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Buona notte, oggi è sabato 24 giugno 2017

Un popolo di single

 

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Un popolo di single

Sempre più divorzi, separazioni, e meno matrimoni, questa è la tendenza costante negli ultimi anni. La durata media delle convivenze si è ridotta da cinque a tre anni.

Questi dati danno molto da riflettere: cosa sta accadendo?
Mettiamo per un momento da parte analisi sociologiche che possono oscillare da mutamenti di cultura, a pressanti ristrettezze economiche, che vedono il matrimonio e la vita a due prima di tutto un business di alto livello, che non un progetto di crescita personale. Talvolta vale la pena chiedersi se sia meno rischioso acquistare un pacchetto di azioni argentine.

Focalizziamoci sul singolo e sull’interiorità: chi è il single?
Al di là della definizione anagrafica, si tratta prima di tutto e soprattutto di una dimensione interiore. E non è un caso, forse, che molti single restano tali anche quando stanno ufficialmente con un partner. E, volutamente, non utilizzo l’espressione ‘condivisione’ per riferirmi a questa situazione.

Spesso accade che un single di ‘lunga durata’ finisca per assuefarsi a questa dimensione interiore: sebbene possano essere presenti numerosi amici, nel profondo aleggia un senso di chiusura, di distanza, che priva dell’opportunità di cogliere quelle occasioni di vera e profonda apertura e con-divisione. E chi sta dall’altra parte lo percepisce, in modo chiaro e distinto. E’ una sorta di barriera, di muro di protezione, invalicabile, inattaccabile.

La sensazione di autonomia e d’indipendenza finisce con l’essere molto marcata e consistente: il messaggio è chiaro, “Me la cavo da solo/a”. E il senso di bisogno dell’altro che tutti, ma proprio tutti abbiamo, non solo resta inascoltato, ma viene seppellito sotto una coltre di difese e di barriere. E l’altro viene sempre più allontanato. E il bastare a se stessi si traduce anche in una crescente selettività, che si manifesta nella scelta delle persone da cui ci si fa circondare.

Il single nell’animo difficilmente si sente solo, ma vive i suoi spazi di solitudine con estrema pienezza, a livello interno ed esterno. E’ una sorta di equilibrio, di dimensione, di consistenza, che si è creato e in cui si trova a suo agio. E può capitare, specie col trascorrere degli anni, che questa condizione si sedimenti e si radichi in modo molto netto e marcato. La soddisfazione per questa condizione può essere molto elevata, a tutti i livelli, fisica, emotiva, affettiva, ma la con-divisione non valica mai certi limiti. Così come nell’amicizia in quanto tale non c’è comunione fisica, anche nelle avventure di una o due notti si ‘evita’ il rischio di un coinvolgimento prolungato a livello emotivo-affettivo. Solo frammenti istantanei di pienezza. E quasi mai ripetuti con la medesima persona. Pena lo svelamento di sé.

Tutto viene vissuto in prospettiva della dimensione dell’uno: l’egoismo regna sovrano, l’altro non deve invadere più di tanto i tempi e gli spazi. Per l’altro, per la dualità (o molteplicità) sono riservati spazi per definiti e circoscritti, da non travalicare accuratamente. In taluni momenti esistenziali, però, questo equilibrio s’infrange ed affiora l’opportunità di un reale, profondo incontro con l’altro da sé. E, per lo più, le situazioni più interessanti si verificano quando due animi single vengono a contatto. Qui affiorano tutti i limiti delle condizioni. Ma anche, ben inteso, le opportunità, se è vero che è fondamentale saper stare con se stessi, prima ancora che gli altri (ma non che questo sia alternativo, né contraddittorio).

L’egoismo qui rischia d’esplodere, e di travolgere i due protagonisti, oppure può portare all’apertura di qualcosa di più vasto e costruttivo. Se, da un parte, la durata sempre più breve delle relazioni – e spesso anche le notevoli difficoltà che s’accompagnano, che evidenziano una reticenza profonda di mettersi veramente in gioco e a nudo con l’altro e di fronte all’altro – fa pensare a rapporti usa e getta, in cui l’altro è solo uno strumento ad uso e consumo da archiviare quando non risponde più ai propri bisogni, dall’altra il ritenere non vincolante un riconoscimento istituzionale potrebbe rappresentare un’opportunità per la ricerca delle condizioni ottimali per la propria evoluzione. Purché la si consideri tale, e non una fuga da se stessi (prima ancora che dal partner).

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

Gli altri libri di Anna Fata
LO ZEN E L'ARTE DI CUCINARE

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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