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Buona notte, oggi è lunedì 12 maggio 2008

Prima che sia troppo tardi

 

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Prima che sia troppo tardi

“Le pioniere degli anni ’70 e ’80 hanno pagato un prezzo speciale per le loro carriere. Per noi è tutto diverso. Noi prevediamo di avere tutto”. Ma è davvero così?

Un’indagine a tutto campo tra le professioniste di vari settori lavorativi (età 18-55, reddito annuale >$55,000), e un’intervista a cuore aperto a 9 exectives americane, di questo è fatto il bel libro di Syvia Ann Hewlett che parte da questa (amara) constatazione: “a metà della vita, tra un terzo e la metà delle donne americane impegnate nella professione non ha figli, e tra quelle che guadagnano di più, tra i 40 e i 55 anni questa percentuale si consolida attorno al 33% (contro il 25% degli uomini). Di tutte queste donne, e sono migliaia, solo il 14% ha scelto di non avere figli, mentre molte altre “hanno girato il mondo in lungo e in largo per trovare un bambino spendendo grandi quantità di tempo, di energia e di denaro, e altre si sono sottoposte a complesse terapie per la fertilità”.

Questo libro è insieme un’appassionata riflessione sui costi della carriera per le donne, “per capire che cosa ha funzionato e che cosa non ha funzionato, per capire i loro rimpianti e le cose di cui sono fiere”, e un invito alle generazioni più giovani a non farsi illusioni: “temo che le giovani donne siano convinte che le circostanze in cui vivono, e quindi le loro scelte, siano molto migliori che in passato. Come mi ha detto un’avvocato di 29 anni, “le pioniere degli anni ’70 e ’80 hanno pagato un prezzo speciale per le loro carriere. Per noi è tutto diverso. Noi prevediamo di avere tutto”. L’indagine dimostra invece che ”le ventenni e le trentenni di oggi sono confrontate agli stessi identici compromessi, anzi, forse per loro è ancora più dura”, perché “un’aspettativa di vita più lunga, più opzioni riproduttive e tutto il potere che le donne hanno acquisito su molti fronti non si sono tradotti in scelte migliori nella vita familiare,
e quando si tratta di avere un bambino le scelte disponibili sono molto peggiori di prima. Le donne possono essere candidate alla presidenza e amministratori delegati, ma sempre più spesso e sempre di più non possono essere madri”.

Le donne intervistate da Hewlett “hanno goduto dei benefici di una legislazione che già negli anni ’60 e ’70 promulgava l’uguaglianza dei diritti, e che ha straordinariamente aumentato le opportunità disponibili. Sul fronte della professione le notizie erano tutte buone – barriere che cadevano, per la prima volta le donne potevano accedere a università prestigiose, aprire un mutuo. Ma anche nella vita privata le donne si sono trovate in un territorio inesplorato, e qui i risultati sono misti”. Come ha detto una di loro, “il femminismo mi ha dato il diritto di trovare la mia voce, e la convinzione che trovarla fosse importante”. Ma il femminismo non ha dato alcun aiuto a queste donne con tutti quegli obiettivi privati che ruotano intorno alla famiglia, al matrimonio e ai figli, come racconta una delle intervistate, 48 anni: “se fossi stata un uomo a questo punto avrei sposato una trentenne bella e indipendente che ha voglia di avere figli e non ha paura di prendersi una pausa dalla carriera. Magari avrei dovuto accettare un lavoro extra per compensare, ma avrei potuto farlo senza problemi”. E questa è proprio “la verità triste che emerge dalla ricerca, perché più una donna ha successo nella professione, meno è probabile che abbia un partner e dei figli. Per gli uomini è vero l’opposto: più un uomo ha successo, più è probabile che sia sposato e con prole”.

Quali sono le ragioni di questa situazione? Secondo Hewlett c’è un versante sociale che gioca a sfavore delle donne e le costringe a compromessi brutali: “la cultura aziendale americana del lavoro senza limiti di orario, la testarda suddivisione tradizionale dei lavori di casa, e un’industria della fertilità che instilla nelle donne un falso senso di sicurezza riguardo alle maternità tardive”. E dall’altro lato, l’ignoranza delle donne, anche delle più preparate culturalmente (il 90% delle diplomate americane crede di poter facilmente restare incinta dopo i 40 anni), riguardo alla loro fertilità: “dopo i 40 anni solo una piccola percentuale (3-5%) delle donne che si sottopongono alle tecniche di fecondazione assistita riesce ad avere un figlio, indipendentemente da quanto sono disposte a spendere e da quanto sono determinate”. Hewlett dà un taglio secco alle illusioni, ma dà voce alla speranza e incoraggia le giovani donne a essere altrettanto decise riguardo alla loro vita personale quanto lo sono in quella professionale per “evitare che le ventenni di oggi si ritrovino ad affrontare le stesse scelte cruciali delle loro sorelle più grandi”, di donne “cresciute sull’onda del movimento femminile, che hanno lottato duramente per conquistare posizioni che le loro madri non avrebbero nemmeno potuto sognare e che hanno capito, spesso troppo tardi, che tra i prezzi che avrebbero dovuto pagare per tutto questo c’erano anche i bambini. Donne per le quali combinare famiglia e carriera sarebbe stato impossibile e che ora intorno ai quarant’anni, lasciata l’età fertile dietro le spalle, ci invitano a condividere le loro sofferenze”.

La brutta fine di un bel libro
Nei due mesi successivi alla sua uscita, Creating a Life ha avuto una risonanza mediatica quasi senza precedenti: interventi nei più famosi e seguiti talk-show americani, copertina su Time, dibattiti in prima pagina sul Los Angeles Times, San Francisco Chronicle e New York Times. Eppure c’è un posto in cui di questo libro non c’è traccia: la lista dei best-sellers. Il libro più discusso d’America, quello che agita lo spettro delle donne che sacrificano la famiglia alla carriera e si svegliano a quarant’anni senza figli, ha venduto meno di 8.000 copie. Come ha potuto un libro che ha avuto una campagna di questa portata finire dimenticato sugli scaffali delle librerie? Talk Miramax, l’editore che per questo libro ha pagato un assegno a 6 zeri, sta considerando queste motivazioni: “titolo generico, copertina ambigua e l’incapacità dei media di cogliere le sfumature della ricerca di Hewlett”. Sulla linea del fronte invece, nelle librerie dove la pubblicità si converte in vendite, la spiegazione è molto più semplice: le donne non sono interessate a spendere 22 dollari per un sacco di notizie deprimenti sul loro orologio biologico. Come dice Leslie Graham di una libreria di San Francisco in cui il libro ha venduto solo tre copie, “perché qualcuno dovrebbe spendere denaro per qualcosa che lo farà sentire peggio di prima?”. Nessuno è più sorpreso dell’autrice: “non so come spiegare l’assenza di vendite”, ma alla Talk Miramax ancora non si sono arresi, come dice Jonathan Burnham, editor in chief: “i libri hanno una vita lunga e complicata. Non accetto che il libro non venda”… (fonte: The New York Times – Hot Book that just won’t sell, di Warren St. John)

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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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