Osservo
coppie di coniugi passeggiare sul lungomare,
un pomeriggio assolato di primavera inoltrata. Molti
si fermano con l’auto, scendono, indossano un
giacchettino e si soffermano meno di cinque minuti
in contemplazione del mate, se poi ripartono.
Sguardi
assorti, pensierosi, occhi abbagliati dal sole ancor
intenso, nonostante il processo di declino
avanzato della giornata. Come l’età delle persone
più vicine ai sessanta-settanta, che ad una prima
giovinezza, con alle spalle trenta, quarant’anni
di vita, abitudini, tenerezze, noie, recriminazioni,
consuetudini condivise.
Proprio
vero che dopo lunghe convivenze, anche fisicamente
le persone cominciano ad assomigliarsi, nei ritmi,
nelle abitudini, nella conformazione corporea.
Fisici vissuti, irrobustiti o indeboliti dalle
fatiche, dalle malattie, dalle gioie, dai dolori,
dal caldo, dal freddo. Ventri sformati, fianchi
appesantiti, rughe sotto gl’occhi, ai lati delle
labbra, pelle che cade dall’interno delle braccia.
Ognuno
nel suo mondo, chi più avanti, chi più
indietro, chi arranca a fatica, chi si lascia
trascinare. Eppure le convivenze si mantengono,
attraversano le avversità, a volte per comodo, per
pigrizia, per paura, abitudine, altre volte perché
in fondo, in fondo, ci si crede.
Altre
generazioni, altri tempi, altri modelli sociali.
Difficile
dire se era meglio o peggio allora, il loro o il
nostro modo d’affrontare la vita di coppia. Oggi
il disimpegno, l’instabilità, l’incertezza, il
caos.
Un’apparente
libertà di scelta che, in realtà, pare essere
imprigionante. Quando si decide di assumersi una
responsabilità, al di là del bene e del male,
della buona e della cattiva sorte, si prova un senso
di leggerezza, di libertà, un contenitore
sconfinato entro cui muoversi, agire, operare.
Strano, ma vero, paradossale solo all’apparenza.
Siamo
nell’epoca del maggior numero di separazioni e
divorzi rispetto ai matrimoni, splendide coreografie
spesso celebrate più per l’apparenza,
l’epilogo, che non come manifestazione consapevole
di un nuovo inizio.
Forse
la crisi economica, la precarietà di lavoro, la
mancanza di un senso per la vita sono più
conseguenze che non cause di un disimpegno
dilagante, di un vuoto di senso che si cerca di
riempire fuori, con oggetti, luoghi, persone,
conducendo inevitabilmente a frustrazioni, rabbie,
recriminazioni, quando nell’altro non si trova ciò
che si cerca.
Chissà,
forse dovremmo imparare ad osservare di più, ad
imparare dal passato, a integrarlo, a non rifiutarlo
in toto. Perché sono solo la comprensione,
l’accettazione, la pacificazione che consentono di
trascendere quel che è stato e che continua a
vivere, di fondo, dentro di noi.
 |
Anna
Fata, Il
ben-essere in azienda Elementi di teoria e di
pratica per una migliore qualità della vita
professionale,
Nuova IPSA editore, 2008
Riportare
l’individuo al centro, coltivare mente, corpo
e spirito per dare vita ad un ‘organismo
azienda’ sano, equilibrato, armonico e
produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo
millennio per il manager illuminato. Non esiste
una soluzione di continuità tra vita intima,
privata e quella pubblica, socio professionale:
esiste un continuum che è dato dall’essere,
rispetto al quale si esplica il fare. Fare
creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni
di eccellenza scaturiscono da persone che si
sentono riconosciute come tali e che vengono
messe nelle condizioni migliori per poter
esprimere se stesse e i propri talenti.
Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale
significa creare l’ambiente umano ideale per
la crescita delle persone e dell’azienda
stessa: non è possibile scindere ciò che in
natura è unito. Ogni organismo azienda è
composto da cellule, le persone, che grazie alla
loro presenza e alla sinergia congiunta danno
vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore
della somma delle sue parti, e i cui prodotti
che originano sono la diretta espressione della
loro armonia. Nella loro complessità di
rapporti, individui, aziende, operati sani vanno
di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che
si può creare tra loro.
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