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Chi
l’ha detto che dallo psicologo si vivono solo
dolori, pianti, sofferenza, noia? Chi l’ha detto
che lo psi appare un inquisitore capace di
decifrare nella mente, nel cuore, nell’animo,
anche quel che non viene detto? Chi l’ha detto che
lo psi è un essere impassibile e abulico, che si
limita ad osservare, analizzare, senz’essere
intaccato da alcunché?
Quanti
pre-giudizi aleggiano ancora intorno a questa
figura professionale, e quanti fanno parte di una
mal celata mitologia urbana (ma anche agreste), che
spesso scaturiscono da una mancanza di esperienza
diretta!
Se
è vero che oggi il numero degli psi è in aumento
esponenziale al punto che ci avviamo verso una
quantità maggiore di curanti rispetto ai pazienti,
è anche vero che con sempre maggiore probabilità
ciascuno di noi avrà almeno un amico o amica che
svolge quest’attività.
E,
chissà, forse questo aiuterà a fare un pizzico in
più di chiarezza intorno a questo emblema.
Superata quell’inerzia iniziale, infranto quel
velo di resistenza che tiene lontano anche solo il
pensiero da una simile esperienza ed incontro umano,
si decide di fissare un appuntamento. Lo sfioramento
con una voce al di là dell’apparecchio è già un
forte indice di umanità e di presenza concreta
dell’altro, primo filtro che ci indica una
possibile compatibilità tra noi e chi sta
dall’altra parte.
Già,
perché prima di tutto, al di là delle tecniche e
dell’orientamento teorico, è questo ciò che
conta.
Segue il primo incontro, che, se in grado di fare
breccia sulla fiducia, pone le basi per una
continuità del rapporto e, quindi, del percorso.
E,
qui, superati i ‘convenevoli iniziali’,
arriva il bello. Messi di fronte a se stessi, e
ancor più ad una persona che si mostra disponibile
a farsi da parte per consentire il protagonismo e la
rappresentazione dell’altro, questa modalità
diviene sempre più familiare e, gradualmente, anche
insolitamente gradevole.
Evitando
accuratamente il parlarsi addosso, l’egocentrismo
più spinto, si procede ad una messa in discussione
di sé, con delicatezza, comprensione, umiltà,
accoglienza. Possono emergere segreti
inconfessabili, di fronte a se stessi, prima ancora
che agli altri, ricordi smarriti, aneddoti, emozioni
raggelate, e pian piano la Vita ricomincia a fluire
dentro.
Iniziano
le prime sensazioni di vitalità, di entusiasmo,
di leggerezza, come se prima d’ora tutto
questo non fosse stato possibile, o si fosse perduto
nella notte dei tempi, quando da piccoli ci
cominciava ad essere detto “Non fare questo, non
fare quell’altro, non andare qui, non sporcarti,
non, non..”.
Un’esistenza
piena di limiti, vincoli, pali e paletti, a cui noi,
in seguito abbiamo aggiunto i nostri, per poi finire
con l’ingabbiarci con le nostre mani. E abbiamo
accusato la famiglia, le istituzioni, la società, e
abbiamo perso completamente la memoria e la
consapevolezza che la nostra prigionia è sorta per
opera nostra, dentro di noi.
Ma
a tutto c’è una soluzione, e la consapevolezza è
il primo tassello per variare la conformazione della
realtà interiore, a cui segue un corrispettivo
mutamento esteriore.
Quando,
nel tempo, si riesce a prendere le distanze dal
realizzare che tutto questo è artificio per lo più
nostro, quando cominciamo ad essere capaci
d’osservarci con più benevolenza, e un pizzico
d’ironia, quante risate, autentiche, profonde,
sentite, che partono dal cuore, si riflettono
negl’occhi, prima ancora che sulle labbra,
scaturiscono!
E
il poter vivere con una simile visione di sé e del
mondo contribuisce a rendere tutto più fluido,
nessuna ira o rancore possono permanere oltre il
necessario, nessuna gioia viene trattenuta nel
disperato tentativo che non svanisca, ma ogni
manifestazione scorre liberamente, nell’intima
consapevolezza che, se in superficie è un costante
mutare dei giorni e delle stagioni, nel profondo,
sussiste un’eterna Primavera. Ed è sempre lì, a
disposizione, pronta a fiorire, se solo gliene
offriamo la possibilità.
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Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente, corpo
e spirito per dare vita ad un ‘organismo
azienda’ sano, equilibrato, armonico e
produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo
millennio per il manager illuminato. Non esiste
una soluzione di continuità tra vita intima,
privata e quella pubblica, socio professionale:
esiste un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni
di eccellenza scaturiscono da persone che si
sentono riconosciute come tali e che vengono
messe nelle condizioni migliori per poter
esprimere se stesse e i propri talenti.
Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale
significa creare l’ambiente umano ideale per
la crescita delle persone e dell’azienda
stessa: non è possibile scindere ciò che in
natura è unito. Ogni organismo azienda è
composto da cellule, le persone, che grazie alla
loro presenza e alla sinergia congiunta danno
vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione della
loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani vanno
di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che
si può creare tra loro.
Gli
altri libri di Anna Fata |
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