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Un imprenditore Zen

 

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Un imprenditore Zen

Tempo fa conobbi un imprenditore, una figura carismatica, forte e dolce, al tempo stesso, molto solida, ma non rigida, con una grande sicurezza che albergava tra l’umiltà e la saggezza, senza mai sfociare nell’orgoglio né nell’ostentazione di certezze assolute né di verità e previsioni infallibili. Una persona di grande fascino, prima ancora che un professionista noto, affermato e di successo.

Era balzato agli onori della cronaca per il suo modo d’operare imprenditoriale all’avanguardia, specie per una realtà come quella Italiana, in cui quando si costruisce qualcosa ci s’aggrappa e ci s’avvinghia fino a zavorrarla e farla affondare. E la vena manageriale che a quel punto cerca d’imporsi prende il sopravvento e soffoca in tutto e per tutto lo spirito imprenditoriale, che è fatto di rischio, avventura, novità, capacità di sperimentare, osare, sondare nuovi mari e nuove terre. La peculiarità d’opera di quest’uomo stava nel fatto che, folgorato improvvisamente da una nuova idea, dopo essersi adeguatamente formato e documentato, oltre che affiancato da team creati ogni volta ad hoc per l’iniziativa, materializzava la sua idea e dava vita ad una vera e propria nuova azienda. E fin qui, nulla di raro né particolare, in fondo.

Quel che, invece, era del tutto peculiare era il fatto che dopo 4-5 anni, una volta che l’azienda cominciava a produrre utili massicci, consistenti e in costante ascesa, lui delegava in tutto e per tutto ad altri la sua piccola ‘creatura’, per imbarcarsi in un mondo del tutto nuovo. Aveva già alle spalle cinque “parti”, e si stava accingendo, all’epoca, a perpetrare il sesto. Un vero record, considerata la sua anagrafica, che a stento raggiungeva la cosiddetta mezza età.

Quel che lo motivava, lo stimolava, l’animava, era proprio l’avvento e l’avvio di un’impresa: la sensazione era proprio che in lui scorresse la linfa della Vita e che lui, mettendosi completamente a disposizione, con le sue capacità e competenze, la faceva fluire e fruttificare. Dopodiché il suo compito in quella sede era terminato. E s’accingeva, per questo, a migrare altrove, ove sentiva d’essere chiamato. Una vera e propria Vocazione, nel senso sacrale del termine. Era un Uomo in tutto e per tutto devoto – dove con devoto intendiamo propriamente l’essere consacrato alla Divinità – privo di dichiarata fede religiosa, ma con una sua profonda spiritualità. E il Lavoro era sicuramente il campo in cui meglio la esprimeva.

Mostrava una profonda serenità nel suo modo di porsi ed operare. Raccontava che costantemente si metteva in contatto con la sua pancia, specie nei momenti di massima tensione, di smarrimento, o di dubbio, per comprendere se e quando valeva la pena perseverare, compiere uno sforzo deliberato di forza di volontà, e quando, invece, era il caso di ‘lasciare andare’, di mettersi da parte, e lasciare che le cose accadessero per un Volere superiore. E mai, e poi mai, con questo ascolto profondo aveva sbagliato un affare. E i dati di fatto, evidentemente, lo dimostravano in modo inequivocabile!

Alla domanda circa quale fosse l’impresa che gli aveva dato più soddisfazioni o a cui, semplicemente, era rimasto più affezionato, rispose senz’alcuna esitazione: la Famiglia. Nonostante la dedizione profonda e marcata per il Lavoro, la sua sfera affettiva e relazionale era molto ricca e ben nutrita. Il segreto, svelò, era la perfetta conciliazione tra tempi intimi, privati e quelli pubblici. Mai aveva permesso un’invasione degli uni negli altri. Non aveva mai lavorato in vita sua in azienda nei fine settimana, ma solo tra le mura domestiche, e come se non bastasse lasciava ogni sera l’ufficio mai oltre le ore 20.

Raccontava che non era la quantità quel che contava nella sua esistenza e nel successo professionale, quanto l’intensità. “Ogni cosa a suo tempo”, era il suo motto preferito, a cui aggiungeva “Chi ha tempo, non aspetti tempo”. Conciliare le due dimensioni e massime temporali era una sfida costante ed entusiasmante per lui. E l’apice di questa tensione la raggiungeva quando era coinvolto nel suo ‘lavoro’ domestico o d’ufficio, durante il quale non indossava mai l’orologio, ed entrava in una dimensione di spaziotempo dalla dilatazione infinita, tale per cui “c’era tutto il Tempo” e in cui riusciva, nonostante tutto, a non essere mai in ritardo!

Se Essere Zen è essere completamente Presenti, immersi profondamente in quel che si è e si fa, senza divisione né dualismo tra colui che agisce e ciò che viene agito, tra dentro fuori, bene male, giusto ingiusto, Chronos Kairos, sicuramente quest’uomo, senza saperlo, poteva proprio essere definito tale, nella sua Essenza e nel suo Agire.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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