Ridateci un senso, un senso a questo acquistare
compulsivo, come se gli alimentari fossero chiusi
per mesi, come se i nostri stomaci fossero digiuni
da settimane, come se i nostri guardaroba fossero
lande deserte, come se il bisogno di comunicare e
condividere non potesse essere soddisfatto da alcuno
strumento tecnologico che già abbondantemente
correda la nostra vita.
Chissà,
forse c’è del vero in tutto ciò.
Un grande vuoto interiore che neppure i cibi
più prelibati, le luminarie più sfavillanti, gli
abiti più di classe sono in grano di colmare. Anzi,
più svuotano i portafogli, più questa desolazione
interiore pare lievitare.
E allora dateci
un senso, qualcosa che resti qualche istante in più
di una carta di credito che viene fatta scivolare
lungo il lettore di banda magnetica, qualcosa che in
modo un po’ più esauriente e soddisfacente sia in
grado di dare risposta alle nostre inquietudini
interiori.
Chissà se qualcuno ogni tanto si domanda come mai
il numero più elevato di suicidi si perpetra
proprio nei periodi di festa o in concomitanza con
la chiusura di un anno e l’apertura del
successivo.
C’è anche
chi non riesce a sopportare il peso di una farsa, di
una mascherata in cui sfoggiare l’abito buono, il
sorriso smagliante, la tavola meglio apparecchiata,
il pacco dono più seducente.
E c’è anche chi non riesce a guardare
negl’occhi chi al parcheggio chiede l’elemosina,
o chi all’angolo del metrò cerca di rannicchiarsi
tra cartoni e coperte logore, parco solo di un po’
di quiete e di riposo per un’esistenza che
agl’occhi dei passanti semi distratti appare
troppo umiliante e vergognosa per poter avere dignità
di spazio e di tempo.
Contrasti stridenti fuori, intorno, così come,
prima di tutto, dentro di noi.
Siamo proprio sicuri che quel che osserviamo fuori
non sia specchio di quel che alberga nel nostro
intimo? E che per lo più cerchiamo di non vedere,
camuffandolo con abiti di scena sapientemente dosati
per l’occorrenza.
E, allora, quel senso diviene fondamentale, vitale
al punto da essere come l’ossigeno per i nostri
polmoni.
La crisi sociale, economica, culturale, politica che
stiamo attraversando pare che a molti di noi non
stia insegnando granché.
Compro, dunque sono.
Appaio, dunque sono.
Sembra, invece, che stia accentuando lo spirito di
competizione, la superficialità, il mettere la
testa sotto la sabbia. L’importante è andare
avanti. Così, ora, come prima. Magari i budget si
riducono, ma le abitudini restano cementificate in
un’anima messa a tacere. Magari facendo
un’asettica elemosina tramite sms dal divano della
propria dimora.
Però, se si osserva con un pizzico di maggiore
attenzione, e, forse, se si comincia ad avviare un
movimento interiore di cernita e di ricerca
dell’essenziale, ecco che lo scenario inizia a
mutare.
D’improvviso ci si ritrova intorno una schiera di
persone, costantemente in crescita, che questo senso
lo trova altrove. Non più fuori, ma dentro. Non
nell’apparenza, ma nella sostanza. Non nelle
parole, ma nei fatti. Non nel ragionare, ma nel
sentire.
Non si tratta
di marziani, ma persone, al pari di ciascun altro.
Non si tratta di asceti, ma di individui che amano,
vivono, mangiano, bevono, condividono l’intimità
con il partner, e, perché no, si dedicano anche
allo shopping (ma non compulsivo).
Solo che in ogni loro manifestazione umana vi è un
sottile, ma fermo filo conduttore che conferisce un
senso al loro essere, esserci, agire. Ed è da
questo che scaturisce il loro partecipare fisico e
concreto alla vita nel mondo. Non viceversa.
E, allora, se questo senso non può essere conferito
da qualcosa o qualcuno dall’esterno, ecco che
forse questo può cominciare a sorgere da dentro. E
manifestarsi fuori. E così anche una semplice cena,
un piccolo pacco dono acquisisce una luce del tutto
differente.
 |
Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente, corpo
e spirito per dare vita ad un ‘organismo
azienda’ sano, equilibrato, armonico e
produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo
millennio per il manager illuminato. Non esiste
una soluzione di continuità tra vita intima,
privata e quella pubblica, socio professionale:
esiste un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni
di eccellenza scaturiscono da persone che si
sentono riconosciute come tali e che vengono
messe nelle condizioni migliori per poter
esprimere se stesse e i propri talenti.
Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale
significa creare l’ambiente umano ideale per
la crescita delle persone e dell’azienda
stessa: non è possibile scindere ciò che in
natura è unito. Ogni organismo azienda è
composto da cellule, le persone, che grazie alla
loro presenza e alla sinergia congiunta danno
vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione della
loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani vanno
di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che
si può creare tra loro.
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