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Buon pomeriggio, oggi è giovedì 17 maggio 2012

Ridateci un senso

 

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Ridateci un senso!

Ridateci un senso, un senso a questo acquistare compulsivo, come se gli alimentari fossero chiusi per mesi, come se i nostri stomaci fossero digiuni da settimane, come se i nostri guardaroba fossero lande deserte, come se il bisogno di comunicare e condividere non potesse essere soddisfatto da alcuno strumento tecnologico che già abbondantemente correda la nostra vita. Chissà, forse c’è del vero in tutto ciò.

Un grande vuoto interiore che neppure i cibi più prelibati, le luminarie più sfavillanti, gli abiti più di classe sono in grano di colmare. Anzi, più svuotano i portafogli, più questa desolazione interiore pare lievitare. E allora dateci un senso, qualcosa che resti qualche istante in più di una carta di credito che viene fatta scivolare lungo il lettore di banda magnetica, qualcosa che in modo un po’ più esauriente e soddisfacente sia in grado di dare risposta alle nostre inquietudini interiori.

Chissà se qualcuno ogni tanto si domanda come mai il numero più elevato di suicidi si perpetra proprio nei periodi di festa o in concomitanza con la chiusura di un anno e l’apertura del successivo. C’è anche chi non riesce a sopportare il peso di una farsa, di una mascherata in cui sfoggiare l’abito buono, il sorriso smagliante, la tavola meglio apparecchiata, il pacco dono più seducente.

E c’è anche chi non riesce a guardare negl’occhi chi al parcheggio chiede l’elemosina, o chi all’angolo del metrò cerca di rannicchiarsi tra cartoni e coperte logore, parco solo di un po’ di quiete e di riposo per un’esistenza che agl’occhi dei passanti semi distratti appare troppo umiliante e vergognosa per poter avere dignità di spazio e di tempo.

Contrasti stridenti fuori, intorno, così come, prima di tutto, dentro di noi.

Siamo proprio sicuri che quel che osserviamo fuori non sia specchio di quel che alberga nel nostro intimo? E che per lo più cerchiamo di non vedere, camuffandolo con abiti di scena sapientemente dosati per l’occorrenza.

E, allora, quel senso diviene fondamentale, vitale al punto da essere come l’ossigeno per i nostri polmoni.

La crisi sociale, economica, culturale, politica che stiamo attraversando pare che a molti di noi non stia insegnando granché.

Compro, dunque sono.

Appaio, dunque sono.

Sembra, invece, che stia accentuando lo spirito di competizione, la superficialità, il mettere la testa sotto la sabbia. L’importante è andare avanti. Così, ora, come prima. Magari i budget si riducono, ma le abitudini restano cementificate in un’anima messa a tacere. Magari facendo un’asettica elemosina tramite sms dal divano della propria dimora.

Però, se si osserva con un pizzico di maggiore attenzione, e, forse, se si comincia ad avviare un movimento interiore di cernita e di ricerca dell’essenziale, ecco che lo scenario inizia a mutare. D’improvviso ci si ritrova intorno una schiera di persone, costantemente in crescita, che questo senso lo trova altrove. Non più fuori, ma dentro. Non nell’apparenza, ma nella sostanza. Non nelle parole, ma nei fatti. Non nel ragionare, ma nel sentire. Non si tratta di marziani, ma persone, al pari di ciascun altro.

Non si tratta di asceti, ma di individui che amano, vivono, mangiano, bevono, condividono l’intimità con il partner, e, perché no, si dedicano anche allo shopping (ma non compulsivo).

Solo che in ogni loro manifestazione umana vi è un sottile, ma fermo filo conduttore che conferisce un senso al loro essere, esserci, agire. Ed è da questo che scaturisce il loro partecipare fisico e concreto alla vita nel mondo. Non viceversa.

E, allora, se questo senso non può essere conferito da qualcosa o qualcuno dall’esterno, ecco che forse questo può cominciare a sorgere da dentro. E manifestarsi fuori. E così anche una semplice cena, un piccolo pacco dono acquisisce una luce del tutto differente.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

Gli altri libri di Anna Fata
LO ZEN E L'ARTE DI CUCINARE

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Pagina aggiornata al 23/12/2010

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