<?xml version="1.0" encoding="windows-1252"?><feed version="0.3" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" xmlns:trackback="http://madskills.com/public/xml/rss/module/trackback/" xmlns="http://purl.org/atom/ns#" xml:lang="it-it"><title>Duepiu.Net, vivere meglio in coppia</title><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.duepiu.net/" /><tagline type="text/html">Duepiu.Net, vivere meglio in coppia</tagline><id>http://www.duepiu.net/</id><image><url>http://www.duepiu.net/sito/rss/logorss.gif</url><title>Duepiu.Net RSS</title><link>http://www.duepiu.net/</link><width>200</width><height>60</height></image><generator url="http://www.duepiu.net/rss/feedatom.asp" version="Duepiu.Net Feed Atom">Duepiu.Net Feed Atom</generator><author><name>Duepiu.Net, vivere meglio in coppia</name><url>http://www.duepiu.net/</url></author><entry>
<title><![CDATA[La rinascita]]></title>
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<created>2010-6-14T7:55:29+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><EM>Quando il lavoro fa morire la vecchia identità e consente il germogliare del nuovo.</EM></P>
<P>Era una mattina del novembre 2008, una delle tante, una di quelle un po’ uggiose, in cui le tenebre stentano a lasciare il posto alla luce, quando Pietro inizia la sua giornata a bordo del suo potente Suv, un macchinone nuovo di zecca, scintillante, con un odore pregnante ancora di nuovo nell’abitacolo, che s’attacca alle narici e all’abito gessato, rigorosamente stirato e firmato.</P>
<P>Quel senso di nausea e di soffocamento Pietro lo addebita proprio all’auto nuova. Nulla faceva presagire quel che sarebbe accaduto dopo. Quando l’auto si sarebbe ridotta in frantumi, quattro airbag si sarebbero gonfiati quasi all’unisono e la sua vita sarebbe stata radicalmente scossa.</P>
<P>“Nulla di grave, non sono malato, dunque” – si rassicura mentalmente tra sé, quando al pronto soccorso gli viene detto che si è trattato semplicemente di uno svenimento, forse per un calo di pressione, magari per via dello stress crescente che di recente aveva vissuto, a causa dell’ennesimo processo di fusione e riassetto aziendale. Del resto, lui era un general manager, e questi eventi gli erano divenuti familiari. Ma, a quanto pare, mai abbastanza. O, forse, il suo fisico stava lanciando un messaggio forte e chiaro di stanchezza, che lui sembrava continuare ad ignorare.</P>
<P>E quando il rendimento professionale iniziò a calare, quando le dimenticanze delle scadenze, o delle firme divennero sempre più frequenti, quando familiari e amici, nella trascuratezza, cominciarono a prendere le distanze da lui, qualcosa dentro di lui, delle sue certezze e determinazioni, cominciò ad incrinarsi.</P>
<P>L’apice lo toccò il giorno in cui venne nuovamente a trovarsi al pronto soccorso, in preda all’ennesima perdita di coscienza, quasi a simboleggiare quello spegnersi a se stesso, quell’ostinarsi a non voler vedere, né sentire quella parte di sé che gridava, implorava dal dolore, e che, almeno simbolicamente, voleva morire. Per rinascere a miglior vita.</P>
<P>Lì si trovò di fronte alla prima persona che lo aiutò a reindirizzare la sua vita: un ex collega che alla soglia dei 40 anni, effettuò un coraggioso e rivoluzionario cambiamento nel suo panorama professionale, e diventò infermiere. Egli lo mise di fronte a se stesso, gli fece da specchio. Lui quella fase l’aveva già vissuta anni prima, quando il precedente lavoro gli aveva risucchiato l’anima e corroso il corpo. Esaurimento psicofisico e depressione. Con tutti i sintomi organici concomitanti e conseguenti. Fu una batosta la diagnosi, quasi peggio di un tumore. Ma una volta accettata, la risalita venne di conseguenza. E anche le massicce dosi di farmaci iniettati nei glutei vennero accolte come manna, uno strumento di base per un’evoluzione successiva.</P>
<P>Era caduto troppo in basso per risorgere senza aiuti di consistente entità, anche su un piano fisico. Ma a partire da lì, è stato necessario ri-costruire se stesso, con l’aiuto di un professionista. Lui che era abitatuato a non chiedere mai, si è reso conto dei suoi limiti, dello stato di necessità in cui versava, e quando si è sentito pronto per accogliere una mano tesa, ecco che puntualmente questa è arrivata.</P>
<P>Lo stesso, a quanto pare, è accaduto a Pietro. E’ dovuto cadere più e più volte, prima di rendersi conto di essere impossibilitato a rialzarsi da solo, e soprattutto a farlo in modo differente rispetto al passato, ad incamminarsi lungo un altro percorso, meno irto di buche e di asperità.</P>
<P>Quando il fisico, nel giro di poche settimane è stato rafforzato, si è presentata l’occasione per Pietro di conoscere, nel corso di una serata di beneficenza, una professionista che l’avrebbe affiancato nel suo cammino di rinascita, personale e professionale. Finalmente era pronto. Finalmente non temeva più se stesso, e la possibilità di scoprire e mettere a frutto quel che di meglio aveva dentro. Qualcosa che, evidentemente, poteva essere più in sintonia con i suoi modi e tempi, che lo avrebbero portato al successo e alla realizzazione in modo forse anche più pieno, soddisfacente, remunerativo, sotto tutti i punti vista.</P>
<P>Ultimo, non ultimo, la terza persona che incontrò, forse quella più centrale e determinante, che lo aiutò a cambiare la sua Vita .. fu proprio se stesso!</P>]]>
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<title><![CDATA[L'altra faccia dello stare soli...]]></title>
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<created>2010-5-10T7:45:12+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>“<EM>Beata solitudo, sola beatitudo</EM>”, si recitava una volta. Oggi, invece, della solitudine abbiamo soprattutto paura. Ma <STRONG>accanto ad una solitudine “buia”</STRONG>, indesiderata e subita, <STRONG>può esserci una solitudine “luminosa”</STRONG> apprezzata e ricercata. I cosiddetti “solitari” non sono necessariamente dei soggetti “disturbati” affetti da qualche strana patologia mentale. Ma da sempre la parola solitudine ha evocato vissuti di chiusura, di disagio psichico, di sofferenza interiore. Questa solitudine è stata spesso associata ad una sorta di comunicazione strangolata, impedita, bloccata: una “solitudine luttuosa” come dire.</P>
<P>La doverosa attenzione a questo lato oscuro e distruttivo della solitudine ha, tuttavia, spesso lasciato in ombra il fatto che esiste anche un'altro lato del fenomeno: una solitudine gratificante, creativa, una solitudine che non possiede connotazioni disadattive.</P>
<P>Questa polarità positiva ha trovato esaltazione in una lunga tradizione culturale, comune al mondo antico, biblico, greco-romano e medievale, e poi rimbalzata fino a noi nel celeberrimo “beata solitudo, sola beatitudo”.</P>
<P>La posizione degli psicologi riflette queste due polarità. Da un lato, molte interpretazioni si ispirano all'orientamento pragmatista di gran parte della psicologia sociale nordamericana del novecento, che pone al centro i processi di adattamento dell'individuo all'ambiente. In questa prospettiva, l'isolamento, la scarsa propensione alla socializzazione ed il ritiro in sè vengono interpretati come sintomatici di sofferenza psicologica. La valorizzazione della socialità sembra trovare supporti anche dal punto di vista neurofisiologico: secondo alcuni studiosi, infatti, le strutture limbiche e neocorticali si sarebbero differenziate – nel corso dell'evoluzione-&nbsp; per funzioni opposte a quelle della solitudine e dell'isolamento.</P>
<P>Un punto di vista contrario trova sostegno, per contro, sopratutto nella corrente della psicologia umanistica, indirizzo che si caratterizza per una rivalutazione delle componenti più spiritualistiche dell'uomo e per tutti quei fattori che possono contribuire alla sua “autorealizzazione”.</P>
<P>I maggiori esponenti di questo indirizzo tra cui figurano personalità come Carl Rogers e Abrham Madlow contrappongono alla società chiassosa e superficiale la “capacità di star soli”, quale elemento caratterizzante della persona pienamente realizzata. Per questa corrente di pensiero, gli individui vivono i contatti, le relazioni, gli obblighi (e talvolta anche gli svaghi) come appuntamenti fastidiosi e pesanti, avvertendo il bisogno continuo di privacy, di rintanarsi nel proprio giardino segreto, nel cui prato non passeggiano intrusi.</P>
<P>Questi soggetti più votati al ritiro sociale manifestano talvolta espressione di potente fastidio di fronte a molti obblighi sociali. Tendono a far crescere con coscenziosità silente e riflessiva la propria vita interiore, ricercano l'abitudinarietà e prediligono il rapporto profondo con se stessi.</P>
<P>Rammento un romanzo di un autore danese, Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920. L'autore pubblicò un testo dal titolo “Fame” che resto un po' storico nella letteratura danese dei primi del novecento.</P>
<P>Ricordo che lo lessi un estate di parecchi anni fa, ricordo il fluire di questa narrazione lenta e scivolante nei meandri articolati della mente. Ricordo la magistrale descrizione che Hamsun fece dello smarrimento dell'essere umano di fronte all'incubo della modernità, al dover a tutti i costi fare i conti con …. gli altri! Il protagonista del romanzo si aggirava senza posa per Cristiania, l'attuale Oslo. E' una narrazione di stati interiori che il protagonista ricerca, d'istanti che si autodedica quotidianamente con certosina ricerca del sé.... Solo adesso dopo molti anni ripesco nella memoria quel romanzo: frutto forse della mia amata solitudine di questi istanti davanti ai tasti di una vecchia macchina da scrivere? Probabilmente si...</P>]]>
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<title><![CDATA[Come vincere lo stress e cominciare a vivere]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Una cosa alla volta, un granello alla volta. Quando ci si alza la mattina ci sono migliaia di compiti da fare, se non cerchiamo di farli passare come i granelli di sabbia in una clessidra, il nostro organismo lo manderemo presto in tilt.</STRONG></P>
<P>Quindi vivere un granello alla volta,altrimenti si rischia la sensazione inaudita di caos bestiale nel nostro cervello. Miss Shield, un’insegnante degli anni ’30, nel Michigan, si ridusse alla disperazione prima di imparare a vivere in questo modo: con calma, senza quel senso di paradossale velocità nel cuore e difatti non riuscendo spesso in compiti anche banali, talvolta, entrava in crisi. Da queste crisi era un entrarne ed uscirne continuo. La signorina Shield si alzava tutte le mattine col terrore immane di dover affrontare la giornata e andava in solerti crisi d’angoscia. Addirittura raccontò ad un giornalista che la intervistò che ciò che la tratteneva dal suicidio era solo il timore di dare un dolore troppo forte ad i suoi familiari ed il non aver denaro sufficiente per pagarsi i funerali. Un giorno - racconta - lei - lesse una frase su un libro: "Ogni giorno per il saggio è una vita nuova". Da lì un click le scattò dentro, come un muro di cemento buttò via questo passato e cominciò quasi un’altra vita, imparò a dimenticare i giorni trascorsi e a non pensare a quelli futuri. Sembrano parole con sapore di modernità queste. Eppure le ha scritte il poeta Orazio,trent’anni prima della nascita di Cristo. Disse Dante: "Pensa che l’alba di questo giorno non servirà mai più". La vita scivola via velocissima,viaggiamo nello spazio a 36km/sec. L’oggi è la cosa più preziosa che abbiamo ed è sicuro l’oggi. Questa è la filosofia anche di Lowell Thomas ed altri autori. Non c’è una ricetta bell’è pronta per risolvere ansia e stress. Ci fu il metodo, però, adottato da un ingegnere americano. Gli subentrarono molte paure quando il suo lavoro cominciò a diventare più importante e carico di responsabilità. Il suo stomaco e l’intestino andarono sottosopra,faceva frequenti indagini mediche che riportavano sempre il segno della stessa diagnosi: somatizzava,erano tutte somatizzazioni le sue,aveva frequenti insonnie, accompagnate da brutti sogni. Analizzò la sua situazione e cercò di immaginare cosa gli sarebbe successo nella peggiore delle ipotesi,cioè se avesse fallito.Riuscì ad accettarlo quel "peggio" che sentiva e a quel peggio si dedicò anima e corpo a migliorarlo. L’ ingegnere americano cominciò ad analizzare la sua vita interiore, è impossibile concentrarsi quando qualcosa ci tormenta. Non si può far altro che affrontare il peggio e le sue conseguenze. Solo così siamo in grado di sottrarci all’influsso dei pensieri negativi,utilizzando questi strumenti interiori per parlare alla nostra anima,al nostro Io,talvolta così frammentato. Il professor William James,padre della psicologia applicata,se fosse ancora in vita,avrebbe approvato questa formula. Perchè parlava così ai suoi allievi: "Rassegnatevi-diceva-fatevi una ragione di ciò che vi accade,è il primo passo per superare le conseguenze di qualsiasi disgrazia."L’ansia può procurare, tra l’altro, disturbi fisici, organici, può condannarci su una sedia a rotelle, con reumatismi e disturbi artritici. Incredibile ma può procurare anche disturbi ai denti, l’angoscia può turbare l’equilibrio calcico dell’organismo e provocare, di conseguenza, la carie dentaria. Anche l’ipertiroidismo crea ansia perché la ghiandola tiroidea è andata fuori fase. Fa accelerare i battiti del cuore ed infine altera i lineamenti,indurisce le mascelle e solca il volto di rughe. La carnagione nell’ansioso si rovina. Nell’ultima guerra, più di 300.000 americani morirono in combattimento, ma allo stesso tempo i disturbi cardiaci uccisero due milioni di civili e di questi un milione provocati da ansia e da una vita troppo intensa. L’ansia è paragonabile ad una goccia che continua a cadere senza pietà, e questo tremendo supplizio porta spesso all’esasperazione che si conclude nella pazzia e quindi l’internamento in centri di igiene mentale. Un gruppo di psichiatri raccontarono un caso di una anziana signora, dapprima allucinata dalla diagnosi di cancro che le venne fatta, quindi i suoi lunghi mesi di pianti disperati. Poi, ad un certo punto, non versò più nemmeno una lacrima. Cominciare ad attuare lo sforzo del "sorridere". Il sorriso,è noto, aiuta l’organismo a reagire al male,lo mette in una situazione di benessere. Il sorriso aiuta l’organismo a reagire al male, mette in circuito endorfine positive, butta via ogni briciola d’ansia, ogni picco d’angoscia. Non è il guaritore coraggioso che lenisce ansia, il sorriso è solo un picco di tanti spaccati che possono essere attualizzati. L’aggregazione giovanile, il non isolamento esterno dagli altri crea anche un mettere in gioco le proprie potenzialità, dà fiducia al soggetto, crea vincitori e non soggetti già spenti magari anche solo a 15 anni. Chi non sa vincere un certo percorso d’ansia finisce spesso verso la morte. E’ necessario buttare via le preoccupazioni, lo stress istillatosi da tempo nel nostro cervello,è necessario rispondere allo stress con motivazioni gioiose, con fare tranquillo e serenità d’animo. </P>
<P>Vincere lo stress vuol dire vivere un bel pezzetto di vita senza laconismi,lasciando in disparte malinconie sfrontate, porre la risata-benessere in prima linea. Ridere è anche una delle possibilità per riuscire a far passare l’ansia,senza amplificare la cosa, ma la risata può essere un’ottima sanatrice contro l’angoscia e non crea più stress.</P>]]>
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<title><![CDATA[Mamme che lavorano troppo]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>Un detto afferma: <STRONG>“Di mamma ce n’è una s</STRONG>ola”, lasciando intendere che la maternità è certa. Ma il significato di questa frase potrebbe essere molto più ampio: di mamma ce n’è una sola, nel senso che è unica, perché ciò che riesce a gestire una mamma in termini di quantità e varietà di impegni quotidiani nessun’altro è in grado di farlo. Parafrasando due famosi libri, “Donne che amano troppo” e “Donne che mangiano troppo”, si potrebbe definire queste mamme “mamme che lavorano troppo”, dentro e fuori casa, e che trascurano se stesse e i propri ritmi. Non è necessario sapere perché una mamma sia costretta a lavorare troppo, poiché le motivazioni possono essere numerose e disparate. La cosa più importante è: <STRONG>come aiutare le mamme che lavorano troppo?</STRONG> Per esempio con i fiori di Bach. </P>
<P>Nell’utilizzo dei fiori di Bach, come di qualsiasi altro rimedio naturale, bisogna tenere presente due punti fondamentali: Non è sufficiente eliminare i sintomi (es. stanchezza), ma bisogna agire sulla causa (es. mancanza di riposo) </P>
<P>Ogni donna ha un proprio vissuto alle spalle, precedente al fatto di diventare mamma, che può sostenere o alimentare la situazione contingente, oltre che ostacolare il percorso di trasformazione in funzione di un nuovo ben-essere. <BR>Qualunque sia il motivo per cui una mamma lavora troppo, la cosa certa è che ciò di cui più necessita è il riposo. </P>
<P>Le mamme tuttofare, che reggono il mondo sulle proprie spalle, non hanno mai abbastanza tempo. Vorrebbero avere giornate di almeno 48 ore. E così, cercano di rubare un po’ di tempo all’unico momento della giornata considerato improduttivo: la notte. Di conseguenza, si ritrovano completamente esaurite, prive di forze, svuotate di ogni energia. Per queste mamme i fiori di Bach indicati sono: Elm, Oak ed Olive. Elm è il fiore adatto alle mamme che pretendono troppo da se stesse, che non riescono a staccare la spina perché hanno troppe responsabilità. La mancanza del riposo necessario, tuttavia, può portarle ad uno stato depressivo a causa dell’esaurimento delle proprie energie. Dal punto di vista fisico, inoltre, la costante tensione e la stanchezza possono causare dolori e rigidità a collo e spalle (la cosiddetta sindrome di Atlante, che secondo la mitologia reggeva il mondo sulle proprie spalle). Oak è il fiore del senso del dovere, per le mamme che si addossano molte responsabilità e vanno avanti anche quando non ce la fanno più, non essendo in grado di dire basta. Oak è la quercia: non si dice forse “forte come una quercia”? Ma quando non si riesce a rallentare il ritmo e a rispettare le proprie esigenze si rischia di arrivare al limite delle proprie forze fisiche e psichiche.&nbsp; Il fiore adatto in questa situazione, allora, è Olive. Le mamme che necessitano di Olive vedono le cose quotidiane come un ostacolo insormontabile. Avendo esaurito tutte le riserve di energia, non soni più in grado di svolgere il proprio compito. Quando si arriva allo stato Olive, si sente solo il bisogno di dormire, accompagnato da attacchi di fame improvvisa, che segnalano il completo esaurimento dell’energia. Olive è adatto alle mamme che si trovano in situazioni che richiedono costante attenzione: accudire a lungo persone ammalate, portatori di handicap, bambini piccoli in età ravvicinata, ecc. Spesso, una situazione di stanchezza cronica ed esaurimento psico-fisico completo porta all’aumento dell’irritabilità e dell’aggressività, seguiti dal senso di colpa per aver perso la pazienza così facilmente. I fiori di Bach adatti in questa situazione sono: Cherry Plum, Impatiens e Pine. Cherry Plum è il fiore delle mamme che si sentono come mine vaganti, che possono esplodere da un momento all’altro. Quando la stanchezza e l’angoscia raggiungono livelli insopportabili è facile perdere l’autocontrollo. Infatti, questa situazione crea una pressione interiore eccessiva causata dall’incapacità di rilassarsi, di staccare la spina. Impatiens, come dice il nome, è il fiore per le mamme impazienti, che vorrebbero tutto e subito e non riuscendoci si irritano, con se stesse e con gli altri. Questa irritazione si ripercuote anche a livello fisico, manifestandosi in disturbi viscerali (colon irritabile, colite) e cardio-circolatori (tachicardia, ipertensione). Le mamme che hanno bisogno di Impatiens hanno spesso difficoltà ad addormentarsi oppure si svegliano di notte o molto presto alla mattina, poiché non riescono a staccare la mente. Impatiens aiuta a diventare pazienti, migliorando il rapporto con le altre persone (marito, figli, genitori, colleghi di lavoro, ecc.). <BR>Pine è il fiore delle mamme che si sentono sempre in colpa e inadeguate, tendenza che può essersi instaurata già durante la loro infanzia. Sentono di non fare mai abbastanza: si rimproverano per non dare mai abbastanza amore ai figli, per non essere stati abbastanza brave in qualcosa (“avrei potuto fare meglio”). Pine può essere utile sia in caso di senso di colpa dovuto alla frequente irritabilità e perdita di pazienza, ma anche quando ci si sente in colpa per aver “perso il controllo” nell’alimentazione (attacchi di fame conseguenti ad esempio all’esaurimento delle energie). In quest’ultimo caso si può associare Crab Apple.&nbsp;</P>
<P>Crab Apple è un fiore utile sia in caso dell’instaurarsi del circolo vizioso degli attacchi bulimici e nell’utilizzo del cibo in funzione compensatoria, sia in caso di mania di perfezionismo (“voglio fare tutto perfettamente”, “o tutto o niente”, “o si fa bene o non si fa”). In quest’ultima accezione può essere accomunato a Rock Water (acqua di roccia), il fiore dell’eccessiva autodisciplina. Spesso, le mamme che lavorano troppo si negano molti piaceri nella vita, perché possono interferire nel proprio compito. Questa rigidità si esprime anche a livello somatico: rigidità delle articolazioni, rigidità dei vasi sanguigni (arteriosclerosi), stipsi. Credendo che tutto dipenda dalla forza di volontà, queste mamme negano l’istinto e reprimono gli stimoli. Tutti questi fiori sono utili per lavorare sull’aspetto sintomatico del problema: la mancanza di riposo. Ma contemporaneamente lavorano anche sugli aspetti caratteriali della persona. Infatti, la mancanza di riposo può essere solo la punta dell’iceberg, alla cui base possono ritrovarsi tendenze radicate quali il perfezionismo, la rigidità di pensiero, la tendenza a cercare al di fuori di sé il senso della propria vita, il bisogno di sentirsi indispensabili (= amate),&nbsp; la paura di non valere come persone, la mancanza di fiducia in se stesse e negli altri. Per questo, ai fiori che lavorano sull’aspetto sintomatico bisognerebbe abbinare altri fiori che lavorano su altri aspetti basilari caratteristici della persona in questione. Si potrebbe cominciare chiedendosi: “Perché faccio tutto questo?” “Sono sicura che non potrei demandare qualche compito a qualche altra persona?” “Che cosa potrebbe succedere se mi fermassi?” e “Che cosa potrebbe succedere se non mi fermassi?”. Le domande giuste sono già dentro di noi, come anche le risposte. Basta imparare ad ascoltare e ad avere fiducia nel messaggio che arriva dal profondo della propria vita. Spesso avere sempre troppo da fare è un alibi, un modo per fuggire da noi stessi. </P>
<P>Cara mamma che lavori troppo, “non rimandare a domani ciò che potresti fare oggi”... per esempio, riposarti. Quando domani aprirai gli occhi, ti accorgerai che il mondo è ancora lì, esattamente come l’hai lasciato. Oppure potresti trovare la bella sorpresa che qualcun altro ha fatto quello che avresti dovuto fare tu. E se così non fosse, almeno avrai più energia per affrontare ancora una nuova giornata.</P>]]>
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<title><![CDATA[I disabili e lo spazio negato]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Si parla sempre tanto dei soggetti disabili, dei loro diritti e di tutto ciò che resta ancora da fare per render loro la qualità di vita accettabile</STRONG>. Non c’ è che da compiacersi da questo accendersi di civiltà, anche se ho la netta impressione che – a volte – si tratti di una facciata ufficiale, dietro la quale permangono ancora razzismo, egoismo ed una vergognosa discriminazione. Ogni tanto, infatti, le cronache riportano episodi di inaudita violenza psicologica, in cui si nega l’ ospitalità in albergo a persone disabili o episodi in cui un bambino down si trova a dover fare i conti con piccoli compagni che lo burlano. E’ come se grandi e piccoli siano in questi casi, accomunati da un ‘unica sordità quando si tratta di erigere barriere tra loro e tra chi – come loro – non lo è. Spesso si guarda al disabile con sguardo caritatevole e non amicale e la pietà è dura da subire, forse anche più dell’ indifferenza. Come dire “ Niente più sentimenti prego, il mercato è saturo”. </P>
<P>Come ha osservato acutamente Fiamma Nirenstein (“La stampa“ dell’agosto 1999) parlando del gemello con sindrome di down nato nell’ estate ’98 a Firenze e scartato rispetto al gemello sano, anche quando viene fatto qualcosa per il disabile viene fatto più per un discorso pietistico che non di solidarietà. Qualcosa, però, sembra muoversi anche se il problema di fondo esiste. Importante è approfondire il tema della libertà per i soggetti disabili. Restituirgli una vita indipendente, vuol anche dire, sotto il profilo giuridico, poter esercitare concretamente le loro libertà inviolabili nonostante le incapacità psico – fisiche.&nbsp; Però solo le sparute iniziative di pochi non bastano ancora. E’ necessario conoscere meglio i problemi del disabile, perché ciò non serva solo a loro ed alle famiglie, ma “ al mondo fuori “ per acquisire una reale consapevolezza dei valori su cui dovrebbe basarsi una società democratica. Ricordo la madre di un soggetto disabile, ormai 35 enne, lei in età avanzata, non riusciva più a farsi carico delle esigenze – necessità primarie del figlio. Alla fine del suo lungo percorso di ricerca , riuscii ad inserire il figlio con disturbi dichiaratamente psicotici all’ interno di una struttura semi – residenziale. Il ragazzo presentava anche una sintomatologia di tipo ossessivo, percosse spesso gli operatori del centro all’ inizio del suo inserimento. Lentamente, però, qualcosa migliorò ed il quadro clinico, fatto di interventi di integrazione – riabilitazione, decisamente raggiunse piccoli risultati positivi. In questi casi, parlando di “soggetti disabili“ non ci sono ricette vincenti. Le reazioni sono molteplici e scavalcano differenze culturali e sociali, ma tutte hanno un denominatore comune: la necessità – cioè – di raggiungere un equilibrio, da rinegoziare con gli anni, che riscopra il profondo significato di una vita diversa insieme al nostro ragazzo diverso!Ricordo anche una ragazza autistica, che restò per molti anni all’ esterno di strutture semiresidenziali per autonoma decisione della madre. La ragazza era stata partorita in età avanzata, la sua patologia era dichiaratamente autistica e la stessa madre stentò per anni prima di accettare la realtà autistica della figlia. La sua ferita narcisistica di madre di una disabile era troppo forte e marcata. Solo alla fine di un lungo calvario decise di inserirla in una struttura semiresidenziale di riabilitazione. </P>
<P>Tutt’oggi la madre fatica a riconoscere appieno la disabilità della figlia, ma accetta le cure che il centro le propone. La strada da seguire, per concludere, dovrebbe essere: agire e fare.&nbsp; Non stancarsi di chiedere aiuto, sconfiggendo la sensazione che altri non possano capire, né condividere. Chiedere, anzi pretendere, non solo che i servizi migliorino, ma che ci sia più rispetto per la persona, non perché disabile, ma in quanto persona.&nbsp; Purtroppo spesso la realtà non sta in questi termini. Io vivo ogni giorno la disabilità di persone schizofreniche, autistiche, gravemente psicotiche e posso assicurarvi che i centri e cliniche riabilitative sanno dare molto in questo senso. Ancora c’ è comunque molto da fare relativamente all’ impressionante discriminazione che spesso viene attuata&nbsp; nei confronti di queste “persone speciali“! </P>]]>
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<title><![CDATA[Un imprenditore Zen]]></title>
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<created>2010-1-25T7:48:3+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>Tempo fa conobbi un imprenditore, una figura carismatica, forte e dolce, al tempo stesso, molto solida, ma non rigida, con una grande sicurezza che albergava tra l’umiltà e la saggezza, senza mai sfociare nell’orgoglio né nell’ostentazione di certezze assolute né di verità e previsioni infallibili.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Una persona di grande fascino, prima ancora che un professionista noto, affermato e di successo.Era balzato agli onori della cronaca per il suo modo d’operare imprenditoriale all’avanguardia, specie per una realtà come quella Italiana, in cui quando si costruisce qualcosa ci s’aggrappa e ci s’avvinghia fino a zavorrarla e farla affondare. E la vena manageriale che a quel punto cerca d’imporsi prende il sopravvento e soffoca in tutto e per tutto lo spirito imprenditoriale, che è fatto di rischio, avventura, novità, capacità di sperimentare, osare, sondare nuovi mari e nuove terre. La peculiarità d’opera di quest’uomo stava nel fatto che, folgorato improvvisamente da una nuova idea, dopo essersi adeguatamente formato e documentato, oltre che affiancato da team creati ogni volta ad hoc per l’iniziativa, materializzava la sua idea e dava vita ad una vera e propria nuova azienda. E fin qui, nulla di raro né particolare, in fondo. Quel che, invece, era del tutto peculiare era il fatto che dopo 4-5 anni, una volta che l’azienda cominciava a produrre utili massicci, consistenti e in costante ascesa, lui delegava in tutto e per tutto ad altri la sua piccola ‘creatura’, per imbarcarsi in un mondo del tutto nuovo.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Aveva già alle spalle cinque “parti”, e si stava accingendo, all’epoca, a perpetrare il sesto. Un vero record, considerata la sua anagrafica, che a stento raggiungeva la cosiddetta mezza età. Quel che lo motivava, lo stimolava, l’animava, era proprio l’avvento e l’avvio di un’impresa: la sensazione era proprio che in lui scorresse la linfa della Vita e che lui, mettendosi completamente a disposizione, con le sue capacità e competenze, la faceva fluire e fruttificare. Dopodiché il suo compito in quella sede era terminato. E s’accingeva, per questo, a migrare altrove, ove sentiva d’essere chiamato.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Una vera e propria Vocazione, nel senso sacrale del termine.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Era un Uomo in tutto e per tutto devoto – dove con devoto intendiamo propriamente l’essere consacrato alla Divinità – privo di dichiarata fede religiosa, ma con una sua profonda spiritualità. E il Lavoro era sicuramente il campo in cui meglio la esprimeva. Mostrava una profonda serenità nel suo modo di porsi ed operare. Raccontava che costantemente si metteva in contatto con la sua pancia, specie nei momenti di massima tensione, di smarrimento, o di dubbio, per comprendere se e quando valeva la pena perseverare, compiere uno sforzo deliberato di forza di volontà, e quando, invece, era il caso di ‘lasciare andare’, di mettersi da parte, e lasciare che le cose accadessero per un Volere superiore. E mai, e poi mai, con questo ascolto profondo aveva sbagliato un affare. E i dati di fatto, evidentemente, lo dimostravano in modo inequivocabile! Alla domanda circa quale fosse l’impresa che gli aveva dato più soddisfazioni o a cui, semplicemente, era rimasto più affezionato, rispose senz’alcuna esitazione: la Famiglia.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>Nonostante la dedizione profonda e marcata per il Lavoro, la sua sfera affettiva e relazionale era molto ricca e ben nutrita. Il segreto, svelò, era la perfetta conciliazione tra tempi intimi, privati e quelli pubblici. Mai aveva permesso un’invasione degli uni negli altri.&nbsp;&nbsp; Non aveva mai lavorato in vita sua in azienda nei fine settimana, ma solo tra le mura domestiche, e come se non bastasse lasciava ogni sera l’ufficio mai oltre le ore 20. Raccontava che non era la quantità quel che contava nella sua esistenza e nel successo professionale, quanto l’intensità. “Ogni cosa a suo tempo”, era il suo motto preferito, a cui aggiungeva “Chi ha tempo, non aspetti tempo”. Conciliare le due dimensioni e massime temporali era una sfida costante ed entusiasmante per lui.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>E l’apice di questa tensione la raggiungeva quando era coinvolto nel suo ‘lavoro’ domestico o d’ufficio, durante il quale non indossava mai l’orologio, ed entrava in una dimensione di spaziotempo dalla dilatazione infinita, tale per cui “c’era tutto il Tempo” e in cui riusciva, nonostante tutto, a non essere mai in ritardo! Se Essere Zen è essere completamente Presenti, immersi profondamente in quel che si è e si fa, senza divisione né dualismo tra colui che agisce e ciò che viene agito, tra dentro fuori, bene male, giusto ingiusto, Chronos Kairos, sicuramente quest’uomo, senza saperlo, poteva proprio essere definito tale, nella sua Essenza e nel suo Agire.</P>]]>
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<title><![CDATA[Il culto del divino femminile nel Tantra]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>Nel <STRONG>Tantra l'Energia Cosmica femminile è simboleggiata da Shakti Devi</STRONG> e dalle sue innumerevoli manifestazioni "benevole" o "terrificanti" chiamate Dasha Mahavidya, (Maha = Grande, Vidya = Conoscenza) le dieci Dee della Suprema Saggezza o forze cosmiche.&nbsp;</P>
<P>Kali è la prima di delle dieci divinità femminili fondamentali nel culto tantrico. Kali è la dea nera, terrificante proiezione del tempo che divora tutto e distrugge. Devi è la splendida Lakshmi, consorte di Vishnu, signora della bellezza e della prosperità, è Durga,la potente guerriera, acerrima nemica dei demoni, è Parvati,colei che possiede i tre Parva (Sapienza, Volontà, Azione) madre universale e consorte di Shiva, è Tara “la dea verde del verbo salvifico”.</P>
<P>Ogni Dea nasconde un’importante realtà, una Verità celata ai nostri occhi dall’ignoranza, ciascuna divinità rappresenta un particolare tipo di approccio alla realizzazione del sé. Meditare con devozione sulle Mahavidya significa riconoscere il Divino in ogni cosa e dentro di se, significa eliminare l' illusione che ci impedisce di contemplare la Luce della Shakti in ogni singola entità dell’esistenza.Nel Tantra il culto delle Mahavidya non è soltanto la semplice adorazione della forma esteriore della divinità, la superficiale idolatria della figura o atto rituale di venerazione; le Dasha Mahavidya rappresentano i fondamentali pilastri della Conoscenza, le dieci Energie universali che risiedono nel microcosmo e nel macrocosmo e che ne regolano l’intera esistenza.&nbsp;Nell’atto di meditazione la Dea offre al devoto una parte della Sua infinita Conoscenza facendo si che la venerazione giunga ad oltrepassare i confini dei simboli e delle immagini, fino a raggiungere l’Assoluto indistinto nella Sua pienezza. Venerare le Dasha Mahavidya significa meditare ed invocare queste Energie, essere consapevoli della loro presenza, della loro funzione, della loro potenza; significa scoprire i grandi misteri dell’esistenza accettando la realtà in ogni sua condizione, in ogni suo aspetto, dal più oscuro al più lucente, poiché tutto ciò che sperimentiamo nella vita è permeato dall’immensità di Shakti Devi.&nbsp;</P>
<P><STRONG>IL CULTO del DIVINO FEMMINILE</STRONG><BR>Possiamo incontrare la prima civiltà tantrica di matrice femminile più di 7.500 anni a.C. dove la donna occupava un posto d'onore, tanto nella vita profana come nella religione centrata attorno alla Dea Madre ,dove la sessualità veniva vissuta con molta libertà, senza vergogna e senza senso di colpa, con la consapevolezza che avrebbe influito positivamente sul benessere fisico, emozionale e spirituale delle persone e della società intera.&nbsp;</P>
<P>Il formidabile potere della donna iniziatrice è enorme, consta in primo luogo nella sua attitudine mentale rispetto alla sessualità che essa considera solo in senso spirituale.</P>
<P>Tutte le culture antiche hanno tradizioni che lodano il potere di iniziatrici delle donne. L'Egitto, la Grecia, l'Arabia, il Tibet e la Cina. La donna era considerata l'incarnazione della bellezza, della sensualità e della vitalità amorosa, allo stesso tempo guardiana del potenziale creatore. Ogni essere umano nasce dalla YONI (organo sessuale femminile) di una donna; ogni uomo desidera rientrare in questo territorio dalla femminilità sacra con il contatto sessuale illimitato che si realizza solo attraverso la “REALIZZAZIONE DELLA PERFETTA CONTINENZA”.</P>
<P>Ogni donna ,grazie alle sue eccezionali doti innate ,è capace di realizzare spontaneamente la continenza sessuale durante l'atto amoroso, semplicemente seguendo l'istinto. Mentre un uomo virile e potente, deve costantemente allenarsi ogni giorno, per un periodo abbastanza lungo, per arrivare a praticare la continenza sessuale, qualsiasi donna vitale, armoniosa e sensuale ha sempre a sua disposizione questo innato dono.</P>
<P>Assumendo un ruolo attivo ed esplorando con coraggio l'intera serie di segreti sessuali durante l'atto amoroso, una donna, sensuale e intelligente può conferire un grande potere sottile, spirituale, al suo amato permettendo alla coppia di raggiungere stati sublimi di estasi e unione con il divino.</P>
<P>Grazie alla sua sensibilità e al suo intuito risveglia ed amplifica nell'uomo caratteristiche profondamente benefiche, mostrandosi naturalmente aperta alla spiritualità.</P>
<P>La donna nel Tantrismo è energia di trasformazione, cambiamento,evoluzione e l'uomo è la pura coscienza. La donna vitale, consapevole della propria femminilità vive in modo spontaneo la propria sensualità valorizzando se stessa e portando armonia all'interno della coppia.</P>
<P>Conoscendo e apprezzando queste doti innate della donna, i grandi saggi della millenaria tradizione tantrica, l'hanno ammirata e adorata come SHAKTI - potere femminile - come ESSERE INIZIATRICE. La conoscenza della vera natura femminile e la fiducia in sé sono le condizioni essenziali per realizzare la dea presente in ogni donna, la Dea Iniziatrice.</P>
<P>La donna contemporanea come SHAKTI dovrebbe riscoprire i valori della sua bellezza interiore, della sua forza di trasformazione, della sua predisposizione al cambiamento, della sua capacità di analisi del dettaglio, della sua intuitività e ricettività. Solo valorizzando la sua stessa natura, la donna potrà riacquistare in pieno la sua forza interiore sostenendo non solo il proprio amato ma contribuendo al cambiamento dell'energia planetaria.&nbsp;</P>
<P>La donna consapevole ama il proprio corpo vitale, pieno nelle sue forme armoniose che manifestano sensualità e vitalità, impara ad ammirare le altre donne che percepisce come alleate nella realizzazione dell'amore universale; riconosce nelle altre donne il sostegno e la complicità per riportare l'intera società a contatto con i valori immutabili dell'amore, della forza della natura, della spiritualità.&nbsp; La donna che sa riconoscere la propria natura è libera dall'orgoglio personale e vive l'amore in ogni azione ed in ogni pensiero giungendo alla piena manifestazione del proprio sé.</P>]]>
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<title><![CDATA[Complimenti: come farli e perché]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Servono a sedurre. A esprimere i propri sentimenti. A creare un clima disteso, intimo, piacevole. A potenziare l’erotismo. Sono i complimenti, messaggeri d’ammirazione, alleati dell’eros e dell’amore.</STRONG></P>
<P>Vi sembra un tema frivolo? In realtà queste piccole frasi gentili hanno una potenza enorme. Servono a portare positività nelle relazioni, a creare un clima di piacevolezza e accettazione, a gratificare, a predisporre al piacere. Analizzandoli, è possibile capire molte cose sulla propria personalità e su tipo di relazioni che si stanno vivendo.</P>
<P>Siete convinti che i complimenti siano necessari solo nella fase del corteggiamento? Allora pensate che, una volta conquistata una persona, questa vi appartenga di diritto; e trascurate non solo di far crescere il rapporto, ma persino di viverlo, pienamente, giorno per giorno.</P>
<P>Pensate che non debbano essere ‘troppi’? Allora forse credete che ci possano essere dei limiti al piacere che due persone possono darsi l’un l’altra. Forse siete cresciuti in famiglie rigide, che vi spiegavano il valore dell’austerità e della morigeratezza. Ma oggi potete scegliere convinzioni più funzionali alla vostra felicità, non credete?Sospettate che gratificando l’altra persona possiate consegnarle un potere su di voi? Avere dunque paura che l’altra persona ’si monti la testa’ e possa rifiutarvi, o credersi migliore di voi? Attenzione: questo timore parla di una vostra insicurezza profonda, di una mancanza di autostima che può condizionare fortemente il vostro rapporto.Credete, quando sono diretti a voi, che possano essere falsi? O temete che siano finalizzati solo all’ottenimento di un’intimità sessuale? Ancora mancanza di autostima: questo è un atteggiamento tipicamente femminile. E’ vero, in realtà, che alcuni uomini sfornano complimenti a comando quando vogliono ottenere qualcosa, ma questo non significa che tutti lo facciano. Un po’ di prudenza va bene, ma è importante anche avere la sensibilità di riconoscere e accettare con gioia quello che il più delle volte è un omaggio sincero.Siete convinte, o convinti, che sia sempre l’uomo a doverli formulare? I ruoli sessuali, in effetti, prevedono questo, e molte donne temono che, esprimendo la loro ammirazione, possano ’scoprirsi’ e apparire troppo ansiose di iniziare un rapporto. Ma è possibilissimo gratificare una persona senza perdere la propria centratura.Le donne a volte non sono abituate a porgere complimenti, e non sanno come fare, hanno paura di sbagliare, di diventare ridicole. E così si trattengono, notano mentalmente una bellissima qualità del partner e tengono questa ammirazione per sé, negandosi il piacere della meravigliata sorpresa di lui.</P>
<P>Sono solo alcune delle convinzioni e delle paure, spesso irrazionali, che si annidano dietro alla possibilità di gratificare la persona che ci piace o di ricevere da lei apprezzamenti.</P>
<P>Servirsi dei complimenti, però, è un’arte sottile, con i suoi segreti e le sue difficoltà. Questo omaggio racconta tante cose di chi lo esprime: la scelta della frase, l’opportunità, il modo di porgerla.Il complimento è in genere una frase gentile, che esprime ammirazione per un aspetto del fisico o della personalità di chi vi sta accanto.</P>
<P>Ma ci sono anche i complimenti in forma indiretta: sono quelli che fingiamo di rivolgere a noi stessi, per essere stati tanto in gamba, intelligenti o fortunati da aver conquistato una certa persona. O quelli deduttivi: quando parliamo dell’immaginaria invidia altrui per la nostra situazione di coppia, o dichiariamo di essere le donne o gli uomini più fortunati della Terra. O quelli metaforici: è quando ci chiediamo chi è quell’angelo che è entrato nella nostra vita. E così via…Fare complimenti non è difficile: occorre solo il genuino desiderio di gratificare l’altra persona. E’ d’aiuto un po’ di fantasia, ma chi non ne è dotato può ripiegare sui sempreverdi: nessuna donna si è mai lamentata di qualcuno che le dice, e le ripete, “Sei bella”. L’analogo omaggio, rivolto a un uomo, è meno comune, ma ugualmente apprezzatissimo. E molti uomini sono piacevolmente e teneramente stupiti da questa frase.Se il vostro desiderio di far piacere a un’altra persona è genuino, è difficile che un complimento non riesca bene.</P>]]>
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<title><![CDATA[Disfunzioni sessuali: riguardano un adulto su tre]]></title>
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<created>2009-9-21T7:53:30+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Secondo le più recenti indagini, quasi un adulto su tre soffrirebbe di disturbi sessuali. Una percentuale ancora maggiore si rassegna al problema, e non ne parla col medico…</STRONG> </P>
<P>Tra il maggio 1999 e il febbraio 2001 in Inghilterra è stata condotta la valutazione nazionale dei comportamenti sessuali (Natsal), una vasta indagine compiuta su 11.161 uomini e donne tra i 16 e i 44 anni di età, scelti a caso per rispondere a un questionario sulla vita sessuale. Tra i partecipanti, il 34.8% degli uomini e il 53.8% delle donne ha riportato almeno un problema sessuale nell’ultimo mese. I disturbi maschili sarebbero principalmente la perdita della libido, l’eiaculazione precoce e l’ansia da performance; le donne riportano più facilmente l’assenza di orgasmo e il dolore durante i rapporti. Un terzo degli uomini e due terzi delle donne hanno evitato ogni rapporto durante il periodo dell’indagine, ma malgrado le conseguenze dei loro problemi, solo il 10.5% degli uomini e il 21% delle donne ha cercato un aiuto medico. Solo quando i problemi sessuali datano più di sei mesi (6% degli uomini, 15.6% delle donne) il ricorso al medico è più diffuso: rispettivamente 20.5% e 31.9%. Per rompere il silenzio, a chi tocca fare il primo passo? Per saperne di più, una équipe di scienziati britannici si è interessata ai pazienti dei medici generici. Love me tender, love me sweet…</P>
<P>Dalla finestra della sua cucina (…) sempre più inquieta e turbata, Streep guarda Eastwood senza camicia (e il fatto che il suo torace abbia un aspetto francamente senile rende la scena ancora più erotica; in un’era di bellezza di plastica, Clint era carne vera). Più tardi, nella vasca da bagno Streep è stregata dalle gocce d’acqua che cadono dalla doccia, quella stessa doccia che ha appena bagnato il corpo di lui. Ti ha toccato, la immaginiamo a pensare, il tuo corpo è stato qui, dove ora è il mio. Dopo che ha finito di prepararsi - e ancora non è chiaro cosa succederà tra i due - durante una telefonata lei gli appoggia una mano sulla spalla. Questo è tutto - una mano sulla spalla. Ma I ponti di Madison County è così finemente imperniato su di lei come soggetto sessuale, che la carica erotica di questo gesto è quasi insopportabile (…). Il mio corpo ha rivisitato nella memoria quel momento della mia vita nel quale un gesto, uno sguardo, un incontro di occhi, un contatto della pelle, rendono ciò che succederà dopo chiaro e immutabile. E ho capito da quanto tempo non vedevo un film nel quale mi potevo identificare, che andava dritto al fondo dei desideri di una donna. (…) Voglio dire, il mondo come si mostra attraverso il rimescolarsi del nostro sangue, le gole che si stringono, i battiti che accelerano. Mentre diventano sempre più accessibili a tutti le soluzioni terapeutiche, in particolare gli induttori di erezione come il Viagra, il Cialis e il Levitra, non si conosce la proporzione di pazienti di medicina generale che soffre di disturbi sessuali. Una équipe britannica ha condotto le sue indagini presso una quarantina di studi londinesi, estendendo la ricerca a 1.065 donne e 447 uomini tra 18 e 75 anni che hanno risposto a un questionario dettagliato sulla propria vita sessuale ma anche sulla qualità della vita in generale, sulla salute fisica e mentale e sull’igiene di vita. Secondo i risultati dell’inchiesta, il 22% degli uomini e il 47% delle donne ha ricevuto una diagnosi di disfunzione sessuale. Negli uomini, i disturbi più frequenti riguardano la disfunzione erettile (8.8%), e la perdita del desiderio sessuale (6.7%). Le donne riportano più frequentemente la perdita del desiderio (16.8%) e l’assenza di orgasmo. I ricercatori hanno voluto rintracciare alcune caratteristiche di questa popolazione: le donne sono in genere più anziane, senza impiego, e presentano una salute fisica e psicologica meno buona. Gli uomini sono più spesso disoccupati, di tipo non-caucasico (non bianco) e bisessuali. Poco caratteristici e ancora meno facilmente abbordabili, questi fattori predittivi sono in effetti inutilizzabili da parte dei medici generalisti, confermando una volta di più che la soluzione resta dal lato del paziente… (dati British Medical Journal, 2003). Chi ha tempo…<BR>Gli uomini con meno di 45 anni collegano i loro problemi erettili alla stanchezza e allo stress, mentre quelli con più di 45 anni (compresi quelli molto interessati dalla patologia) accordano un posto più importante all’invecchiamento e ad alcune patologie quali l’ipertensione, i problemi di prostata o altri disturbi cardiovascolari. La disfunzione erettile è considerata soprattutto come un problema da tenere sotto osservazione, e contro il quale è indispensabile agire al momento giusto. Il 94% degli uomini dichiara che si rivolgerebbe a un medico se i disturbi si ripetessero, e di questi, solo il 3% consulterebbe alla prima défaillance. I fattori che spingono maggiormente a consultare il medico sono l’intervento del partner o il fatto che l’argomento sia affrontato direttamente dal medico, seguiti dalle campagne informative televisive o a mezzo stampa, e dagli articoli medici. In assenza di prescrizione specifica, il 59% degli uomini non adotta alcuna misura particolare, attitudine condivisa con l’elevata percentuale degli uomini che pur avendo il problema non si rivolgono al medico. Dovremmo ripensare al termine “duro” riferito al pene eretto. Quando immaginiamo il pene in erezione come “duro”, gli mettiamo l’armatura. È ora di togliere quest’armatura metaforica, non per esporre la viscida lumachina che le sta sotto, ma per cominciare a pensare il corpo maschile nei termini delle sue diverse sensazioni, piuttosto che come un ideale immaginario di costanza. Il pene -tutt’altro che un impenetrabile cavaliere chiuso nella sua armatura - si porta il cuore sulla manica. Ed è questo che lo rende così magico. Quale altra parte del corpo umano è capace di rendere l’insorgenza del desiderio, la sua urgenza, così manifesta?</P>]]>
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<title><![CDATA[Femmene... tu si na' malafemmene]]></title>
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<created>2009-9-4T8:53:47+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P>Il <STRONG>dire corrente è pieno di luoghi comuni</STRONG>, vale a dire di affermazioni, che vengono riferite, dando per scontata la veridicità, basata su un “comune sentire”. Hanno una origine nobile, ed antichissima,risalgono, infatti, ai “topoi,” figure della&nbsp; Retorica di Aristotele,&nbsp; ed alla sua distinzione dei luoghi della ricerca del vero. Oggigiorno hanno perso molto dell'antica nobiltà, essi riferiscono, in genere, banalità, travestite da saggezza popolare. Ne ascoltiamo ad ogni piè sospinto, per esempio:i negri hanno la musica nel sangue, di mamma c'è ne una sola, come è triste Venezia.&nbsp; </P>
<P><STRONG>Vi sono, poi, quelli che riguardano le donne</STRONG>, che da soli riempirebbero interi libri:&nbsp; chi dice donna dice danno, donna la volante pericolo costante, un proverbio afgano recita: “se la moglie fosse una buona cosa, Dio ne avrebbe una”, Karl Krais afferma che “la donna è l'inconsistenza nobilitata dall'incoscienza” &nbsp;Ci fermiamo qui. Dobbiamo notare, che questo “comune sentire” si perde nella notte dei tempi, Tommaso d'Aquino riprendendo pari pari, Aristotele, afferma che:&nbsp;“la donna è un errore della natura...., con la sua eccessiva secrezione di liquidi e la sua bassa temperatura essa è fisicamente e spiritualmente inferiore.... una specie di uomo mutilato,&nbsp; fallito e mal riuscito...la piena realizzazione della specie umana è costituita dall'uomo” Facciamo qualche considerazione, come mai trasversalmente in ogni civiltà, ritroviamo questi “topoi” che esprimono, la scarsa considerazione verso il femminile?Come mai all'origine dei mali del mondo, nella tradizione occidentale, vi è&nbsp; sempre una figura femminile, che provoca disastri immani per tutta l'umanità? Chi sono le “donne danno”, coloro che hanno portato sulla terra ogni genere di disagio, comprese la morte e le malattie, ci fermiamo alle più famose: Pandora, Lilith, ed Eva, tutte e tre accomunate dalla sorte di aver provocato l'infelicità del genere umano. Conosciamole meglio.Pandora, il cui nome in greco vuol dire ” pan-doron “ (tutti i doni)&nbsp; era una fanciulla bellissima, creata da Efesto, su ordine di Zeus, per punire gli uomini, dopo che Prometeo, aveva donato loro, il fuoco rubato agli dei.&nbsp;Esiodo, nelle Opere e i giorni”, così narra il mito: “Zeus, irato per il furto del fuoco da parte di Prometeo, decise di punire oltre a Prometeo tutto il genere umano, che fino ad allora viveva in una condizione privilegiata, non conoscendo nessun male ordinò ad Efesto di plasmare con l'acqua e l'argilla una figura femminile, ancora sconosciuta agli uomini”a cui tutti dovevano fare dei doni: Atena, occhio di mare, le diede un cinto e l'adornò, le Grazie divine e Persuasione veneranda, intorno al suo corpo condussero aurei monili, le ore dalla splendida chioma, l'incoronarono con fiori di primavera,&nbsp; e mercurio per volere di Giove , le donò la curiosità e l'astuzia, e l'inganno e la menzogna., le donarono la voce, Zeus, le fece il dono più importante un vaso nel quale aveva chiuso tutti mali del mondo,compiuto l'inganno, Giove ordinò di accompagnare la nuova creature a Epitemeo, fratello di Prometeo, che al contrario del fratello capiva in ritardo, come diceva il suo stesso nome. Costui sebbene avvertito dal fratello di non accettare alcun dono da Zeus, colpito dalla bellezza della nuova creatura accetto il dono. Prima di allora il genere umano abitava la terra,del tutto al riparo da dolore, lontano dalla dura fatica, lontano da crudeli malattie che recano all'uomo la morte, ma la donna di sua mano, scoperchiò l'orcio e tutto disperse , procurando agli uomini sciagure luttuose. Solo la speranza rimasta sul fondo, rimase, nel vaso, per aver Pandora, cercato di richiudere il contenitore, e altri mali, infiniti vanno errando tra gli uomini.”&nbsp; Così Esiodo, proviamo a fare qualche considerazione su questo mito.<BR>Pandora, dunque, è la causa di ogni sciagura, ma è veramente colpevole? Lei è stata usata da Giove come capro espiatorio. Decide di punire gli uomini con la bellezza di un nuovo essere a cui aveva fatto donare la curiosità, e l'astuzia, Pandora, come Edipo, è vittima di sé stessa, del suo destino ineluttabile. Vi è una seconda considerazione che sfugge a molti, se all'epoca del furto del fuoco da parte di Prometeo, non era ancora comparsa, nessuna donna tra gli umani, vuol dire che il fuoco della conoscenza fu donato ai soli Maschi.</P>
<P>Il mito così enunciato, non solo, indica nella donna&nbsp; la causa della perdita dell'immortalità, ma giustifica, anche&nbsp; nello stesso tempo, il potere maschile sulla gestione della conoscenza e del sapere. Gli uomini, pur di avvicinarsi al sapere, al fuoco della conoscenza debbono “subire” la presenza femminile come, non solo come ostacolo, ma anche come una vera e propria punizione, e solo gli uomini che come Epimeteo, vedono dopo, possono cadere nella trappola di innamorarsi, salvo a pagare a caro prezzo la gioia della bellezza.Veniamo ora alla figura di Lilith. Il mito di questa figura è antichissimo risale ai Sumeri.<BR>Lei è identificata come un demone femminile signora della notte. La figura di questa donna è importante nella nostra civiltà, perchè secondo varie interpretazioni, compare nella Bibbia, in Isaiia 34:14, , e dalla descrizione della Genesi, si deduce che fu proprio lei, la prima donna che il Signore, affiancò ad Adamo, con il quale “convisse” nel giardino dell'Eden, ma il menage non fu dei più tranquilli. Lilith, non voleva avere rapporti con Adamo, sempre nella stessa situazione,&nbsp; non voleva, cioè, essere sempre sempre lei a giacere, ma&nbsp; anche sovrastare, il maschio. Adamo si rifiutò, e lei, dopo aver invocato il nome di Dio, si dileguò nella notte, finendo con l'accoppiarsi in vari modi con i demoni, generando, demoni, a sua volta. Le considerazioni su questa figura mitologica sono tante e molto interessanti: Lilith, per prima ripudia il compagno, che così diventa il primo abbandonato dell'umanità, per fare questo però, lei, paga un prezzo molto alto, di essere allontanata dal paradiso terrestre, senza poter chiedere gli alimenti, e per esprimere la propria sessualità costretta ad accoppiarsi, con dei demoni.La sessualità viene negata alla donna, che non può avere desideri, diversi da quelli del maschio, la sua funzione doveva essere quella di “soddisfare” il compagno incurante del resto. Questa visione della sessualità, nonostante i millenni e le le lotte di emancipazione femminile, esiste ancora oggi, in maniera subdola in ogni strato sociale, salvo a diventare un codice di comportamento nelle società mafiose, così come a descritto egregiamente Roberto Saviano, nel suo nuovo libro.Il maschio mafioso deve, sovrastare sempre la donna, con la quale non avrà né rapporti anali, né orali, perché non sono “degni” di un vero uomo. Società violente, ancestrali nei comportamenti, ci riportano pari pari, al mito di Lilith ed alla sua pericolosa ribellione. Il racconto mitologico, atemporale, senza spazio, è immutabile, e come quasi sempre, fornisce la spiegazione di comportamenti umani, sia singoli, che di interi gruppi. Il mito è sempre attuale.&nbsp;Torniamo ad Adamo, l'abbandonato, di certo non poteva rimanere, solo,&nbsp; e sebbene mandò, tre angeli come messi, a Lilith, lei rispose che non poteva più tornare, perchè oramai, aveva generato demoni.Non sappiamo in che termini rivolse la richiesta, al Dio Signore, e se fu sua l'idea, o il Padre Eterno,nella sua immensa bontà,&nbsp; dopo averlo, fatto appisolare, dalla sua costa genera&nbsp; una seconda donna: Eva. Al suo risveglio, Adamo si trovò&nbsp; vicino, questa nuova compagna, con la quale condividere l'Eden, ma dobbiamo ritenere, che a Dio Padre, le donne non riescono proprio bene. Difatti questa era sicuramente sessualmente più morigerata, ma aveva qualche altro difetto, era credulona, e curiosa. Credulona, perché&nbsp; si lascia convincere da un serpente, che&nbsp; Dio era geloso di loro, per questo aveva proibito loro di mangiare il frutto proibito, curiosa perché volle sperimentare questa teoria, mangiando il frutto proibito, non solo, ma convincendo anche Adamo, a mangiarne. L'ira del Signore non si fece attendere, Adamo cercò di scusarsi, accusando Eva, che a sua volta, accusò il serpente. Morale della favola, cartellino rosso, fuori tutti, non solo, per punizione Dio Padre, dice alla donna che per questo suo gesto dovrà “partorire con dolore”. Tutto si compiuto, l'umanità conoscerà, morte, fatica&nbsp; e dolori e dolore del generare. Interessante è nel racconto biblico la punizione a dover partorire con dolore. Vediamo perché.Ci chiediamo il racconto mitologico, espressione simbolica per eccellenza è sempre stato così&nbsp; negativo nei confronti della donna? La risposta è no, quando la società era agli albori e la struttura sociale più semplice, la donna espressione, con la maternità dello “stupore di esserci” aveva per la donna il massimo della considerazione. La fertilità femminile omologata alla fertilità della terra erano la massima espressione di vitalità e prosperità. Nella fase della non conoscenza biologica,il corpo femminile, era il substrato del tessuto sociale. Le rappresentazioni delle Veneri steatopigie, , il triangolo, simbolo dei genitali femminili, sono non un espressione volgare, ma al contrario, forme di devozione, verso la maternità. Le prime tumulazioni, vengono effettuate sotto forma di ventre gravidico, sovrastate da un asta, che rappresentava l'ombelico.In quel periodo, la società fioriva perchè basata sulla cooperazione, sia nell'allevare&nbsp; la prole, che nel coltivare i campi. Il parto era espressione serena della sessualità femminile, e della “libido materna”, indispensabile nel genere umano, mammifero neotenico.&nbsp; La neotenia è quel fenomeno, per il quale, la madre del cucciolo di uomo deve prendersene cura, poiché al contrario degli animali che nascono già capaci di iniziale autosufficienza già da alcune ore dopo il parto, la mdre di un bambino deve prenderne cura, perchè il cucciolo di uomo deve ancora imparare tutto, prima di rendersi autonomo. Queste considerazioni sono avvalorate dagli studi antropologici, supportati dall'archeologia preistorica, che di questi passaggi trova prove in quasi tutti i siti studiati. Illuminanti in questo senso i lavori della Gjmbutas, oltre a quelli già datati di Bachofen, che allo studio della grande madre dedicò quasi tutta la sua vita.La complessità sociale, la nascita di strutture economiche e politiche, la scoperta&nbsp; del baratto, e del commercio, fanno perdere alla maternità ed al parto la sua iniziale libidine innocente. Così come il grano si poteva non coltivare, ma comprare, scambiare, la maternità omologata alla terra, perde il suo valore primigenio, diventa una maternità educazionale, in senso piramidale, i figli vanno cresciuti, non seguendo i loro bisogni, ma quelli che la crescente potenza, della società patriarcale imponeva. La paternità, abbiamo già scritto, è il surrogato sociale della maternità, esse impone delle distribuzioni piramidali, per cui i figli nascono già, o soldati o schiavi. Tremenda cosa è ribellarsi al potere paterno, le madri diventano solo “riproduttrici”, e assumono importanza sociale, in virtù di questa loro specificità, in funzione del posto occupato nella piramide, dai loro figli. Per poter esercitare questo potere, il patrircato doveva necessariamente svilire, l'atto materno e sessuale dopo,&nbsp; la donna non poteva godere a pieno della propria corporeità, ma metterla al servizio del potere. E per mortificarsi ancora di più deve partorire con dolore. Ecco come il viaggio ontologico della evoluzione della maternità devia a favore dell'ambiente.</P>
<P>Nascono così, insieme alle civiltà complesse i miti delle “donne danno”Ora non voglio farvi ricordare, tutto questo, ma la prossima volta che dite “p****na Eva”, magari pensateci, … così distrattamente</P>]]>
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<title><![CDATA[Il cibo nemico]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<STRONG>Quand’è che il cibo, nella storia dell’umanità, ha iniziato ad essere un nemico?</STRONG> Un tempo cibo “cattivo” era considerato il cibo velenoso o avariato, che poteva provocare malattia e morte. Oggi il cibo “cattivo” è quello che “fa ingrassare”, quello che “fa giudicare” chi lo consuma, quello che non viene “socialmente accettato”, perché sinonimo di “capriccio, voglia, desiderio, debolezza”.&nbsp;&nbsp; Mi riferisco sicuramente ai dolci, ma non deve stupire se per molte persone nella stessa categoria rientrano anche tutti i carboidrati. Dei dolci se ne può fare a meno. Dal punto di vista nutrizionale non sono nemmeno così salutari, perché ricchi di zuccheri, grassi, coloranti, conservanti, ecc. Solo da pochi decenni sono entrati a far parte dell’alimentazione quotidiana. Un tempo erano un’eccezione, oggi sono un cibo-consolatorio.&nbsp;&nbsp; Ma per quanto riguarda i carboidrati, essi sono indispensabili alla vita. È sui cereali, infatti, che si è basata la sopravvivenza dell’umanità. In ogni Paese del mondo esistono uno o più cereali tipici di quel luogo, in sintonia con il clima, l’ubicazione geografica, la composizione geologica di quel territorio. Nei Paesi in via di sviluppo i cereali sono considerati una ricchezza, un dono prezioso della natura insieme all’acqua, perché insieme garantiscono la vita.&nbsp;&nbsp; Solo nei paesi “civilizzati” i cereali vengono considerati una “minaccia”, più per la linea che per la salute. E per alcuni aspetti, non a torto, se pensiamo quanto sono stati snaturati, manipolati, raffinati, chimicizzati, elaborati dalla grande industria, tanto da non possedere più nulla della funzione originaria: quella di nutrire. I carboidrati sono diventati un serbatoio di nude calorie, un veicolo di sostanze additivate dannose alla salute, che nulla hanno a che vedere con la composizione originale del cereale da cui derivano.&nbsp;&nbsp; Invece di eliminare i carboidrati dall’alimentazione quotidiana, perché non riconsiderare la loro qualità? Ormai da troppo tempo siamo abituati ad introdurre un solo tipo di cereale: il frumento. Tutte le forme di carboidrati che introduciamo nell’arco della giornata sono a base di frumento: pasta, pane, grissini, crackers, dolci, ecc. Tra l’altro, il frumento con cui vengono fatti viene concimato con fertilizzanti chimici e poi raffinato. Di conseguenza ne deriva un alimento povero di vitamine e sali minerali. Inoltre, la quasi totalità del frumento impiegato nella grande industria deriva da un incrocio tra un frumento “nanizzato” (cioè trattato con le radiazioni perché la pianta non cresca troppo in altezza), chiamato Creso, e un frumento&nbsp; di coltivazione messicana. Ciò avveniva negli anni ’80 e le conseguenze di tutte queste operazioni manipolative sono ora visibili nel dilagare delle intolleranze e allergie che molte persone hanno sviluppato nei confronti degli alimenti contenenti glutine. In natura esistono numerose varietà di cereali: orzo, miglio, mais, riso, kamut, farro, quinoa, grano saraceno, avena, segale. Ognuno di essi ha caratteristiche&nbsp; e composizione diverse e la loro rotazione nell’alimentazione settimanale garantisce un apporto di sostanze nutritive molto vario, purché di origine biologica e assunti nella forma integrale. Della maggior parte di questi si trovano anche i derivati (pane, pasta, crackers, biscotti, gallette, fiocchi, ecc.) e anche le farine, ma la forma migliore di assunzione per poter usufruire delle loro qualità è quella in chicco o comunque la meno manipolata possibile.&nbsp; Questi cereali e i loro derivati si possono trovare nei negozi specializzati nella vendita di alimenti biologici e biodinamici, ma da un po’ di tempo anche in alcuni supermercati. In questi ultimi, però, spesso la scelta è meno varia e i prezzi maggiori, oltre al fatto che i prodotti sono esclusivamente confezionati. È quindi utile leggere bene le etichette per essere sicuri che non siano stati additivati di sostanze conservanti, anche se considerate legali. L’essere umano non è fatto solo di fisico. Per questo tutte le tecniche utilizzate per controllare il peso corporeo (diete, attività fisica eccessiva, digiuni, ecc.) prima o poi rivelano la loro inefficacia e dannosità. Ci si dimentica troppo spesso delle proprie componenti spirituale e mentale, le quali non possono essere controllate dalla volontà e continuano ad ostacolarci nel nostro intento autolesionista, inviando continui messaggi. Tuttavia, noi continuiamo ad ignorarli, sia perché non siamo più in grado di ascoltarci, sia perché ci illudiamo di poterli controllare. Lo stimolo della fame è un segnale che viene dal nostro essere istintivo. Il suo scopo è permettere la sopravvivenza. Come può essere considerato un nemico? Continuare ad ignorarlo significa voler ignorare la vita stessa. Alla fine, essa ci invia un segnale di disagio talmente forte in modo che non sia più possibile far finta di niente. In un attimo avviene ciò che tanto avevamo temuto. Siamo costretti a capitolare. Ma ormai, in pochi secondi, riempiamo il nostro essere con un’infinità di cibo-spazzatura, invece che di cibo-amore e cibo-cura di sè. E il risultato è proprio quello che abbiamo cercato così affannosamente di evitare. “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Perché non trasformare questi insegnamenti in: <BR>“Non fare a te stesso ciò che non faresti agli altri” e “Ama te stesso come ami il tuo prossimo”? Possiamo cominciare proprio adesso: solo il presente ha valore. Il passato è passato: non esiste più. Il futuro non esiste ancora, ma sarà una conseguenza delle nostre azioni nel presente. <BR>Riempiamo la nostra vita di atti d’amore verso noi stessi! ]]>
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<title><![CDATA[Facebook: quando l'esperienza si conclude]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Torni a casa una sera e ti ritrovi a fare il consueto giro virtuale su FaceBook, abitudine assoldata quanto piacevole</STRONG>. A volte ti chiedi se non fai prima a fare quattro telefonate agli amici più cari, ma tant’è, sei entrata nel circuito e hai scoperto che tutto sommato non è poi così male, nonostante tutte le tue resistenze per le nuove tecnologie e per il mondo dei ragazzini (che tanto ragazzini poi non sono più). Ma quella sera c’è qualcosa di diverso, sarà l’aria particolarmente tersa e limpida dopo l’ennesimo acquazzone, sarà che sei già in piena fase di transizione lavorativa e affettiva, fatto sta che ti ritrovi davanti ad una schermata con una maschera che afferma: “Account disabilitato”. “Mi sarò distratta, avrò digitato scorrettamente la password” – pensi.</P>
<P>Provi e riprovi, ma la medesima inappellabile sentenza si ripresenta.Segui il suggerimento, vai a consultare le famigerate Faq, ma anche lì l’arcano non si svela. E a quel punto scattano le proiezioni, la fantasia prende il sopravvento, tra incredulità, rammarico, senso di colpa, delusione, fastidio. Ma, in fondo, a ben vedere, la Vita fornisce per tempo, nel suo affaccendarsi, delle avvisaglie, che a volte sappiamo (o ci impegniamo coraggiosamente) leggere, altre volte ci lasciano intonsi. Sono difficili da abbattere le nostre corazze. Allora ripensi alle coincidenze: sette mesi esatti esatti dalla prima iscrizione. Sette mesi che nel linguaggio simbolico dei numeri, indica la Saggezza. Avrei dovuto imparare una lezione, forse anche più d’una.E mi ritrovo a sorridere di fronte al mare di ‘coincidenze’ che avrebbero dovuto e/o potuto presagire questo epilogo. Niente regole, nessun avvertimento da parte dei Gestori del sito, no, non stiamo parlando di questo. A quel livello, come già accaduto a numerosi altri colleghi facebookiani, nulla di veramente chiaro né illuminante. I piccoli segnali sono ad un livello più sottile, di esistenza quotidiana, quella che nessuno può definire con le sue norme e procedure. Di fronte all’accaduto, c’è chi si ostina a non accettare i fatti, dà corso a battaglie legali – quante persone si sentono di essere state defraudate dalla quantità immane di dati personali che hanno immagazzinato in un sito di cui non conoscono neanche di sfuggita il volto degli individui che vi stanno dietro e che si sentono di avere perso in un istante, e arrivano a richiedere la restituzione dei relativi file – come se si volesse piegare la Vita ai propri giochi, giochi di cui, a quanto pare, non si conoscono o ci si ostina a non voler seguire le regole. Oppure, c’è chi, forse anche più tignoso, si crea un nuovo profilo fotocopia del precedente, come se fosse possibile ricreare un’identità smarrita e come se il proprio alias virtuale ‘defunto’ portasse con sé una parte di noi: sconfiggere la morte, risorgendo. Un pensiero magico che caratterizza ogni bimbo da piccolo e che, teoricamente, negli adulti dovrebbe gradualmente svanire. E c’è chi preferisce limitarsi a dare un senso all’accaduto, osserva, non si scompone più di tanto, si lascia attraversare dalle emozioni che si avvicendano, s’accavallano, si susseguono, per poi accettare la conclusione di un’esperienza che, comunque sia, prima o poi, avrebbe dovuto fare il suo corso.&nbsp;&nbsp; Spesso nella nostra esistenza abbiamo l’illusione di decidere, disporre, architettare le strade e i percorsi. </P>
<P>Quando, invece, la Vita ci smentisce clamorosamente, siamo chiamati a compiere un lavoro immenso e profondo di elaborazione dell’accaduto e del senso di lutto e di perdita di quelle pseudo certezze che ci eravamo costruite e che non avevano alcuna ragione d’esistere. Se non altro, ora tornerò ad avere più tempo libero nella giornata, da dedicare a ciò che concretamente mi coinvolge e m’appassiona, non rischierò di perdere l’istante dell’alba, o del tramonto di fronte ad uno schermo, telefonerò di più (e magari vedrò) gli amici, curerò maggiormente le piante, la casa, me stessa, e molto, molto altro. Quel che si può avere scritto e scambiato su un sito, con delle persone, oppure come messaggi affidati all’etere, come foglietti arrotolati dentro una bottiglia nel mare, è andato, ha fatto il suo, corso: a volte restano sensazioni, emozioni, tracce di scambi intellettuali. Il vero arricchimento si verifica quando tutto questo si può riprodurre anche nella vita concreta quotidiana, allora sì che la traccia fa breccia più nel profondo. E’ proprio vero che il virtuale – come tutto ciò che contiene in potenza e che sarebbe pronto per germogliare – potrebbe dare vita a tante possibilità. Peccato che spesso ci accontentiamo (o preferiamo deliberatamente) che resti tale.</P>]]>
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<title><![CDATA[Saziamento e sazietà]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>I concetti di saziamento e sazietà spesso non sono conosciuti dalla maggior parte delle persone</STRONG>. Questi due termini vengono solitamente confusi e raggruppati sotto lo stesso termine di “sazietà”, ma in realtà indicano due momenti differenti e complementari dello stesso atto del nutrirsi. Generalmente, il termine sazietà viene utilizzato sia per indicare il momento in cui non si prova più lo stimolo della fame, sia la durata del periodo da quando ciò avviene fino a quando lo stimolo ricompare. In realtà, nel primo caso si parla più propriamente di saziamento, il quale indica il tempo che intercorre tra quando si inizia a mangiare e quando non si sente più la necessità di farlo.Con sazietà, invece, si intende il periodo che intercorre tra il momento in cui cessa lo stimolo della fame fino a quando ricompare. Nelle persone che utilizzano vari metodi per controllare lo stimolo della fame, spesso il saziamento e la sazietà non vengono più correttamente riconosciuti, impedendo di poter smettere l’atto del mangiare quando l’organismo non ne ha più bisogno o di iniziare a mangiare quando la sazietà è terminata.</P>
<P>Poiché uno dei segnali di saziamento è dato dalla distensione della parete gastrica, esso può essere indotto con vari metodi (es. introduzione di grandi quantità di liquidi o di alimenti quali verdura o frutta che, una volta digeriti, comportano un periodo di sazietà più breve e una precoce ricomparsa dello stimolo della fame). Se, per esempio, un pasto è composto solo da verdura o frutta, il saziamento sarà veloce (distensione gastrica dovuta ad acqua e fibre), ma la sazietà sarà breve e quindi lo stimolo della fame ricomparirà molto presto (circa 30-60 minuti dopo). Nelle persone che mangiano molto velocemente, senza masticare e solitamente introducono grandi quantità di cibo ad ogni pasto, la distensione della parete gastrica avviene più lentamente e quindi il messaggio di sazietà tarda ad arrivare. Il saziamento e la sazietà sono determinati anche dal tipo e dalla qualità degli alimenti introdotti durante il pasto. Ogni alimento ha un determinato potere saziante, che varia a seconda della presenza di altri componenti o alimenti nel pasto. In senso generale, i carboidrati complessi hanno un alto potere saziante, le proteine hanno un medio potere saziante e i lipidi hanno un alto potere saziante ma solo se introdotti in quantità elevata. Le fibre, soprattutto derivanti da verdura e da prodotti integrali, aumentano il potere saziante degli alimenti a cui si accompagnano. La frutta, invece, essendo composta principalmente di acqua e zuccheri semplici, ha un potere saziante temporaneo. Se nello stesso pasto sono presenti i principali macronutrienti (carboidrati, proteine e lipidi) e le fibre derivanti dalla verdura, sia il saziamento che la sazietà saranno maggiori. La capacità di riconoscere gli stimoli di fame e sazietà è una cosa innata nell’essere umano, come anche in tutti gli altri animali. Essa è molto sviluppata e attiva nel neonato e negli animali, tranne quelli domestici, da allevamento e negli animali che vivono in cattività. Negli animali liberi, questa capacità rimane inalterata per tutta la vita. Anche per l’uomo un tempo era così: gli stimoli di fame e sazietà hanno permesso a tutte le specie del regno animale (uomo compreso) di sopravvivere ed evolversi. Purtroppo, sia nell’uomo che negli animali domestici, quelli che vivono in cattività e quelli da allevamento, questa capacità viene alterata da altre esigenze, prima tra tutte la scansione quotidiana del tempo cronologico. E’ certamente evidente che non mangiamo perché abbiamo fame, anche se spesso non ce ne rendiamo conto, ma perché “è ora”. Tutta la vita dell’individuo è scandita dagli orari: l’ora di alzarsi, l’ora di fare colazione, l’ora di andare a scuola o al lavoro, l’ora di pranzo, l’ora di merenda, l’ora di cena, l’ora di andare a letto. Anche gli animali da compagnia (cani, gatti, uccelli, conigli, cavie, ecc.) si sono dovuti adeguare ai nostri orari.&nbsp;Il fattore tempo non è l’unico ad influire sulla perdita della capacità di riconoscimento degli stimoli di fame e sazietà. Lo stress, l’ansia, la tristezza, la depressione possono provocare un falso stimolo della fame, il cui scopo è provocare l’assunzione di alimenti dolci che stimolino la produzione di sostanze in grado di favorire un temporaneo stato di benessere. Quando mangiamo, tutti i nostri sensi collaborano ad inviare messaggi al cervello sulla forma, il colore, l’odore, il sapore e la consistenza di ciò che stiamo ingerendo. Agli stimoli sensoriali si aggiunge anche la memoria (ricordi piacevoli o spiacevoli). Tutte queste informazioni contribuiscono a determinare il senso di sazietà e la sensazione o meno di appagamento.Un altro fattore che favorisce la comparsa dello stimolo di saziamento ed influisce sulla sazietà è la masticazione. Quasi tutti dedichiamo poco tempo e attenzione alla nostra alimentazione. La vita frenetica divisa tra casa, lavoro e famiglia lascia poco spazio alla preparazione e all’assunzione calma e rilassata dei pasti. A ciò dobbiamo aggiungere gli stati emozionali (stress, ansia, rabbia, nervosismo, depressione) che accompagnano la nostra giornata. Tutto questo influisce sia sulla scelta degli alimenti (veloci da preparare, ricchi di grassi e zuccheri, dal sapore accentuato), sia sulla modalità di assunzione. Probabilmente ciò è dovuto alla ricerca di una “sferzata di energia” di cui il nostro organismo necessita a causa dell’esaurimento delle forze dovuto ad una vita sempre di corsa. Purtroppo, però, ciò non avviene. Più che mangiare, aggrediamo il cibo, lo sbraniamo, ingurgitiamo, lo deglutiamo quasi intero, proprio come fanno gli animali carnivori selvaggi. Questo atteggiamento potrebbe anche derivare dalla necessità di scaricare le tensioni e l’aggressività accumulata durante la giornata. Spesso, anche a distanza di poche ore dal pasto, non ci ricordiamo nemmeno cosa abbiamo mangiato. La masticazione è importante, non solo perché attraverso la triturazione e la salivazione viene facilitata la digestione degli alimenti. Già questa cosa da sola sarebbe una grande conquista per la nostra salute, perché molti dei problemi legati alla civilizzazione che affliggono il nostro sistema digerente verrebbero risolti. Oltre a ciò, dobbiamo tener presente che nella cavità orofaringea e in particolare a livello della lingua, avviene la produzione della sazietà sensoriale, generata dalla stimolazione esercitata dal cibo sui cinque sensi (soprattutto gusto e olfatto). Mangiare velocemente e con voracità riduce la sazietà sensoriale, mentre una buona masticazione la favorisce.Il nostro comportamento alimentare, inoltre, è influenzato dai sapori. La dietetica occidentale riconosce quattro sapori fondamentali: dolce, salato, acido e amaro. Su zone specifiche della lingua sono presenti le papille gustative in grado di riconoscere i vari sapori: dolce sulla punta, salato e acido ai lati, amaro sul retro. Il sapore influenza il grado di accettazione di una sostanza, che è direttamente proporzionale alla piacevolezza della sensazione gustativa. Maggiormente ricercate sono le sostanze dolci perché danno una sensazione molto piacevole, la quale però diminuisce man mano che aumenta la concentrazione del sapore. Il gusto amaro, invece, provoca solitamente una sensazione sgradevole e il rifiuto della sostanza, soprattutto nei bambini, poiché questo sapore viene generalmente associato alle sostanze velenose. Il grado di piacevolezza e la ricerca di un alimento sono inoltre maggiori all’inizio del pasto e diminuiscono gradualmente, fino a diventare sgradevoli quando si è raggiunta la sazietà. Riassumendo, per ripristinare la capacità di recepire lo stimolo di sazietà è importante:</P>
<BLOCKQUOTE dir=ltr style="MARGIN-RIGHT: 0px">
<P>1. Suddividere l’alimentazione quotidiana in 5 pasti<BR>2. Prendersi del tempo per preparare e consumare il pasto senza fretta<BR>3. Masticare bene il cibo<BR>4. Introdurre i principali macronutrienti in ogni pasto, privilegiando i carboidrati a pranzo (fattore energetico) e le proteine a cena (fattore costruttivo)<BR>5. Accompagnare ogni pasto con verdure (crude e/o cotte) e assumere la frutta negli spuntini<BR>6. Consumare principalmente alimenti integrali (fibre, vitamine, oligoelementi) e biologici (frutta con la buccia)<BR>7. Ricordarsi che gli alimenti ricchi di zuccheri e lipidi sono più appetibili e stimolano il senso di fame.</P></BLOCKQUOTE>
<P>Infine, un aspetto che pochi conoscono e viene molto sottovalutato è il fatto che, durante la masticazione degli alimenti freschi, integrali e biologici o biodinamici, vengono liberate le energie sottili in essi contenute, che servono a nutrire l’aspetto immateriale del nostro essere (corpo eterico, corpo astrale ed Io), ma di cui beneficia anche il corpo fisico.</P>]]>
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<title><![CDATA[Alla ricerca della felicità]]></title>
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<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Che cosa rende felici le persone, una macchina nuova o una casa più bella? Avere tanti soldi o raggiungere il successo? Avere un avanzamento di carriera o cinque minuti di notorietà?</STRONG>&nbsp; Mi dispiace dovertelo dire, ma smettila d’illuderti: le ricerche hanno dimostrato che nessuna di queste cose Ti aiuterà a trovare la felicità. <STRONG>Queste cose sono la conseguenza della felicità</STRONG>. </P>
<P>La società in cui viviamo ci “comunica” ogni giorno che la felicità è un qualcosa che può essere comprata, come un etto di prosciutto al supermercato. Invece, “i soldi non fanno la felicità”. A dir la verità, molti continuano a pensare che sia tutto “comprabile” con i soldi, anche la felicità. Io sono esattamente dell’idea opposta e cito a sostegno della mia tesi, David G. Myers, psicologo della Hope College di Holland, nel Michigan, dove ha svolto un’interessante ricerca.&nbsp;Nella sua ricerca, Myers ha individuato una notevole discrepanza tra benessere economico e felicità. Traduco: non necessariamente avere molti soldi, una posizione economica importante, successo e notorietà, sono sinonimi di felicità.&nbsp; In effetti, le cronache quotidiane sono piene di casi di persone ricche e famose piene di problemi. </P>
<P>A testimonianza del fatto che i problemi, non fanno distinzione tra ricchi e poveri. Volendo esagerare, potrei affermare che in molti casi, i soldi sono stati dei veri e propri strumenti per “uccidere” la felicità. Il cammino della “psicologia positiva” è in pieno sviluppo, e i risultati ci portano a sorprendenti conclusioni. Ci sono prove oggettive che la felicità non si raggiunge con i soldi. Secondo queste ricerche, le persone più felici sono quelle che si concentrano sul “presente”, sul vivere bene l’oggi e non, sul domani.&nbsp; E’ una vita che grido ai quattro venti di smetterla di “pensare al passato o di vivere proiettati nel futuro”. Smettila d’ingannarti che “domani sarà migliore”. Se non fai qualcosa per essere felice, domani non sarà migliore di oggi. Pensa ad oggi e vivilo intensamente, magari come se fosse l’ultimo giorno della Tua vita.&nbsp; Grandi psicologi di primo piano, come Carl Rogers o Fritz Perls, nei loro libri descrivono la salute psicologica come la capacità di vivere nel presente.&nbsp;</P>
<P>Concentrarsi sul presente, su quello che uno fa e che ha già, aiuta ad essere più felici, più soddisfatti della vita. E’ difficile essere felici se uno non sa apprezzare le cose belle che possiede già.&nbsp; Dunque, con i soldi non è possibile comprare la felicità. Forse ci faranno stare meglio e in alcuni casi sono proprio necessari, anche se è impossibile comprare il “sorriso di un bambino”, “la vera amicizia” o “l’amore di una donna o di un uomo”. Per molti, la felicità sembra un obiettivo irraggiungibile, io continuo a pensare che la felicità è fatta di cose semplici, che spesso abbiamo a portata di mano e che non sappiamo più apprezzare.&nbsp;&nbsp;&nbsp; <BR>La felicità è fatta di sorrisi, di strette di mano, di persone che sei riuscito ad aiutare, di un lavoro che Ti soddisfa, di un momento di dolcezza. Persino vedere un tramonto o leggere un buon libro può rendere felici.&nbsp;&nbsp; </P>
<P>La felicità deve venire principalmente da dentro, dalla soddisfazione di alzarsi tutte le mattine e ripetersi che “Oggi è una bellissima giornata e chissà quante cose belle posso fare”!&nbsp;&nbsp;Soltanto quando Tu sei felice internamente, accade il miracolo: che anche le cose materiali cominciano ad arrivare.&nbsp;&nbsp;Fidati, io ne so qualcosa: il successo è una conseguenza della felicità e non un modo per raggiungerla.</P>]]>
</content>
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<title><![CDATA[1440 minuti di risorse preziose, impara a viverli]]></title>
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<created>2009-5-4T7:44:49+01:00</created>
<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<P><STRONG>Ogni giorno, la vita, Ti dona ben 1440 minuti di risorse molto preziose: Tu come le vivi? Tu cosa ci fai?</STRONG></P>
<P>Nei miei seminari motivazionali mi capita spesso di parlare con persone che si lamentano di come sia brutta la loro vita, triste e spesso, anche infelice. Poi, mentre parli con loro, ti accorgi che in realtà non fanno assolutamente nulla per viverla intensamente e sprecano quei 1440 minuti di risorse preziose che la vita dona loro.</P>
<P>Forse non Ti è ben chiaro che il tempo passa e non torna mai indietro, anziché lamentarti tutto il giorno e sprecarlo nell’incolpare tizio o caio dei Tuoi mali o dei Tuoi insuccessi, non sarebbe meglio se Tu imparassi a vivere al massimo questi preziosi 1440 minuti?</P>
<P>1440 minuti, ovvero 24 ore. Questo è quello che Dio o l’Universo (se non sei credente) Ti regala ogni giorno. 1440 minuti di risorse preziose; 1440 minuti con cui puoi fare tantissime cose. Smetti di leggere e prova solo per un istante ad immaginare quante cose belle potresti fare se sapresti usare, fino in fondo, queste risorse preziose.</P>
<P>Purtroppo, il tempo perso è perso per sempre. Quindi, è adesso il momento migliore di fare tutte quelle cose che sono importanti per Te. Ogni giorno fai qualcosa di nuovo. Ogni giorno leggi qualcosa di diverso. Ogni giorno fai amicizia con una nuova persona. Ogni giorno buttati e cerca di fare qualcosa che Ti spaventa.</P>
<P>Smetti di aver paura e impara a fare, ogni giorno, qualcosa di nuovo e di interessante. Ogni giorno prendi coraggio e inizia qualcosa che vorresti fare, senza rimandarlo a domani. Usa il Tuo tempo in maniera saggia, usa quei 1440 minuti in maniera intelligente.</P>
<P>L’essere umano è la forma più intelligente su questo pianeta, eppure non lo dimostra. Sa solo sprecare quello che ha: tempo, risorse, amori, amicizie, opportunità, ecc. Smettila di rimandare a domani e comincia a fare le cose, oggi. Falle ora, in questi 1440 minuti che Ti sono stati dati.</P>
<P>Tutte le mattine, prima di alzarti dal letto, fai come me e poniti queste due domande: Che cosa posso fare di bello oggi? Che cosa posso fare con il tempo che mi è stato donato?</P>
<P>Ti lascio con una frase bellissima del grande scrittore Rudyard Kipling: “Dai valore a ogni istante della tua vita”.</P>]]>
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