La vita è un susseguirsi di cambiamenti,
una successione di fasi alterne.
Ma coloro che possiedono un punto di riferimento,
una casa a cui tornare
nonostante tutto, sono forti.
Daisaku
Ikeda
Ciascuno di noi ha le sue piccole, grandi paure,
timori che ci accompagnano fin da piccoli, che
evolvono, mutano nel tempo, nella loro forma,
intensità, manifestazione, ma al fondo di ciascuno
di loro vi sono due estremi: la paura di morire
e, quasi paradossalmente, la paura di vivere.
La paura è una sensazione che si prova in presenza
o al pensiero di un pericolo vero o immaginato.
Affine ad essa è il timore, che è un
sentimento di ansia, di apprensione, di incertezza
che si prova di fronte a un pericolo o a un danno
vero o supposto. Si distingue dalla prima perché
quest’ultimo è maggiormente proiettato verso il
futuro per il quale si nutre preoccupazione e in tal
senso si oppone alla speranza, che è
l’aspettativa di un cambiamento imminente verso il
bene.
La paura della morte appare immediatamente
comprensibile: rappresenta la perdita di ogni
pseudocertezza, di tutto ciò che è materia,
concretezza, tangibile, percepibile con i sensi. Non
se ne può avere esperienza se non una volta nella
propria esistenza. E’ un passaggio senza ritorno,
un biglietto di sola andata rispetto al quale, anche
chi crede in una vita ultraterrena, oppure nella
reincarnazione, una volta che questa dovesse
avvenire, nessuna traccia mnestica, nessun ricordo
permane della precedente transizione.
E il ricordo, gioioso, ma anche doloroso, di per sé
segna un punto di riferimento, un ‘già visto’,
vissuto, che in qualche modo sottrae anche solo in
minima parte quell’ampia coltre di oscurità che
fa procedere a tentoni e con circospezione.
Meno ovvia, almeno a prima vista, è la paura
della vita. Alcuni aspetti, in realtà, sono in
comune con la paura di morire. Ogni istante è
unico, irripetibile, questa è l’essenza della
vita, ma anche della morte. Non ci si può immergere
due volte nello stesso fiume – secondo il famoso
motto di Eraclito. Non ci è dato sapere quel che ci
verrà riservato né nel breve, nel luogo termine e
vivere implica un rinascita a se stessi praticamente
continua. E’ un processo di rinnovamento costante
in cui vita e morte, seppur nel piccolo, si
alternano di continuo. E’ un susseguirsi di
piccoli, grandi abbandoni, di sé, così come di ciò
che ci circonda, e di ri-sorgere a se stessi e al
mondo.
In tutto questo processo siamo chiamati ad agire in
modo consapevole e responsabile. Se quando il bimbo,
appena nato, ancora non ha sviluppato una
consapevolezza sufficiente per comprendere il senso
e il valore di un simile momento, se lui stesso non
hai mai chiesto di fare il suo ingresso in questa
dimensione, l’essere adulti comporta la necessità
di diventare responsabili delle successive
ri-nascite quotidiane.
E’ l’imparare a camminare con le proprie gambe,
quella che in un contesto psicologico si può
ribattezzare la “vertigine della libertà”.
E’ simile per certi versi a quando per la prima
volta ci si accorge che andando in bicicletta si sta
pelando senza più essere sostenuti da un genitore.
Una sensazione, un brivido di piacere, di orgoglio,
di forza, misto ad un velo di timore: “ce la farò?”.
A quel punto non ci sono più scuse: si può
solo decidere di prendere tra le mani le redini
della propria esistenza e di galoppare nella
direzione che meglio si sente consona ai propri
obiettivi. Non si possono incolpare altri o altro
dei propri insuccessi, delle titubanze, né delle
perdite di orientamento. In compenso, la quota di
soddisfazione, di piacere, di forza e di gioia che
se ne ricava è immensa. E la forza richiama la
forza: conoscere e coltivare le proprie
potenzialità significa imparare a fare del proprio
meglio, impegnarsi con tutte le proprie risorse per
raggiungere gli obiettivi che ci si propone, pur
nella consapevolezza che non sempre le cose vanno
come ce le si aspetta. Al contrario: questa è
un’illusione da abbattere, le aspettative esistono
solo come costruzioni mentali, la realtà concreta
è e sempre sarà, altro.
La forza
(interiore) è anche la capacità di saper
fronteggiare tutto ciò che non ci si aspetta,
con flessibilità, spirito adattivo, tolleranza. Non
è tanto un ‘piegare’ le circostanze esterne, ma
un fare in modo che, come le acque di un fiume,
anche noi diventiamo in grado di adattarci, pur la
nostra bussola interna ben funzionante. Sappiamo
dove vogliamo arrivare, ma non ci ostiniamo in modo
predefinito circa quale strada percorrere per
raggiungere la meta.
Tra questi due estremi di paura si può collocare
un’altra grande prova di vita: la paura di
amare. Essa sintetizza e riassume in se stessa
tali estremi. Da una parte c’è il timore di
abbandonarsi all’altro, di fondersi
momentaneamente (paura di morire), dall’altra di
separarsene. Un gioco di distanze, di pieno-vuoto,
una capacità di sopravvivere anche a distanza, da
soli, che di fatto, è la condizione ontologica di
ogni essere umano. Da una parte c’è il timore di
mettere in luce le proprie debolezze, le proprie
fragilità, e, quindi, di essere attaccato (paura di
morire), dall’altra i propri punti di forza (paura
di vivere). E, allora, come estrema ratio, si può
decidere di vivere sempre un po’ a distanza, di
fuggire, di nascondersi, di evitare le passioni, di
amare e di essere amati.
Ma
ne vale la pena? E’ una soluzione che fa stare
bene, che rappresenta una valida soluzione
dell’aporia? Forse, a volte, nell’immediato, ma
nel lungo termine il rischio è la desolazione, il
vuoto, l’anestesia emotiva. E, allora, forse, vale
la pena provare non solo a vivere, ma
soprattutto a esistere, in modo pieno,
consapevole, sapendo che si può fare del proprio
meglio, che almeno si è ‘provato’ a farlo.
Abbiamo delle carte in mano, magari potrebbe valere
la pena giocarle piuttosto che tenerle saldamente
ancorate alle mani, almeno si potrà affermare che
non si è vissuti invano, che almeno abbiamo giocato
la nostra partita. Magari possiamo anche rischiare
di vincerla o almeno di trarre le nostre
soddisfazioni.
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Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente, corpo
e spirito per dare vita ad un ‘organismo
azienda’ sano, equilibrato, armonico e
produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo
millennio per il manager illuminato. Non esiste
una soluzione di continuità tra vita intima,
privata e quella pubblica, socio professionale:
esiste un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni
di eccellenza scaturiscono da persone che si
sentono riconosciute come tali e che vengono
messe nelle condizioni migliori per poter
esprimere se stesse e i propri talenti.
Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale
significa creare l’ambiente umano ideale per
la crescita delle persone e dell’azienda
stessa: non è possibile scindere ciò che in
natura è unito. Ogni organismo azienda è
composto da cellule, le persone, che grazie alla
loro presenza e alla sinergia congiunta danno
vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione della
loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani vanno
di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che
si può creare tra loro.
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