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Buona notte, oggi è lunedì 12 maggio 2008

Il rispetto

 

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Il rispetto

Secondo le filosofie orientali un cammino verso il raggiungimento della perfezione non ha ragion d’essere. Quello che, invece, siamo chiamati a compiere è un percorso di progressiva autoconoscienza, autoconsapevolezza che ci consenta di (ri)scoprire la perfezione che già alberga dentro di noi e così anche in tutto ciò che ci circonda, cose, persone, esseri animali e vegetali.

Essere consapevoli del valore di qualcosa o qualcuno è la condizione indispensabile per poterla poi rispettare, dove con rispetto si intende il tenere a riguardo, in considerazione, sapendo quanto prezioso è ciò a cui ci si rapporta.

Il rispetto non è qualcosa che, però, si mostra per necessità, obbligo morale, sociale, religioso o culturale, ma è qualcosa che sgorga in modo autentico e naturale da dentro di noi. Parte da noi, si riversa su noi stessi e si estende agli altri.

L’altro in questo modo diventa un tu scevro da ogni dualismo: non c’è più una contrapposizione soggetto-oggetto, ma una tensione disinteressata verso di lui. L’interdipendenza è ciò che caratterizza l’esistenza di ciascuno di noi in senso particolare e universale e disconoscerla conduce all’illusione e al fraintendimento.

Il rispetto ha sempre una declinazione concreta: rispetto qualcosa, una persona, un essere vivente o non. E’ sempre contestualizzato e collocato temporalmente. Un esempio può essere quello dei genitori che rispettano la volontà, le aspirazioni, le ambizioni, le inclinazioni del proprio figlio, anche se queste possono essere in conflitto con le loro aspettative.  

Quando si rispetta una persona lo si fa in virtù del suo riconoscerla come tale, indipendentemente da qualsiasi azione, comportamento, atteggiamento o disposizione, contrariamente, ad esempio, alla stima, che deve essere guadagnata grazie a qualcosa che si compie. Ha una componente biunivoca, deve essere prima rivolto nei propri confronti e poi di riflesso, per estensione anche agli altri.

Come si sviluppa?
Il rispetto si trasmette dai genitori ai figli più che con le parole, con i gesti, le azioni, i comportamenti e molte altre modalità assai sottili. Essere oggetto di rispetto fa sentire valorizzati, pone le basi per la percezione e la valutazione adeguata del proprio essere e consente il passaggio successivo che permette l’estensione di ciò anche a tutto ciò che ci circonda.

E’ un po’ quel che accade con l’amore: si innesca una sorta di circolo virtuoso in base al quale si riceve amore incondizionato dalle prime figure di accudimento, che possono coincidere o meno con i propri genitori, si diventa consapevoli del proprio valore, lo si apprezza, lo si valorizza, lo si stima, lo si rispetta, lo si ama.

Il rispetto si può imparare e coltivare nel corso degli anni, successivamente al primo periodo di vita, ma anche in questo caso l’esperienza di vita è ciò che conta. Non si apprende sui libri, nei corsi, o all’università, ma vivendo. Fare propri contenuti solo a livello verbale non consente di sviluppare quel che si intende in senso autentico come rispetto, che si fonda prima di tutto sul sentire, una disposizione d’animo che implica apertura, fiducia, e, ai livelli più elevati, un profondo senso di spiritualità. Il rispetto svuotato dal sentire e dal vivere perde la sua essenza per diventare qualcosa d’altro, più formale, superficiale, convenzionale, affettato, manieristico.

Queste sono le basi imprescindibili per fare altrettanto con gli altri: quanto più si tiene a se stessi, tanto più si tiene a ciò che sta intorno, esseri animati e non, si dona loro amore (e rispetto) e si è disposti a riceverlo, ci si sente degni di riceverlo per il solo fatto di esistere e non perché si è fatto qualcosa per meritarlo.

E per concludere, ancora una volta, ripartiamo da noi, coltiviamo la nostra essenza più intima e poi apriamoci in modo disponibile, non giudicante, senza stereotipi, né pre-giudizi al mondo.

Con questa disposizione d’animo sarà del tutto naturale cogliere con meraviglia, stupore, rispetto e riverenza tutto ciò che ci circonda, proprio come abbiamo fatto con noi stessi. Ed è possibile, a quel punto, fare anche molto di più: avvertire un senso di comunione, di intima consonanza con ciò che ci sta intorno al punto che da abbattere ogni soluzione di continuità. E’ il senso di spiritualità ciò che accomuna ciascuno di noi.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

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Pagina aggiornata al 20/03/2008

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