Relazione
è un termine ampio e generico, abbondantemente
usato e abusato oggi. Si riferisce al collegamento
esistente tra due entità: quando queste due
sono persone la faccenda diventa assai delicata e
complessa.
Ogni
persona è un mondo a sé che lungi dall’essere
statico e monolitico, muta a seconda delle
circostanze, del tempo e dell’interlocutore che ha
di fronte. Non si tratta necessariamente di falsità
– a meno che non sia una intenzione deliberata, ma
anche in questa vi sono delle modalità che
difficilmente possono essere falsate: si può barare
sui contenuti, non sui modi di trasmetterli – ma
di una varietà di sfaccettature della propria
personalità che ha modo di dispiegarsi in modo
differente a seconda delle opportunità che si
decide di cogliere.
In
un contesto relazionale vi è un influsso reciproco,
non è possibile non mettersi in gioco, ci si
può celare dietro maschere e inganni, ma anche a
fronte di essi qualcosa trapela.
A
cospetto di un numero sempre crescente di relazioni
che dopo pochissimo tempo si infrangono, che
lasciano dolori e ferite che spesso a fatica si
rimarginano, viene spontaneo chiedersi che cosa
ci può essere che non ‘funziona’ nel proprio
modo di relazionarsi e, ancor più, cosa fare
per poter modificare i propri schemi e le proprie
modalità.
Se
l’amore è eterno finché dura, è anche vero che
noi possiamo fare molto per alimentarlo, a partire
da noi stessi. Non si può apportare nutrimento ad
una relazione se non ci si prende prima e
contemporaneamente cura di noi stessi. Che cosa
possiamo dare all’altro (e ricevere da lui) se non
quello che già che possediamo e che siamo disposti
a condividere?
L’amore
non è uno status quo, una condizione
raggiunta una volta per tutte, ma un processo che si
esplica nel tempo e che va costantemente rinnovato e
rialimentato. Esso richiede, forza, energia,
determinazione, volontà, disponibilità,
accoglienza e non necessita di una persona
‘speciale’ per esplicarsi. Tutte le persone, a
loro modo, sono speciali e come tali degne di
ricevere amore. Il nostro amore scaturisce da noi,
per questo anche una separazione non può, in realtà,
annullare l’amore.
Se
prima non si coltiva la relazione con noi stessi,
anche il rapporto con l’altro viene pregiudicato:
si rischia di vivere nell’attesa, attesa di
qualcuno che supplisca e soddisfi i nostri bisogni,
le nostre necessità e, in ultima analisi, ci renda
felici. Ma questo significa delegare la propria
esistenza a qualcun altro. Qualcun altro da cui,
prima o poi, ci sentiremo privati dei nostri spazi,
della nostra autonomia, della nostra libertà.
Qualcun altro che non può né mai potrà conoscerci
così a fondo da poter capire quale è il
‘nostro’ bene’, perché questo spetta solo a
noi.
Ripartiamo,
quindi, da noi, per poter avviare una sana e
proficua relazione con l’altro.
Quando
si è single è relativamente più facile avere del
tempo libero a propria disposizione che ci si può
dedicare nei modi più disparati. Quando si inizia
una relazione, nella maggior parte dei casi, ci si
comincia a dedicare sempre più al partner e sempre
meno a se stessi. Ci si dimentica della componente
più importante per una sana relazione: se stessi.
Coltivare
se stessi non implica compiere chissà cosa di
particolare, non significa diventare perfetti o
sempre meglio, ma risvegliarsi, aprire gli occhi di
fronte a se stessi e imparare ad accettarsi per ciò
che si è. Sapere che dentro di noi ci sono luci e
ombre, potenzialità e limiti consente poi di fare
altrettanto anche con l’altro. La nostra vera
essenza è per lo più celata da strati e maschere
imposte dal vivere sociale, dai condizionamenti
familiari, dai ruoli e dalle funzioni che si
ricoprono, ma da qui ad affermare che noi siamo
tutto questo ce ne corre. Noi non ci identifichiamo
con tutto questo, siamo molto di più.
Lavorare
alla propria crescita personale,
indipendentemente dalla presenza di un partner,
porta ad attirare persone sempre più simili a noi,
in sintonia con il percorso che stiamo compiendo e
ai valori che professiamo. Quando coltiviamo noi
stessi ci rendiamo conto che non abbiamo bisogno di
cercare, tutto ciò che ci può essere utile per la
nostra evoluzione, persone comprese, ci vengono
offerte. Sta a noi poi decidere se cogliere
l’opportunità.
Come
un fiore necessita della giusta quantità di acqua e
di luce, di un terreno fertile, delle inevitabili
potature, di periodi di riposo e di fioritura, anche
noi dobbiamo imparare a rispettare i tempi e ei modi
di vita nostri e dell’altro: solo così può
germogliare una relazione florida e fruttifera.
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Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente, corpo
e spirito per dare vita ad un ‘organismo
azienda’ sano, equilibrato, armonico e
produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo
millennio per il manager illuminato. Non esiste
una soluzione di continuità tra vita intima,
privata e quella pubblica, socio professionale:
esiste un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni
di eccellenza scaturiscono da persone che si
sentono riconosciute come tali e che vengono
messe nelle condizioni migliori per poter
esprimere se stesse e i propri talenti.
Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale
significa creare l’ambiente umano ideale per
la crescita delle persone e dell’azienda
stessa: non è possibile scindere ciò che in
natura è unito. Ogni organismo azienda è
composto da cellule, le persone, che grazie alla
loro presenza e alla sinergia congiunta danno
vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione della
loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani vanno
di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che
si può creare tra loro.
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