello stato di necessità in cui versava, e quando si è sentito pronto per accogliere una mano tesa, ecco che puntualmente questa è arrivata.</P>
<P>Lo stesso, a quanto pare, è accaduto a Pietro. E’ dovuto cadere più e più volte, prima di rendersi conto di essere impossibilitato a rialzarsi da solo, e soprattutto a farlo in modo differente rispetto al passato, ad incamminarsi lungo un altro percorso, meno irto di buche e di asperità.</P>
<P>Quando il fisico, nel giro di poche settimane è stato rafforzato, si è presentata l’occasione per Pietro di conoscere, nel corso di una serata di beneficenza, una professionista che l’avrebbe affiancato nel suo cammino di rinascita, personale e professionale. Finalmente era pronto. Finalmente non temeva più se stesso, e la possibilità di scoprire e mettere a frutto quel che di meglio aveva dentro. Qualcosa che, evidentemente, poteva essere più in sintonia con i suoi modi e tempi, che lo avrebbero portato al successo e alla realizzazione in modo forse anche più pieno, soddisfacente, remunerativo, sotto tutti i punti vista.</P>
<P>Ultimo, non ultimo, la terza persona che incontrò, forse quella più centrale e determinante, che lo aiutò a cambiare la sua Vita .. fu proprio se stesso!</P>]]>
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<title><![CDATA[L'altra faccia dello stare soli...]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>“<EM>Beata solitudo, sola beatitudo</EM>”, si recitava una volta. Oggi, invece, della solitudine abbiamo soprattutto paura. Ma <STRONG>accanto ad una solitudine “buia”</STRONG>, indesiderata e subita, <STRONG>può esserci una solitudine “luminosa”</STRONG> apprezzata e ricercata. I cosiddetti “solitari” non sono necessariamente dei soggetti “disturbati” affetti da qualche strana patologia mentale. Ma da sempre la parola solitudine ha evocato vissuti di chiusura, di disagio psichico, di sofferenza interiore. Questa solitudine è stata spesso associata ad una sorta di comunicazione strangolata, impedita, bloccata: una “solitudine luttuosa” come dire.</P>
<P>La doverosa attenzione a questo lato oscuro e distruttivo della solitudine ha, tuttavia, spesso lasciato in ombra il fatto che esiste anche un'altro lato del fenomeno: una solitudine gratificante, creativa, una solitudine che non possiede connotazioni disadattive.</P>
<P>Questa polarità positiva ha trovato esaltazione in una lunga tradizione culturale, comune al mondo antico, biblico, greco-romano e medievale, e poi rimbalzata fino a noi nel celeberrimo “beata solitudo, sola beatitudo”.</P>
<P>La posizione degli psicologi riflette queste due polarità. Da un lato, molte interpretazioni si ispirano all'orientamento pragmatista di gran parte della psicologia sociale nordamericana del novecento, che pone al centro i processi di adattamento dell'individuo all'ambiente. In questa prospettiva, l'isolamento, la scarsa propensione alla socializzazione ed il ritiro in sè vengono interpretati come sintomatici di sofferenza psicologica. La valorizzazione della socialità sembra trovare supporti anche dal punto di vista neurofisiologico: secondo alcuni studiosi, infatti, le strutture limbiche e neocorticali si sarebbero differenziate – nel corso dell'evoluzione-&nbsp; per funzioni opposte a quelle della solitudine e dell'isolamento.</P>
<P>Un punto di vista contrario trova sostegno, per contro, sopratutto nella corrente della psicologia umanistica, indirizzo che si caratterizza per una rivalutazione delle componenti più spiritualistiche dell'uomo e per tutti quei fattori che possono contribuire alla sua “autorealizzazione”.</P>
<P>I maggiori esponenti di questo indirizzo tra cui figurano personalità come Carl Rogers e Abrham Madlow contrappongono alla società chiassosa e superficiale la “capacità di star soli”, quale elemento caratterizzante della persona pienamente realizzata. Per questa corrente di pensiero, gli individui vivono i contatti, le relazioni, gli obblighi (e talvolta anche gli svaghi) come appuntamenti fastidiosi e pesanti, avvertendo il bisogno continuo di privacy, di rintanarsi nel proprio giardino segreto, nel cui prato non passeggiano intrusi.</P>
<P>Questi soggetti più votati al ritiro sociale manifestano talvolta espressione di potente fastidio di fronte a molti obblighi sociali. Tendono a far crescere con coscenziosità silente e riflessiva la propria vita interiore, ricercano l'abitudinarietà e prediligono il rapporto profondo con se stessi.</P>
<P>Rammento un romanzo di un autore danese, Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920. L'autore pubblicò un testo dal titolo “Fame” che resto un po' storico nella letteratura danese dei primi del novecento.</P>
<P>Ricordo che lo lessi un estate di parecchi anni fa, ricordo il fluire di questa narrazione lenta e scivolante nei meandri articolati della mente. Ricordo la magistrale descrizione che Hamsun fece dello smarrimento dell'essere umano di fronte all'incubo della modernità, al dover a tutti i costi fare i conti con …. gli altri! Il protagonista del romanzo si aggirava senza posa per Cristiania, l'attuale Oslo. E' una narrazione di stati interiori che il protagonista ricerca, d'istanti che si autodedica quotidianamente con certosina ricerca del sé.... Solo adesso dopo molti anni ripesco nella memoria quel romanzo: frutto forse della mia amata solitudine di questi istanti davanti ai tasti di una vecchia macchina da scrivere? Probabilmente si...</P>]]>
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<title><![CDATA[Come vincere lo stress e cominciare a vivere]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Una cosa alla volta, un granello alla volta. Quando ci si alza la mattina ci sono migliaia di compiti da fare, se non cerchiamo di farli passare come i granelli di sabbia in una clessidra, il nostro organismo lo manderemo presto in tilt.</STRONG></P>
<P>Quindi vivere un granello alla volta,altrimenti si rischia la sensazione inaudita di caos bestiale nel nostro cervello. Miss Shield, un’insegnante degli anni ’30, nel Michigan, si ridusse alla disperazione prima di imparare a vivere in questo modo: con calma, senza quel senso di paradossale velocità nel cuore e difatti non riuscendo spesso in compiti anche banali, talvolta, entrava in crisi. Da queste crisi era un entrarne ed uscirne continuo. La signorina Shield si alzava tutte le mattine col terrore immane di dover affrontare la giornata e andava in solerti crisi d’angoscia. Addirittura raccontò ad un giornalista che la intervistò che ciò che la tratteneva dal suicidio era solo il timore di dare un dolore troppo forte ad i suoi familiari ed il non aver denaro sufficiente per pagarsi i funerali. Un giorno - racconta - lei - lesse una frase su un libro: "Ogni giorno per il saggio è una vita nuova". Da lì un click le scattò dentro, come un muro di cemento buttò via questo passato e cominciò quasi un’altra vita, imparò a dimenticare i giorni trascorsi e a non pensare a quelli futuri. Sembrano parole con sapore di modernità queste. Eppure le ha scritte il poeta Orazio,trent’anni prima della nascita di Cristo. Disse Dante: "Pensa che l’alba di questo giorno non servirà mai più". La vita scivola via velocissima,viaggiamo nello spazio a 36km/sec. L’oggi è la cosa più preziosa che abbiamo ed è sicuro l’oggi. Questa è la filosofia anche di Lowell Thomas ed altri autori. Non c’è una ricetta bell’è pronta per risolvere ansia e stress. Ci fu il metodo, però, adottato da un ingegnere americano. Gli subentrarono molte paure quando il suo lavoro cominciò a diventare più importante e carico di responsabilità. Il suo stomaco e l’intestino andarono sottosopra,faceva frequenti indagini mediche che riportavano sempre il segno della stessa diagnosi: somatizzava,erano tutte somatizzazioni le sue,aveva frequenti insonnie, accompagnate da brutti sogni. Analizzò la sua situazione e cercò di immaginare cosa gli sarebbe successo nella peggiore delle ipotesi,cioè se avesse fallito.Riuscì ad accettarlo quel "peggio" che sentiva e a quel peggio si dedicò anima e corpo a migliorarlo. L’ ingegnere americano cominciò ad analizzare la sua vita interiore, è impossibile concentrarsi quando qualcosa ci tormenta. Non si può far altro che affrontare il peggio e le sue conseguenze. Solo così siamo in grado di sottrarci all’influsso dei pensieri negativi,utilizzando questi strumenti interiori per parlare alla nostra anima,al nostro Io,talvolta così frammentato. Il professor William James,padre della psicologia applicata,se fosse ancora in vita,avrebbe approvato questa formula. Perchè parlava così ai suoi allievi: "Rassegnatevi-diceva-fatevi una ragione di ciò che vi accade,è il primo passo per superare le conseguenze di qualsiasi disgrazia."L’ansia può procurare, tra l’altro, disturbi fisici, organici, può condannarci su una sedia a rotelle, con reumatismi e disturbi artritici. Incredibile ma può procurare anche disturbi ai denti, l’angoscia può turbare l’equilibrio calcico dell’organismo e provocare, di conseguenza, la carie dentaria. Anche l’ipertiroidismo crea ansia perché la ghiandola tiroidea è andata fuori fase. Fa accelerare i battiti del cuore ed infine altera i lineamenti,indurisce le mascelle e solca il volto di rughe. La carnagione nell’ansioso si rovina. Nell’ultima guerra, più di 300.000 americani morirono in combattimento, ma allo stesso tempo i disturbi cardiaci uccisero due milioni di civili e di questi un milione provocati da ansia e da una vita troppo intensa. L’ansia è paragonabile ad una goccia che continua a cadere senza pietà, e questo tremendo supplizio porta spesso all’esasperazione che si conclude nella pazzia e quindi l’internamento in centri di igiene mentale. Un gruppo di psichiatri raccontarono un caso di una anziana signora, dapprima allucinata dalla diagnosi di cancro che le venne fatta, quindi i suoi lunghi mesi di pianti disperati. Poi, ad un certo punto, non versò più nemmeno una lacrima. Cominciare ad attuare lo sforzo del "sorridere". Il sorriso,è noto, aiuta l’organismo a reagire al male,lo mette in una situazione di benessere. Il sorriso aiuta l’organismo a reagire al male, mette in circuito endorfine positive, butta via ogni briciola d’ansia, ogni picco d’angoscia. Non è il guaritore coraggioso che lenisce ansia, il sorriso è solo un picco di tanti spaccati che possono essere attualizzati. L’aggregazione giovanile, il non isolamento esterno dagli altri crea anche un mettere in gioco le proprie potenzialità, dà fiducia al soggetto, crea vincitori e non soggetti già spenti magari anche solo a 15 anni. Chi non sa vincere un certo percorso d’ansia finisce spesso verso la morte. E’ necessario buttare via le preoccupazioni, lo stress istillatosi da tempo nel nostro cervello,è necessario rispondere allo stress con motivazioni gioiose, con fare tranquillo e serenità d’animo. </P>
<P>Vincere lo stress vuol dire vivere un bel pezzetto di vita senza laconismi,lasciando in disparte malinconie sfrontate, porre la risata-benessere in prima linea. Ridere è anche una delle possibilità per riuscire a far passare l’ansia,senza amplificare la cosa, ma la risata può essere un’ottima sanatrice contro l’angoscia e non crea più stress.</P>]]>
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<title><![CDATA[Mamme che lavorano troppo]]></title>
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<created>2010-2-15T7:43:55+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>Un detto afferma: <STRONG>“Di mamma ce n’è una s</STRONG>ola”, lasciando intendere che la maternità è certa. Ma il significato di questa frase potrebbe essere molto più ampio: di mamma ce n’è una sola, nel senso che è unica, perché ciò che riesce a gestire una mamma in termini di quantità e varietà di impegni quotidiani nessun’altro è in grado di farlo. Parafrasando due famosi libri, “Donne che amano troppo” e “Donne che mangiano troppo”, si potrebbe definire queste mamme “mamme che lavorano troppo”, dentro e fuori casa, e che trascurano se stesse e i propri ritmi. Non è necessario sapere perché una mamma sia costretta a lavorare troppo, poiché le motivazioni possono essere numerose e disparate. La cosa più importante è: <STRONG>come aiutare le mamme che lavorano troppo?</STRONG> Per esempio con i fiori di Bach. </P>
<P>Nell’utilizzo dei fiori di Bach, come di qualsiasi altro rimedio naturale, bisogna tenere presente due punti fondamentali: Non è sufficiente eliminare i sintomi (es. stanchezza), ma bisogna agire sulla causa (es. mancanza di riposo) </P>
<P>Ogni donna ha un proprio vissuto alle spalle, precedente al fatto di diventare mamma, che può sostenere o alimentare la situazione contingente, oltre che ostacolare il percorso di trasformazione in funzione di un nuovo ben-essere. <BR>Qualunque sia il motivo per cui una mamma lavora troppo, la cosa certa è che ciò di cui più necessita è il riposo. </P>
<P>Le mamme tuttofare, che reggono il mondo sulle proprie spalle, non hanno mai abbastanza tempo. Vorrebbero avere giornate di almeno 48 ore. E così, cercano di rubare un po’ di tempo all’unico momento della giornata considerato improduttivo: la notte. Di conseguenza, si ritrovano completamente esaurite, prive di forze, svuotate di ogni energia. Per queste mamme i fiori di Bach indicati sono: Elm, Oak ed Olive. Elm è il fiore adatto alle mamme che pretendono troppo da se stesse, che non riescono a staccare la spina perché hanno troppe responsabilità. La mancanza del riposo necessario, tuttavia, può portarle ad uno stato depressivo a causa dell’esaurimento delle proprie energie. Dal punto di vista fisico, inoltre, la costante tensione e la stanchezza possono causare dolori e rigidità a collo e spalle (la cosiddetta sindrome di Atlante, che secondo la mitologia reggeva il mondo sulle proprie spalle). Oak è il fiore del senso del dovere, per le mamme che si addossano molte responsabilità e vanno avanti anche quando non ce la fanno più, non essendo in grado di dire basta. Oak è la quercia: non si dice forse “forte come una quercia”? Ma quando non si riesce a rallentare il ritmo e a rispettare le proprie esigenze si rischia di arrivare al limite delle proprie forze fisiche e psichiche.&nbsp; Il fiore adatto in questa situazione, allora, è Olive. Le mamme che necessitano di Olive vedono le cose quotidiane come un ostacolo insormontabile. Avendo esaurito tutte le riserve di energia, non soni più in grado di svolgere il proprio compito. Quando si arriva allo stato Olive, si sente solo il bisogno di dormire, accompagnato da attacchi di fame improvvisa, che segnalano il completo esaurimento dell’energia. Olive è adatto alle mamme che si trovano in situazioni che richiedono costante attenzione: accudire a lungo persone ammalate, portatori di handicap, bambini piccoli in età ravvicinata, ecc. Spesso, una situazione di stanchezza cronica ed esaurimento psico-fisico completo porta all’aumento dell’irritabilità e dell’aggressività, seguiti dal senso di colpa per aver perso la pazienza così facilmente. I fiori di Bach adatti in questa situazione sono: Cherry Plum, Impatiens e Pine. Cherry Plum è il fiore delle mamme che si sentono come mine vaganti, che possono esplodere da un momento all’altro. Quando la stanchezza e l’angoscia raggiungono livelli insopportabili è facile perdere l’autocontrollo. Infatti, questa situazione crea una pressione interiore eccessiva causata dall’incapacità di rilassarsi, di staccare la spina. Impatiens, come dice il nome, è il fiore per le mamme impazienti, che vorrebbero tutto e subito e non riuscendoci si irritano, con se stesse e con gli altri. Questa irritazione si ripercuote anche a livello fisico, manifestandosi in disturbi viscerali (colon irritabile, colite) e cardio-circolatori (tachicardia, ipertensione). Le mamme che hanno bisogno di Impatiens hanno spesso difficoltà ad addormentarsi oppure si svegliano di notte o molto presto alla mattina, poiché non riescono a staccare la mente. Impatiens aiuta a diventare pazienti, migliorando il rapporto con le altre persone (marito, figli, genitori, colleghi di lavoro, ecc.). <BR>Pine è il fiore delle mamme che si sentono sempre in colpa e inadeguate, tendenza che può essersi instaurata già durante la loro infanzia. Sentono di non fare mai abbastanza: si rimproverano per non dare mai abbastanza amore ai figli, per non essere stati abbastanza brave in qualcosa (“avrei potuto fare meglio”). Pine può essere utile sia in caso di senso di colpa dovuto alla frequente irritabilità e perdita di pazienza, ma anche quando ci si sente in colpa per aver “perso il controllo” nell’alimentazione (attacchi di fame conseguenti ad esempio all’esaurimento delle energie). In quest’ultimo caso si può associare Crab Apple.&nbsp;</P>
<P>Crab Apple è un fiore utile sia in caso dell’instaurarsi del circolo vizioso degli attacchi bulimici e nell’utilizzo del cibo in funzione compensatoria, sia in caso di mania di perfezionismo (“voglio fare tutto perfettamente”, “o tutto o niente”, “o si fa bene o non si fa”). In quest’ultima accezione può essere accomunato a Rock Water (acqua di roccia), il fiore dell’eccessiva autodisciplina. Spesso, le mamme che lavorano troppo si negano molti piaceri nella vita, perché possono interferire nel proprio compito. Questa rigidità si esprime anche a livello somatico: rigidità delle articolazioni, rigidità dei vasi sanguigni (arteriosclerosi), stipsi. Credendo che tutto dipenda dalla forza di volontà, queste mamme negano l’istinto e reprimono gli stimoli. Tutti questi fiori sono utili per lavorare sull’aspetto sintomatico del problema: la mancanza di riposo. Ma contemporaneamente lavorano anche sugli aspetti caratteriali della persona. Infatti, la mancanza di riposo può essere solo la punta dell’iceberg, alla cui base possono ritrovarsi tendenze radicate quali il perfezionismo, la rigidità di pensiero, la tendenza a cercare al di fuori di sé il senso della propria vita, il bisogno di sentirsi indispensabili (= amate),&nbsp; la paura di non valere come persone, la mancanza di fiducia in se stesse e negli altri. Per questo, ai fiori che lavorano sull’aspetto sintomatico bisognerebbe abbinare altri fiori che lavorano su altri aspetti basilari caratteristici della persona in questione. Si potrebbe cominciare chiedendosi: “Perché faccio tutto questo?” “Sono sicura che non potrei demandare qualche compito a qualche altra persona?” “Che cosa potrebbe succedere se mi fermassi?” e “Che cosa potrebbe succedere se non mi fermassi?”. Le domande giuste sono già dentro di noi, come anche le risposte. Basta imparare ad ascoltare e ad avere fiducia nel messaggio che arriva dal profondo della propria vita. Spesso avere sempre troppo da fare è un alibi, un modo per fuggire da noi stessi. </P>
<P>Cara mamma che lavori troppo, “non rimandare a domani ciò che potresti fare oggi”... per esempio, riposarti. Quando domani aprirai gli occhi, ti accorgerai che il mondo è ancora lì, esattamente come l’hai lasciato. Oppure potresti trovare la bella sorpresa che qualcun altro ha fatto quello che avresti dovuto fare tu. E se così non fosse, almeno avrai più energia per affrontare ancora una nuova giornata.</P>]]>
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