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Buon pomeriggio, oggi è venerdì 9 maggio 2008

Femmina come me: incontro con Isabel Allende

 

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Femmina come me: incontro con Isabel Allende

Una femminilità che attraversa i sensi, golosa e nutriente, in cui sesso e palato si mischiano alla nostalgia di un tempo fatato e perduto. Sapori, profumi e voglie di una donna che ha scelto di godersi la vita.

Sento i miei cinquant’anni come l’ultima ora del pomeriggio, quando il sole tramontato dispone spontaneamente alla riflessione. Nel mio caso, tuttavia, il crepuscolo mi induce al peccato o, meglio, ai peccati : quello della gola e quello della carne, intesa, oltre che come un pizzico di tranquillo erotismo con il mio uomo, anche come un ottimo filetto all’orientale, un carpaccio fresco o un coniglio marinato in salsa piccante. Forse per questo, aggirata la boa della cinquantina, medito sul mio rapporto con il cibo e l’erotismo, un connubio indissolubile tipico degli esseri molto femminili, siano essi uomini o donne, poiché, come molti sanno, la femminilità non è solo prerogativa femminile. Non posso separare l’erotismo dal cibo e non vedo nessun buon motivo per farlo; al contrario, ho intenzione di continuare a godere di entrambi fino a quando le forze e il buon umore me lo consentiranno. Mi pento delle diete, dei piatti prelibati rifiutati per vanità femminile, come mi rammarico di tutte le occasioni di fare l’amore che ho lasciato correre per occuparmi di lavori in sospeso o per virtù puritana, altre due abitudini tipicamente femminili, quanto mai distruttive. Passeggiando per i giardini della memoria scopro che i miei ricordi sono associati ai sensi. L’odore penetrante dello iodio, ad esempio, non mi evoca immagini di ferite o interventi chirurgici, bensì di ricci, strane creature marine irrimediabilmente legate alla mia iniziazione al mistero dei sensi. Avevo otto anni quando la ruvida mano di un pescatore mi mise in bocca un’ovaia di riccio, poi mi portò nel bosco, ma...questa è un’altra storia.

A casa: il Cile
Quando torno in Cile, cerco sempre di trovare il tempo di andare sulla costa ad assaggiare di nuovo i ricci appena strappati al mare, e ogni volta mi assale lo stesso miscuglio di terrore e fascinazione che ho provato durante quel primo incontro intimo con un uomo. Per me i ricci sono inseparabili da quel pescatore, la borsa scura di frutti di mare che gocciola acqua e il mio risveglio alla sensualità. Nel mio libro Afrodita, che mescola ricette di cucina e di pozioni magiche, istruzioni erotiche, storia e aneddoti vari, sono elencate tutta una serie di ricette afrodisiache, mezzi più saporiti e gustosi di una pillolina di Viagra per l’incitamento all’amore carnale e per pungolare il desiderio amoroso, e sicuramente più divertenti da preparare. Questa è un’attività molto femminile, poiché le femmine sono in genere più esperte dei maschi nella preparazione degli afrodisiaci, vuoi perché più avvezze a stare in cucina, vuoi perché per tradizione più esperte di...stregoneria, vuoi semplicemente perché sono i maschi che vanno incitati all’amore, troppo spesso distratti da lavoro, carriera e problemi. Pinne di pescecane, testicoli di babbuino, unghie di cervo, lingue di rospo, occhi di ramarro e altri ingredienti fantasiosi non li ho neppure presi in considerazione, poiché non è possibile trovarli al supermercato sotto casa e anche perché se bisogna passare.

La cucina dei piaceri
Quindi mi sono limitata ad afrodisiaci semplici, accessibili a una mente e a una cucina normali, come le ostriche ricevute dalla bocca dell’amante, secondo un’infallibile ricetta di Casanova che sedusse così un paio di picare novizie, o la morbida pasta di miele e di mandorle tritate che i favoriti di Cleopatra leccavano dalle sue parti intime perdendo così il senno, o anche a ricette moderne a basso contenuto calorico e con poco colesterolo. Personalmente mi avvento su tutte le ghiottonerie che mi capitano a tiro senza preoccuparmi dell’Inferno, ma soltanto dei miei fianchi. Eppure non mi è stato altrettanto facile scrollarmi di dosso certi tabù legati all’erotismo. Appartengo a quelle generazione di donne condannate a sposare il primo con il quale si andava “fino in fondo”, perché una volta persa la verginità ci si ritrovava deprezzate sul mercato matrimoniale, per quanto i nostri compagni generalmente fossero inesperti come noi e raramente sapessero distinguere tra verginità e sdilinquimenti. Nella cultura giudaico-cristiana, che divide l’uomo in corpo e anima, e l’amore in profano e divino, tutto quanto concerne la sessualità, fatta eccezione per la riproduzione, è abominevole. Si arrivò all’eccesso per cui le coppie virtuose facevano l’amore attraverso un foro a forma di croce ricamato sulla camicia da notte. Solo il Vaticano poteva immaginarsi una soluzione così pornografica! Nel resto del mondo, la sessualità è indizio di buona salute, stimola la creatività ed è parte del percorso dell’anima, non viene associata a colpe o segreti, perché l’amore sacro e quello profano sgorgano dalla stessa sorgente e si presume che gli dei gioiscano del piacere umano. Sfortunatamente ci ho messo trent’anni per scoprirlo. In sanscrito c’è una parola per definire il piacere del principio della creazione che è simile al piacere sensuale. In Tibet, invece, la copula veniva praticata come esercizio spirituale e nel tantrismo è una forma di meditazione. L’uomo seduto nella posizione del loto riceve la donna accoccolata sulle sue gambe ed entrambi contano le loro respirazioni con la mente libera e avvicinano le loro anime al divino, mentre i corpi si congiungono tra loro con naturale eleganza. Piacevole meditare così.

Panchita Llona
C’è una persona che per me incarna la femminilità più di ogni altra. Si chiama Panchita Llona, ha un’aria elegante, civettuola e ironica che, di primo acchitto, potrebbe essere confusa con frivola svagatezza. Niente di tutto ciò: è di una lucidità essenziale. Panchita è mia madre, una che non ha mai servito in tavola lo stesso piatto, in tutti introduce ogni volta qualche variante e li abbellisce con tale originalità, che  passando dalle sue mani, un volgare cavolo cappuccio si trasforma in un’opera d’arte, in una sorta di ikebana, quelle combinazioni floreali giapponesi fatte con due crisantemi e un ramo ritorto. E’ il trionfo dell’estetica sulla povertà. Quando a mia madre Panchita interessa un argomento, lo studia con la concentrazione di un astronomo, senza sbandierarlo, salvo poi procurarci una grandissima sorpresa quando un bel giorno la vediamo trasformata in esperta di qualcosa che nessuno di noi avrebbe sospettato. E’ andata così, per fare degli esempi, con il Rinascimento italiano, la pittura impressionista e la letteratura del XX secolo. La cucina è uno dei suoi punti forti. Le basta assaggiare un piatto, anche particolarmente elaborato, per capire immediatamente di quali ingredienti si componga e in quali proporzioni, quale sia il tempo di preparazione e come si potrebbe migliorare. La sua famosa torta di mandorle è stata elaborata con questo metodo, partendo da una ricetta che era il segreto di un’altra famiglia, serbata come una reliquia dai tempi della Colonia in Cile. Niente sfugge al suo olfatto, alle sue papille gustative e al suo istinto da grande cuoca; né i reconditi misteri di un bacalao sottratto alle fiamme di un rustico falò di Bilbao, né i confetti di muschio serviti su piattini di madreperla a un funerale di Damasco, né tanto meno quelle ingenue ricette della nouvelle cuisine, soprattutto di quella californiana, che lei annusa con espressione sarcastica.

L'uomo si prende per la gola
Andare al ristorante con mia madre, in genere è un’esperienza imbarazzante. Entrando passa in rassegna i tavoli osservando i piatti dei commensali, a volte così da vicino da allarmarli. Legge il menù con incredibile concentrazione e tormenta il cameriere con domande insidiose che lo obbligano a recarsi in cucina e a tornare con le risposte scritte. Poi costringe tutti noi a ordinare ciascuno un piatto diverso e, una volta arrivate le vivande, le fotografa con una Polaroid che porta sempre con sé nella borsetta. Il resto è facile: assaggia un boccone da ogni piatto e sa già come lo interpreterà più tardi a casa. Il suo talento culinario è stato un fattore determinante nel suo destino, ne sono testimone. Mia madre è stata protagonista di un amore da romanzo. Quando più di mezzo secolo fa si innamorò del mio patrigno, l’assennato zio Ramòn, nessuno avrebbe scommesso una lira su quella relazione. Entrambi erano sposati, messi insieme avevano un totale di sette figli e vivevano nell’ambiente più bigotto e conservatore che si possa immaginare, in cui, come se non bastasse, non esisteva neanche il divorzio. Il Cile è l’unico paese della galassia in cui ancora oggi, agli albori del Duemila, le coppie rimangono legalmente vincolate per l’eternità. Ciò nonostante, lo zio Ramòn e mia madre riuscirono ad organizzarsi per condividere la vita e per trasformare un’attrazione clandestina in una ballata leggendaria che i sette figli, le lingue invidiose e i limiti imposti da uno stipendio da funzionario pubblico non poterono mai guastare né corrompere. Probabilmente il solido pilastro di questa relazione fu il felice equilibrio tra erotismo e buona cucina, ma in famiglia non vi si allude mai. Preferiamo sostenere che questa coppia di bisnonni sia legata da una profonda affinità spirituale. Donne iperfemminili sono tutte le protagoniste dei miei romanzi, dalle donne de La casa degli spiriti, a Eva Luna, dalla bellissima e fatua Lynn, ad Aurora del Valle, a Eliza Sommers, alla volitiva Nivea (le donne dell’ultimo capolavoro della Allende, Ritratto in seppia, n.d.r.), per qualcuna mi sono ispirata a mia madre, a mia nonna e alla mitica zia Teresa che profumava di violetta. Femminili ci si nasce, lo si è per doti genetiche.

La femminilità, secondo me
Con qualche accorgimento ci si potrebbe avvicinare all’idea di femminilità, che è un cocktail di sensualità, forza, dolcezza, coraggio, passione, tenerezza, bellezza interiore, che si esprime con lo sguardo, con il movimento delle mani, con il tono della voce, con un gesto che sposta un ciuffo ribelle. La sensualità è un fattore determinante, ma non deve diventare caricatura. La più femminile del passato? Venere, la dea dell’amore, ovviamente. Pensate, venne rappresentata a cavallo di una tartaruga: la testa eretta dell’animale simboleggia il fallo. Afrodite Porne (da qui il termine pornografia?), patrona delle prostitute nell’antica Grecia, era accompagnata da un’oca, il cui lungo collo era un’allegoria, piuttosto ottimista, del membro maschile. E allora Leda, abbracciata al suo cigno lascivo...?”

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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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