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Stavo
guidando l’auto, quando d’un tratto, ferma ad un
semaforo rosso, la mia attenzione è stata
catalizzata da una giovane madre che teneva per mano
un bambino che stava conducendo in spiaggia. E
mentre incedeva canticchiava, spostando il suo
sguardo alternatamente tra la strada e gli occhi del
bimbo: “Tutti
al mare, tutti al mare..”.
Il
mio intuito si è acceso, al pari del
semaforo che nel frattempo era diventato verde: mi
sono sentita illuminata dentro e fuori, negli occhi.
Mi
aveva molto colpita quella semplicità d’azione e
allo stesso tempo quella grande presenza,
attenzione, e pregnanza che quella persona, insieme
al piccolo, davano a quel che stavano compiendo,
proprio come se fosse la cosa più importante della
loro vita. E, di fatto, almeno in quel momento,
doveva essere proprio così.
Quanto spesso noi assumiamo un atteggiamento simile
nel nostro agire quotidiano? Quanto, invece, veniamo
allontanati e sviati da altri pensieri, progetti,
idee, preoccupazioni per il futuro, oppure
recriminazioni, rimpianti, relativi al passato.
Spesso, troppo spesso. E quel che è peggio è che
neppure ce ne accorgiamo tanto è radicato questo
atteggiamento in noi. Ha assunto la parvenza di ‘normalità’,
quando di normale ha ben poco.
Stai
pranzando, oppure stai già anticipando la tua
esposizione alla riunione del pomeriggio in ufficio?
Stai facendo la doccia o stai già mentalmente
cucinando la cena?
Stai giocando con tuo figlio o credi di fare già
l’amore con tua moglie? E quando lo farai, dove
ancora andrai con la mente?
Su un muro, in centro città, ho letto la scritta di
un writer: “Non
possiamo vivere il presente perché siamo impegnati
a costruirci il futuro”. L’affermazione, in
questo caso, alludeva al contesto di crisi socio
professionale che ci attanaglia. Ma abbiamo sempre
una scusa pronta per sfuggire al nostro presente,
tant’è che qualcuno a seguire, ha aggiunto, in
rosso un’esortazione assai eloquente: “Vai
a lavorare!”.
Anche,
e forse soprattutto, chi va costantemente alla
ricerca di un senso della vita, di una missione
che si connette al proprio esistere non è immune da
questo rischio. Si arrocca su una posizione di
superiorità, disdegna il piccolo quotidiano, la
modesta routine, perché si sente votato a qualcosa
di più ‘grande’.
Ma
di cosa si tratta, in ultima analisi? E se poi non
si realizzasse mai, o almeno, non in questa
dimensione?
Un
aspetto che mi ha ripetutamente incuriosito nelle
persone in questa ricerca del senso della propria
esistenza consiste nel fatto che essa emerge
quando viene a mancare proprio la gioia per le
piccole cose, quando tutto appare scontato,
banale, privo di valore. Si aspira ad altro, si
desidera essere altrove, raggiungere altre mete,
altre persone. Ma il paradosso sta nel fatto che
quandanche si raggiunga ciò a cui si ambisce questo
senso pare sfuggire inesorabilmente.
In questo meccanismo, che al limite diventa
perverso, tutto diventa un mezzo per arrivare a
conseguire un fine, che però appare inesorabilmente
sfuggente.
Credo
che il senso del proprio essere, esserci, agire non
sia avulso dalla propria esistenza quotidiana, anzi,
ritengo sia qualcosa che funge come una sorta di
nota di sottofondo che costantemente risuona, ma che
non appare in primo piano se non quando ci si rende
conto di avere deviato dalla rotta.
Da qui la grande importanza e allo stesso tempo l’ordinarietà
del quotidiano e delle piccole cose.
Ci
crediamo esseri tanto speciali, votati a esistenze
grandiose, a progetti e conseguimenti mirabili, ma
se solo riusciamo a prendere un po’ le distanze da
tutto questo, se siamo in grado di vederci come si
potrebbe fare da un palazzo di dieci piani, la
prospettiva cambia radicalmente. Tutto viene
ridimensionato, e soprattutto ci si rende conto che
centinaia, migliaia, milioni di persone sono simili
a noi (o noi a loro).
E
a quel punto accade il ‘miracolo’.
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Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente, corpo
e spirito per dare vita ad un ‘organismo
azienda’ sano, equilibrato, armonico e
produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo
millennio per il manager illuminato. Non esiste
una soluzione di continuità tra vita intima,
privata e quella pubblica, socio professionale:
esiste un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni
di eccellenza scaturiscono da persone che si
sentono riconosciute come tali e che vengono
messe nelle condizioni migliori per poter
esprimere se stesse e i propri talenti.
Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale
significa creare l’ambiente umano ideale per
la crescita delle persone e dell’azienda
stessa: non è possibile scindere ciò che in
natura è unito. Ogni organismo azienda è
composto da cellule, le persone, che grazie alla
loro presenza e alla sinergia congiunta danno
vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione della
loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani vanno
di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che
si può creare tra loro.
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