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Buona sera, oggi è venerdì 9 maggio 2008

Femmina come me: incontro con Isabel Allende

 

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Materne, matrone, comunque mamme

La maternità, quel sentimento che lega la madre al proprio bambino, sia esso già nato o ancora nel pancione, si può vivere in mille maniere diverse. Quelle che seguono sono le testimonianze di alcune donne che hanno vissuto la maternità in maniera singolare. Alcune sono storie di mamme che hanno partorito il loro bambino dopo i canonici nove mesi, altre storie di mamme di fatto ma non biologiche, altre, storie più drammatiche di maternità negate. Tutte però hanno un denominatore comune: l’amore per il proprio figlio, germogliato ancora prima che il bimbo venisse alla luce. E, in definitiva, questo è poi il vero significato della maternità.

“Ho avuto Federico all’età di 39 anni - racconta Barbara, giornalista, 47 anni - sapendo già che non ne avrei mai sposato il padre e sapendo pure che lo avrei fatto fuori tempo massimo, una primipara davvero attempata, insomma, come i medici definiscono quelle donne che non partoriscono a vent’anni. La mia è stata una scelta matura. All’epoca ho pensato quali sarebbero stati gli eventi nella mia vita futura. La morte dei miei, prima o poi, quindi, più tardi possibile, la mia. Che tristezza! Così ho deciso per Federico, nel senso che io lo volevo, tanto, con tutta me stessa. E comunque io non mi sento una madre, bensì la custode di una vita che mi è stata affidata. E’ un mistero: non so da dove sia scappato fuori questo figlio, voglio dire, razionalmente so da dove arrivano i figli, ma poi ti rendi conto che la vita è davvero un mistero. Io fin dall’inizio, già da prima dell’ecografia sapevo che era un maschio e che era proprio Federico, lui, così com’è realmente.

Magari sarà poco materno, ma io sento che, pur essendo lui mio figlio, e quindi parte di me, lui è un essere altro, un’altra cosa, qualcosa di diverso da me. Io ora lo devo curare, accudire, farlo crescere nel migliore dei modi, devo costruirgli un futuro - compatibilmente con le esigenze della mia vita - e fornirgli gli strumenti per poter un giorno capire cosa vorrà essere da adulto, tutto questo per consegnare al mondo (o alla vita o alla società, chiamatelo come volete) una persona equilibrata, forte, leale. C’è chi dice che il mio è un sacrificio, ma io non lo sento tale. Il mio è semplicemente un ruolo da svolgere nel migliore dei modi, per ora io sono il suo punto di riferimento, quando sarà adulto navigherà da solo “.

Ci sono donne che non hanno però vissuto la loro maternità in maniera piacevole, per rifiuti psicologici, paure più o meno immotivate e mancanza di collaborazione da parte dell’ambiente medico che avevano scelto per far giungere nel mondo il loro bambino. Se questo accade per il primo figlio le cose si complicano fino, talvolta, a diventare patologiche.

“Io avevo già vissuto molto male la gravidanza, perché mi costringeva a vivere in maniera che non era la mia - racconta Petra, austriaca, una figlia di otto anni, donna molto attiva che è stata costretta a letto per quasi tutto il periodo della gestazione - Certe volte mi sembrava che lei, mia figlia, fosse un parassita, perché succhiava le mie energie, mi faceva stare male, mi costringeva all’immobilità. Poi ho capito che la mia gravidanza è stata molto, troppo, medicalizzata, non per colpa della mia piccolina , bensì a causa di questo sistema che c’è in Italia, dove una donna incinta è “malata”, dove sono pochi i medici capaci di sdrammatizzare i banali problemi legati alla gestazione.

Quando ho saputo di essere incinta mi sono subito preoccupata, perché nei giorni precedenti avevo fatto cose che una che sta per diventare madre non deve fare: un paio di bevute di troppo a qualche festa, cure ormonali, scalate in montagna. In realtà questo non ha influito minimamente sulla mia gravidanza. Cosa ho provato quando è nata Elsa? Non lo so, perché io non c’ero. Dormivo. Eh sì, mi hanno fatto un cesareo che, ho saputo solo dopo, non era assolutamente necessario.

Così, degli sconosciuti che hanno deciso per me mi hanno tolto il momento più bello che una madre possa vivere: la nascita del proprio figlio, il primo per giunta. Quando mi hanno detto com’era, io ho pensato chissenefrega! . Era come se non l’avessi partorita io. Poi mi dissero che me la portavano più tardi perché in quel momento non ero capace a fare niente, secondo loro. Ed io per provocarli dissi ok firmo e datela pure in adozione. Solo allora chiamarono mio marito, a cui fino ad allora non era stato permesso vedere nostra figlia. L’unica persona che mi stava vicino in quell’ospedale è stata Isa, l’aiuto ostetrica, lei ha fatto sì che io riuscissi ad allattare mia figlia ed oggi siamo amiche per la pelle”.

Sandra è una raffinata signora di 37 anni, con i capelli e gli occhi neri, vendeuse in una boutique del centro della capitale. Racconta: “Ero contenta di avere un bambino, almeno così mi sembrava. Quasi subito ho cominciato a vomitare, avevo nausee continuamente, bastava l’odore del caffé (che adoro) o un profumo nell’ascensore, scendere dal letto la mattina mi uccideva, appena il mio stomaco si svegliava cominciava a voler vomitare. Potevo stare solo sdraiata, con dei mal di testa all’ennesima potenza, riuscivo a trattenere solo crackers, insomma un incubo. Per fortuna è durato solo nove mesi!

Dicono che le nausee siano sintomatiche di coloro che, sotto sotto, questo bambino proprio non lo vogliono, non lo digeriscono, quindi tentano di buttarlo fuori, un po’ come quelle donne che non rimangono incinte pur dicendo di volere molto un bambino. In realtà, psicologicamente, rifiutano la fecondazione e sono talmente e inconsciamente determinate che anche il loro ovulo o le loro tube si chiudono per non permettersi di procreare. Per quello che mi riguarda posso dire solo che, forse, avevo paura della responsabilità di diventare mamma, ma che ora che lo sono, rifarei tutto da capo”.

E’ molto tenera la storia di Martine, tedesca, impiegata in un organismo internazionale, mamma di due splendide bambine senza mai essere stata madre(biologica). “Accadde nel periodo in cui lavoravo in Venezuela, non ero sposata, convivevo col mio attuale marito, e ad avere un figlio non ci pensavamo proprio, figuriamoci due. Un bel giorno la mia ragazza delle pulizie mi chiede perché non avevo figli, e mi spiega che sua cognata aspettava il quarto figlio che non poteva mantenere e che...perché non potevo prenderlo io? Già, perché? Per tutta una serie di motivi, ovviamente, non ultimo quello che non mi sentivo tagliata per la maternità, non in quel momento almeno. Diciamo che sono stata tirata per i capelli, mi sono trovata ad essere madre senza volerlo.

Quando le piccole sono nate - già, perché poi erano due gemelline - erano premature e sono state un bel po’ nell’incubatrice, beh io non avevo il coraggio di andarle a vedere. Mi sentivo un’incosciente, avevo detto di sì talmente alla leggera ed ora mi ritrovavo madre di due esserini sconosciuti, che sicuramente erano scuri e pelosetti. Insomma non stavo adottando un cane ma due esseri umani! Per vigliaccheria mandai una mia amica a vederle e lei, quando ritornò dall’ospedale, mi disse che erano bellissime, due neonate davvero splendide. Mi ricordo che mi vergognai di me stessa e, in seguito, feci una battaglia durissima per non farle separare, così mi sposai al volo e ottenemmo l’adozione di entrambe. Oggi le mie figlie hanno sette anni, non sanno nulla dell’adozione (del resto mio marito è cileno e loro gli assomigliano molto) e sono due ragazzine in gambissima, conoscono già tre lingue, vanno bene a scuola, ballano benissimo e la loro risata è così contagiosa che quando non ci sono siamo tutti un poco tristi. Questa maternità così...originale è stata la mia grande fortuna e credo che daremo presto un fratellino alle gemelle”.

Tina ha una montagna di riccioli scuri e un fisico da teen-agers. In realtà ha 34 anni e nessuno crederebbe che è la mamma di cinque (5!!!) ragazzini dai nove anni a scalare sino ai sei mesi. “Come faccio? Non lo so neppure io. All’inizio andavo per tentativi, ora in casa mia c’è un regime da caserma, li metto in fila come soldatini, i più grandicelli danno una mano ai più piccoli, io posso permettermi di viziare solo l’ultimo arrivato.  Ognuna delle mie maternità è stata vissuta in maniera diversa. Con Lorella, la prima, è stata tutta una scoperta: ero molto giovane, ero una bambina che aspettava un bambino. Sentivo crescere una vita dentro di me, ne ero orgogliosa, portavo la mia pancia come un’emblema, mi sentivo MAMMA, l’unica al mondo. Ero invincibile: io, così piccolina, ero capace di dare la vita ad un altro essere umano. La seconda gravidanza è andata di lusso, niente nausee, niente o quasi stanchezza, ero in forma smagliante, solo negli ultimissimi mesi si notava che aspettavo un bambino. Il terzo, Tommaso, era irrequieto già nella mia pancia e scalciava per uscire prima possibile. Comunque non gli davo troppa importanza, avevo gli altri due da accudire. Con Francesco e Silvia ero ormai allenata, con la mia panciona facevo di tutto, ma non avevo tempo di pormi troppe domande. Tutto sommato ho vissuto magnificamente le mie cinque gravidanze, talmente bene che ho già voglia di farne una sesta”.

Ma c’è anche chi vive una maternità inizialmente, e poi questa viene negata, vuoi per motivi psicologici, vuoi per fattori fisiologici. E’ il caso di Angela, 30 anni, agente di polizia municipale. “Quest’ estate sono rimasta incinta in maniera del tutto inaspettata. Sia io, sia mio marito eravamo davvero al settimo cielo: un bambino tutto nostro, lo volevamo fortissimamente, anche se non ci aspettavamo che arrivasse così presto. Io ero talmente contenta che tutto il resto - i piccoli problemi della vita quotidiana, certi dissapori con dei colleghi, insomma nulla al di fuori di mio figlio - mi interessava più.

Alla nona settimana vado, anzi andiamo, a fare la prima ecografia. Nulla, la camera gestazionale risultava essere vuota, come un uovo senza pulcino. Ho provato un dolore immenso,  dove era finito mio figlio? Nessuno ha saputo spiegarmelo. Anzi, io ero convinta che fossero addirittura due gemelli, anche perché nella mia famiglia e in quella di mio marito ci sono stati casi di parti gemellari.

Dopo l’intervento che ha tolto quella camera gestazionale vuota e inutile (terribile, stare lì con le gambe aperte e con i vagiti dei bambini delle puerpere, madri vere, pensavo, poi l’anestesia mi ha colto con le lacrime agli occhi, mentre un’infermiera mi accarezzava i capelli ed io le mormoravo oltre il danno pure la beffa) sono andata in vacanza in Calabria, a casa mia, e una sera, mentre eravamo sulla spiaggia con degli amici, io ero in disparte e guardavo il cielo. Mi arrovellavo sul fatto di quel mio potenziale bambino che c’era - perché io lo sentivo e so che lui è stato dentro di me anche se  poi se n’è andato - e ho cominciato a parlare interiormente col mio piccolo chiedendogli un segnale, una conferma che lui era stato davvero per tre mesi dentro di me. In quel preciso istante una luminosissima stella cadente mi è passata davanti ed io ho pianto. Oggi so che il prossimo mio bambino sarà un connubio tra quello che c’è stato, il mio piccolo Claudio mai nato, e quello che sarà”.

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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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