Due
vie si aprivano in un bosco.
Io
presi la meno frequentata.
E questo fu a cambiare tutto
R.Lee
Forst
Cambiare,
mutare, trasformare, due termini molto ricorrenti
oggi, in un’epoca di rivolgimenti repentini,
incessanti, a volte anche assai radicali.
Eppure,
vi è una sottile differenza tra i tre.
Cambiare
deriva dal greco kàmbein, kàmptein, che significa
curvare, girare intorno, piegare e per estensione
indica il tramutare o permutare una cosa per
un’altra. In italiano è rimasta l’ampia
sfaccettatura di significati attribuiti a tale
termine: mettere una cosa o persona al posto di
un’altra, quindi il concetto di sostituzione, e
poi trasformare, barattare, diventare diverso.
Non
sempre questo comporta delle variazioni percepibili
dall’esterno, può essere anche una diversa
prospettiva, un nuovo filtro mentale che può farci
avvertire l’esistenza di un cambiamento.
Mutare,
invece, deriva dal latino movitàre, movère,
che connota il variare, il rendere una cosa diversa
da quella che è. C’è una componente maggiormente
attiva in tale processo, nonché di intenzionalità,
contrariamente al cambiare che non sempre è
attivamente voluto né ricercato. In italiano è il
rendere diverso, il trasformare.
Trasformare,
da trans (al di là) formàre, fòrma
(aspetto, figura esteriore delle cose), è il far
mutare forma o aspetto a qualcosa o qualcuno. E’
un cambiamento radicale, in questo caso, che
raggiunge l’essenza, che non si limita alla forma,
ma va al di là di essa.
Al
di là delle sfere socioeconomica, produttiva e
politica attuale che hanno assunto il cambiamento a
loro icona, l’essenza di esso pervade tutta la
realtà vivente e non dell’ambiente in cui siamo
immersi e come tale ci riguarda in prima persona.
Non possiamo chiamarci fuori da un processo che di
per sé è la condizione intrinseca e indispensabile
per la nostra esistenza.
La
vita è cambiamento.
Se smetti di cambiare smetti di vivere
S.Lawrence
Si
sente molto parlare di ‘gestire il cambiamento’,
‘favorire il cambiamento’, ‘prepararsi
al cambiamento’, come se esistessero delle ricette
magiche per compiere questo. Qualcosa che in origine
era un processo naturale, che avveniva da sé,
l’abbiamo reso artificiale, o, peggio,
artificioso. Ci siamo opposti, abbiamo tentato di
domarlo – e forse queste espressioni rappresentano
la vana illusione di poterci riuscire – e, magari,
siamo convinti di essere sulla buona strada per
farlo.
Ma
se il cambiamento è qualcosa che ci è
connaturato, come viverlo al meglio?
E
ancor più, che cosa c’è nel cambiamento che crea
tutte queste resistenze che cerchiamo di mascherare
tentando di controllare il processo?
Un paragone può rendere più intuitiva la
situazione.
Il
cambiamento è come l’acqua, sempre in moto, anche
quando visivamente non ce rendiamo conto, è
plastica, adattabile, per certi aspetti poco
prevedibile a priori. Noi possiamo fare in modo che
il suo decorso venga favorito pulendo gli argini e
il letto dei fiumi: la sua quantità può variare a
seconda delle stagioni e delle condizioni meteo. In
tal senso, possiamo ‘preparare il terreno’, ma
difficilmente possiamo controllarle l’iter. Quanti
argini sono stati devastati, quante dighe
polverizzate di fronte alla sua forza?
E
dunque: se il cambiamento è qualcosa di naturale,
nella nostra esistenza quotidiana possiamo allenarci
a favorirlo, creando le condizioni ottimali affinché
abbia luogo. Come? Non opponendoci, non creando
resistenze, pur con una direzione di vita (gli
argini) a grandi linee definita, quel duplice
processo che a oriente chiamano ‘radicamento’ e
‘libero fluire’.
Sbarazzarsi
dell’illusione di poter controllare, prevedere
ogni cosa, evento, situazione, è il primo passo in
tale direzione. Seguono l’avere con sé una buona
‘bussola’ che ci possa aiutare nei momenti di
calma, ma anche in quelli di tempesta, di confusione
interiore, il nutrire un senso di fiducia in sé e
nella naturale saggezza del mondo: c’è un ordine
intrinseco anche nel caos più profondo, come
c’insegnano le teorie quantistiche, che sta a noi
individuare. Quest’ultimo aspetto richiama ad un
cammino che vede una ricerca di senso che non solo
riguarda ciascun singolo individuo, ma ancor più il
rapporto che lo lega all’universo, la sua missione
di vita, e il contributo che può fornire ad esso.
La
vita appartiene ai viventi,
e chi vive deve essere preparato ai cambiamenti
W.Goethe
Il
cambiamento comporta dei fattori di fondamentale
importanza: la libertà, o meglio, il
ri-appropriarsi di essa con consapevolezza, la
responsabilità, e il coraggio.
Implica
la capacità di essere veramente se stessi, di
mettere a frutto le proprie potenzialità, di
portare alla luce le qualità, insieme ai limiti,
che tendiamo a confinare nelle nostre zone
d’ombra. E’ l’affermazione di sé, a dispetto
delle aspettative altrui, ma anche delle proprie, di
quel che ci prospettano i nostri ‘io ideale’
(come vorrei essere) e ‘io normativo’ (come
dovrei essere).
Questo
processo necessita di coraggio, un termine non
casuale, che nella sua radice richiama il cuore (coràticum),
un andare alla radice di noi stessi, nella parte più
intima e autentica.
Prima ancora, quindi, di parlare di cambiamento
della società, dell’economia, della cultura o,
ancor peggio, delle persone che ci circondano, forse
dovremmo, più umilmente ri-apprendere a vivere il
nostro personale processo di cambiamento.
Per
tutti i cambiamenti importanti
dobbiamo intraprendere un salto nel buio
W.James
Una
quota di insicurezza, di incertezza, a volte anche
di timore è inevitabile di fronte ad una
transizione: si lascia qualcosa che si conosce - che
ci faccia stare bene o meno, di per sé è comunque
una presunta parziale sicurezza – per avvicendarsi
verso qualcosa d’altro che è del tutto nuovo e
nessuna esperienza precedente da sola può offrire
le indicazioni necessarie e i riferimenti per
affrontare in toto quella presente. Ogni
situazione, così come ogni persona con cui si
viene a contatto è un mondo sconosciuto e i
riferimenti che potevamo avere in precedenza non
vanno più bene. Possono essere d’aiuto, ma non
sono mai sufficienti. Quel che ci può aiutare in
tali momenti è la fiducia in sé, l’aver fede, il
credere fermamente che ce la si possa fare, in virtù
di successi ottenuti nel passato.
Anche
il rito può essere d’aiuto nei momenti di
transizione: inteso in termini ampi, non
necessariamente codificato in contesto religioso,
esso apre le porte alla spiritualità, permette di
sentirsi in connessione con un universo sconfinato
in cui tutto e tutti sono immersi nello stesso
processo di mutamento. Questo non solo aiuta a
fronteggiare meglio i vissuti di solitudine
ontologica che caratterizzano ciascuno di noi, ma
offre anche la possibilità di vivere con sacralità,
riverenza, e gratitudine ogni istante della nostra
vita. Contribuisce, quindi, a costruire quegli
‘argini interni’ nei quali ci possiamo sentire
liberi di muoverci e di sperimentare la nostra
libertà.