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Buona sera, oggi è venerdì 9 maggio 2008

L'uomo della speranza

 

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L'uomo della speranza

“Vocazione di maestro di nuoto e di bagnino o di danzatore di tango argentino, una calvizie precoce lo obbliga a studiare la medicina, la neurochirurgia, la neurologia, la psichiatria, la psicologia e la psicoanalisi. Durante il tirocinio scopre che gli ospedali cronicizzano chiunque, perfino i malati mentali”. Dal curriculum vitae di Boris Cyrulnik, l’inventore del “dolore meraviglioso”.

“Non è affatto come pensate. Non esiste un dolore meraviglioso. Ma quando la vita ci mette a dura prova, dobbiamo forse arrenderci? E se decidiamo di lottare, quali armi abbiamo a nostra disposizione?”. Queste sono le domande alle quali Boris Cyrulnik ha dedicato tutta la sua vita: come fanno certi bambini a superare i traumi che hanno subito, i lutti precoci, l’abbandono, i maltrattamenti, la violenza sessuale, la guerra? Come fa “un bambino con un meno” a sopravvivere alla sua storia di dolore e di vergogna, e a diventare un adulto adattato, talvolta perfino felice?

Siate più forti del vostro passato, e forse il futuro vi darà una possibilità
George Michael

“Il bambino, a ogni tappa della sua storia, ha la possibilità di riparare o aggravare un trauma”. E’ soprattutto questo il messaggio forte di Boris Cyrulnik: guarire dalle proprie ferite è possibile, purché qualcuno – una persona, un’istituzione, la società – ci tenda la mano. Perciò l’acquisizione di un comportamento seduttivo, segnale precoce di uno stile relazionale e di una modalità risolutiva dei conflitti, rappresenta sicuramente uno dei principali fattori: “tutte le persone che sono state ferite durante la loro infanzia, una volta adulte trovano sorprendente il numero di mani che sono state loro tese”. Il talento più utile da sviluppare in un bambino in difficoltà è quello di legarsi, di crearsi una rete. Le statistiche lo confermano, “i soggetti che hanno la maggiore speranza di vita sono quelli che sanno orientarsi e trovare gli interlocutori giusti quando hanno un problema. La forza di oggi è relazionale”. Perfino nelle peggiori condizioni di partenza, come nel caso dei bambini sopravvissuti ai campi di concentramento e rimasti senza famiglia, “è stata la “filosofia” di ogni istituto di accoglienza a orientarne l’evoluzione. Il settanta per cento dei bambini “passati per queste case” conferma che l’istituto è stato un incontro che ha cambiato il loro destino”. Dopo aver studiato per più di vent’anni i bambini più sfortunati del mondo, Cyrulnik identifica le figure dei “salvatori”: nella vita adulta il coniuge, “che domina nettamente la classifica degli incontri felici”, per i bambini anche la famiglia, “quando ne restava qualche membro”, l’amicizia, che per alcuni “ha assunto un’importanza che gli amici nemmeno immaginano”, ma anche gli educatori, gli eroi culturali, certe strutture sociali, la religione, che “ha infuso vita psichica, la religione con la R maiuscola e non una qualsiasi…”.

Anche Ceausescu pensava che i bambini non avessero bisogno di affetto per svilupparsi: una convinzione che ha portato alla morte il 40% dei bambini abbandonati. In Algeria, la mortalità fra i bambini abbandonati negli asili nido è passata dal 25% nel 1977, all’80% nel 1986. La percentuale media della mortalità infantile nella popolazione generale è attualmente pari al 5.5%. L’estrema variabilità delle cifre conferma che i traumi non sono tutti uguali. Quasi tutti i bambini erano sani. Alcuni sono morti perché non hanno trovato alcun tutore per riprendersi. Molti sono diventati delinquenti o psicopatici perché, maggiormente temprati dal loro temperamento, hanno saputo afferrare qualche fragile filo di resilienza che ha permesso loro di sopravvivere, ma non di socializzare. Qualcuno, infine, è riuscito valorosamente a svilupparsi, ha saputo afferrare le mani che gli venivano tese e parare con successo i ripetuti colpi inflitti a un bambino che non ha avuto la possibilità di essere messo sulla “retta via”.

Avverso alla figura istituzionalizzata della vittima, sia perché “dire a una vittima che è possibile riprendersi non significa relativizzare il crimine dell’aggressore”, sia perché le vittime sono da amare “finché suscitano compassione perché aiutandole ci si sente buoni, ma quando i martiri si trasformano in eroi e accedono al potere, crescono i sospetti perché è contro natura che una preda diventi predatore”, e fervido sostenitore del fatto che “la ripetizione non è una fatalità”, perché “è sicuramente tutto più difficile con un’infanzia disturbata alle spalle, ma non è certo la tragedia transgenerazionale raccontata attualmente dal discorso sociale”, Cyrulnik ripete senza sosta che è possibile superare i traumi infantili e migliorare il futuro dei bambini feriti, “offrendo loro il sostegno di tutori di sviluppo”. Quando il dolore è troppo forte, siamo costretti a percepirlo. Soffriamo. Ma la sconfitta non è un destino, e non è vero che più la vita è dura, maggiori sono le probabilità di cadere in depressione: “più la vita è dura, maggiori sono le possibilità di accorgersene. Ma sofferenza e tristezza non sono necessariamente i sintomi di una depressione”.

Ci sono famiglie in cui si soffre più che nei campi di concentramento
Dove hanno luogo i crimini che possono distruggere la vita di un bambino per sempre? Almeno nel mondo occidentale, nel caldo grembo della famiglia, dove “la violenza fredda che insidiosamente plasma il sentimento di sé è alimentata di continuo da comportamenti quasi impercettibili, piccoli gesti, parole banali che strutturano l’ambiente dove il bambino deve svilupparsi. (…) La violenza cronica, gli indizi comportamentali che non vengono considerati avvenimenti e come tali non sono storicizzabili, probabilmente hanno, su una persona in via di sviluppo, un effetto devastante più duraturo rispetto a un trauma acuto più facile da raccontare. (…) Un trauma acuto è più facile da rappresentare. Ma come è possibile costruire un mito dopo che un’alzata di spalle ha annientato una speranza o un sospiro sprezzante ha tarpato le ali a un sogno?” Davvero, scrive Cyrulnik, l’aggressore è lontano, cattivo, mostruoso, facile da identificare? “Guai a turbare questa convinzione replicando che la maggioranza dei crimini e delle violenze avviene all’interno delle famiglie (97.5%) e non fuori, che i peggiori criminali possono anche avere un bell’aspetto
e che i padri incestuosi sono simpatici”.

I have, I am, I can
detto anglosassone

Ma torniamo alla domanda iniziale. Come fanno i “bambini con un meno” a diventare adulti adattati o perfino felici? “Un bambino troppo stabilizzato da un ambiente rigido seguirà un itinerario, un percorso fisso, come quando, in epoca ancora recente, il padre decideva per lui la professione e il coniuge. Un bambino abbandonato senza figura familiare sostitutiva sarà errante, trascinato laddove lo porteranno gli avvenimenti. Esiste una terza possibilità: un bambino ferito, ma resiliente. Sarà anch’egli costretto a vagare, ma il suo peregrinare sarà volto a uno scopo, poiché un sogno, come una stella guida, gli indicherà la direzione”.

Quasi tutte le persone che sono riuscite a superare i traumi dell’infanzia hanno elaborato molto presto una “teoria di vita” che associava il sogno all’intellettualizzazione. Quasi tutti i bambini resilienti hanno dovuto rispondere a due interrogativi principali. Il primo: “perché devo soffrire tanto?” li ha spinti a intellettualizzare. Il secondo: “come posso fare per essere felice?” li ha invece invitati a sognare. Quando la determinante interiore della resilienza ha incontrato una mano tesa, l’evoluzione dei bambini è stata positiva.

Tutti i bambini resilienti, scrive Cyrulnik, hanno in comune una serie di meccanismi mentali che servono non solo a sopravvivere ma soprattutto a imparare a vivere, anche nelle condizioni più avverse:

  • scissione: “quando l’Io si divide in una parte socialmente accettata e un’altra, più nascosta, che può esprimersi per vie indirette o inaspettate. Un’identità segreta, marginale, incomunicabile, che provoca la scissione della personalità: una parte trasparente sociale e spesso allegra cela una parte buia, recondita e piena di vergogna”

  • negazione: “consente di non vedere una realtà pericolosa o di banalizzare una dolorosa ferita”

  • fantasticare: “quasi tutti i bambini resilienti, felici nonostante tutto di vivere in un mondo fatto di ghiaccio e desolazione, sono riusciti a resistere grazie al calore della fantasia. Quei momenti di felicità, lontani dalla realtà del mondo circostante, offrono uno stesso tipo di scenario: il bambino solo e lontano dal mondo degli adulti pieni d’odio, scopre un nascondiglio meraviglioso, un piccolo paradiso affettivo”. Il sogno  “rappresenta sicuramente una fuga dalla realtà, ma quando questa è piena di follia, occorre proteggersi, Riusciranno a salvarsi solo i bambini che sanno sognare. Gli altri, adattati alla realtà, sottomessi a un mondo devastato, saranno avvolti da informazioni tristi, povere, immediate, quindi prive di senso. La risposta adattata a un mondo simile è la disperazione. Non è possibile fare poesia con indizi e segnali. Occorrono simboli, immagini e racconti perché la rappresentazione inventata riaccenda in noi un sentimento di bellezza e anche di felicità”

  • intellettualizzazione: “permette di evitare uno scontro che ci coinvolgerebbe in prima persona”

  • astrazione: “induce a trovare le leggi generali che permettono di dominare o di evitare l’avversario, l’assenza di pericolo invece giustifica l’intorpidimento intellettuale”

  • umorismo: “con una sola pennellata trasforma una situazione, muta una pesante tragedia in leggera euforia, consente di prendere le distanze, di lasciarsi meno scalfire dal trauma”

  • sublimazione: “quando la forza di vivere è orientata verso attività socialmente valorizzate, la vitalità, calamitata dal corpo sociale, permette a feriti nell’anima, piccoli e grandi, di evitare la rimozione e di esprimersi in toto, con grande felicità di tutti”

  • controllo degli affetti: “niente collera, disperazione, ruminazione o passaggi ad atti brutali per soddisfare i bisogni immediati. Una serena gestione del tempo, una tendenza a ritardare la realizzazione dei desideri e la relativa trasformazione, necessaria per renderli accettabili”

Il processo di resilienza - scrive Cyrulnik - “è un insieme di fenomeni armonici grazie ai quali il soggetto si infila in un contesto affettivo, sociale e culturale. La resilienza è l’arte di navigare sui torrenti. Un trauma sconvolge il soggetto trascinandolo in una direzione che non avrebbe seguito. Ma una volta risucchiato dai gorghi del torrente che lo portano verso una cascata, il soggetto resiliente deve ricorrere alle risorse interne impresse nella sua memoria, deve lottare contro le rapide che lo sballottano incessantemente. A un certo punto, potrà trovare una mano tesa che gli offrirà una risorsa esterna, una relazione affettiva, un’istituzione sociale o culturale che gli permetteranno di salvarsi. La metafora sull’arte di navigare i torrenti mette in evidenza come l’acquisizione di risorse interne abbia offerto al soggetto resiliente fiducia e allegria. Tale inclinazione, acquisita in tenera età, gli ha conferito un attaccamento sicuro e comportamenti seduttivi che gli permettono di individuare ogni mano tesa. Ma se osserviamo gli esseri umani nel loro “divenire”, constateremo che chi è stato privato di tali acquisizioni precoci potrà metterle in atto successivamente, pur con maggiore lentezza, a condizione che l’ambiente, consapevole di come si costruisce un temperamento, disponga attorno al soggetto ferito qualche tutore di resilienza”. Il termine resilienza è stato mutuato dalla fisica per indicare “la capacità di riuscire, di vivere e svilupparsi positivamente, in maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo. (…) Certo, al momento del trauma, si vede solo la ferita. Sarà possibile parlare di resilienza soltanto molto tempo dopo, quando l’adulto, infine riparato, riconoscerà il trauma infantile subito. Essere resilienti è più che resistere, significa anche imparare a vivere. Purtroppo, costa caro”. Quando la ferita è aperta, siamo orientati al rifiuto. Per tornare a vivere, non dobbiamo pensare troppo alla ferita. “Con il distacco dato dal tempo, l’emozione provocata dal trauma tende a spegnersi lentamente lasciando nei ricordi soltanto la rappresentazione del trauma.”

Si può sempre parlare di sé, a condizione di non dire mai io
Boris Cyrulnik

Davanti all’orrore – scrive Cyrulnik - sentiamo una duplice necessità: raccontare o tacere. “Raccontare la propria tragedia significa farla esistere nella mente di un’altra persona con l’illusione di essere capiti, accettati nonostante la ferita. Significa anche trasformare il proprio trauma in una confidenza che assume quindi una valore relazionale: “sei l’unica persona a cui l’ho detto”. Una volta condiviso, il trauma subisce una trasformazione emozionale, una metamorfosi. Tuttavia, per sentirsi completamente capiti, è necessario che si tratti di una pura rappresentazione”.

Raccontarsi non è facile: i bambini colpiti da un trauma fra i tre e gli otto anni, ovvero fra la nascita della parola e la padronanza del tempo, considerano l’evento traumatico come il punto di partenza della loro identità narrativa. Il racconto dell’esistenza inizia con una catastrofe, una sorta di scena originaria, una rappresentazione talmente intensa e luminosa da oscurare tutti gli altri ricordi. “La mia storia comincia con un evento straordinario: ho rischiato di essere cacciato dal mondo, eppure sono ancora vivo, sono sopravvissuto, il mio corpo esiste ancora. La mia storia è talmente inimmaginabile che potreste sorriderne, rimanere colpiti dalla sua stupidità, adirarvi, farmi la morale o, peggio ancora, provare piacere davanti al racconto della mia desolazione. Ma se io, per scoprire chi sono davvero, sono costretto a raccontarmi la mia storia e voi non siete capaci di ascoltarmi, preferisco rifugiarmi in me stesso. Diventerò autore-attore del mio destino e unico testimone autorizzato dei miei dibattimenti.”

Eppure, “l’atto creativo è necessità e piacere al contempo. Riparare la lacerazione per ripararsi, riempire il vuoto lasciato dall’oggetto strappato via costringono il bambino ferito a inventare continuamente sostituti euforizzanti e deludenti. Il dolore e la bellezza nascono contemporaneamente, nello stesso movimento, nel “fuoco della creazione”. Freud, Joyce, Pascal, Proust e Victor Hugo hanno osato diventare creativi soltanto dopo la morte del padre, Rousseau dopo quella della moglie e Montaigne dopo quella del suo amico La Boétie”. La perdita dei genitori e le separazioni hanno dato vita a una vasta popolazione di persone creative: Balzac, Gérard de Nerval, Rimbaud, Zola, Baudelaire, Dumas, Stendhal, Maupassant, Loti, George Sand, Dante, Tolstoj, Voltaire, Dostoevskij, Kipling, Ingmar Bergman, Elia Kazan, Françoise Dolto, Jean-Paul Sartre, Chateaubriand, Talleyrand, Perec, Solženycin…

Concludendo...

Non si diventa normali impunemente
Cioran

Non esiste trauma senza metamorfosi. Il solo fatto di domandarsi: “e ora, che cosa faccio della mia ferita?” spinge a scoprire la parte sana di sé e ad andare alla ricerca di una mano tesa. Così si costruisce la resilienza. Non deve essere ricercata soltanto all’interno della persona o nel suo contesto, ma fra i due, perché la resilienza è un intreccio continuo fra divenire interiore e divenire sociale. (…) Il fatto di rappresentare la resilienza attraverso la metafora dell’intreccio cancella la nozione di forza o di debolezza dell’individuo. Il concetto di resilienza non ha niente a che vedere con la vulnerabilità o l’invulnerabilità … si può essere resilienti in una situazione e non in un’altra, un momento si può cadere ferito e un altro uscire vittoriosi. Il concetto di resilienza … appartiene alla famiglia dei meccanismi di difesa, ma è più cosciente e più evolutivo, quindi più controllabile e aperto alla speranza. Il resiliente non è un superuomo … quando un granello di sabbia penetra in un’ostrica e la aggredisce lei, per difendersi, deve produrre una tonda madreperla. La reazione difensiva crea un gioiello duro, brillante e prezioso”.

Le citazioni sono tratte da:
Boris Cyrulnik, Il dolore meraviglioso – Frassinelli, 2000
Boris Cyrulnik, I brutti anatroccoli – Frassinelli, 2002

Senza dubbio, Boris Cyrulnik è un resiliente. La sua infanzia devastata dalla guerra e dalla deportazione dei suoi genitori non gli ha impedito di diventare un uomo realizzato, felice in famiglia, rispettato dai suoi pari e autore di best-sellers nel suo campo. Nato a Bordeaux nel 1937, quest’uomo che parla delle sue ferite “solo in terza persona” scrivendo sui bambini ha saputo trasformare le sue debolezze in vantaggi. Invece di allontanarlo dagli uomini, il dramma che ha vissuto lo ha spinto a cercare di comprenderli. Dopo gli studi di medicina diventa psichiatra e psicoanalista, pronto ad abbattere le barriere tra queste discipline. Etologo di formazione, Cyrulnik ha aperto in Francia il campo della ricerca nell’etologia umana, in un approccio risolutamente pluridisciplinare che non ha mancato di scatenare ampie riserve nella comunità scientifica. I suoi libri, che in Francia vanno a ruba e che gli hanno garantito una fama ormai mondiale, sono basati su numerosi esempi osservati sul terreno, sull’esperienza di psicoterapeuta e sulle sue missioni all’estero, dalla Bosnia alla Cambogia, dal Brasile alla Russia. Insegna all’Università di Tolone. Tra i suoi studi ricordiamo quelli sui processi di attaccamento precoce e i rituali amorosi, e tra le sue opere, oltre a quelle già citate, “Sous le signe du lien”, “La naissance du sens”, “Les nourritures affectives”, e il recentissimo “Le murmure des fantômes”, terzo volume dedicato alla resilienza. Precocemente orfano di entrambi i genitori, fu salvato da una donna ebrea alla quale fece ottenere un riconoscimento alla fine della seconda Guerra Mondiale.

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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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