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Per
evitare quelle che Fausto
Manara chiama “identificazioni
maschili incompiute”, una piccola riflessione
sulla paternità e sulla sua importanza decisiva per
il futuro dei nostri figli. Significati e
responsabilità di cui si è persa la traccia.
Chi
è il padre?
Quando noi diciamo ‘ padre’ non intendiamo
solamente la figura fisica del genitore, ma una
molteplicità immensa di significati e di
identificazioni. Il padre è innanzitutto il
genitore, del quale il bambino deve conoscere
l’esistenza e l’identità anche se non lo ha mai
visto. Ma il padre è anche il
marito o il compagno della madre o chiunque, di
sesso maschile, si occupi della crescita del
bambino. Infine, ed è questa la sua funzione più
importante, il padre incarna l’istanza
paterna, quell’immagine simbolica che il
bambino deve interiorizzare per poter costruire la sua
immagine interiore del padre, cioè del posto
che questi occupa e delle funzioni che riveste.
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L’importanza
del riconoscimento
Il padre sancisce la virilità del
figlio, ne conferma l’identità maschile
e gli insegna la fierezza dell’essere
uomo: parlandogli, trasmettendogli
informazioni, svolgendo con lui attività
‘maschili’, accogliendolo nel ‘mondo
degli uomini’
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Inoltre,
il padre è
quello che la madre definisce come tale e del
quale trasmette, attraverso atteggiamenti e
discorsi, un giudizio: l’immagine che il bambino
piccolo ha del padre dipenderà moltissimo da quella
veicolata dalla madre. La quale contribuirà in modo
decisivo per il bambino alla formazione del ‘padre
interiore’, ricordandone le parole quando il padre
è assente, anticipandone l’arrivo, citandone le
opinoni.
A
cosa ‘serve’ il padre?
A orientarsi e a definirsi. Il padre serve al
bambino per capire
da dove viene, a conoscere le sue origini e le
sue radici, e a comprendere
che non è solo figlio di sua madre. Spesso i
bambini molto piccoli credono in un’onnipotenza
materna talmente smisurata da averli prodotti da sé.
La figura paterna serve quindi al bambino per
introdurre quel terzo
elemento che gli è indispensabile per
distaccarsi dalla simbiosi con la mamma, e a
relativizzarne l’onnipotenza. Insomma, è così
che inizia quel sano processo di separazione e di
distacco che condurrà il bambino a costruire
una propria identità e una propria autonomia.
Allo stesso modo, proprio il fatto che per fare un
bambino è necessario un padre rende chiaro che nella
vita della madre c’è stata, anche se magari
per una notte sola, un’altra
persona. Così il bambino capirà che il
suo rapporto con la madre non potrà mai essere
esclusivo.
Il
rapporto a tre
Si crea così il nucleo fondamentale delle
relazioni di ogni essere umano: la
triangolazione io-tu-rivale. Il bambino esce
dalla diade madre-figlio, che ne impedirebbe
l’autonomia, per far subentrare in questa
relazione il terzo elemento.
Questo elemento, che si introduce per ultimo, ha però
un grande
potere: quello di proibire al bambino
l’accesso esclusivo alla madre. E’ così che
comincia per il bambino, proprio attraverso
l’interdizione alla madre,
l’incontro con l’autorità e la legge.
Non
basta essere papà per essere padri
Per il bambino la parola del padre non è solo
‘quella del suo papà’, ma la parola del padre
come entità paterna, è quindi ‘la
parola di tutti i padri’. Per questo è
importante che i padri sappiano essere all’altezza
del ruolo e delle funzioni paterne. E per questo è
importante che la parola del padre venga rispettata
anche in sua assenza. Un buon padre non è un padre
autoriario, né un tiranno o un dittatore. L’apprendimento
avviene attraverso l’affetto e le emozioni, e
non è affatto vero che un bambino sottomesso impara
meglio o prima degli altri, anzi è vero il
contrario. Un padre terrificante sarà in grado di
esercitare sul bambino una fascinazione negativa e
paralizzante che ne condizionerà il futuro in modo
spesso irrimediabile. Fonte
di identificazione e di autorità, ma anche riparo
contenitivo e affettuoso, il padre non è un
dominatore onnipotente, ma una guida autorevole,
benevola e rassicurante che con l’esempio, le
parole e i
comportamenti condivisi trasmette al figlio
tutto quello che sa riguardo all’essere uomo tra
gli altri uomini. Il padre appartiene al bambino, e
non il contrario…
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Fausto
Manara,
La
vita non è un tango - Nuove principesse e
maschi cenerentoli,
Sperling & Kupfer - 2001
pp. 213, L. 28.000 (€ 14,46)
No,
purtroppo la vita non è un tango. Non ha
molto in comune con quel ballo sensuale e
avvolgente in cui il canovaccio è noto e i
ruoli ben definiti: il maschio guida e prende
l’iniziativa e la donna deve essere
un’eccellente seguidora,
che asseconda al meglio le improvvisazioni del
partner. Solo così, accogliendo l’uomo,
potrà esprimere in piena libertà se stessa e
diventare, a sua volta, una protagonista. Oggi
la donna è cambiata, e queste “nuove
principesse” che dirigono e scelgono, che
assumono ruoli in origine rigidamente
maschili, hanno messo gli uomini
nell’angolo, trasformandoli in sgomenti e
confusi “cenerentoli”, rasegnati a
compiacerle.
Uomini che sono stati più testimoni che
protagonisti del processo di cambiamento dei
ruoli. E che, nella società liberata,
hanno perduto il conforto dei modelli della
tradizione e sono scivolati in un’ambiguità
incresciosa. In questa nuova babele dei
linguaggi, vengono così confusi “potere”
e “potenza”, “autoritarismo” con
“autorità”, “comando” con
“carisma”, trasformando la vita in una
battaglia estenuante: rancori sordi covano
dentro alla coppia ed esplodono
all’improvviso in laceranti conflitti in cui
si smarriscono i sentimenti. Con
il suo nuovo libro Fausto Manara lancia
un’intrigante provocazione: occorre
ritrovare il coraggio di ripensare i ruoli
perché il ballo della coppia ritorni a essere
fonte di piacere. Ma come riuscire a
districare i fili ingarbugliati di una
situazione così fluida e i in divenire, dove
le contraddizioni e le ambiguità sembrano
smentire, a ogni passo, teorizzazioni
semplicistiche e un po' meccaniche? Ma cosa
suggerire agli uomini che non hanno avuto un
modello fruiibile dai loro padri e alle donne
che hanno giurato di non assomigliare, neppur
da lontano, alle loro mamme? Prendendo come fil
rouge le figure della danza, La
vita non è un tango ci guida dentro i
nodi della comunicazione confusa, delle
aspettative frustrate, degli istinti
soffocati, delineando, anche se
provvisoriamente, nuove strategie e dimensioni
prospettiche. Se i maschi, per esempio,
imparassero a uscire dall’istinto di fuga e
a coltivare quello di libertà, soprattutto
emotiva? Forse, oggi, la nuova audacia è
proprio questa: rimanere
saldi nel punto in cui si è arrivati, magari
più femminilizzati, più fragili ma fieri,
ancora, di essere protagonisti. Finalmente
un libro che parla dalla parte di lui (che
cosa vuole veramente il maschio?) e dalla
parte di lei (i suoi desideri e le sue
ambivalenze). Un ponte teso tra due
amici/nemici, ma possibili amanti, che avranno
senz’altro uno stimolo in più per imparare
a parlarsi, a capirsi e, perché no, a
ballare, un’emozionante e sensualissima cumparsita. |
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