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Buona sera, oggi è venerdì 30 luglio 2010

Dallo Psi? A volte inaspettatamente divertente

 

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Dallo Psi? A volte inaspettatamente divertente!

Chi l’ha detto che dallo psicologo si vivono solo dolori, pianti, sofferenza, noia? Chi l’ha detto che lo psi appare un inquisitore capace di decifrare nella mente, nel cuore, nell’animo, anche quel che non viene detto? Chi l’ha detto che lo psi è un essere impassibile e abulico, che si limita ad osservare, analizzare, senz’essere intaccato da alcunché?

Quanti pre-giudizi aleggiano ancora intorno a questa figura professionale, e quanti fanno parte di una mal celata mitologia urbana (ma anche agreste), che spesso scaturiscono da una mancanza di esperienza diretta!

Se è vero che oggi il numero degli psi è in aumento esponenziale al punto che ci avviamo verso una quantità maggiore di curanti rispetto ai pazienti, è anche vero che con sempre maggiore probabilità ciascuno di noi avrà almeno un amico o amica che svolge quest’attività.

E, chissà, forse questo aiuterà a fare un pizzico in più di chiarezza intorno a questo emblema. Superata quell’inerzia iniziale, infranto quel velo di resistenza che tiene lontano anche solo il pensiero da una simile esperienza ed incontro umano, si decide di fissare un appuntamento. Lo sfioramento con una voce al di là dell’apparecchio è già un forte indice di umanità e di presenza concreta dell’altro, primo filtro che ci indica una possibile compatibilità tra noi e chi sta dall’altra parte.

Già, perché prima di tutto, al di là delle tecniche e dell’orientamento teorico, è questo ciò che conta. Segue il primo incontro, che, se in grado di fare breccia sulla fiducia, pone le basi per una continuità del rapporto e, quindi, del percorso.

E, qui, superati i ‘convenevoli iniziali’, arriva il bello. Messi di fronte a se stessi, e ancor più ad una persona che si mostra disponibile a farsi da parte per consentire il protagonismo e la rappresentazione dell’altro, questa modalità diviene sempre più familiare e, gradualmente, anche insolitamente gradevole.

Evitando accuratamente il parlarsi addosso, l’egocentrismo più spinto, si procede ad una messa in discussione di sé, con delicatezza, comprensione, umiltà, accoglienza. Possono emergere segreti inconfessabili, di fronte a se stessi, prima ancora che agli altri, ricordi smarriti, aneddoti, emozioni raggelate, e pian piano la Vita ricomincia a fluire dentro.

Iniziano le prime sensazioni di vitalità, di entusiasmo, di leggerezza, come se prima d’ora tutto questo non fosse stato possibile, o si fosse perduto nella notte dei tempi, quando da piccoli ci cominciava ad essere detto “Non fare questo, non fare quell’altro, non andare qui, non sporcarti, non, non..”.

Un’esistenza piena di limiti, vincoli, pali e paletti, a cui noi, in seguito abbiamo aggiunto i nostri, per poi finire con l’ingabbiarci con le nostre mani. E abbiamo accusato la famiglia, le istituzioni, la società, e abbiamo perso completamente la memoria e la consapevolezza che la nostra prigionia è sorta per opera nostra, dentro di noi.

Ma a tutto c’è una soluzione, e la consapevolezza è il primo tassello per variare la conformazione della realtà interiore, a cui segue un corrispettivo mutamento esteriore.

Quando, nel tempo, si riesce a prendere le distanze dal realizzare che tutto questo è artificio per lo più nostro, quando cominciamo ad essere capaci d’osservarci con più benevolenza, e un pizzico d’ironia, quante risate, autentiche, profonde, sentite, che partono dal cuore, si riflettono negl’occhi, prima ancora che sulle labbra, scaturiscono!

E il poter vivere con una simile visione di sé e del mondo contribuisce a rendere tutto più fluido, nessuna ira o rancore possono permanere oltre il necessario, nessuna gioia viene trattenuta nel disperato tentativo che non svanisca, ma ogni manifestazione scorre liberamente, nell’intima consapevolezza che, se in superficie è un costante mutare dei giorni e delle stagioni, nel profondo, sussiste un’eterna Primavera. Ed è sempre lì, a disposizione, pronta a fiorire, se solo gliene offriamo la possibilità.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

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Pagina aggiornata al 02/11/2009

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