Che
cos’è che ogni giorno ci dà la carica per
cominciare una nuova giornata? E’ vero che per
godersi la vita bisogna per forza essere ottimisti?
Come si può conservare il gusto di vivere a
dispetto degli eventi, coltivandolo prima di tutto
dentro di sé.
Quando
mi sono stati attribuiti gli articoli da scrivere
per il dossier
sul piacere, erano gli ultimi giorni di luglio e
l’idea di scrivere qualcosa riguardo al gusto
della vita mi sembrava piacevole; indubbiamente il
clima pre-vacanza e l’idea dei bagagli da fare
generava un buonumore che si estendeva anche al
lavoro che avrei dovuto svolgere a settembre.
Rientrata
dalle vacanze mi sono messa all’opera e ho
lavorato ad altri articoli, lasciando per ultimo il
“gusto della vita”. Poi arrivò l’11 settembre
e tutto ciò che ne conseguì. Di colpo le nostre sicurezze
sono andate in frantumi, di colpo ci è apparso
quel mondo che rimuoviamo dalla coscienza tutti i
giorni, quello fatto di povertà, ingiustizie,
crimini efferati che neanche riusciamo a immaginare.
Ognuno di noi ha avuto reazioni diverse, ma è
difficile continuare a negare e a rimuovere.Alcuni
sono stati qualche giorno come sotto shock. C’è
qualcosa di pervasivo nell’aria e dentro di noi.
Poi ancora la tragedia di Linate, dove alcune mie
colleghe sono state in prima linea per offrire
sostegno ai parenti delle vittime, e il peso della
vicenda di Omar ed Erika, dai quali forse tutti ci
aspettavamo almeno una parvenza di senso di colpa. E
ancora l’antrace e il disastro nel San Gottardo.
Mi
è risultato sempre più impossibile scrivere ciò
che mi era stato assegnato; ogni volta che provavo
sentivo una forte inibizione, un blocco, il titolo
mi appariva fuori luogo, quasi stonato. Come potevo
parlare del gusto della vita, così amaro in questo
momento? Eppure nel quotidiano a parte qualche
riflessione con amici e colleghi, nella nostra città,
tutto intorno
a me proseguiva, o almeno sembrava, proseguire
inalterato, la vita continuava in apparenza come
prima.Osservavo i bambini giocare ai giardinetti
accompagnati dalle loro mamme mentre in America la
gente in coda aspettava l’esito dei tests
sull’antrace e mi domandavo come si sentiva la
gente dentro, al di là del normale procedere
quotidiano.
Non
credo sia una questione di superficialità, né di
convenienza, né di assenza di comprensione.
Piuttosto una questione di sopravvivenza; credo che ognuno di noi si porti dentro un po’
di dolore per quell’episodio, per quegli eventi,
ma che il modo di reagire al dolore, il
modo in cui si continua a vivere sia proprio il
significante della nostra idea del gusto della vita.
Una
canzoncina di un vecchio cartone animato
recitava: per
alcuni la vita è una gioia, per altri una noia.
Forse
siamo cresciuti con questa idea nella testa, ma
confesso che non mi sono mai piaciute le
radicalizzazioni tra “ottimisti e pessimisti”.
Alcune teorie biologiche sostengono che l’essere
pessimisti o ottimisti è una questione genetica. Ma
è pur vero che la nostra costituzione genetica dà
informazioni “potenziali” e che noi siamo un
insieme di natura e cultura.Inoltre nella vita
accade che vi siano momenti di oscillazione da uno stato all’altro dettati anche dalle
circostanze: in condizioni di normalità
generalmente rimuoviamo l’idea angosciosa della
morte , ma dopo eventi catastrofici come quelli
dell’11 settembre e quelli a seguire, ognuno di
noi fa più fatica ad allontanare dalla coscienza il
senso di sgomento, non per questo però ci
paralizziamo. Che
cosa fa sì che andiamo avanti?
Si
potrebbe dire che il gusto della vita dipende
dall’aver costruito una stima di se stessi e una fiducia interna negli altri e nel
mondo, frutto di un processo costituitosi nel
contesto di relazioni infantili
positive dove la frustrazione ha potuto trovare
soluzione ed elaborazione. Si può
amare la vita anche se si è di fondo un
po’ pessimisti (Oscar Wilde diceva che il
pessimista è un ottimista meglio informato), anche
se la vita ci conduce di fronte ad eventi
catastrofici difficili da comprendere e sopportare,
anche se è diversa da quella che desideriamo. Si
tratta di tollerare lo scarto esistente tra
l’ideale di vita che vorremmo e la realtà che ci
si presenta quotidianamente.
Non
sempre riusciamo a raggiungere le mete che ci
eravamo proposti: essere amati come vogliamo noi,
trovare un lavoro gratificante, avere rapporti
armonici con gli altri, giocare nel nostro tempo
libero, essere liberi da vincoli. Per mantenere
solido dentro noi stessi l’idea che la vita vale
la pena di essere vissuta anche a fronte degli
imprevisti, delle avversità,della temporaneità
delle nostre conquiste e dei nostri obiettivi,
è importante mantenere uno spazio mentale
disponibile al cambiamento, includere nelle nostre
categorie mentali la possibilità dell’ignoto.
Ognuno
di noi ha un proprio ideale, ma se questo ideale non
si rimodella quotidianamente corriamo il rischio di perdere il gusto
della vita e precipitare nella depressione. Se
riusciamo a liberarci dalle illusioni senza sposare
il nichilismo, riusciamo a includere la frustrazione
senza sentirci distrutti o inutili. Per
conservare il gusto della vita dobbiamo riuscire a
collocarci nell’area intermedia che sta tra
l’illusione e la disillusione. E’ quello che
ci consente di mettere al mondo figli anche quando
ci sono le guerre.
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Flavia
Facco, L'invisibile
in menopausa
- Psicologia del benessere nella crisi di
transizione della mezza età,
Franco Angeli, 2005
La
menopausa è stata oggetto di modelli
interpretativi fondati sulla scissione
mente-corpo, scissione che non ha giovato a
rendere giustizia della complessità del
fenomeno, né tantomeno alle donne e ai
professionisti della salute che se ne
occupano. La menopausa nel tempo da malattia
degli eccessi diventa infatti la malattia
della mancanza quando non anche causa stessa
della depressione. Il testo vuole descrivere
una crisi di transizione che sembra invisibile
perché non si mostra ai nostri occhi e si
svolge invece negli spazi intimi della mente e
del cuore delle donne e difficilmente
raggiunge spazi socialmente condivisi. |