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Buon pomeriggio, oggi è giovedì 17 maggio 2012

Attesa e desiderio

 

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Attesa e desiderio

Perché oggi più che mai le persone hanno perso la capacità di attendere?
Perché la pazienza è diventata una perla così rara?
Perché vogliamo tutto e subito, una disponibilità incondizionata, ubiquitaria, atemporale?

Attendere implica una tensione, un tendere verso qualcosa a cui si aspira, ma che non si possiede. E’ uno stato che se protratto oltremodo, genera disagio. Eppure, l’attesa è la componente essenziale di numerosi eventi, situazioni, passaggi di vita. Siamo venuti alla luce dopo nove mesi di attesa da parte dei nostri genitori, attendiamo dodici mesi prima di poterci godere nuovamente il sole in spiaggia, o di scartare i regali il giorno di Natale o del compleanno.

L’attesa è l’ingrediente essenziale del desiderio, l’ambire a qualcosa di immaginato, fantasticato. Il desiderio, in realtà, è destinato a non essere mai soddisfatto una volta per tutte. Desiderare, nel suo significato etimologico, è l’atto di volgere lo sguardo alle stelle, qualcosa che brilla, ma che in realtà ha già concluso la sua esistenza. Da qui il desiderio che anela a qualcosa di parzialmente impossibile da ottenere.

Il desiderio ha a che fare con il trascendente, il divino, consta di una componente aspirazionale, tendenziale, a cui non si approda mai del tutto. Il desiderio si riferisce a qualcosa che si conosce, almeno in buona parte: non si può desiderare ciò che non si conosce o non si concepisce. L’oggetto del desiderio, però, in quanto essere concreto, limitato, finito, non può soddisfare qualcosa di infinito, immateriale, come il desiderio. D’altro canto, una insoddisfazione cronica del desiderio sfocia, in buona parte, nell’area del bisogno, una necessità cogente, definita, limitata, impellente, da soddisfare, senza proroghe né sconti.

Viene da chiedersi se ci troviamo, socialmente, nella sfera del desiderio o del bisogno. Forse siamo nella fase del bisogno, almeno in apparenza. Pare che non si possa più fare a meno di cambiare telefono cellulare ogni tre mesi, di mangiare sushi (anche se può non piacere), o di possedere l’ultima versione della playstation. Pensando alla Gerarchia dei Bisogni di Maslow verrebbe da domandarsi a che livello collocare tali bisogni (fisiologici, sicurezza, appartenenza, stima, autorealizzazione). Coltivare il desiderio richiede tempo: oggi, almeno nella percezione comune, pare che non ce ne sia più eppure non è cambiato rispetto a qualche decennio fa. Anzi, al limite, con l’allungamento della vita media e il rallentamento della rotazione terrestre, ne disponiamo anche di una quantità maggiore. Forse, però, lo utilizziamo peggio, lo riempiamo all’inverosimile, fino a perdere noi stessi e le nostre reali priorità.

Eppure saper dilatare i tempi di vita, saper vivere pienamente, con completa immersione nel tempo e nello spazio, l’essere, l’esserci, il fare, possono condurre ad un piacere inimmaginabile. E così si impara a gustare anche l’attesa, senza rischiare di cadere nella trappola del vivere nell’attesa.

L’attesa implica pazienza, che comporta sofferenza, portare un peso, ma riscoprire l’attesa come momento a sé, con il suo valore, ricco di piacevole emozione, intensità, portatore di quel vuoto necessario per poter accogliere l’oggetto ambito, può rappresentare un momento di notevole meraviglia e pienezza.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

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LO ZEN E L'ARTE DI CUCINARE

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Pagina aggiornata al 02/11/2010

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