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Uomini e donne: siamo destinati all'incomunicabilità?

 

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Uomini e donne: siamo destinati all'incomunicabilità

Il grande problema che non è mai stato risolto, 
e che io non sono ancora stato capace 
di risolvere nonostante i miei trenta anni 
di ricerca sull'anima femminile, è: 
che cosa vuole una donna? 

S. Freud

Che ci possano essere delle difficoltà di comunicazione tra uomini e donne, è evidente a chiunque. Ma che ci possano essere delle difficoltà non significa che queste non siano superabili, anzi, arrivare alla (ri)conciliazione di ciò che in origine è dentro se stessi è la conquista più elevata e soddisfacente che si possa ottenere. Lungi dall’averla raggiunta una volta per tutte, va costantemente ridefinita e portata a livelli sempre superiori.

L’uomo si sente ferito nel momento in cui il suo ordine, il suo equilibrio, la sua razionalità vengono intaccati. Si arriva a percepire una vera e propria sconfitta. La donna, d’altro canto, vive l’apice del suo equilibrio quando sente di potersi espandere, quando si percepisce in fase di evoluzione, di crescita, quando avverte che i limiti possono essere infranti, che l’ordine può essere sovvertito.

Lo scontro tra uomo e donna, o meglio tra energia maschile e femminile, avviene nel momento in cui il desiderio dell’ordine, dei confini, cozza contro il loro superamento, con il passaggio attraverso il disordine, lo smarrimento, l’incertezza, la confusione. Da qui le rispettive diverse esigenze: per un uomo esserci significa sostegno, indipendente da quale strada si sta intraprendendo; per una donna coincide con ascolto, comprensione, senza ricevere una soluzione netta e definita come è spesso tipicamente maschile.

Mentre la donna non teme il disordine, lo scompiglio, il continuo ricominciare da capo, la riflessione, l’analisi delle problematiche, l’uomo è costantemente orientato verso il fare, il mettere a posto. Proietta, in tal modo, verso l’esterno il suo desiderio di pulizia, di equilibrio statico che, per forza di cose, viene costantemente turbato.

Ancora una volta, si tratta della necessità di integrare dentro se stessi, al di là del sesso biologico, questi due estremi energetici.

Confrontarsi, comunicare, dialogare non significa rinunciare alla propria posizione, addentrarsi nel territorio dell’altro fino a smarrirsi, abdicando a se stessi e al proprio credo. Al contrario, implica un profondo radicamento, una solida definizione dei propri confini che nella loro capacità di filtrare, sono in grado di realizzare uno scambio che consente l’acquisizione di elementi ad alto valore evolutivo. La donna si sente ferita nel momento in cui si scontra con il ‘non ti capisco’ tipicamente maschile. La modalità femminile difficilmente può essere colta tramite la razionalità, perché focalizzata maggiormente sull’emozione, l’intuito. Le donne raramente cercano risposte definite una volta per tutte, soluzioni, vie di fuga ai loro dilemmi. Così come esse esplicano una capacità di restare nell’ascolto, tollerando la confusione, l’incertezza, il chiaroscuro, come il cuore e non la ragione suggerisce, vorrebbero dall’uomo un simile trattamento. Se l’uomo non ha coltivato il suo lato femminile non può fare altrettanto. Ma prima ancora di questo è la donna a dover sviluppare questa profonda forma di ascolto e di comprensione verso se stessa: solo così si può essere spontaneamente orientate verso uomini con simili capacità.

Il vero coraggio delle donne è costruire quella solidità che consenta loro di permanere con sicurezza, determinazione e fiducia nel territorio del non ben definito, senza alcun timore. Spesso questa vastità interna genera timore, scompiglio: la vera paura è quella delle proprie potenzialità, ancor più che dei propri limiti. Dove andrò a finire? Di cosa sarò capace? Questi sono gli interrogativi che più o meno consciamente aleggiano nel profondo.

Finché uomini e donne non si saranno (ri)appropriati del loro potere, quando smetteranno di dubitare di esso, ma soprattutto solo quando è stato possibile realizzare una riconciliazione interna tra le due essenze, sarà possibile un reale confronto che tenga conto delle differenza, dell’irriducibilità e dell’enorme valore che le differenze e la loro complementarietà comportano.

Per poter realmente condividere se stessi si deve avere qualcosa dentro da trasmettere, altrimenti si resta sempre dei bisognosi in attesa di nutrimento. Si deve aver imparato a camminare sulle proprie gambe, in caso contrario si è sempre uno zoppo che si appoggiano ad un altro.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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