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Sfatare i miti (pessimi!) sugli psicologi

 

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Sfatare i miti (pessimi!) sugli psicologi

Un velo di tristezza mi pervade quando un paziente mi dice che sente che il suo percorso con me si sta per concludere. E, spesso, accade che io senta altrettanto. Non si tratta dell’ennesima difesa. E, allora, lo lascio andare, anzi lo aiuto ulteriormente nel processo. In fondo, ha iniziato un percorso con me proprio per mettere a frutto le sue risorse, e camminare con le sue gambe.

Si tratta di persone che si incontrano per anni, una o più volte a settimana, che si giunge a conoscere ad un livello di intimità tale che difficilmente accade altrettanto per loro con altri. E di fronte a questa consapevolezza non ci si può se non meravigliarsi, inchinarsi, ringraziare e lasciare andare. Tutto questo non c’appartiene. E a chi appartiene, allora? Chissà, forse a nessuno, forse a tutti. Perché a livelli avanzati del percorso diventa sempre più chiaro ad ambo le parti che si sta attingendo ad un serbatoio ‘comune’, ad un mondo del trascendente che tutti c’accomuna e di cui nessuno può rivendicare in assoluto il possesso. Non avrebbe senso. Sono stata costantemente circondata da sedicenti ‘maestri’ che predicavano da una parte l’empatia, il mettersi nei panni dell’altro, d’altro canto invocavano il non coinvolgimento. Ma che cosa è il co-involgimento se non un modo metaforico e simbolico di abbracciare l’altro, di prenderlo a cuore? E, allora, come è possibile un’assenza di coinvolgimento in un rapporto a due così intimo e profondo?

Quel che a mio modesto avviso è da evitare è il farsi tra-volgere, il farsi trascinare via come dalla corrente di un fiume in piena. Si andrebbe alla deriva in due, con le ovvie conseguenze del caso. E allora la professione dello psicologo diviene improvvisamente simile a quella di un equilibrista, che cammina su una sottile corda in tensione, sempre sull’orlo del baratro, ma non per questo privo di fiducia in sé e – se coltiva anche il versante spirituale della Vita e del Lavoro – nell’Altro, il famoso trascendente che è poi di fatto quello che opera il cambiamento e rispetto al quale si è meri strumenti al servizio.

Altro mito da sfatare, che ho vissuto sulla mia pelle in modo netto e distinto, specie nel passaggio di residenza dal nord a centro dell’Italia: dallo psicologo ci va solo chi è matto! Sarà per questo che le persone che seguo percorrono decine e decine di chilometri per andare in uno studio decentrato e alquanto rispettoso della privacy? Da sempre m’interrogo sul limite tra sano-insano, normale-anormale, e non c’è libro che tenga, non c’è definizione valida in modo ubiquitario e onnitemporale. Perché suscita ancora tanto timore entrare in se stessi? Ed il colmo è che chi avanza questo coraggio si stupisce nel tempo di quante risorse e potenzialità vi rinviene, quando in principio credeva che il bilancio pendesse nella direzione ampiamente opposta. E andando oltre: gli psicologi sono più matti dei pazienti!

Seguendo la definizione precedente, forse questi ‘parlatori dell’anima’, quest’ultima intesa come soffio vitale che dà linfa al corpo, sono semplicemente degli esseri umani, prima ancora che professionisti, che hanno deciso di intraprendere questo cammino dentro se stessi, che poi di fatto non si conclude se non con la fine dell’esistenza terrena, con delle sensibilità, delle vulnerabilità al pari di chiunque altro. Semplicemente, hanno la forza di vivere, di esternare, tutto questo per ciò che è, senza farsi carico del giudizio altrui. Il che è liberatorio. Alleggerisce. Come si può essere se stessi se si cerca costantemente di compiacere qualcun altro? Una condanna alla schiavitù. Il fattore tempo: quanto di frequente si sente affermare che il tempo che si dedica a questo percorso è tanto, talvolta troppo. D’altra parte, si pensi a quanti anni si hanno sulle spalle e quanto tempo si è impiegato a diventare quel che si è. Sebbene la velocità del progresso sia soggettiva e individuale, è anche vero che la stessa capacità di essere nella dimensione temporale porta al suo annullamento. E allora il tempo non è più né tanto né poco, ma semplicemente quel che è e che deve essere.

E il chiedere aiuto: quanta fatica costa riconoscere di fronte a sé, così come di fronte all’altro, che con le nostre forze non ci è possibile incedere. Ma quanta forza è insita nel gesto del domandare, dell’accogliere, dell’affidarsi. Molta più che non nell’ostinarsi a fare per conto proprio. Ed è esattamente qui che inizia il processo.

Non credo che esista una ricetta per il ben-essere e la realizzazione personale, quell’intimo soddisfacimento che si prova nell’essere se stessi, nel fare quel che si sente portati a fare, e nell’adempiere a quella ‘missione di Vita’ a cui ciascuno è chiamato. Ritengo che molto sia affidato al sentire, al cogliere nel profondo, col cuore, con la pancia, e non con la testa, quel che la Vita offre, con gli incontri, le circostanze, le situazioni che pro-pone. E da qui l’attenzione, la disponibilità a sperimentare, provare, con l’intima consapevolezza che è tutto bagaglio d’esperienza. Che si tratti di un giorno, di un’ora, o di dieci anni poco conta. Il valore resta intatto.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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