Occidente e oriente a confronto.
Null’altro forse, nel tempo, ha destato il più grande
dibattito, dopo l’amore, l’odio, la vita, la
morte: il concetto di vuoto. Nella tradizione occidentale
il vuoto è stato per lo più
associato alla mancanza, alla privazione,
all’assenza di qualcosa e come tale si è
costantemente associato alla necessità di
riempirlo. Nell’antichità, il vuoto non era neppure concepito né
concepibile: Aristotele riteneva che esso non
esistesse, era l’horror vacui.
Oggigiorno la scienza sta presentando un numero sempre
crescente di testimonianze in base alle quali
l’Universo appare quasi ovunque vuoto, mentre è
la materia che rappresenta l’eccezione.
Quest’ultima è in buona parte vuota, in quanto la
sua massa è quasi del tutto concentrata nei piccoli
nuclei degli atomi che la costituiscono.
La stessa meccanica quantistica, insieme alla teoria della
relatività di Einstein, sostiene che le particelle
subatomiche sono in costante fluttuazione e che
materia ed energia si continuano a trasformare
l’una nell’altra. Eppure, se diamo uno sguardo ad oriente, il pensiero
dominante sul vuoto ha ben poco a che spartire con
il nichilismo imperante che ha caratterizzato per
secoli l’occidente, in tale prospettiva, infatti,
il vuoto è massimamente pieno. Il vuoto non è il
nulla, il non-essere, ma un non-concetto di cui si
può fare esperienza nella meditazione.
Vuoto e pieno vanno di pari passo, sono inscindibili
l’uno rispetto all’altro. Questo è il motivo
per cui in oriente, in ogni disciplina, si va
costantemente alla ricerca del vuoto. Questo è ben
visibile, ad esempio, nell’arte, in cui si lavora
alacremente per sottrarre elementi, più che per
aggiungerli. In quest’ottica esso risulta da ciò
che resta dopo avere tolto quanto è superfluo. La ricerca della semplicità, dell’essenziale, del qui e
ora, riporta al presente. Insostanzialità (anatta)
e impermanenza (anicca) sono la basi fondamentali
della vita e dell’essere: ogni cosa è transitoria
e intimamente interdipendente.
E’ intuibile, a questo punto, come il vuoto rappresenti
non l’assenza, il non-fare, il non essere, ma un
coacervo di possibilità, di potenzialità che
attendono solo di essere colte e attuate. Il tutto
nel momento presente. Non si tratta di raggiungere
la perfezione, ma di scoprirla come già esistente
qui e ora. Se in occidente si è stati per lo più tesi a speculare
razionalmente sul vuoto, a ragionare in termini
logici e sperimentali, in oriente si è stati più
orientati a farne esperienza. In occidente si è
rimasti – e per certi versi ci si è fatti
imprigionare – nella mente, in oriente si è
riusciti a superarla, partendo dal corpo. Si tratta
di un punto di partenza, in realtà non vi è
separazione effettiva tra mente, corpo e spirito.
Non esistono dicotomie anima-corpo, spirito-materia,
non si tratta di elementi isolati tra loro, ma
costantemente interconnessi, in rapporto tra loro.
E’ una forma di unità articolata. E questo si coglie
tramite l’esperienza sensoriale.
E’ un corpo pervaso dallo spirito, così come lo è la
natura, allo stesso modo in cui il corpo è ciò che
consente di fare esperienza dello spirito.
L’attenzione e l’autoconsapevolezza sono alla
base del proprio esser-ci.
Stante queste diverse prospettive, diviene più chiaro come
e da dove sia nato questo pervasivo terrore del
vuoto nella cultura occidentale.
Oggi si sente sempre più parlare di ‘vuoto di valori’,
‘vuoto di sentimenti’, ‘vuoto di
riferimenti’, dei giovani, così come di molti
adulti. E si corre ai ripari, infarcendo di tante
parole le generazioni, vecchie e nuove.
Parole, parole, apparenze, contenuti, molto spesso, privi
di reale sostanza. Mancanti di un supporto concreto,
quello che dovrebbe essere il sentire del corpo. Le
persone dall’altra parte ascoltano, fanno la conta
di principi, valori, ma tutto passa attraverso la
mente, dà vita a pensieri, fantasmi e fantasie e
spesso non viene poi declinato nella vita
quotidiana. Se chi trasmette dei concetti non possiede anche un
substrato concreto, non permette a sua volta a chi
sta dall’altra parte di porre le basi per farne
esperienza, e in tal modo ben poco può nel
modificare la quotidianità.
Se, da una parte, esiste un’effettiva diversa
declinazione di termini tra oriente e occidente,
data la compresenza degli estremi in ogni cosa, se
fosse solo un diverso porre l’accento su
differenti facce della stessa medaglia?
L’occidente si focalizza sulla mancanza, l’oriente
sulla ricchezza, la presenza di infinite
possibilità.
Differenti prospettive per un’unica natura.
Pensiamo ad un’altra situazione: la fine di una relazione
affettiva. Quando lasciamo o veniamo lasciati una
persona, si crea uno spazio vuoto dentro di noi.
All’inizio questo si riempie di dolore, ma quando
siamo in grado di lasciare andare il dolore, la
sofferenza, il rimpiato, a volte l’odio, ecco,
finalmente il vuoto affiora. Si crea dello spazio
libero che è e che deve essere tale per poter fare
posto, in un futuro, ad una eventuale altra persona.
Sono passaggi necessari, obbligati.
Quando ci rendiamo conto che ogni situazione, di gioia o di
dolore, di felicità o di sofferenza, è destinata
ad esaurirsi, diventiamo improvvisamente liberi. Non
abbiamo più bisogno di nulla, tutta funziona a
meraviglia così come è. Tutto ci va bene, perché
è un dono, qualcosa che non abbiamo chiesto, un di
più che ci viene concesso.
Ma quando il vuoto genera terrore?
Forse, paradossalmente, quando abbiamo paura di noi stessi,
delle nostre possibilità, di quel che potrebbe
scaturire e che non conosciamo, perché mai vissuto.
Perché ogni istante di vita è nuovo e sconosciuto.
A volte il vuoto può farci sentire come un vortice dentro
pronto ad inghiottirci, se solo ci abbandoniamo ad
esso. E da lì il timore, o il terrore, anche molto
intenso, paralizzante. Lo zittiamo, lo ricacciamo,
alziamo il volume della radio, della televisione,
frequentiamo locali chiassosi, ci teniamo impegnati
in attività frenetiche, fino allo sfinimento.
Fuggiamo da noi stessi. Ma prima o poi la sensazione
del vuoto ritorna. E’ un indice prezioso che sta a
noi decidere se cogliere o meno.
Cosa accade quando ci decidiamo ad ascoltarlo?
Qui la grande sorpresa.
Il vuoto può essere molto accogliente e di sicuro meno
silenzioso e divorante di quanto ce lo eravamo
immaginato fino a quel momento.
Superata la barriera, il limite con cui l’avevamo
artificialmente diviso dalla nostra esistenza
ordinaria, superata la notte delle tenebre, giunge
inattesa la luce.
A quel punto, ogni cosa appare nel suo essere autentico,
nelle sue reali dimensioni, importanza e priorità.
Tutto appare ridimensionato, mentre spicca quel che
è veramente autentico, sostanziale. Si ritorna
finalmente a casa, ci si sente insolitamente
tranquilli, sereni.
E’ un’esperienza che ci cambia, che possiamo tornare ad
esperire in ogni momento di vita, che si può
costantemente dilatare, fino a rendere sempre più
semplice, autentica ed essenziale la propria
esistenza, in sintonia con il nostro reale essere. A quel punto ‘riempire’ gli spazi, il tempo, non è più
un obiettivo, una priorità, anzi, semmai il
contrario: sfrondare, ridurre, ridimensionare, perché
ogni cosa, a quel punto diventa pregnante nella sua
piccolezza.
Dopo una generazione di anoressici, da una parte e di
bulimici, dall’altra, del dire e del fare, forse
è venuto il momento di riacquisire una più
corretta e bilanciata cultura dell’essere, in cui
l’azione, misurata, attenta, consapevole è
espressione di un moto interiore autentico ed
essenziale.