Continuiamo
il nostro “viaggio” entro i territori della
gelosia, e cerchiamo di capire come mai ci sono
delle persone più gelose di altre, perché alcuni
di noi reagiscono alla gelosia con manifestazioni di
rabbia verso l’esterno, mentre altri si disperano
nell’eventualità di una perdita disastrosa.
Per
molto tempo il fattore che gli psicologi hanno
considerato all’origine di una maggiore
propensione alla gelosia è stato il livello di
autostima. Da questo punto di vista, una persona che
pensa male di sé o ha una bassa autostima è
facilmente portata a vedere ogni situazione che
distoglie l'attenzione del partner da lei come una
minaccia al rapporto.
Tuttavia,
l’esperienza di tutti i giorni ci offre una
casistica molto ampia di esempi che mettono in
discussione la validità di questo fattore
scatenante. Ci sono persone che sembrano trarre
un’enorme soddisfazione dal successo ottenuto in
diversi ambiti della propria vita, ad esempio nel
lavoro, nelle amicizie, nel tempo libero, e ciò
lascerebbe supporre la presenza di una buona
autostima. Nello stesso tempo, però, nella vita di
coppia queste persone sono tormentate dalle pene
della gelosia.
Situazioni
del genere fanno riflettere: come mai una persona
sicura di sé e di successo si sente così
facilmente minacciata se il partner è attratto da
qualcun altro o semplicemente coltiva un interesse
che sembra allontanarlo da lei? In realtà non
è tanto l'autostima in generale l'aspetto da tener
presente, ma semmai è quanto
una persona si sente adeguata, a proprio agio e
sicura all'interno di una relazione d'amore.
Esiste
infatti una relazione
negativa tra sicurezza personale e gelosia, che
si può sintetizzare in questo modo: tanto
più si è sicuri, tanto meno si è gelosi.
Secondo
alcuni psicologi, questo
senso di sicurezza può essere il risultato delle
prime esperienze affettive di vita con i genitori,
esperienze che giocano un grosso ruolo nel creare le
rappresentazioni interne che le persone hanno di sé
e del loro mondo relazionale, cioè l’immagine che
hanno di sé e degli altri. Da questa prospettiva,
le persone si differenziano nell’essere più o
meno gelose a seconda della configurazione che viene
ad assumere l’immagine di sé e quella degli
altri. Una prima configurazione si ha quando sia la
propria immagine sia l’immagine degli altri sono
positive, si pensa cioè di essere degni di amore e
si pensa anche che gli altri sono ben disposti e ci
vorranno bene. Questa configurazione predispone
verso una modalità d’amare o
attaccamento
che viene definito sicuro.
Le persone
che presentano un attaccamento sicuro si muovono
appunto con sicurezza in un rapporto e non sono
spaventate da eventuali rivali o dal semplice fatto
che il partner ha altri interessi al di fuori della
relazione: di conseguenza, la gelosia
che provano è veramente minima.
Quando
invece a un’immagine negativa di sé, che spesso
porta a chiedersi: "perché mai qualcuno
dovrebbe volermi bene?", si associa
un’immagine positiva degli altri, di solito si ha
un forte bisogno di ottenere conferme in positivo
dal partner e la modalità d’amare viene definita attaccamento
preoccupato. In questi casi, qualsiasi
interesse che distoglie il partner dalla relazione
che ha con noi costituisce una minaccia e, di
conseguenza, si è più soggetti alla gelosia. E
così, al
minimo sospetto, si tende a spiare ogni mossa
dell’amato, per paura di perderlo e ci si aggrappa
a lui nel tentativo di tenerlo vicino. Nello
stesso tempo però, si rimprovera spesso l’amato,
cercando di farlo sentire in colpa per ogni minima
mancanza di attenzione e di riguardo, nella speranza
che, così facendo, si riuscirà a modificarne il
comportamento. Purtroppo queste
reazioni, lungi dal facilitare l’esito
desiderato, spesso
producono nel partner un comportamento opposto.
Sentendosi spiato e sotto osservazione anche senza
un motivo apparente, l’amato
tenderà a prendere le distanze, nel tentativo di
recuperare quella libertà di cui si sente privato.
E così la reazione del partner provocherà il
riaccendersi della gelosia, in un circolo vizioso
senza fine.
Infine,
le persone con una rappresentazione interna positiva
di sé e una negativa degli altri hanno una modalità
d’amare che viene definita attaccamento
evitante.
Esse si caratterizzano come abbastanza
indipendenti dalla relazione, e semmai hanno il
problema di non riuscire ad innamorarsi facilmente
di qualcuno. Per questo motivo, provano
meno facilmente l’emozione della gelosia, e
anche quando la provano, non subiscono a lungo le
conseguenze negative di questa emozione: anche di
fronte all’evidenza di un tradimento non si
disperano all’idea di perdere il partner, ma
semmai reagiscono aggredendo il rivale e scaricando
su di lui la colpa dell’accaduto.
E’
evidente dunque che differenze individuali nella
modalità d’amare o stile di attaccamento possono
influenzare la facilità con cui si è gelosi, ma
soprattutto possono influenzare le reazioni degli
amanti a questa emozione. Come abbiamo appena visto
nel caso delle persone con un attaccamento di tipo
preoccupato, queste reazioni possono risultare
disfunzionali per l’individuo e conferire alla
gelosia quella negatività che di solito le viene
attribuita.
Queste
considerazioni potrebbero indurci a pensare che l'essere
gelosi o meno è solo un problema da ricondurre
all'individuo e alle sue esperienze infantili con i
genitori. In realtà, poiché si tratta di un’emozione
complessa, anche le sue cause
non sono semplici
e soprattutto non sono univoche.
In altre parole, sarebbe troppo semplicistico
spiegare la gelosia riconducendola ad un’unica
causa. Ad esempio, esistono alcune caratteristiche
della relazione che costituiscono un terreno molto
fertile per “coltivare” la gelosia, così come
non vanno dimenticate le radici storico-culturali
dell’emozione e la diversa influenza che possono
avere sui modi in cui uomini e donne fanno
esperienza di questa emozione. Entrambi questi
aspetti verranno affrontati quanto prima su queste
pagine.
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Rita
D'Amico,
Le
colpe degli amanti. Dalla sofferenza
all'empatia,
Il Mulino - Intersezioni
pp. 160, L. 20.000 (euro 10,33)
ISBN-88-15-08186-0
In libreria dal 14 settembre 2001
Sentirsi
in colpa fa stare bene con gli altri: una
sorprendente scoperta dalla psicologia delle
emozioni.
Il
volume
Per
molti decenni del senso
di colpa si sono messi in rilevo solo gli
aspetti negativi, gli effetti dolorosi e
talvolta autodistruttivi. Lo testimonia il
numero crescente di libri, articoli, manuali
di auto-aiuto che esortano per l'appunto a
difendersene e a liberarsene. Solo da qualche
tempo il
senso di colpa ha trovato la sua dignità di
emozione non collegata direttamente a
disfunzionalità patologiche. Prendendo a
riferimento le relazioni e non più le singole
soggettività si è infatti riscontrato che
chi prova senso di colpa possiede alcune
qualità ritenute indispensabili per il buon
funzionamento di tutti i rapporti
interpersonali: la
sensibilità verso gli altri e l'attenzione
verso il benessere altrui. In questo libro si
guarda al senso di colpa in una prospettiva
nuova che aiuta a comprenderne le potenzialità
e a considerarlo come un aspetto della nostra
ricchezza emotiva. Oltre a scoprirne
meccanismi e modalità, esso viene analizzato
come risorsa
all'interno delle relazioni affettive:
quando amiamo qualcuno sviluppiamo una
particolare sensibilità verso le conseguenze
negative che le nostre parole e le nostre
azioni possono avere sull'altro e con il
passare del tempo impariamo a non farlo
soffrire. Se l'altro a sua volta apprezza e
valorizza questo atteggiamento allora
l'immagine di entrambi ne esce rafforzata, i
legami di fiducia rinsaldati, gli scambi
reciproci prolungati nel tempo. Grazie anche
alle numerose testimonianze riportate
i lettori potranno facilmente ritrovare se
stessi e le proprie esperienze, e avranno
uno stimolo a comprendere meglio i propri
comportamenti. L'autrice Rita D'Amico è
ricercatrice presso l'Istituto di Psicologia
del Cnr di Roma. Tra i suoi libri "Sensi
di colpa" (con C. Castelfranchi e I.
Poggi, Giunti, 1994) e "Sguardi
differenti. Prospettive sociologiche e
psicologiche della soggettività
femminile" (con F. Bimbi, Angeli, 1998). |