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Prima
che sia troppo tardi
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“Le
pioniere degli anni ’70 e ’80 hanno pagato un
prezzo speciale per le loro carriere. Per noi è
tutto diverso. Noi prevediamo di avere tutto”. Ma
è davvero così?
Un’indagine a tutto campo
tra le professioniste di vari settori lavorativi (età
18-55, reddito annuale >$55,000), e un’intervista
a cuore aperto a 9 exectives
americane, di questo è fatto il bel libro di
Syvia Ann Hewlett che parte da questa (amara)
constatazione: “a metà della vita, tra un terzo e
la metà delle donne americane impegnate nella
professione non ha figli, e tra quelle che
guadagnano di più, tra i 40 e i 55 anni questa
percentuale si consolida attorno al 33% (contro il
25% degli uomini). Di tutte queste donne, e sono
migliaia, solo
il 14% ha scelto
di non avere figli, mentre molte altre “hanno
girato il mondo in lungo e in largo per trovare un
bambino spendendo grandi quantità di tempo, di
energia e di denaro, e altre si sono sottoposte a
complesse terapie per la fertilità”.
Questo libro è insieme
un’appassionata riflessione sui costi della
carriera per le donne, “per capire che cosa ha
funzionato e che cosa non ha funzionato, per
capire i loro rimpianti e le cose di cui sono fiere”,
e un invito alle generazioni più giovani a non
farsi illusioni: “temo che le giovani donne siano
convinte che le circostanze in cui vivono, e quindi
le loro scelte, siano molto migliori che in passato.
Come mi ha detto un’avvocato di 29 anni, “le
pioniere degli anni ’70 e ’80 hanno pagato un
prezzo speciale per le loro carriere. Per noi è
tutto diverso. Noi prevediamo di avere tutto”.
L’indagine dimostra invece che ”le
ventenni e le trentenni di oggi sono confrontate
agli stessi identici compromessi, anzi, forse per
loro è ancora più dura”, perché
“un’aspettativa di vita più lunga, più opzioni
riproduttive e tutto il potere che le donne hanno
acquisito su molti fronti non si sono tradotti in
scelte migliori nella vita familiare,
e quando si
tratta di avere un bambino le scelte disponibili
sono molto peggiori di prima. Le donne possono
essere candidate alla presidenza e amministratori
delegati, ma sempre più spesso e sempre di più non
possono essere madri”.
Le donne intervistate da
Hewlett “hanno goduto dei benefici di una
legislazione che già negli anni ’60 e ’70
promulgava l’uguaglianza dei diritti, e che ha
straordinariamente aumentato le opportunità
disponibili. Sul fronte della professione le notizie
erano tutte buone – barriere che cadevano, per la
prima volta le donne potevano accedere a università
prestigiose, aprire un mutuo. Ma anche nella vita
privata le donne si sono trovate in un territorio
inesplorato, e qui i risultati sono misti”. Come
ha detto una di loro, “il femminismo mi ha dato il
diritto di trovare la mia voce, e
la convinzione che trovarla fosse importante”.
Ma il femminismo non ha dato alcun aiuto a queste
donne con tutti quegli obiettivi privati che ruotano
intorno alla famiglia, al matrimonio e ai figli,
come racconta una delle intervistate, 48 anni: “se
fossi stata un uomo
a questo punto avrei sposato una trentenne bella e
indipendente che ha voglia di avere figli e non ha
paura di prendersi una pausa dalla carriera. Magari
avrei dovuto accettare un lavoro extra per
compensare, ma avrei potuto farlo senza problemi”.
E questa è proprio “la verità triste che emerge
dalla ricerca, perché più una donna ha successo
nella professione, meno è probabile che abbia un
partner e dei figli. Per
gli uomini è vero l’opposto: più un uomo ha
successo, più è probabile che sia sposato e con
prole”.
Quali
sono le ragioni di questa situazione? Secondo
Hewlett c’è un versante
sociale che gioca a sfavore delle donne e le
costringe a compromessi brutali: “la cultura
aziendale americana del lavoro senza limiti di
orario, la testarda suddivisione tradizionale dei
lavori di casa, e un’industria della fertilità
che instilla nelle donne un
falso senso di
sicurezza riguardo alle maternità tardive”. E
dall’altro lato,
l’ignoranza
delle donne, anche delle più
preparate culturalmente (il 90% delle diplomate
americane crede di poter facilmente restare incinta
dopo i 40 anni), riguardo alla loro fertilità: “dopo
i 40 anni solo una piccola percentuale (3-5%)
delle donne che si sottopongono alle tecniche di
fecondazione assistita riesce ad avere un figlio,
indipendentemente da quanto sono disposte a spendere
e da quanto sono determinate”. Hewlett dà un
taglio secco alle illusioni, ma dà voce alla
speranza e incoraggia le giovani donne a essere
altrettanto decise riguardo alla loro vita personale
quanto lo sono in quella
professionale per “evitare che le ventenni di
oggi si ritrovino ad affrontare le stesse scelte
cruciali delle loro sorelle più grandi”, di donne
“cresciute sull’onda del movimento femminile,
che hanno lottato duramente per conquistare posizioni
che le loro madri non avrebbero nemmeno potuto
sognare e che hanno capito, spesso troppo tardi,
che tra i prezzi che avrebbero dovuto pagare per
tutto questo c’erano anche i bambini. Donne per le
quali combinare famiglia e carriera sarebbe stato
impossibile e che ora intorno ai quarant’anni,
lasciata l’età fertile dietro le spalle, ci
invitano a condividere le loro sofferenze”.
La
brutta fine di un bel libro
Nei due mesi successivi alla sua uscita, Creating
a Life ha avuto una
risonanza mediatica quasi senza precedenti:
interventi nei più famosi e seguiti talk-show
americani, copertina su Time, dibattiti in prima
pagina sul Los Angeles Times, San Francisco
Chronicle e New York Times. Eppure c’è un posto
in cui di questo libro non c’è traccia: la lista
dei best-sellers.
Il libro più discusso d’America, quello che agita
lo spettro delle donne che sacrificano la famiglia
alla carriera e si svegliano a quarant’anni senza
figli, ha venduto meno
di 8.000
copie. Come ha potuto un libro che ha avuto una
campagna di questa portata finire dimenticato sugli
scaffali delle librerie? Talk Miramax, l’editore
che per questo libro ha pagato un assegno a 6 zeri,
sta considerando queste motivazioni: “titolo
generico, copertina ambigua e l’incapacità dei media
di cogliere le sfumature della ricerca di Hewlett”.
Sulla linea del fronte invece, nelle librerie dove
la pubblicità si converte in vendite, la
spiegazione è molto più semplice: le donne non
sono interessate a spendere 22 dollari per un sacco
di notizie deprimenti sul loro orologio biologico.
Come dice Leslie Graham di una libreria di San
Francisco in cui il libro ha venduto solo tre copie,
“perché qualcuno dovrebbe spendere denaro per
qualcosa che lo farà sentire peggio di prima?”. Nessuno
è più sorpreso dell’autrice: “non so come
spiegare l’assenza di vendite”, ma alla Talk
Miramax ancora non si sono arresi, come dice
Jonathan Burnham, editor
in chief: “i libri hanno una vita lunga e
complicata. Non accetto che il libro non venda”…
(fonte: The New York Times – Hot
Book that just won’t sell, di Warren St. John)
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