tuttavia il potere della parola data è rimasto
immutato, come testimoniano i contratti sulla
parola, gli impegni presi (quali quelli negli
ambienti cavallereschi), in cui onorare quanto detto
significava rispettare se stessi e il proprio
interlocutore e consentiva di offrire un’immagine
sociale di sé come uomo in grado di tenere fede ai
suoi impegni.
Oggigiorno
le parole abbondano:
le troviamo dappertutto, dagli spot pubblicitari,
agli slogan televisivi, dagli sms alle video
chiamate. Ogni luogo e momento pare essere buono per
proferir parola. Ma a quando un po’ di
silenzio? L’eccesso, infatti, inflaziona, fa
perdere il valore dei beni, anche di quelli più
importanti, proprio come accade nell’economia:
quanto più aumenta l’offerta, tanto più il
prezzo cala.
Forse
dovremmo reimparare a dare il giusto valore alle
parole.
Con
esse possiamo accarezzare, coccolare, addolcire,
oppure tagliare, schiaffeggiare, ferire. Possiamo
creare aspettative, attese, fantasie, che laddove
non vengono poi realizzate suscitano un gran senso
di delusione e di vuoto, come quando si scarta un
bel pacco dono e dentro non vi è alcunché.
Parlando
possiamo adulare, irretire, cercare di raggiungere
obiettivi ‘altri’, che vanno ben al di là del
contenuto oggettivo della comunicazione. Possiamo
ri-costruire noi stessi, la nostra storia, la nostra
vita, possiamo abbellirla, svalutarla, innalzarla o
sminuirla e lo stesso fare con gli altri.
Quando
(re)impareremo ad ascoltare, prima ancora che a
parlare?
Fin
da piccoli abbiamo prima ascoltato, già fin
nell’utero materno e via via nei primi mesi di
vita e solo dopo, con impegno, tempo, fatica,
abbiamo cominciato ad articolare i nostri pensieri e
vissuti in parole. Nel tempo, questo meccanismo è
divenuto automatico, al punto che abbiamo perso il
contatto con noi stessi, con quello che sentiamo,
che percepiamo, prima ancora che col pensiero. E’
lì la chiave di tutto. Il come mi sento, e
poi, di riflesso, il come si sente il mio
interlocutore. Che aspettative sto creando in lui?
Che cosa gli sto trasmettendo? Sto veicolando il
messaggio in modo tale che venga correttamente
recepito?
Non
è un processo semplice né immediato: ci vogliono
impegno, consapevolezza, tempo. Tutti beni che oggi
ci ostiniamo a credere che siano così scarsi. Ma,
forse, li abbiamo resi scarsi noi, occupando tutto
il nostro spaziotempo interiore con cose, azioni,
impegni che, in realtà, non sono così prioritari.
Ci possono magari co-involgere, ma ancor più spesso
ci tra-volgono, e ci dis-tolgono da noi stessi, dal
contatto intimo con noi e poi anche di tutto ciò
che ci circonda.
Per
rendersi conto del potere della parola, è
sufficiente chiedere a due amanti la differenza tra
un ‘ti voglio bene’ e un ‘ti amo’, a due
neo-genitori che si accingono a scegliere il nome di
battesimo per il loro figlio (laddove come
affermavano i latini: ‘nomen omen’, cioè il
nome che ciascuno porta è un presagio, di cui
possiamo essere più o meno consapevoli, e come tale
opporci o favorire, atteggiamento che influenza
l’intero corso della nostra esistenza), a chi si
accorda telefonicamente per un colloquio di lavoro.
Piccoli
gesti semantici quotidiani a cui non siamo più
abituati a dare un peso e un valore.
La
parola forgia il nostro mondo interno ed esterno: si provi a pensare alla descrizione di una situazione effettuata da
due persone diverse, una ottimista e una pessimista.
Classico è l’esempio del bicchiere che contiene
la medesima quantità di liquido, che il primo
definirà ‘mezzo pieno’, il secondo ‘mezzo
vuoto’. Piccoli dettagli che possono cambiare il
mondo.
In
ogni situazione, gli opposti possano aiutare a
riscoprire il reale valore delle situazioni: in
questo caso è il silenzio che va recuperato. Se
non hai nulla da dire, taci: questo è uno dei
consigli più diffusi che gli antichi tramandavano.
Ascoltarsi, ascoltare, e sentire quel che si ha
dentro, da lì sgorga tutto, la reale autenticità
del comunicato. Se manca questo contatto, quel che
ne deriva è una gran quantità di fumo, che acceca,
che devia, che copre, anziché scoprire. Ritrovare
l’importanza e l’autenticità della parola è
riappropriarsi della nostra sacralità interiore,
dell’impegno e della responsabilità nei confronti
nostri, oltre che verso l’altro.
La
libertà di parola esige la responsabilità
di farne buon uso. Ogni forma di libertà, infatti,
comporta delle regole per poter essere esercitata,
altrimenti diventa anarchia, in questo caso
comunicativa. Tante parole che aleggiano,
svolazzano, alcune si posano pesantemente sulla
nostra anima, altre la sfiorano, ma la sensazione è
la confusione, al limite a volte il soffocamento,
mentre, invece, obiettivi di una sana comunicazione
dovrebbero essere lo svelamento e l’autosvelamento,
la messa in comune, la chiarificazione e la
costruzione congiunta di significati nuovi, sempre
più profondi e autentici che veicolano la nostra
natura, il nostro essere, il nostro esserci e il
nostro fare.