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Buona notte, oggi è giovedì 29 giugno 2017

Vivere l'attesa e non vivere nell'attesa

 

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Vivere l'attesa e non vivere nell'attesa

La routine quotidiana: sveglia alle sette, colazione, doccia, i bimbi da accompagnare a scuola, le lunghe code in auto per raggiungere l’ufficio, i saluti di rito, le solite pratiche da sbrigare…

Ogni giorno sembra la fotocopia del precedente. Se non si verifica qualcosa di poderoso, di sconvolgente, che in qualche modo mette in crisi la nostra continuità, tutto procede in modo lineare, ma allo stesso tempo piatto, scontato, banale, quasi come se si sapesse già cosa attendersi. Se, da una parte l’idea di routine ci offre sicurezza, perché fornisce dei punti di riferimento stabili, definiti, come una sorta di cornice entro cui dipingere la propria esistenza, dall’altra questa definisce la nostra prigione.

Qualsiasi fenomeno che esula dalle nostre previsioni ci travolge, non abbiamo coltivato la nostra flessibilità e di fronte ad un alito di vento, anziché piegarci ci spezziamo. E se in qualche modo riusciamo a rimettere insieme i frammenti di noi, cerchiamo di ricomporci e riprendere la nostra esistenza a partire dal punto in cui l’avevamo interrotta, quasi come se volessimo annullare ciò che ci è accaduto, quasi fosse una parentesi che non ci avesse riguardato. La nostra vita a tratti si potrebbe paragonare ad casa vuota: noi non ci siamo. Se bussa qualcuno, nessuno andrà ad aprire, non è stato invitato, non l’abbiamo previsto e non lo sentiamo neppure mentre ci chiama.

Invece di fare tesoro delle sorprese che la vita ci propone, le ricacciamo via, perché sentiamo che non fanno parte di quel progetto di vita che ci siamo creati. Trattiamo tutto ciò che esula dal nostro percorso che mentale mentalmente ci siamo prefigurati come un impiccio, un fastidio, una fastidiosa distorsione. Peccato che in tutto ciò non abbiamo fatto i conti con quella quota di imprevedibilità che qualsiasi forma di esistenza umana comporta e che di fatto rappresenta il valore aggiunto di essa.

E così ci agitiamo, ci affanniamo, impieghiamo energie per cercare di raddrizzare le strade, di fare in modo che ci conducano dove noi vogliamo. Ma così lottiamo contro dei mulini a vento, ci ostiniamo a risalire la corrente e non permettiamo ad essa di condurci. Mai siamo disposti a lasciare andare un po’ del nostro controllo, del nostro potere che erroneamente pensiamo essere onnipotente, invincibile, indistruttibile, e impieghiamo tempo ed energie che potrebbero essere investite altrove.

Lo stare bene è l’accettare amabilmente quanto ci accade e allo stesso tempo darsi da fare per modificare lo stato delle cose. Ma la vera saggezza sta nell’essere capaci di distinguere quando comportarsi in un modo piuttosto che nell’altro.

Bene, dunque, che fare?
Forse è proprio questo il punto. Siamo stati allevati ed educati in un contesto in cui il fare è al centro di tutto. Fare per mettersi in mostra, per dimostrare il proprio valore, le proprie capacità, ma l’essere, in questo turbinio, dove finisce?

Fermiamoci un momento!

Proviamo ad ascoltarci, a ritornare in contatto con noi stessi, con il nostro corpo, con le sensazioni che ci trasmette, con la nostra mente, con la molteplicità di pensieri che la devastano, con lo spirito. Quando si sarà ritornati in contatto con se stessi, ci si potrà porre degli interrogativi: da cosa sto sfuggendo? Cosa mi fa paura? Cosa non desidero ascoltare? Perché vogliamo a tutti i costi riempire sempre i silenzi, i momenti di riposo? Radio, televisione, chiacchiere superflue ci circondano e noi lasciamo che esse entrino dentro di noi, che occupino spazio, pur di non stare da soli con noi stessi.

E non ci rendiamo conto che se non ci siamo per noi stessi, inevitabilmente non possiamo essere né per gli altri né con gli altri. Le relazioni affettive sfumano alle prime difficoltà, perché ascoltare le lamentele di un partner (“Tu non mi ascolti”, “Tu non mi capisci”, “Tu non ci sei mai”) fa eco a quel che di noi non vogliamo sentire: noi non ci ascoltiamo. Le difficoltà professionali spesso sono frutto della proiezione di parti sgradite e inaccettate di noi stessi (“Il capo ce l’ha con me!”, “Il mio collega è stato promosso solo perché parente del capo!”). I figli appaiono come degli esseri estranei, ribelli (come fare propri degli insegnamenti che a parole seguono una direzione mentre nei fatti un’altra? E ancor di più: come pretendere di ‘insegnare’? Forse sarebbe meglio cominciare ad imparare ad ascoltare..).

Se di tanto in tanto si avesse il coraggio di fermarsi un po’ per riflettere, per riprendere contatto con se stessi, se questo diventasse un vero e proprio stile di vita, si sarebbe più autentici e presenti in ogni circostanza. Non si lascerebbe scivolare via la felicità, non ci si accorgerebbe d’essa solo quando svanisce, non ci si accanirebbe se le cose non vanno come ci si aspetta, ma si riuscirebbe a cogliere il positivo che in ogni circostanza sempre esiste.

Essere presenti a se stessi significa sentire e vivere con tutto se stessi, mente, corpo e spirito quel che si sta facendo, che si stia meditando, discutendo, giocando o spazzando il pavimento. Di fatto la nostra vita è questo, è l’insieme di tante piccole cose, di un bacio sporco di marmellata da parte del figlio, della multa all’auto in divieto di sosta, della primula che spunta sua sponte in giardino. Non è l’aspettativa delle grandi cose, della casa nuova, del matrimonio, è anche questo, senza dubbio, ma il suo declinarsi è progressivo, concreto. Se si vive proiettati nel futuro il presente cessa d’esistere e questo futuro si dilata sempre più nel tempo, e mai si attualizza. E intanto la vita scorre, ci scivola addosso e noi non entriamo mai in scena.

Vivere l’attesa significa essere in grado di prefigurarsi un futuro, di nutrire la speranza, fare i conti con le proprie fantasie, le aspettative e adattarle flessibilmente a quella che poi sarà la realtà. Ma ancora più importante è sapere vivere l’attesa, un po’ come accade per un viaggio. A volte siamo così proiettati verso la meta che quel che ci sta in mezzo sembra una perdita di tempo, un impiccio che non vediamo l’ora che finisca. Ma la vita non è a compartimenti stagni, ci sono preparazioni, viaggi, arrivi, nuove partenze. Che senso ha perderne una parte?

Impariamo, dunque, a vivere l’attesa, e non a vivere nell’attesa.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

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LO ZEN E L'ARTE DI CUCINARE

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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