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Buona notte, oggi è giovedì 23 febbraio 2012

Etica di cuore e di pancia

 

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Etica di cuore e di pancia

E’ molto più importante ciò che gli uomini hanno in comune,
di quello che ognuno tiene per sé e lo distingue dagli altri
Hermann Hesse

L'etica del cuore

In un’epoca di razionalità imperante, di smarrimento di punti di riferimento, di ribaltamento continuo di priorità e di scale di valori, è possibile parlare di etica del cuore? Che senso potrebbe avere?

Se l’etica che, come sappiamo, è un insieme di norme e regole per una vita buona, un’etica del cuore deve fare riferimento alle modalità tipiche di quest’ultimo, in special modo al sentire.

Secondo l’etimologia il cuore è qualcosa che salta, che vibra, che gioca e il sentire è il ricevere direttamente dai sensi.

All’interno di una visione olistica non esiste opposizione tra il cogliere con il cuore, con la mente, con la pancia, ma una compresenza ed un’integrazione di tali livelli e modalità.

Soprattutto nella società occidentale la ragione viene posta a fondamento del nostro essere e del nostro esserci e pare essere una presenza costante a tutti i livelli del nostro esperire. Magari si può collocare sullo sfondo, ma sussiste ed è ben difficile da scardinare del tutto.

Ben diverso è quello che accade nelle società orientali in cui i valori del cuore, la benevolenza, l’amore, l’accettazione incondizionata sono a fondamento di ogni essere. Ma questo, si badi bene, non è il frutto di un ragionamento, ma di un sentire profondo che trascende la ragione.

Interessante, in questo filone, come si inserisce il discorso sull’intelligenza spirituale (si veda Appendice 4), il cui sviluppo, coltivazione e importanza appaiono diversi tra gli appartenenti alle diverse civiltà.

Il sentire è, in condizioni di vita sana, cioè priva di patologie fisiche, psichiche o emotive che possano ridurre le capacità di ricezione ed elaborazione, una costante. Il sentire si basa sui sensi, vista, udito, tatto, olfatto, gusto, è puro, grezzo, im-mediato, privo di qualsivoglia etichetta mentale o verbale. In quest’ultimo caso si tratta di percezione. Il sentire è avvertire una carezza, odorare un profumo, gustare un aroma, udire una melodia. Percepire è dare un nome a questo sentire, qualificarlo, in termini di modalità, processo, ma anche di contenuti: la carezza è del vento tiepido, il profumo è del pane appena sfornato, l’aroma in bocca è quello del caffè amaro, la melodia è una composizione per pianoforte di Mozart.

Il sentire accomuna ciascun essere umano. Il sentire è apertura al mondo, accoglienza, disponibilità a farsi toccare (e a toccare) il mondo, ad instaurare uno scambio, un dare-avere. Il sentire è al di là del principio di piacere (quest’ultimo si instaura a livello del percepire, cioè del mentale), è una disposizione di assenza di giudizio e pre-giudizio.

Siamo convinti, per esperienza vissuta e ripetuta, della bontà profonda, ontologica di ciascun essere umano che solo in seguito a vicende di vita, dolori, prove, sofferenze può vedere offuscata questa qualità. Ciò che emerge possono essere rabbia, aggressione, cinismo, frustrazione, tra i comuni vissuti, che immancabilmente celano un’ampia quota di dolore che resta sullo sfondo e che può essere così intenso da non poter essere percepito consciamente. Scavando, togliendo tutte le incrostazioni, le sovrastrutture che nel tempo si sono accumulate, per ciascuno di noi, prima o poi, si approda alla vera natura che tutti accomuna.

Alla luce di queste considerazioni risulta possibile formulare un’ipotesi circa i ‘valori del cuore’, valori che, però, sono prima di tutto sentiti, più che definiti, catalogati, razionalizzati. Come tali vengono percepiti come propri, autentici, fondanti il proprio sé, non frutto di un’adesione razionale, di uno sforzo, ma come una presa d’atto della propria essenza e di un modus vivendi in linea con la propria natura che, nel profondo, è quella di ciascuno di noi.

Benevolenza, accoglienza, disponibilità, amore, affetto, apertura, cordialità, passione, dolcezza, gentilezza sono alcuni dei principi chiave che orientano l’etica del cuore.

Viene spontaneo chiedersi, a questo punto, che relazione possa avere tutto questo in un contesto professionale e come in esso si possa declinare.

Essere consapevoli e vivere in sintonia con il proprio sentire, e di riflesso con quello altrui (è ciò che in gergo si definisce empatia, la capacità di sentire come se si fosse l’altro, mettendosi nei suoi panni, accogliendo le sue sensazioni, senza giudicare, senza necessariamente appoggiarle, né condividerle) è la condizione indispensabile della propria autenticità, del proprio sentire la propria natura e dell’essere nelle condizioni di poterle dare voce e realizzarla. Una persona che conosce i suoi talenti, le sue risorse, i suoi limiti, che ne ha avuta esperienza diretta, a tutti i livelli, fisico, emotivo, spirituale, riesce a estrinsecare se stessa e a provare quella soddisfazione unica che deriva dalla realizzazione e messa a servizio di uno scopo più ampio, diffuso, duraturo, che ha risonanze sulla società, in un arco di tempo più esteso.

Questi vissuti a loro volta sono in relazione con il senso di connessione che gradualmente ci si trova ad esperire: la maggior parte degli obiettivi raggiunti, specie nel lavoro, constano di una quota di condivisione, scambio, relazionalità, che mentre consentono di raggiungere delle mete, costruire prodotti, servizi, permettono anche di ‘costruire’ se stessi.

Il lavoro diventa così qualcosa di sentito nel profondo, qualcosa di autentico, in linea con il proprio essere, qualcosa di naturale da svolgere, perché attinente alla propria natura e ai propri valori.

L’azienda che riesce a muoversi in un’etica del cuore accoglie con benevolenza i suoi dipendenti, i loro contributi, le loro idee. Accetta quel che offrono, prima di una eventuale selezione, in sintonia con la sua filosofia di fondo e i suoi obiettivi, elargisce gratificazioni, ma anche, quando necessario, critiche costruttive, al fine di favorire la crescita umana e professionale del lavoratore e, in ultima analisi, di se stessi come persone.

I suoi rappresentanti e responsabili sono aperti all’ascolto, al dialogo, con quel rispetto e quella cordialità che fanno sentire accolti e onorati, per il solo fatto di essere degli esseri umani, al di là delle cariche e dei ruoli.

L’etica del cuore non mira solo al profitto, ma lo considera all’interno di una più ampia rete di obiettivi da raggiungere. Nulla, in realtà, è mai considerato un semplice fine, ma allo stesso tempo anche un mezzo – il denaro, ad esempio, oltre che distribuito ai soci, fornitori, lavoratori, è anche uno strumento di avanzamento, investimento, crescita – né i mezzi sono considerati solo tali, ma anche fini – le persone che lavorano sono tutelate nel loro essere umani, prima ancora che professionisti. I vantaggi non sono mai solo per pochi eletti, ma per un numero più ampio di persone coinvolte in modo più o meno diretto con l’azienda. Da qui il profondo senso di responsabilità socio ambientale come espressione della consapevolezza di fare parte di un contesto più ampio, che trascende il solo territorio locale per aprirsi all’universale e ad una dimensione futura in cui sono chiamate in causa le generazioni future, a cui spetta la trasmissione di un patrimonio economico, sociale, culturale, ambientale degnamente vivibile.

Nell’etica del cuore non ci sono divisioni, ma integrazioni. Maschile e femminile non sono opposti, ma complementari. L’agire, l’iniziare, l’intraprendere, non si oppongono, ma si completano col sentire, l’accogliere, l’ascoltare, il riposare. Questo si evidenzia in ogni fase produttiva e, al massimo livello, nell’esercizio della leadership.

L’etica del cuore non è prerogativa femminile né maschile, non è buonismo, ma è il frutto del contatto profondo con se stessi e con ciò che di più ampio e profondo ci accomuna e trascende. E’ una condizione naturale a cui tutti possono accedere, liberandosi di incrostazioni, sovrastrutture, difese che nel tempo sono state costruite e sedimentate.

Sussiste il principio della ciclicità, della circolarità: dare e avere sono due momenti compresenti (come nel toccare/essere toccati). Non esiste dare se non c’è qualcuno che riceve e viceversa, così come il dare è allo stesso tempo un ricevere, in forma di accoglienza, gratitudine. C’è solo una alternanza, almeno apparente, di momenti e di ruoli. In questo senso la stessa vita dell’organismo azienda, con le sue fasi evolutive, acquisisce un senso, un valore, una ‘missione’ dal sapore più ampio, al pari di quanto accade ai singoli che vi lavorano. Ogni propria azione prepara la successiva, propria e altrui, e anche la conclusione di un’esperienza non è la fine di tutto, ma il fondamento di un nuovo inizio.

Anna Fata, Il ben-essere in azienda Elementi di teoria e di pratica per una migliore qualità della vita professionale, Nuova IPSA editore, 2008

Riportare l’individuo al centro, coltivare mente, corpo e spirito per dare vita ad un ‘organismo azienda’ sano, equilibrato, armonico e produttivo. Questo è l’imperativo del nuovo millennio per il manager illuminato. Non esiste una soluzione di continuità tra vita intima, privata e quella pubblica, socio professionale: esiste un continuum che è dato dall’essere, rispetto al quale si esplica il fare. Fare creativo, innovativo, produttivo: le prestazioni di eccellenza scaturiscono da persone che si sentono riconosciute come tali e che vengono messe nelle condizioni migliori per poter esprimere se stesse e i propri talenti. Coltivare il ben-essere in un contesto aziendale significa creare l’ambiente umano ideale per la crescita delle persone e dell’azienda stessa: non è possibile scindere ciò che in natura è unito. Ogni organismo azienda è composto da cellule, le persone, che grazie alla loro presenza e alla sinergia congiunta danno vita ad un quid che è qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, e i cui prodotti che originano sono la diretta espressione della loro armonia. Nella loro complessità di rapporti, individui, aziende, operati sani vanno di pari passo, grazie ad un circolo virtuoso che si può creare tra loro.

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LO ZEN E L'ARTE DI CUCINARE

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Pagina aggiornata al 23/01/2012

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