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Non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”,
questo è ciò che ci insegnano i luoghi comuni, ma
è sempre una esortazione valida? E ancor di più,
cosa cela la tendenza a rimandare, rinviare,
procrastinare?
Procrastinare
rappresenta la propensione a rimandare
l’esecuzione di qualcosa nel tempo o, al limite,
non compierla affatto, anche se sarebbe nel nostro
interesse farlo. Si tratta di una tendenza che può
essere generalizzata, cioè una modalità di azione
e di vita, oppure può essere circoscritta ad un
ambito specifico.
Nel
primo caso,
le motivazioni alla base possono essere anche assai
profonde, radicate nel tempo e più difficili da
modificare. Nel secondo caso, invece, essendo
un fenomeno più circoscritto, è possibile
arginarlo in tempi brevi e con efficacia.
Numerose
possono essere le motivazioni alla base della
procrastinazione come stile di vita:
-
il perfezionismo, che spinge ad un
miglioramento infinito che vede un compito
costantemente in fieri e un obiettivo mai
completamente raggiunto. Questo si associa a vissuti
di insicurezza, impreparazione, al non sentirsi
all’altezza. Spesso, inoltre, la cura maniacale
del dettaglio fa perdere la complessità
dell’intero processo e della meta da raggiungere;
-
il timore di mettersi alla prova,
di fallire, per il grande valore che si ha di se
stessi che concretizzandolo rischierebbe di
essere scalfito (o confermato);
-
il timore del giudizio altrui a cui si
viene sottoposti quando si termina un compito;
-
la paura di lasciar andare, di
staccarsi da quanto si è creato, che si vive come
parte di sé: questo ha alla base ancora una volta
il timore di essere oggetto personale delle critiche
altrui. I giudizio al cosa, al fare, vengono vissuti
come attacchi alla propria persona: l’essere e il
fare si confondono;
-
all’opposto, ci può essere la paura del
successo, di essere al centro dell’attenzione,
il senso di colpa per qualcosa che si ha raggiunto
senza esserselo meritato, il senso di responsabilità
che l’esercitare le proprie capacità liberamente
comporta;
-
il voler lasciare immutata una situazione
presente, almeno idealmente, nonostante questa possa
apparire gravosa o inadatta alle esigenze attuali. A
volte questo dà adito a tentativi che sono solo
apparenti di mutare la situazione, con grande
impiego di risorse e di energie che però vengono
male indirizzate e si disperdono in aspetti
collaterali o marginali rispetto al raggiungimento
dell’obiettivo.
Quando si procrastina, invece, un compito che viene
imposto o proposto dall’esterno, ciò può essere
dovuto al rifiuto di volere assecondare chi lo
propone o di identificarsi con lui rivendicando allo
stesso tempo la propria autonomia di pensiero e di
azione.
Al rimandare, al compiere le azioni in extremis,
d’altra parte, si può anche associare un vissuto
di ansia, di eccitazione, una forma di stimolazione
forte e coinvolgente che può essere assai piacevole
e che rende più gradevole l’agire in sé e per sé,
indipendentemente dalla meta. In questi casi, al
limite estremo, diventa più importante il fare,
indipendentemente dal cosa.
Più semplice risulta modificare la tendenza a
procrastinare l’esecuzione di un’azione
specifica, perché più circostanziata e con
elementi di base che non sono eccessivamente remoti
nel tempo.
Alcuni suggerimenti che potrebbero essere utili per
superare la tendenza a rinviare:
-
individuare, meglio mettendo per iscritto, una serie
di obiettivi che si desidera raggiungere
-
ordinarli creando due liste, una in base alla
priorità d’azione, l’altra secondo il piacere,
la gratificazione
-
quando si devono svolgere dei compiti
particolarmente gravosi, concedersi l’esecuzione
come premio di uno dei compiti gradevoli
-
quando si ha a che fare con obiettivi
particolarmente complessi e articolati, suddividerli
in sotto-obiettivi, scandendo con cura anche i tempi
per conseguirli
-
programmare di tanto in tanto dei momenti di pausa e
di riflessione nel corso dell’azione per
verificare lo stato dei lavori e apportare eventuali
modifiche al piano d’azione
-
cercare di essere elastici e tolleranti con se
stessi: porsi obiettivi sfidanti, ma non
esageratamente elevati da risultare irraggiungibili
-
darsi la possibilità, a volte, anche di
intraprendere strade che a posteriori non risultano
aver condotto ove si sarebbe voluto
-
assumersi le proprie responsabilità, imparando a
godere dei piacere e dei doveri che l’esercizio
della propria libertà comporta.
Nel
complesso, è importante riuscire a poter calibrare
i propri tempi di azione con quelli che ci vengono
richiesti dal contesto e da chi lo abita, in modo
tale da poter raggiungere gli obiettivi prefissati
con la dovuta cura, nei tempi previsti, ma anche
rispettando il proprio stato di benessere e le
migliori condizioni psicofisiche per conseguirli.
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Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente, corpo
e spirito per dare vita ad un ‘organismo
azienda’ sano, equilibrato, armonico e
produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo
millennio per il manager illuminato. Non esiste
una soluzione di continuità tra vita intima,
privata e quella pubblica, socio professionale:
esiste un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni
di eccellenza scaturiscono da persone che si
sentono riconosciute come tali e che vengono
messe nelle condizioni migliori per poter
esprimere se stesse e i propri talenti.
Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale
significa creare l’ambiente umano ideale per
la crescita delle persone e dell’azienda
stessa: non è possibile scindere ciò che in
natura è unito. Ogni organismo azienda è
composto da cellule, le persone, che grazie alla
loro presenza e alla sinergia congiunta danno
vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione della
loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani vanno
di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che
si può creare tra loro.
Gli
altri libri di Anna Fata |
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