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Torni a casa una sera e ti ritrovi a fare il
consueto giro virtuale su FaceBook, abitudine
assoldata quanto piacevole. A volte ti chiedi se
non fai prima a fare quattro telefonate agli amici
più cari, ma tant’è, sei entrata nel circuito e
hai scoperto che tutto sommato non è poi così
male, nonostante tutte le tue resistenze per le
nuove tecnologie e per il mondo dei ragazzini (che
tanto ragazzini poi non sono più).
Ma quella sera c’è qualcosa di diverso, sarà
l’aria particolarmente tersa e limpida dopo
l’ennesimo acquazzone, sarà che sei già in piena
fase di transizione lavorativa e affettiva, fatto
sta che ti ritrovi davanti ad una schermata con una
maschera che afferma: “Account disabilitato”.
“Mi sarò distratta, avrò digitato
scorrettamente la password” – pensi.
Provi e riprovi, ma la medesima inappellabile
sentenza si ripresenta.
Segui il suggerimento, vai a consultare le
famigerate Faq, ma anche lì l’arcano non
si svela. E a quel punto scattano le proiezioni, la
fantasia prende il sopravvento, tra incredulità,
rammarico, senso di colpa, delusione, fastidio.
Ma, in fondo, a ben vedere, la Vita fornisce per
tempo, nel suo affaccendarsi, delle
avvisaglie, che a volte sappiamo (o ci
impegniamo coraggiosamente) leggere, altre volte ci
lasciano intonsi. Sono difficili da abbattere le
nostre corazze. Allora ripensi alle coincidenze:
sette mesi esatti esatti dalla prima iscrizione.
Sette mesi che nel linguaggio simbolico dei numeri,
indica la Saggezza. Avrei dovuto imparare una
lezione, forse anche più d’una.
E mi ritrovo a sorridere di fronte al mare di
‘coincidenze’ che avrebbero dovuto e/o potuto
presagire questo epilogo. Niente regole, nessun
avvertimento da parte dei Gestori del sito, no, non
stiamo parlando di questo. A quel livello, come già
accaduto a numerosi altri colleghi facebookiani,
nulla di veramente chiaro né illuminante. I piccoli
segnali sono ad un livello più sottile, di
esistenza quotidiana, quella che nessuno può
definire con le sue norme e procedure.
Di fronte all’accaduto, c’è chi si ostina a non
accettare i fatti, dà corso a battaglie legali –
quante persone si sentono di essere state defraudate
dalla quantità immane di dati personali che hanno
immagazzinato in un sito di cui non conoscono
neanche di sfuggita il volto degli individui che vi
stanno dietro e che si sentono di avere perso in un
istante, e arrivano a richiedere la restituzione dei
relativi file – come se si volesse piegare la Vita
ai propri giochi, giochi di cui, a quanto pare, non
si conoscono o ci si ostina a non voler seguire le
regole.
Oppure,
c’è chi, forse anche più tignoso, si crea un nuovo
profilo fotocopia del precedente, come se fosse
possibile ricreare un’identità smarrita e come se
il proprio alias virtuale ‘defunto’ portasse con
sé una parte di noi: sconfiggere la morte,
risorgendo. Un pensiero magico che caratterizza ogni
bimbo da piccolo e che, teoricamente, negli adulti
dovrebbe gradualmente svanire. E c’è chi
preferisce limitarsi a dare un senso all’accaduto,
osserva, non si scompone più di tanto, si lascia
attraversare dalle emozioni che si avvicendano,
s’accavallano, si susseguono, per poi accettare la
conclusione di un’esperienza che, comunque sia,
prima o poi, avrebbe dovuto fare il suo corso.
Spesso nella nostra esistenza abbiamo l’illusione
di decidere, disporre, architettare le strade e i
percorsi. Quando, invece, la Vita ci smentisce
clamorosamente, siamo chiamati a compiere un lavoro
immenso e profondo di elaborazione dell’accaduto e
del senso di lutto e di perdita di quelle pseudo
certezze che ci eravamo costruite e che non avevano
alcuna ragione d’esistere.
Se non altro, ora tornerò ad avere più tempo
libero nella giornata, da dedicare a ciò che
concretamente mi coinvolge e m’appassiona, non
rischierò di perdere l’istante dell’alba, o del
tramonto di fronte ad uno schermo, telefonerò di più
(e magari vedrò) gli amici, curerò maggiormente le
piante, la casa, me stessa, e molto, molto altro.
Quel che si può avere scritto e scambiato su un
sito, con delle persone, oppure come messaggi
affidati all’etere, come foglietti arrotolati
dentro una bottiglia nel mare, è andato, ha fatto
il suo, corso: a volte restano sensazioni, emozioni,
tracce di scambi intellettuali.
Il vero arricchimento si verifica quando tutto
questo si può riprodurre anche nella vita concreta
quotidiana, allora sì che la traccia fa breccia più
nel profondo. E’ proprio vero che il virtuale –
come tutto ciò che contiene in potenza e che
sarebbe pronto per germogliare – potrebbe dare
vita a tante possibilità. Peccato che spesso ci
accontentiamo (o preferiamo deliberatamente) che
resti tale.
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Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente, corpo
e spirito per dare vita ad un ‘organismo
azienda’ sano, equilibrato, armonico e
produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo
millennio per il manager illuminato. Non esiste
una soluzione di continuità tra vita intima,
privata e quella pubblica, socio professionale:
esiste un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni
di eccellenza scaturiscono da persone che si
sentono riconosciute come tali e che vengono
messe nelle condizioni migliori per poter
esprimere se stesse e i propri talenti.
Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale
significa creare l’ambiente umano ideale per
la crescita delle persone e dell’azienda
stessa: non è possibile scindere ciò che in
natura è unito. Ogni organismo azienda è
composto da cellule, le persone, che grazie alla
loro presenza e alla sinergia congiunta danno
vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione della
loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani vanno
di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che
si può creare tra loro.
Gli
altri libri di Anna Fata
LO
ZEN E L'ARTE DI CUCINARE |
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