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Sempre
più divorzi, separazioni, e meno matrimoni, questa
è la tendenza costante negli ultimi anni. La
durata media delle convivenze si è ridotta da
cinque a tre anni.
Questi
dati danno molto da riflettere: cosa sta accadendo?
Mettiamo per un momento da parte analisi
sociologiche che possono oscillare da mutamenti di
cultura, a pressanti ristrettezze economiche, che
vedono il matrimonio e la vita a due prima di tutto
un business di alto livello, che non un progetto di
crescita personale. Talvolta vale la pena chiedersi
se sia meno rischioso acquistare un pacchetto di
azioni argentine.
Focalizziamoci
sul singolo e sull’interiorità: chi è il single?
Al di là della definizione anagrafica, si tratta
prima di tutto e soprattutto di una dimensione
interiore. E non è un caso, forse, che molti single
restano tali anche quando stanno ufficialmente con
un partner. E, volutamente, non utilizzo
l’espressione ‘condivisione’ per riferirmi a
questa situazione.
Spesso
accade che un single di ‘lunga durata’ finisca
per assuefarsi a questa dimensione interiore:
sebbene possano essere presenti numerosi amici, nel
profondo aleggia un senso di chiusura, di distanza,
che priva dell’opportunità di cogliere quelle
occasioni di vera e profonda apertura e
con-divisione. E chi sta dall’altra parte lo
percepisce, in modo chiaro e distinto. E’ una
sorta di barriera, di muro di protezione,
invalicabile, inattaccabile.
La
sensazione di autonomia e d’indipendenza finisce
con l’essere molto marcata e consistente: il
messaggio è chiaro, “Me la cavo da solo/a”. E
il senso di bisogno dell’altro che tutti, ma
proprio tutti abbiamo, non solo resta inascoltato,
ma viene seppellito sotto una coltre di difese e di
barriere. E l’altro viene sempre più allontanato.
E il bastare a se stessi si traduce anche in una
crescente selettività, che si manifesta nella
scelta delle persone da cui ci si fa circondare.
Il
single nell’animo difficilmente si sente solo, ma
vive i suoi spazi di solitudine con estrema
pienezza, a livello interno ed esterno. E’ una
sorta di equilibrio, di dimensione, di consistenza,
che si è creato e in cui si trova a suo agio. E può
capitare, specie col trascorrere degli anni, che
questa condizione si sedimenti e si radichi in modo
molto netto e marcato.
La soddisfazione per questa condizione può essere
molto elevata, a tutti i livelli, fisica, emotiva,
affettiva, ma la con-divisione non valica mai certi
limiti. Così come nell’amicizia in quanto tale
non c’è comunione fisica, anche nelle avventure
di una o due notti si ‘evita’ il rischio di un
coinvolgimento prolungato a livello
emotivo-affettivo. Solo frammenti istantanei di
pienezza. E quasi mai ripetuti con la medesima
persona. Pena lo svelamento di sé.
Tutto
viene vissuto in prospettiva della dimensione
dell’uno: l’egoismo regna sovrano, l’altro
non deve invadere più di tanto i tempi e gli spazi.
Per l’altro, per la dualità (o molteplicità)
sono riservati spazi per definiti e circoscritti, da
non travalicare accuratamente.
In taluni momenti esistenziali, però, questo
equilibrio s’infrange ed affiora l’opportunità
di un reale, profondo incontro con l’altro da sé.
E, per lo più, le situazioni più interessanti si
verificano quando due animi single vengono a
contatto. Qui affiorano tutti i limiti delle
condizioni. Ma anche, ben inteso, le opportunità,
se è vero che è fondamentale saper stare con se
stessi, prima ancora che gli altri (ma non che
questo sia alternativo, né contraddittorio).
L’egoismo
qui rischia d’esplodere, e di travolgere i due
protagonisti, oppure può portare all’apertura di
qualcosa di più vasto e costruttivo. Se, da un
parte, la durata sempre più breve delle relazioni
– e spesso anche le notevoli difficoltà che
s’accompagnano, che evidenziano una reticenza
profonda di mettersi veramente in gioco e a nudo con
l’altro e di fronte all’altro – fa pensare a
rapporti usa e getta, in cui l’altro è solo uno
strumento ad uso e consumo da archiviare quando non
risponde più ai propri bisogni, dall’altra il
ritenere non vincolante un riconoscimento
istituzionale potrebbe rappresentare un’opportunità
per la ricerca delle condizioni ottimali per la
propria evoluzione. Purché la si consideri tale, e
non una fuga da se stessi (prima ancora che dal
partner).
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Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente, corpo
e spirito per dare vita ad un ‘organismo
azienda’ sano, equilibrato, armonico e
produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo
millennio per il manager illuminato. Non esiste
una soluzione di continuità tra vita intima,
privata e quella pubblica, socio professionale:
esiste un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni
di eccellenza scaturiscono da persone che si
sentono riconosciute come tali e che vengono
messe nelle condizioni migliori per poter
esprimere se stesse e i propri talenti.
Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale
significa creare l’ambiente umano ideale per
la crescita delle persone e dell’azienda
stessa: non è possibile scindere ciò che in
natura è unito. Ogni organismo azienda è
composto da cellule, le persone, che grazie alla
loro presenza e alla sinergia congiunta danno
vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione della
loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani vanno
di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che
si può creare tra loro.
Gli
altri libri di Anna Fata
LO
ZEN E L'ARTE DI CUCINARE |
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