Cosa
è rimasto del femminismo e quali sono stati,
secondo lei, gli obiettivi raggiunti?
Il
femminismo è un movimento
che non può essere paragonato a quelli politici perché
non ha delle istituzioni permanenti; è un movimento
latente che ha un andamento arizzomatico, quindi può
comparire, scomparire e tornare. Certo non ha
l’evidenza degli anni ‘70-’80 però sono
rimasti molti legami tra donne, dei centri, anche se
non molto evidenti, di lavoro femminista e
soprattutto è rimasto nella mentalità delle
giovani donne un patrimonio di orgoglio di
sé, di dignità, di richiesta di libertà
che erano dirompenti negli anni delle lotte
femministe e che ognuno ora gestisce per se
nell’ambito del privato molte volte senza essere
consapevole della storia che vi è alle spalle.
Credo sarebbe molto utile parlare alle giovani
donne, raccontare loro delle lotte femministe per
intrecciare un filo rosso tra le generazioni.
Cos'è
la
femminilità?
La femminilità è qualcosa che cambia attraverso le
varie epoche, non è un’identità
immobile. Adesso è in un certo
senso stravolta dall’omologazione,
dal fatto che le donne cercano di essere come gli
uomini e in fondo, gli uomini come le donne. C’è
un avvicinamento tra i due sessi, un’area comune;
anche in famiglia si trova un’area che è un pò
padre-madre, perché il padre fa da madre e la madre
fa da padre. C’è un avvicinamento tra i
due poli, non c’è più quella
radicalità che si riscontrava fino a qualche anno
fa, dove il maschio non doveva piangere mai e la
donna doveva essere tutta seduzione e dolcezza. Sono
polarità molte volte caricaturali
che ognuno vive abbastanza liberamente all’interno
di una gamma di caratteristiche tra le quali sono
racchiusi anche i componenti maschili e femminili.
Nelle donne prevalgono quelli femminili e negli
uomini quelli maschili, ma in fondo ognuno trova la
sua composizione personale e per fortuna non ci sono
più degli stereotipi normativi come la tradizione
ci aveva trasmesso.
Attraverso
la sua esperienza professionale, cosa è cambiato
secondo lei all’interno del rapporto di coppia.
Quali valori oggi tengono unita la coppia, e cosa è
cambiato dopo le lotte per la parità?
Fino agli anni ’60 la mia generazione si
muoveva all’interno di un binario
già precostituito: c’era la conoscenza, il
fidanzamento, il matrimonio. Il matrimonio poi era
per sempre e quindi quel binario si sapeva già dove
avrebbe portato.
Con le lotte civili che hanno portato al riconoscimento
della possibilità di aborto
volontario,
con le dovute condizioni, alla possibilità del divorzio,
alla cancellazione
del reato d’adulterio, alla costituzione di un
nuovo codice
paritetico, le cose sono molto cambiate. Ora non
c’è più
un itinerario valido per tutti, una norma alla
quale attenersi, i giovani oggi stanno cercando
delle strade
nuove da percorrere per stare insieme.
Proprio nell’ultimo libro scritto con Anna Maria
Battistin “L’età
incerta – i nuovi adolescenti” parlando,
avvicinandoci agli adolescenti abbiamo visto una
grande ricerca
di alternative alla famiglia tradizionale, nel
senso che hanno un grande
desiderio di coppia, di stare insieme, di vivere
insieme, ma hanno molte difficoltà nel realizzare
questo desiderio.Molte volte questi ragazzi non
hanno mai visto una famiglia felice; molti hanno
genitori che si sono separati quando loro erano dei
bambini e non hanno, a causa di questo, potuto interiorizzare
dei modelli, importantissimi per poter poi ricreare
una famiglia propria.
Una volta si imparava dall’atmosfera familiare, si
capiva quand’era il momento giusto per parlare e
per tacere, come rinviare i momenti di tensione e
come risolvere le piccole discussioni; oggi
invece i
ragazzi non sanno come comportarsi. Hanno un
grande desiderio di vivere in coppia, ma molte volte
c’è l’incapacità di saperlo fare; per cui
continuano ad allacciare e disfare dei rapporti alla
ricerca di una perfezione, forse a volte
idealizzata, e una grande illusione sulla coppia che
però poi non riescono a gestire nella realtà
quotidiana. Per cui ci si trova di fronte a questa
strana situazione contrastante grande desiderio e
altrettanto grande incapacità.
Lei
che invece ha un matrimonio che dura da tempo, qual
è la ricetta giusta per far funzionare a lungo un
rapporto?
Sicuramente ai nostri tempi era
più facile far durare un matrimonio le
donne avevano uno spazio più importante di
realizzazione di sé, non c’era questo conflitto
con la professione. Adesso vedo molte donne in
conflitto tra decidere sulla realizzazione di sé
personale e realizzazione di sé familiare dove molte
volte domina e prende
il primo posto la professione, quindi il
matrimonio, passato in secondo piano, diventa molto
più fragile.
E’ importante capire che il
matrimonio non è una concezione, ma è qualcosa
che si fa tutti i giorni, è
un continuo costruire. Non è un dato, non
bastano i certificati, l’anello né tutte le
manifestazioni esteriori per essere una coppia. Sono
cose che aiutano, ma il matrimonio è
un discorso aperto, è una narrazione, è la capacità
di continuare a proporre qualcosa di nuovo tenendo
conto dei cambiamenti nelle diverse fasi della vita;
si passa da un innamoramento iniziale ad altri
valori che sono l’amicizia, la solidarietà,
l’affetto, il sostegno reciproco. Gli interessi
diventano molto importanti, i divertimenti, il tempo
libero vanno valorizzati soprattutto quando i figli
sono cresciuti e non c‘è più quella finalità
naturale di accudirli ed educarli che rende solidale
la coppia. Poi vanno trovate nuove complicità e
nuove solidarietà
Quanto
è stata importante per lei la realizzazione
professionale?
La mia
realizzazione professionale è
stata molto importante ed è variata nelle varie
stagioni della mia esistenza; è stato un impegno
professionale molto più blando quando i bambini
erano piccoli, poi man mano che crescevano, sempre
più impegnativo. So che questo è quello che le
donne vorrebbero ( è quanto risulta anche da una
inchiesta della Regione), un rapporto di lavoro
duttile quando i bambini sono piccoli e poi sempre
più impegnativo quando crescono e non hanno più
bisogno delle stesse cure e attenzioni.
Questi anni è proprio il contrario invece, c’è
una grande richiesta di tempo femminile quando la
donna è giovane e poi magari un pensionamento
anticipato proprio nel momento in cui la donna
avrebbe maggior disponibilità di tempo.
Andrebbero
pensati i tempi del lavoro in base ai tempi della
vita.
Io sono stata fortunata in quanto ho potuto dosare i
tempi per il mio lavoro, ho iniziato la mia
professione nei consultori, ho svolto ricerche e da
alcuni anni ho cominciato ad insegnare. Purtroppo
non tutte possono o hanno la fortuna di poter fare
lo stesso percorso.
Mi auspico che in futuro le cose possano cambiare,
che ci sia più sensibilità su questo tema e che
anche i datori di lavoro possano offrire un progetto
di lavoro differenziato, che diventi una possibilità
contrattuale: dai meno adesso e poi darai di più
successivamente.
Cosa
vuol dire essere genitore adesso, è più difficile
di una volta?
E’ molto più difficile. La mia e le
generazioni passate avevano delle sicurezze, delle
certezze, dei valori, degli orizzonti utopici, si
pensava che il mondo potesse cambiare. Negli
anni delle contestazioni i ragazzi trovavano dei
modelli. Bastava che si infilassero l’eschimo
o che andassero ad una manifestazione oppure che le
donne entrassero in un centro femminile con gli
zoccoli che erano già dei modelli di vita che la
società dava loro.
Adesso i
genitori hanno pochissime certezze da trasmettere ai
propri figli; non ne hanno di per sé e quindi
ancora meno da trasmettere. La società attuale non
dà più dei modelli normativi e questi ragazzi
navigano a vista, cercano il proprio futuro, il loro
modello di vita da soli. L’interesse che hanno per
trasmissioni quali il Grande fratello è
significativo; in quello ritrovano un modo nuovo,
diverso di vivere insieme che non è più quello
della famiglia tradizionale, ma di una realtà di
pari, di fratelli, come dice il titolo stesso, che
corrisponde esattamente ai valori delle nuove
generazioni, quelli che io definisco “valori
orizzontali”, che non sono più le grandi utopie
di libertà, di giustizia sociale, ma sono la lealtà,
la solidarietà, la sincerità, i valori del gruppo
di pari che cercano un accordo armonioso per
crescere insieme senza appoggiarsi a delle figure
ideali di riconoscimento.
Quali
sono allora le figure di riferimento per questi
ragazzi, come crescono senza un adulto di
riferimento?
Molte volte è
proprio il
gruppo che funziona come riferimento, diventa il
mediatore tra la famiglia e il mondo esterno. Le
famiglie adesso sono famiglie che danno molto
affetto, molta sicurezza e molta solidarietà, ma
anche un po’ costringono i figli dentro la loro
cerchia affettuosa. Per uscire, per traghettare
verso il mondo esterno questi ragazzi trovano la
mediazione nel gruppo, non solo i maschi come è
sempre avvenuto, ma anche le ragazze; l’incontro
con le coetanee permette di elaborare un percorso di
vita comune e quindi di sperimentare nuove strade.
Naturalmente siamo in un momento sperimentale, non
ci sono ancora delle soluzioni. E’ un ”età
incerta”, è sempre stata un’età di
prove ed errori, ma particolarmente incerta in
quanto ci troviamo in un’epoca storica che non dà
dei modelli da trasmettere, non dà delle certezze,
ma lascia queste generazioni in un certo senso alla
sperimentazione di sé stesse, alla costruzione di
un’identità fatta in gran parte da soli, anche
perché la contrapposizione frontale con i genitori
è venuta meno, non c’è più la rabbia, la
contestazione; i genitori sono diventati genitori
permissivi, genitori con cui si va d’accordo. Lo
scontro era importante perché era un modo per
definire sé, per mettere dei limiti, dei
paletti; ora invece c’è un andamento un po’
paludoso per cui i ragazzi tendono a non uscire
dalla famiglia, non a caso stiamo oltrepassando
nella maggior parte dei casi la soglia dei
trent’anni e ancora i giovani vivono in casa; manca
il desiderio di rottura che invece era proprio
della generazione degli anni ’70.