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Buon giorno, oggi è domenica 25 giugno 2017

Che cos'è la felicità?

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Che cos'è la felicità?

Siete felici? E’ una bella domenica di aprile, il sole vi permette, finalmente dopo mesi, di indossare i vostri abiti primaverili, state passeggiando su una strada di campagna insieme a una persona che amate e osservate la natura rinascere (il succo è: state facendo qualcosa che vi dà grande gioia, anche andare al cinema di pomeriggio in un inverno milanese, se la cosa vi aggrada). E’ proprio il caso di dirlo: siete felici!

Come descrivereste quello che provate? Potreste semplicemente dire: “Sono felice”. Ma cercate di andare avanti… Inizierete allora ad elencare ciò che vi rende felici, snaturando così il sentimento originario. Gli avvenimenti passati in rassegna, le sensazioni provate, ricondurranno la vostra felicità a delle ipotetiche cause tutte (o quasi tutte) al di fuori di voi, come il lavoro, l’amore, la salute, il benessere, la ricchezza, facendovi perdere di vista la sensazione di felicità vera e propria. Cercate invece di descrivere un dolore a un callo provocato da scarpe troppo strette. Vi concentrerete allora su voi stessi e snocciolerete una rosa di termini tecnici precisi e ben localizzati sorprendendovi di quanto bene conosciate il vostro corpo.

La felicità è un emozione molto complessa: pensatori, filosofi e psicologi d’ogni epoca e luogo hanno versato da sempre fiumi di parole per cercare di convincere la propria platea che la felicità è proprio ciò che viene loro detto. Non sarebbe d’altro canto più semplice dire che “sono felice” è un’espressione che basta a se stessa, che non si può analizzare ulteriormente? Un’espressione, cioè, impermeabile a qualsiasi auto-esplorazione?

Potremmo tuttavia essere convinti del contrario: sappiamo perfettamente cosa stiamo provando, ma non riusciamo a metterlo in parole. Il nostro linguaggio potrebbe non essere adatto ad esprimere tutta la felicità umana.

Etichettiamo ora le due posizioni antagoniste: chiamiamo la prima la tesi forte dell’imperscrutabilità della felicità, la seconda sarà invece la tesi debole. Se siete dei ferventi sostenitori della tesi forte, siete vicini ai pensatori classici che, come voi, vedevano nella felicità qualcosa di non scomponibile, un bene supremo che non aveva, al di sopra di sé, altri scopi. La felicità dei greci era l’eudaimonia, la felicità fine a se stessa, il “buono spirito” o la “buona sorte” (da eu = buono e daimon = spirito, ma anche sorte).

Felice, per Esiodo, era l’uomo che godeva del favore degli dei e della sorte. La felicità veniva donata per caso, tant’è che “eudaimonia” era sinonimo di eutychia (tyche = caso, fortuna), che sottolineava ancora di più quel carattere di incontrollabilità e di sfuggevolezza della felicità. Ma che forma di controllo poteva allora avere l’uomo sulla propria felicità? Aristotele sottrae l’essere umano al totale dominio degli dei e del caso, inserendolo in una dimensione sociale: la felicità è vivere e agire bene nella collettività. E’ solo attraverso la vita politica che si può raggiungere la felicità.

Sostenitore della tesi forte fu anche Epicuro. Per lui la felicità umana non dipendeva dal caso o dalla buona sorte (“è vana opinione credere il fato padrone di tutto, perché le cose accadono per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro”), ma da un’appropriata integrazione di intelligenza, giustizia e bellezza: “non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili”.

Nel nostro secolo una posizione simile è sostenuta da Ludwig Wittgenstein. Domanda: “Come può l’uomo essere felice?”. Risposta: “Mediante la vita di conoscenza, che è la vita felice nonostante la miseria del mondo”. Wittgenstein è il filosofo che forse esprime appieno la nostra tesi forte: la felicità è infatti qualcosa che l’uomo può mostrare ad altri, e che tuttavia è incapace di descrivere (ricordate l’impossibilità di auto-esplorazione della nostra tesi forte?). Coerentemente con il programma filosofico comportamentista, da lui portato avanti, la felicità come stato mentale viene a identificarsi con la felicità come “comportamento felice”. Felicità è il modo di vivere felicemente la propria vita e felice è colui che è inconsapevole della propria felicità.

Cosa sostiene invece la tesi debole? Dominio più della psicologia che della filosofia, la felicità viene vista come uno stato mentale, anziché come “essenza”, “attributo” o “finalità” della vita umana. Da questa prospettiva siamo in grado di dire molte cose su di essa, possiamo addirittura elaborare tante piccole ricette per essere felici. Per esempio: chi è più felice, l’uomo o la donna? Secondo recenti ricerche non si trovano differenze significative, ma qualora il genere interagisca con l’età, si può sostenere che le donne al di sotto dei 45 anni sono più felici degli uomini, quelle al di sopra lo sono meno. Le donne giovani sono più felici se sposate, mentre gli uomini giovani stanno meglio da soli.

E l’età? Si può dire che i giovani sono più felici degli anziani? Certamente no, infatti negli ambienti di lavoro il grado di felicità è direttamente proporzionale al grado di anzianità. Anche aspetto fisico e intelligenza sono correlati alla felicità, così come il lavoro, la salute, il grado di istruzione e il reddito. Per non dimenticare le caratteristiche delle diverse personalità: l’estroverso è più felice del timido, chi ha un’alta autostima sta meglio di chi non ha fiducia in se stesso, e chi ha un forte senso di controllo sulla propria vita è sicuramente molto felice.

Sembra, insomma, di assistere a una gara di felicità. Ma può davvero essere felice chi non si preoccupa d’altro che della propria felicità? L’idea della coercizione alla felicità viene da molti psicologi aspramente criticata. Ci illumina in proposito Robyn Dawes: “Oggi gli psicologi vorrebbero indottrinarci al credo che si debba essere felici anche indipendentemente da un confronto serio con la realtà. Dovremmo accettare quello che per il grande poeta Yevgeny Yevtuschenko è la madre di tutte le illusioni menzognere: “la favola volgare, insultante e paternalistica che ci viene martellata in testa fin da piccoli, e cioè che il significato della vita si riduca all’essere felici”.

Differenza basilare tra le nostre due tesi è quindi che, nella tesi forte, sostenuta soprattutto dai filosofi, la felicità è qualcosa di unitario, di casuale, di assoluto, di fondamentale e allo stesso tempo di misterioso per la vita umana. Nella tesi debole, invece, la felicità ci viene svelata nelle sue componenti, nelle sue tante sfaccettature: c’è la felicità della salute, quella del denaro, quella della bellezza. Si può perseguire l’una o l’altra, si può essere felici perché si è ricchi, e meno felici sul piano dell’amore. La tesi debole rappresenta la felicità plurale, che è forse quella che va per la maggiore negli ultimi tempi.

Ma ce n’è una più importante delle altre? Forse ognuno ha la sua. O forse questa fuga nel relativismo nasconde la paura di scoprirsi incapaci di prendere in mano le redini della propria felicità. Il lettore risponderà da solo, secondo la propria sensibilità e secondo la propria esperienza. Ci sentiamo però di doverlo lasciare in buona compagnia: forse gli antichi di felicità ne sapevano più di noi e il semplice consiglio che ci dà Orazio nella sua poesia potrà risultare molto più valido delle tante “istruzioni per l’uso” che incontriamo quotidianamente.

"Felice di vivere e
padrone di sé
è chi al cadere di ogni giorno potrà dire:
“Ho vissuto. Domani il Padre avvolga
pure il cielo di nubi oscure o sereno
l’accenda il sole, non renderà mai sterile
il mio passato e non potrà mai cancellare
come se per me non fosse accaduto,
ciò che l’attimo fuggente mi ha portato.”  

Orazio, Carmina III, 29, 42-48

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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