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La
routine quotidiana: sveglia alle sette, colazione,
doccia, i bimbi da accompagnare a scuola, le lunghe
code in auto per raggiungere l’ufficio, i saluti
di rito, le solite pratiche da sbrigare…
Ogni
giorno sembra la fotocopia del precedente. Se non si
verifica qualcosa di poderoso, di sconvolgente, che
in qualche modo mette in crisi la nostra continuità,
tutto procede in modo lineare, ma allo stesso tempo
piatto, scontato, banale, quasi come se si sapesse
già cosa attendersi. Se, da una parte l’idea di routine
ci offre sicurezza, perché fornisce dei punti di riferimento
stabili, definiti, come una sorta di cornice entro
cui dipingere la propria esistenza, dall’altra
questa definisce la nostra prigione.
Qualsiasi
fenomeno che esula dalle nostre previsioni ci
travolge, non abbiamo coltivato la nostra
flessibilità e di fronte ad un alito di vento,
anziché piegarci ci spezziamo.
E se in qualche modo riusciamo a rimettere insieme i
frammenti di noi, cerchiamo di ricomporci e
riprendere la nostra esistenza a partire dal punto
in cui l’avevamo interrotta, quasi come se
volessimo annullare ciò che ci è accaduto, quasi
fosse una parentesi che non ci avesse riguardato. La
nostra vita a tratti si potrebbe paragonare ad casa
vuota: noi non ci siamo. Se bussa qualcuno, nessuno
andrà ad aprire, non è stato invitato, non
l’abbiamo previsto e non lo sentiamo neppure
mentre ci chiama.
Invece
di fare tesoro delle sorprese che la vita ci
propone, le ricacciamo via, perché sentiamo che non
fanno parte di quel progetto di vita che ci siamo
creati. Trattiamo tutto ciò che esula dal nostro
percorso che mentale mentalmente ci siamo
prefigurati come un impiccio, un fastidio, una
fastidiosa distorsione. Peccato che in tutto ciò
non abbiamo fatto i conti con quella quota di
imprevedibilità che qualsiasi forma di esistenza
umana comporta e che di fatto rappresenta il valore
aggiunto di essa.
E
così ci agitiamo, ci affanniamo, impieghiamo
energie per cercare di raddrizzare le strade, di
fare in modo che ci conducano dove noi vogliamo. Ma
così lottiamo contro dei mulini a vento, ci
ostiniamo a risalire la corrente e non permettiamo
ad essa di condurci. Mai siamo disposti a lasciare
andare un po’ del nostro controllo, del nostro
potere che erroneamente pensiamo essere onnipotente,
invincibile, indistruttibile, e impieghiamo tempo ed
energie che potrebbero essere investite altrove.
Lo
stare bene è l’accettare amabilmente quanto ci
accade e allo stesso tempo darsi da fare per
modificare lo stato delle cose. Ma la vera saggezza
sta nell’essere capaci di distinguere quando
comportarsi in un modo piuttosto che nell’altro.
Bene,
dunque, che fare?
Forse
è proprio questo il punto. Siamo stati allevati ed
educati in un contesto in cui il fare è al centro
di tutto. Fare per mettersi in mostra, per
dimostrare il proprio valore, le proprie capacità,
ma l’essere, in questo turbinio, dove finisce?
Fermiamoci
un momento!
Proviamo
ad ascoltarci, a ritornare in contatto con noi
stessi, con il nostro corpo, con le sensazioni che
ci trasmette, con la nostra mente, con la
molteplicità di pensieri che la devastano, con lo
spirito. Quando si sarà ritornati in contatto con
se stessi, ci si potrà porre degli interrogativi:
da cosa sto sfuggendo? Cosa mi fa paura? Cosa non
desidero ascoltare?
Perché
vogliamo a tutti i costi riempire sempre i silenzi,
i momenti di riposo? Radio, televisione, chiacchiere
superflue ci circondano e noi lasciamo che esse
entrino dentro di noi, che occupino spazio, pur di
non stare da soli con noi stessi.
E
non ci rendiamo conto che se non ci siamo per noi
stessi, inevitabilmente non possiamo essere né per
gli altri né con gli altri. Le
relazioni affettive sfumano alle prime difficoltà,
perché ascoltare le lamentele di un partner (“Tu
non mi ascolti”, “Tu non mi capisci”,
“Tu
non ci sei mai”) fa eco a quel che di noi non
vogliamo sentire: noi non ci ascoltiamo. Le
difficoltà professionali spesso sono frutto della
proiezione di parti sgradite e inaccettate di noi
stessi (“Il capo ce l’ha con me!”, “Il mio
collega è stato promosso solo perché parente del
capo!”). I figli appaiono come degli esseri
estranei, ribelli (come fare propri degli
insegnamenti che a parole seguono una direzione
mentre nei fatti un’altra? E ancor di più: come
pretendere di ‘insegnare’? Forse sarebbe meglio
cominciare ad imparare ad ascoltare..).
Se
di tanto in tanto si avesse il coraggio di fermarsi
un po’ per riflettere, per riprendere contatto con
se stessi, se questo diventasse un vero e proprio
stile di vita, si sarebbe più autentici e presenti
in ogni circostanza. Non si lascerebbe scivolare via
la felicità, non ci si accorgerebbe d’essa solo
quando svanisce, non ci si accanirebbe se le cose
non vanno come ci si aspetta, ma si riuscirebbe a
cogliere il positivo che in ogni circostanza sempre
esiste.
Essere
presenti a se stessi significa sentire e vivere con
tutto se stessi, mente, corpo e spirito quel che si
sta facendo, che si stia meditando, discutendo,
giocando o spazzando il pavimento. Di fatto la
nostra vita è questo, è l’insieme di tante
piccole cose, di un bacio sporco di marmellata da
parte del figlio, della multa all’auto in divieto
di sosta, della primula che spunta sua sponte in
giardino. Non è l’aspettativa delle grandi cose,
della casa nuova, del matrimonio, è anche questo,
senza dubbio, ma il suo declinarsi è progressivo,
concreto. Se si vive proiettati nel futuro il
presente cessa d’esistere e questo futuro si
dilata sempre più nel tempo, e mai si attualizza. E
intanto la vita scorre, ci scivola addosso e noi non
entriamo mai in scena.
Vivere
l’attesa significa essere in grado di prefigurarsi
un futuro, di nutrire la speranza, fare i conti con
le proprie fantasie, le aspettative e adattarle
flessibilmente a quella che poi sarà la realtà. Ma
ancora più importante è sapere vivere l’attesa,
un po’ come accade per un viaggio. A volte siamo
così proiettati verso la meta che quel che ci sta
in mezzo sembra una perdita di tempo, un impiccio
che non vediamo l’ora che finisca. Ma la vita non
è a compartimenti stagni, ci sono preparazioni,
viaggi, arrivi, nuove partenze. Che senso ha
perderne una parte?
Impariamo, dunque, a
vivere l’attesa, e non a
vivere nell’attesa.
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Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente,
corpo e spirito per dare vita ad un
‘organismo azienda’ sano, equilibrato,
armonico e produttivo. Questo è
l’imperativo del nuovo millennio per il
manager illuminato. Non esiste una soluzione
di continuità tra vita intima, privata e
quella pubblica, socio professionale: esiste
un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le
prestazioni di eccellenza scaturiscono da
persone che si sentono riconosciute come tali
e che vengono messe nelle condizioni migliori
per poter esprimere se stesse e i propri
talenti. Coltivare il ben-essere in un
contesto aziendale significa creare
l’ambiente umano ideale per la crescita
delle persone e dell’azienda stessa: non è
possibile scindere ciò che in natura è
unito. Ogni organismo azienda è composto da
cellule, le persone, che grazie alla loro
presenza e alla sinergia congiunta danno vita
ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione
della loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani
vanno di pari passo, grazie ad un circolo
virtuoso che si può creare tra loro.
Gli
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