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Buona notte, oggi è lunedì 12 maggio 2008

Il maschio soft

 

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Il maschio soft

Viene definito così l’uomo contemporaneo, per indicare la mancanza di mascolinità che “regna” nel suo animo. Quindi uomo-uomo o uomo-donna?

Il maschio soft 
Affrontando il variegato mondo delle relazioni umane, le innumerevoli sfaccettature che assumono i rapporti di coppia e le molte esperienze personali, si è andata formulando una visione dell’uomo contemporaneo come un personaggio poco in armonia con se stesso e con la figura femminile. 

Dalla lettura del libro “Fragile come un maschio", scritto dalla psicologa Maria Rita Parsi e dall’intensa intervista realizzata con lei è emersa la figura di un uomo in difficoltà a rapportarsi in maniera adulta e consapevole con le donne, ma anche la difficoltà che alcune donne hanno nel costruire rapporti maturi e duraturi con il proprio compagno. Dalla lettura delle storie di questi uomini e di queste donne si ha la possibilità di riflettere riguardo a un mutato rapporto tra i due sessi e l’influenza che il rapporto che si ha con l’uomo o la donna più importante della nostra vita, il padre o la madre, ha sulla nostra capacità di stabilire relazioni positive una volta diventati adulti.

L’uomo contemporaneo
Nei numerosi articoli pubblicati ogni giorno sui giornali, nelle conversazioni tra amiche, nei rapporti personali, si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un uomo “smarrito”, in bilico tra l’attrazione per un uomo o per una donna.
Descriverlo è molto complesso, sarebbe molto più semplice se lo facesse lui stesso, ma al contrario delle donne, che forse a volte parlano fin troppo, l’uomo non ha l’abitudine a raccontare di sé, delle proprie emozioni, dei propri dubbi, certezze o paure.

Il suo background culturale gli “vieta” in un certo qual modo di mostrare ogni forma di debolezza o atteggiamento riconducibile a quello femminile, pena la derisione e l’umiliazione da parte della “sua” gente, nonché per timore delle proprie fragilità; allora è ben difficile capire cosa si cela dietro quello sguardo maschile che sempre più vediamo spaurito e disorientato da questa donna che invece avanza decisa a riconquistare la sua dignità, la sua libertà e possibilità di parola. “Questo non osare, però produce dei fenomeni di malessere, di disagio, di rifiuto del rapporto con il femminile, di aggressività, di distruttività, di violenza che sono sotto gli occhi di tutti.”

Sono soprattutto i giovani i soggetti più a rischio perché figli di una generazione di donne che si sono ribellate, che hanno vissuto il femminismo fino in fondo e che hanno deciso di non assoggettarsi più al “potere maschile”, sono figli di donne che hanno vissuto in modo ambivalente il loro desiderio di essere donne e madri; sono uomini che si trovano di fronte alla fine delle guerre alla vecchia maniera in cui loro avevano dei compiti ben precisi e che ora, invece, con le “guerre” tecnologiche devono rivedere il “modo di combattere”.

In un mondo in cui ci si misura con la qualità delle parole, dell’intelligenza, della capacità di produrre economia le donne stanno entrando mostrandosi capaci, abili a parlare, intelligenti, pratiche. L’effetto che tutto questo ha sull’uomo è quasi distruttivo, da una parte lo spinge verso un atteggiamento di adesione ad una visione di predominio femminile; dall’altra rischia di spingerlo su posizioni di misoginia, di rifiuto del femminile, di fastidio verso le donne. Allora “l’uomo deve cominciare a porsi in discussione, a liberarsi e ad emanciparsi. Deve ritrovare la propria identità maschile di genere, deve ritornare al maschio selvaggio (così come definito dal Dott. Claudio Risè)”.

L’uomo e l’amore
Anche l’amore spaventa l’uomo, e la lettera di Aldo, tratta dal libro “Fragile come un maschio” ne è un esempio: Aldo scrive a Lila che ama, ma che intende lasciare perché non ce la fa a vivere sentimenti ed emozioni. Ha troppa paura che un amore così bello possa finire. Una paura così grande che preferisce rinunciarvi.

Non sono sicuro, Lila. Non di come siamo capaci di stare assieme, di tenerci compagnia, di come il tempo si annulli quando il mio tempo è per te. No, di tutto questo ho solo certezze. Non sono sicuro che i fantasmi delle mie paure non si riaffacciano e ti allontanino da me in maniera feroce, come hanno tentato di fare di recente.(..) Tu per me sei la migliore, hai oscurato tutti i ricordi più importanti e non sono sicuro di fare la cosa migliore facendo tutto questo. Ti prego solo di lasciarmi un angolino del tuo cuore e di portarmi sempre con te così come io farò con te. Ti amo, 
Tuo Aldo”

Si può essere incapaci di amare? Oppure è meglio parlare di paura di essere abbandonati, di rivivere una situazione di dolore terribile provata da bambini?
Il neonato sa che se manca chi si occupa di lui, morirà; per questo è dipendente dagli altri in tutto e per tutto.
Chi ha il terrore della dipendenza è perché la identifica con la morte. Un bambino che vive i rapporti sbagliati tra i genitori subisce un abbandono, si sente non amato, non accudito e questo timore resta vivo dentro di lui e lo accompagna in tutti i suoi rapporti futuri, condizionando la sua capacità di resistere alla fine delle relazioni. Questa paura di vivere un abbandono si rivede in ulteriori atteggiamenti sbagliati che possono essere o un attaccamento morboso ad una figura femminile, che sostituisce la madre assente, o il rifiuto totale della relazione, se troppo coinvolgente, additando la scusa di non essere in grado di tollerare l’idea di una fine.

Ma allora cosa significa essere capaci di amare: “la capacità d’amare è la capacità di amarsi, di incontrare l’altro perché l’altro ci permette una conoscenza di noi approfondita. L’amore è identità, è il raggiungimento di una conoscenza profonda e di un amore di sé anche attraverso l’amore e il rapporto con l’altro.”

Conoscersi ed essere felici
Per amare è necessario amarsi, ma per amarsi ci si deve conoscere ed è possibile conoscersi sia attraverso il rapporto con l’altro e ciò che da lui/lei ci viene rimandato, sia rendendosi conto che la prima ricerca che si deve fare per conoscersi deve partire da noi stessi, da ciò che è intorno a noi, e considerare attentamente che “noi siamo il più grande capolavoro che possiamo fare nella nostra vita, noi siamo l’opera d’arte che dobbiamo fare, abbiamo una storia, delle esperienze, delle radici e dobbiamo esplorarle per poter rimettere assieme tutto ciò che siamo”.
L’errore più grosso che si possa fare, e che purtroppo si sta facendo è quello di trarre degli esempi e dei modelli di comportamento dall’esterno, aderendo a idee o a stili di vita senza chiedersi il perché, senza indagare dentro di noi il motivo di certe scelte e soprattutto senza rispettare le nostre personali attitudini.

Si cerca di apparire e non di esistere come persone, ci si affida all’immagine sperando che vada tutto bene e invece “la vita non è fatta di come appari un momento, la vita è fatta da tutto quello che sei capace di dimostrare”.

Dimostrare però non vuol dire competere. E invece la competizione è spesso presente all’interno delle relazioni, non ci si considera persone che si devono incontrare, ma maschi e femmine, tutto in funzione di mostrare a chi ci sta vicino che siamo più forti, che valiamo di più. Non un confronto, ma un conflitto.

Quindi conoscersi, amarsi per essere felici. Ma cos’è la felicità:

  • “L’accettazione che la felicità per sempre non esiste, che “la vita è – come disse Valentina, una bimba di otto anni – un dolore che non finisce mai e un piacere che non passa più”;

  • cos’è la felicità se non la possibilità di essere se stessi al meglio;

  • cos’è la felicità se non la possibilità di essere capaci di accettare anche le cose dolorose che ci capitano come esperienze che ci aiutano a crescere;

  • la felicità cos’è se non la capacità di vivere il bene al meglio e di vivere quello che ci arriva come male, come un grande maestro, un grande insegnamento;

  • la felicità è la possibilità di avere dentro di sé la scorta giusta di valori e di energie, di strumenti per affrontare la vita, questa è la felicità; felicità e realizzazione di sé sentendosi ricchi, non di denaro, ma di valori, strumenti, possibilità, amicizie, incontri.

Per concludere, la speranza che rimane è che possa sempre esistere la possibilità di un confronto e, a chi pensa che sia solo un’utopia e che le cose non possano essere modificate, la Dottoressa Parsi rivolge queste parole: “è utopico chi pensa differentemente, è utopia pensare che si possa continuare senza un cambiamento profondissimo da parte sia delle donne che degli uomini”. E come disse Oscar Wilde: “una mappa del mondo che non prevede il paese dell’utopia non merita neppure uno sguardo”.

Maria Rita PARSI, Fragile come un maschio – Mondadori, 2000

I maschi non sono forti come vorrebbero apparire ne come le donne li vorrebbero. I maschi sono -  anche e soprattutto – fragili.
Ma hanno una possibilità: accettare, indagare e riconoscere la loro fragilità, per capirla e per cambiarla. Sarebbe il primo passo cerso una straordinaria rivoluzione sociale.
Nel cuore dei maschi, infatti, quella rinnegata fragilità – quel “vizio d’origine” che li vuole figli del fango, primi nella mente di Dio, per far nascere poi la donna da una loro costola – si è trasformata nel tempo in invidia, senso di inadeguatezza, bisogno di sottomettere e di ferire.
Accettare la propria fragilità può diventare, finalmente, una liberazione. Può consentire ai maschi di rinunciare alla sfida, alla perenne misurazione dei corpi, all’invidia del grembo, grotta-d’amore o Paradiso terrestre, dal quale sono nati al mondo maschi, e per questo per sempre “derubati” della possibilità di ricreare in sé quell’Eden originario.
In questo nuovo libro, insieme coinvolgente e sconcertante, che fa seguito al successo dell’Amore dannoso, la psicoterapeuta e scrittrice Maria Rita Parsi esplora “amorosamente” la condizione maschile attraverso ventitrè storie di maschi che “si fanno uomini”. I protagonisti raccontano in prima persona le proprie esperienze affettive o familiari, le scelte, le prese di coscienza, le sconfitte o i successi. Ai racconti fanno da contraltare le voci delle donne della loro vita: madri, mogli, figlie, amanti, colleghe e amiche.
Ne emerge, con straordinaria autenticità, la difficoltà che richiede il sentirsi interamente uomini: è un cammino che passa dalla scoperta del femminile, dentro e fuori se stessi, e porta a individuare e formulare, finalmente, un codice d’intesa con le donne. Il traguardo è la consapevolezza di essere diventati “maschi da amare”, grazie a quella forza che solo l’accettazione della propria fragilità può dare.

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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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