Duepiu.Net, vivere meglio in coppia, seduzione, speciali, costume

Duepiu.Net, vivere meglio in coppia

Google

Buona sera, oggi è venerdì 23 giugno 2017

A chi fa paura il vuoto

 

pubblicità

A chi fa paura il vuoto?

Occidente e oriente a confronto.

Null’altro forse, nel tempo, ha destato il più grande dibattito, dopo l’amore, l’odio, la vita, la morte: il concetto di vuoto. Nella tradizione occidentale il vuoto è stato per lo più associato alla mancanza, alla privazione, all’assenza di qualcosa e come tale si è costantemente associato alla necessità di riempirlo. Nell’antichità, il vuoto non era neppure concepito né concepibile: Aristotele riteneva che esso non esistesse, era l’horror vacui.

Oggigiorno la scienza sta presentando un numero sempre crescente di testimonianze in base alle quali l’Universo appare quasi ovunque vuoto, mentre è la materia che rappresenta l’eccezione. Quest’ultima è in buona parte vuota, in quanto la sua massa è quasi del tutto concentrata nei piccoli nuclei degli atomi che la costituiscono. La stessa meccanica quantistica, insieme alla teoria della relatività di Einstein, sostiene che le particelle subatomiche sono in costante fluttuazione e che materia ed energia si continuano a trasformare l’una nell’altra. Eppure, se diamo uno sguardo ad oriente, il pensiero dominante sul vuoto ha ben poco a che spartire con il nichilismo imperante che ha caratterizzato per secoli l’occidente, in tale prospettiva, infatti, il vuoto è massimamente pieno. Il vuoto non è il nulla, il non-essere, ma un non-concetto di cui si può fare esperienza nella meditazione.

Vuoto e pieno vanno di pari passo, sono inscindibili l’uno rispetto all’altro. Questo è il motivo per cui in oriente, in ogni disciplina, si va costantemente alla ricerca del vuoto. Questo è ben visibile, ad esempio, nell’arte, in cui si lavora alacremente per sottrarre elementi, più che per aggiungerli. In quest’ottica esso risulta da ciò che resta dopo avere tolto quanto è superfluo. La ricerca della semplicità, dell’essenziale, del qui e ora, riporta al presente. Insostanzialità (anatta) e impermanenza (anicca) sono la basi fondamentali della vita e dell’essere: ogni cosa è transitoria e intimamente interdipendente.

E’ intuibile, a questo punto, come il vuoto rappresenti non l’assenza, il non-fare, il non essere, ma un coacervo di possibilità, di potenzialità che attendono solo di essere colte e attuate. Il tutto nel momento presente. Non si tratta di raggiungere la perfezione, ma di scoprirla come già esistente qui e ora. Se in occidente si è stati per lo più tesi a speculare razionalmente sul vuoto, a ragionare in termini logici e sperimentali, in oriente si è stati più orientati a farne esperienza. In occidente si è rimasti – e per certi versi ci si è fatti imprigionare – nella mente, in oriente si è riusciti a superarla, partendo dal corpo. Si tratta di un punto di partenza, in realtà non vi è separazione effettiva tra mente, corpo e spirito. Non esistono dicotomie anima-corpo, spirito-materia, non si tratta di elementi isolati tra loro, ma costantemente interconnessi, in rapporto tra loro.

E’ una forma di unità articolata. E questo si coglie tramite l’esperienza sensoriale. E’ un corpo pervaso dallo spirito, così come lo è la natura, allo stesso modo in cui il corpo è ciò che consente di fare esperienza dello spirito. L’attenzione e l’autoconsapevolezza sono alla base del proprio esser-ci.

Stante queste diverse prospettive, diviene più chiaro come e da dove sia nato questo pervasivo terrore del vuoto nella cultura occidentale. Oggi si sente sempre più parlare di ‘vuoto di valori’, ‘vuoto di sentimenti’, ‘vuoto di riferimenti’, dei giovani, così come di molti adulti. E si corre ai ripari, infarcendo di tante parole le generazioni, vecchie e nuove.

Parole, parole, apparenze, contenuti, molto spesso, privi di reale sostanza. Mancanti di un supporto concreto, quello che dovrebbe essere il sentire del corpo. Le persone dall’altra parte ascoltano, fanno la conta di principi, valori, ma tutto passa attraverso la mente, dà vita a pensieri, fantasmi e fantasie e spesso non viene poi declinato nella vita quotidiana. Se chi trasmette dei concetti non possiede anche un substrato concreto, non permette a sua volta a chi sta dall’altra parte di porre le basi per farne esperienza, e in tal modo ben poco può nel modificare la quotidianità. Se, da una parte, esiste un’effettiva diversa declinazione di termini tra oriente e occidente, data la compresenza degli estremi in ogni cosa, se fosse solo un diverso porre l’accento su differenti facce della stessa medaglia?

L’occidente si focalizza sulla mancanza, l’oriente sulla ricchezza, la presenza di infinite possibilità. Differenti prospettive per un’unica natura.

Pensiamo ad un’altra situazione: la fine di una relazione affettiva. Quando lasciamo o veniamo lasciati una persona, si crea uno spazio vuoto dentro di noi. All’inizio questo si riempie di dolore, ma quando siamo in grado di lasciare andare il dolore, la sofferenza, il rimpiato, a volte l’odio, ecco, finalmente il vuoto affiora. Si crea dello spazio libero che è e che deve essere tale per poter fare posto, in un futuro, ad una eventuale altra persona. Sono passaggi necessari, obbligati.

Quando ci rendiamo conto che ogni situazione, di gioia o di dolore, di felicità o di sofferenza, è destinata ad esaurirsi, diventiamo improvvisamente liberi. Non abbiamo più bisogno di nulla, tutta funziona a meraviglia così come è. Tutto ci va bene, perché è un dono, qualcosa che non abbiamo chiesto, un di più che ci viene concesso.

Ma quando il vuoto genera terrore?
Forse, paradossalmente, quando abbiamo paura di noi stessi, delle nostre possibilità, di quel che potrebbe scaturire e che non conosciamo, perché mai vissuto. Perché ogni istante di vita è nuovo e sconosciuto.

A volte il vuoto può farci sentire come un vortice dentro pronto ad inghiottirci, se solo ci abbandoniamo ad esso. E da lì il timore, o il terrore, anche molto intenso, paralizzante. Lo zittiamo, lo ricacciamo, alziamo il volume della radio, della televisione, frequentiamo locali chiassosi, ci teniamo impegnati in attività frenetiche, fino allo sfinimento. Fuggiamo da noi stessi. Ma prima o poi la sensazione del vuoto ritorna. E’ un indice prezioso che sta a noi decidere se cogliere o meno.

Cosa accade quando ci decidiamo ad ascoltarlo? Qui la grande sorpresa. Il vuoto può essere molto accogliente e di sicuro meno silenzioso e divorante di quanto ce lo eravamo immaginato fino a quel momento.

Superata la barriera, il limite con cui l’avevamo artificialmente diviso dalla nostra esistenza ordinaria, superata la notte delle tenebre, giunge inattesa la luce. A quel punto, ogni cosa appare nel suo essere autentico, nelle sue reali dimensioni, importanza e priorità. Tutto appare ridimensionato, mentre spicca quel che è veramente autentico, sostanziale. Si ritorna finalmente a casa, ci si sente insolitamente tranquilli, sereni. E’ un’esperienza che ci cambia, che possiamo tornare ad esperire in ogni momento di vita, che si può costantemente dilatare, fino a rendere sempre più semplice, autentica ed essenziale la propria esistenza, in sintonia con il nostro reale essere. A quel punto ‘riempire’ gli spazi, il tempo, non è più un obiettivo, una priorità, anzi, semmai il contrario: sfrondare, ridurre, ridimensionare, perché ogni cosa, a quel punto diventa pregnante nella sua piccolezza.

Dopo una generazione di anoressici, da una parte e di bulimici, dall’altra, del dire e del fare, forse è venuto il momento di riacquisire una più corretta e bilanciata cultura dell’essere, in cui l’azione, misurata, attenta, consapevole è espressione di un moto interiore autentico ed essenziale.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

Gli altri libri di Anna Fata
LO ZEN E L'ARTE DI CUCINARE

pubblicità

torna indietro

segnala a un amico

inzio pagina

Pagina aggiornata al 15/09/2013

copyright © duepiu.net 2000-2017, tutti i diritti riservati