E’
molto più importante ciò che gli uomini hanno in
comune,
di quello che ognuno tiene per sé e lo distingue
dagli altri
Hermann Hesse
L'etica
del cuore
In
un’epoca di razionalità imperante, di smarrimento
di punti di riferimento, di ribaltamento continuo di
priorità e di scale di valori, è possibile parlare
di etica del cuore? Che senso potrebbe avere?
Se
l’etica che, come sappiamo, è un insieme di norme
e regole per una vita buona, un’etica del cuore
deve fare riferimento alle modalità tipiche di
quest’ultimo, in special modo al sentire.
Secondo
l’etimologia il cuore è qualcosa che salta, che
vibra, che gioca e il sentire è il ricevere
direttamente dai sensi.
All’interno
di una visione olistica non esiste opposizione tra
il cogliere con il cuore, con la mente, con la
pancia, ma una compresenza ed un’integrazione di
tali livelli e modalità.
Soprattutto
nella società occidentale la ragione viene posta a
fondamento del nostro essere e del nostro esserci e
pare essere una presenza costante a tutti i livelli
del nostro esperire. Magari si può collocare sullo
sfondo, ma sussiste ed è ben difficile da
scardinare del tutto.
Ben
diverso è quello che accade nelle società
orientali in cui i valori del cuore, la benevolenza,
l’amore, l’accettazione incondizionata sono a
fondamento di ogni essere. Ma questo, si badi bene,
non è il frutto di un ragionamento, ma di un
sentire profondo che trascende la ragione.
Interessante,
in questo filone, come si inserisce il discorso sull’intelligenza
spirituale (si veda Appendice 4), il cui sviluppo,
coltivazione e importanza appaiono diversi tra gli
appartenenti alle diverse civiltà.
Il
sentire è, in condizioni di vita sana, cioè
priva di patologie fisiche, psichiche o emotive che
possano ridurre le capacità di ricezione ed
elaborazione, una costante. Il sentire si
basa sui sensi, vista, udito, tatto, olfatto, gusto,
è puro, grezzo, im-mediato, privo di qualsivoglia
etichetta mentale o verbale. In quest’ultimo caso
si tratta di percezione. Il sentire è avvertire una
carezza, odorare un profumo, gustare un aroma, udire
una melodia. Percepire è dare un nome a questo
sentire, qualificarlo, in termini di modalità,
processo, ma anche di contenuti: la carezza è del
vento tiepido, il profumo è del pane appena
sfornato, l’aroma in bocca è quello del caffè
amaro, la melodia è una composizione per pianoforte
di Mozart.
Il
sentire accomuna ciascun essere umano. Il sentire è
apertura al mondo, accoglienza, disponibilità a
farsi toccare (e a toccare) il mondo, ad instaurare
uno scambio, un dare-avere. Il sentire è al di là
del principio di piacere (quest’ultimo si instaura
a livello del percepire, cioè del mentale), è una
disposizione di assenza di giudizio e pre-giudizio.
Siamo
convinti, per esperienza vissuta e ripetuta, della
bontà profonda, ontologica di ciascun essere umano
che solo in seguito a vicende di vita, dolori,
prove, sofferenze può vedere offuscata questa
qualità. Ciò che emerge possono essere rabbia,
aggressione, cinismo, frustrazione, tra i comuni
vissuti, che immancabilmente celano un’ampia quota
di dolore che resta sullo sfondo e che può essere
così intenso da non poter essere percepito
consciamente. Scavando, togliendo tutte le
incrostazioni, le sovrastrutture che nel tempo si
sono accumulate, per ciascuno di noi, prima o poi,
si approda alla vera natura che tutti accomuna.
Alla
luce di queste considerazioni risulta possibile
formulare un’ipotesi circa i ‘valori del cuore’,
valori che, però, sono prima di tutto sentiti, più
che definiti, catalogati, razionalizzati. Come tali
vengono percepiti come propri, autentici, fondanti
il proprio sé, non frutto di un’adesione
razionale, di uno sforzo, ma come una presa d’atto
della propria essenza e di un modus vivendi in linea
con la propria natura che, nel profondo, è quella
di ciascuno di noi.
Benevolenza,
accoglienza, disponibilità, amore, affetto,
apertura, cordialità, passione, dolcezza,
gentilezza sono alcuni dei principi chiave che
orientano l’etica del cuore.
Viene
spontaneo chiedersi, a questo punto, che relazione
possa avere tutto questo in un contesto
professionale e come in esso si possa declinare.
Essere
consapevoli e vivere in sintonia con il proprio
sentire, e di riflesso con quello altrui (è
ciò che in gergo si definisce empatia, la capacità
di sentire come se si fosse l’altro, mettendosi
nei suoi panni, accogliendo le sue sensazioni, senza
giudicare, senza necessariamente appoggiarle, né
condividerle) è la condizione indispensabile della
propria autenticità, del proprio sentire la propria
natura e dell’essere nelle condizioni di poterle
dare voce e realizzarla. Una persona che conosce i
suoi talenti, le sue risorse, i suoi limiti, che ne
ha avuta esperienza diretta, a tutti i livelli,
fisico, emotivo, spirituale, riesce a estrinsecare
se stessa e a provare quella soddisfazione unica che
deriva dalla realizzazione e messa a servizio di uno
scopo più ampio, diffuso, duraturo, che ha
risonanze sulla società, in un arco di tempo più
esteso.
Questi
vissuti a loro volta sono in relazione con il senso
di connessione che gradualmente ci si trova ad
esperire: la maggior parte degli obiettivi
raggiunti, specie nel lavoro, constano di una quota
di condivisione, scambio, relazionalità, che mentre
consentono di raggiungere delle mete, costruire
prodotti, servizi, permettono anche di ‘costruire’
se stessi.
Il
lavoro diventa così qualcosa di sentito nel
profondo, qualcosa di autentico, in linea con il
proprio essere, qualcosa di naturale da svolgere,
perché attinente alla propria natura e ai propri
valori.
L’azienda
che riesce a muoversi in un’etica del cuore
accoglie con benevolenza i suoi dipendenti, i loro
contributi, le loro idee. Accetta quel che offrono,
prima di una eventuale selezione, in sintonia con la
sua filosofia di fondo e i suoi obiettivi, elargisce
gratificazioni, ma anche, quando necessario,
critiche costruttive, al fine di favorire la
crescita umana e professionale del lavoratore e, in
ultima analisi, di se stessi come persone.
I
suoi rappresentanti e responsabili sono aperti all’ascolto,
al dialogo, con quel rispetto e quella cordialità
che fanno sentire accolti e onorati, per il solo
fatto di essere degli esseri umani, al di là delle
cariche e dei ruoli.
L’etica
del cuore non mira solo al profitto, ma lo considera
all’interno di una più ampia rete di obiettivi da
raggiungere. Nulla, in realtà, è mai considerato
un semplice fine, ma allo stesso tempo anche un
mezzo – il denaro, ad esempio, oltre che
distribuito ai soci, fornitori, lavoratori, è anche
uno strumento di avanzamento, investimento, crescita
– né i mezzi sono considerati solo tali, ma anche
fini – le persone che lavorano sono tutelate nel
loro essere umani, prima ancora che professionisti.
I vantaggi non sono mai solo per pochi eletti, ma
per un numero più ampio di persone coinvolte in
modo più o meno diretto con l’azienda. Da qui il
profondo senso di responsabilità socio ambientale
come espressione della consapevolezza di fare parte
di un contesto più ampio, che trascende il solo
territorio locale per aprirsi all’universale e ad
una dimensione futura in cui sono chiamate in causa
le generazioni future, a cui spetta la trasmissione
di un patrimonio economico, sociale, culturale,
ambientale degnamente vivibile.
Nell’etica
del cuore non ci sono divisioni, ma integrazioni.
Maschile e femminile non sono opposti, ma
complementari. L’agire, l’iniziare, l’intraprendere,
non si oppongono, ma si completano col sentire, l’accogliere,
l’ascoltare, il riposare. Questo si evidenzia in
ogni fase produttiva e, al massimo livello, nell’esercizio
della leadership.
L’etica
del cuore non è prerogativa femminile né maschile,
non è buonismo, ma è il frutto del contatto
profondo con se stessi e con ciò che di più ampio
e profondo ci accomuna e trascende. E’ una
condizione naturale a cui tutti possono accedere,
liberandosi di incrostazioni, sovrastrutture, difese
che nel tempo sono state costruite e sedimentate.
Sussiste
il principio della ciclicità, della circolarità:
dare e avere sono due momenti compresenti (come nel
toccare/essere toccati). Non esiste dare se non c’è
qualcuno che riceve e viceversa, così come il dare
è allo stesso tempo un ricevere, in forma di
accoglienza, gratitudine. C’è solo una
alternanza, almeno apparente, di momenti e di ruoli.
In questo senso la stessa vita dell’organismo
azienda, con le sue fasi evolutive, acquisisce un
senso, un valore, una ‘missione’ dal sapore più
ampio, al pari di quanto accade ai singoli che vi
lavorano. Ogni propria azione prepara la successiva,
propria e altrui, e anche la conclusione di un’esperienza
non è la fine di tutto, ma il fondamento di un
nuovo inizio.