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Buon pomeriggio, oggi è venerdì 9 maggio 2008

Caccia al difetto

 

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Caccia al difetto

E’ davvero necessario trovarsi belli per sentirsi vivi? Viaggio nel continente dell’apparenza.

Il nostro corpo è la prima cosa che gli altri vedono di noi, e il nostro aspetto fisico il primo elemento offerto al loro giudizio. Strumento di lavoro per alcuni, di seduzione per altri, il corpo è questo e molto, molto altro ancora. Amico o nemico? Il rapporto con il proprio corpo parla dell’amore di sé, della fiducia, della confidenza …

La ricerca della gradevolezza non dovrebbe tendere a raggiungere ideali impossibili, ma a crearsi un’immagine che corrisponde a se stessi e fa sentire a proprio agio – curandosi, ritrovandosi; in altre parole, volendosi bene. Ma allora, in breve: sentirsi belli vuol dire sentirsi desiderabili? Sì, perché coincide con il sentirsi amabili, apprezzabili e apprezzati in genere, dal partner ma anche dai colleghi, dagli amici, dagli estranei, in una seduzione a tutto campo che passa attraverso l’aspetto che si decide di darsi, e lo sguardo che si sceglie di stimolare.

Così come una bellezza agghindata e irraggiungibile nasconde un messaggio aggressivo – non mi avrai – allo stesso modo la trascuratezza insistita costituisce una mancanza di rispetto per se stessi, ma anche per gli altri: non ti voglio può allora nascondere il messaggio disperato  tanto non mi vuoi. Ecco allora i due estremi del rapporto con il proprio aspetto: i fashion victims che credono di curare le proprie ferite narcisistiche a colpi di griffe o di bisturi, e i trasandati cronici polverosi e sciatti che hanno una bassa stima di sé.

Il corpo è una vetrina che protegge ma allo stesso tempo espone, rappresentando colui che la abita: la sua immagine deve essere sufficientemente seducente per garantirgli la riuscita nella vita professionale, personale, sociale, e a volte familiare. Allora il corpo diventa una merce che bisogna vendere, sempre, e a tutti: datori di lavoro, partner, relazioni. Dunque, deve essere bello, sano, ben tenuto, riparato – e se è il caso, trasformato.

La bellezza non è più futile, è funzionale. Non più transitoria, ma forse anche per effetto dell’allungarsi della vita, perenne. Più che un piacere, un dovere che il mercato domina e insegue proponendo infinite soluzioni a misura di ogni gusto, e di ogni tasca.

L’immagine che abbiamo di noi stessi è raramente obiettiva. Possiamo talvolta passare troppo tempo a confrontarci con un’immagine ideale, con l’aspetto che vorremmo avere, e la nostra insoddisfazione allora non si riferisce più al nostro aspetto reale, ma a un ideale immaginario che diventa il criterio di valore irrinunciabile di ogni giudizio. La ricerca di un assoluto inafferrabile rende dunque impossibile l’amore di sé, oppure innesca un’angoscia costante per la paura di invecchiare, di perdere o di danneggiare il proprio aspetto.

Riconoscersi, accettarsi, valorizzarsi sono conquiste che vanno molto oltre – ma soprattutto vengono molto prima – del rapporto con il proprio corpo, che troppo spesso diventa il capro espiatorio di un mancato rapporto con se stessi in altre aree ben più profonde e significative dell’aspetto fisico. E’ molto difficile ritrovare qualcosa del proprio valore originale a partire dalla propria apparenza…

La bellezza nei due sessi: che cosa distingue la bellezza di un viso maschile da quello femminile? Ovvio, la differenza! Secondo Steven Pinker in Come funziona la mente: “I volti medi sono un buon punto di partenza, ma alcuni visi sono ancora più attraenti di quelli medi. Quando i ragazzi raggiungono la pubertà, il testosterone fa crescere le ossa delle mandibole, delle arcate sopraccigliari e della regione nasale. I volti delle ragazze crescono in modo più uniforme. La differenza nella geometria tridimensionale permette di distinguere una testa maschile da una femminile anche se sono completamente calve e rasate. Se la geometria di un volto femminile è simile a quella di un volto maschile, la donna è bruttina; se è meno simile, è più carina.”

Ma chi è bello? In primo luogo, qualcuno che abbia avuto uno sviluppo normale e non abbia infezioni. Perché un uomo sano e vigoroso sarà probabilmente non contagioso e più fertile, e la sua resistenza ereditaria si trasmetterà alla prole. Sarà bella una donna con la mandibola piccola e le ossa facciali leggere, segno di giovinezza, corredo ormonale ottimale, e del fatto di non aver mai avuto figli. Secondo Pinker: “La simmetria, l’assenza di deformità, la pulizia, la pelle senza macchie, gli occhi limpidi e i denti intatti sono attraenti presso ogni cultura.” E aggiunge:“La misura media di un lineamento in una popolazione locale è una buona stima del disegno ideale favorito dalla selezione naturale.” Dunque, il partner “migliore” è quello meglio adattato.

Il corpo sociale
Così come l’identità e la personalità, anche l’immagine si forma nella relazione.
Scrive Umberto Galimberti ne Il corpo: “La costruzione dell’immagine corporea non dipende solo dalla storia del singolo individuo, ma anche dall’incidenza dell’elemento sociale (…) Espressioni quali: “di fronte a lui mi sento un pigmeo”, “quando lo vedo mi si allarga il cuore”, “in mezzo a questa folla ondeggiante mi sento affogare” e altre consimili dicono, in espressione metaforica, quanto la correlazione sociale sia decisiva per la formazione dell’immagine corporea
”.

La metafora di cui il linguaggio comune fa uso non fa quindi che riflettere la profonda verità del corpo come corpo sociale: “Qui la metafora non è un mezzo espressivo per approssimazione, ma è l’espressione diretta di quell’esperienza immediata che nel linguaggio conserva la specifica modalità con cui la nostra corporeità acquista rilevanza”.

Accettati o respinti
La pressione della collettività, la forza del suo sguardo su di noi e sul nostro aspetto, hanno secondo Galimberti un impatto esorbitante – specie quando sono negative – sulla nostra percezione di noi stessi: “Decisivi a questo proposito sono i rapporti con gli altri, il cui interesse positivo o negativo per alcuni aspetti del nostro corpo porta a una modificazione della nostra immagine che accentua o rimuove ciò che sente accettato o respinto. (…) i canoni collettivi di bello e di brutto con le loro conseguenze psicologiche a livello individuale sarebbero incomprensibili se non si considerassero le interrelazioni che esistono tra le varie immagini che ciascuno offre di sé. Se è vero infatti che non può costruirsi un io senza un tu, così non possiamo costruire la nostra immagine corporea senza l’immagine corporea altrui.”

E infine, la variabilità e la fragilità del concetto di bellezza: “Basta lasciare i confini della propria razza per non disporre più di criteri di bellezza, essendo questo ideale e la sua misura il frutto della continua socializzazione delle immagini corporee”. E questa precarietà dei modelli innesca, secondo Galimberti, l’ansia che fa sì che “la bellezza non è mai pienamente rassicurante e fino all’ultimo soddisfacente. Il carattere infido che la circonda dice la precarietà delle nostre immagini corporee, la loro fragilità, la loro distruzione sempre possibile.”

Dell'invecchiare in bellezza: perché la bellezza maschile non declina con l’invecchiamento alla stessa velocità di quella femminile? Secondo Pinker “non perché nella nostra società vige una doppia misura, ma perché la fertilità maschile non cala con l’invecchiamento con la stessa rapidità di quella femminile”

Il corpo privato: piccola nota sull’identità

Che cos’è l’identità individuale? In La conquista dell’identità Giovanni Jervis distingue l’identità per me stesso: “semplicemente il poter dire: questo sono io … E anche: io sono così” dall’identità per gli altri: “… accade che nella vita di tutti i giorni, cioè nella sfera sociale intorno a noi, tutto quanto sia personalizzato. …. I vicini, per esempio, che abitano più giù nella strada, il barista da cui prendiamo il solito cappuccino la mattina, il vigile di quartiere, hanno ben chiara una loro idea sulla nostra età, stato civile, condizione sociale, e spesso anche sulla nostra moralità. La nostra identità, per loro, è inscindibile da un giudizio che esprimono sul nostro conto e continuamente confermano o correggono”

Essere se stessi, essere diversi – sottotitolo del libro – riassume i due concetti fondamentali di identità e differenza. Che a loro volta contengono, inevitabilmente, un giudizio di valore. L’aspetto fisico delle persone, la loro gradevolezza o sgradevolezza ai loro stessi occhi oltre che a quelli degli altri, sono parte fondante dell’identità soggettiva. Nessuno di noi può prescindere dal proprio corpo, veicolo primario di ogni relazione.

Di cosa è fatta la nostra riconoscibilità? Jervis riporta i tre aspetti che secondo James costituiscono l’identità, e quindi la riconoscibilità della persona:

  • l’identità visibile 
    “Qui … il nostro aspetto fisico non è un elenco anonimo di caratteristiche biologiche, ed è qualcosa di più delle fattezze del viso e della forma del corpo. Piuttosto, è tutto ciò che ci caratterizza allo sguardo esterno”.

  • l’identità sociale
    “il riconoscimento che ciascuno ottiene dal mondo a cui appartiene. … Il riconoscimento sociale di cui una persona gode, è riconoscimento di una sua dignità sociale

  • l’identità spirituale
    “l’abbandonare il nostro abituale guardare verso l’esterno per guardare invece verso l’interno. …. L’identità psicologica colt a nella sua interiorità, ossia nella complessità dell’introspezione di ciascuno”

Io e la mia immagine
Che cosa nasconde l’attenzione eccessiva alla propria immagine? “Il narcisismo – scrive Jervis – è il modo più semplice, e al tempo stesso più ingenuo, con cui noi tentiamo di controbilanciare l’insufficienza della nostra immagine. Basta poco per accorgersi che alla sua origine c’è sempre un disagio: colui (o colei) che passa troppo tempo davanti allo specchio quasi mai è una persona soddisfatta del proprio aspetto, in genere è invece una persona insicura. Il problema vero, infatti non è il narcisismo ma la fragilità che esso tenta di compensare. Le difese narcisistiche consistono nel bisogno di spendere tempo, ed energie, per costruire e coltivare rassicurazioni formali, e magari “di facciata”, circa la propria identità.”

Un sano narcisismo
Trovarsi gradevoli aiuta a vivere meglio, rende più sciolti nei rapporti con gli altri, più fiduciosi in una risposta positiva e in generale, più disponibili a mettersi in gioco. Jervis conferma:

“il curare la propria immagine fisica con cosmetici e abiti valorizzanti è qualcosa che fa sentir bene, indipendentemente dai vantaggi che provoca: in altre parole, dà sicurezza. Non c’è nessun valido motivo per non valersene …”. E per chi invece non si piace proprio da morire?

si può riuscire a cambiare, paradossalmente, soltanto accettandosi”.

La ricetta dell'attrazione: esseri certi della propria individualità, sentirsi maschio o femmina con orgoglio e convinzione, amare se stessi: sono questi, si ritiene, gli elementi determinanti della capacità di ogni persona di attrarre una persona dell’altro sesso. Ma hanno tutti lo stesso peso? No, secondo lo psicoanalista freudiano Stefano Bolognini, che in Come vento, come onda scrive: “una persona non ben specificata sessualmente, ma ben rifocillata dal punto di vista narcisistico, può esercitare più attrazione di una dotata di solida identità di genere, ma narcisisticamente deprivata”.

Quanto è brutto essere brutti: quando l’aspetto condiziona la vita

E’ difficilissimo affrontare il tema della bruttezza senza ipocrisia. In un’enorme rimozione collettiva, la nostra società ha di fatto eliminato la categoria fisica del brutto applicata alle persone: a una parola tassativa e impietosa ha sostituito i concetti possibili ma dolciastri di migliorabilità e di autopromozione – e da ultimo, per i casi disperati, quello definitivo e crudele di trasformazione. Essere brutti è dunque impossibile, impensabile, scandaloso: e chi lo è a dispetto di tutto ne è responsabile, forse addirittura colpevole. E così, serenamente, i brutti diventano insignificanti, poi invisibili, e infine inesistenti…

Ma in mezzo a tanta zuccherosa correttezza politica si alzano le voci di chi brutto lo è – o brutto si sente – e racconta la propria storia. Cui Isabella Bossi Fedrigotti ha risposto riconoscendo con coraggio e umanità l’esistenza del problema, come vedremo nelle due risposte che seguono.

           7 marzo 1994

“Non sono alta, ma abbastanza ben fatta. Anch’io sono capace di sostenere conversazioni filosofico-scientifiche, senza però che il mio indice di gradimento subisca impennate. Il mio problema sono le persone che incontro tutti i giorni per strada o altrove e che considerano di me soltanto il brutto involucro. … E nonostante questo un fidanzato ce l’ho. In verità non si è buttato a terra quando ci siamo conosciuti, però ha saputo guardare dentro il brutto contenitore, e quello che ha visto evidentemente gli è piaciuto”
Maria Pia di Perugia

Isabella Bossi Fedrigotti risponde:

“ (…) Maria Pia sarà un caso limite, ma è solo una delle tante “racchie” che ha scritto raccontando come è brutto essere brutte e di come in qualche caso la mancanza di grazia di un viso, di un corpo abbia procurato tali complessi da segnare una vita dall’inizio alla fine”. 
© Corriere della Sera

E infine, riportiamo un brano della lettera di Antonia G. di Roma, datata 2 marzo 1995:

         “Non ho mai avuto niente di tutto ciò che piace
          agli uomini, né la bellezza, né la dolcezza, né la
          frivolezza.”

e la risposta di Fedrigotti:

“Mi dispiace doverlo dire, cara Antonia, ma purtroppo, se anche la bellezza davvero conta poco, la bruttezza invece può contare, e molto, quando non si riesce a dimenticarla e a farla dimenticare, quando pesa così tanto da condizionare l’intera vita”
© Corriere della Sera

La bruttezza immaginaria: attenzione ai condizionamenti – avverte Pinker: “Il nostro gusto estetico si calibra sulle persone che vediamo intorno a noi, compresi i nostri illusori vicini nei mass media. Un’abbuffata quotidiana di persone virtuali di inusitata bellezza può tarare le scale su nuovi valori e farci apparire brutti gli individui reali, compresi noi stessi”

Bibliografia:

Steven PINKER, Come funziona la mente – Mondadori, 2000

Stefano BOLOGNINI, Come vento, come onda. Dalla finestra di uno psicoanalista i nostri (bi)sogni di gloria- Bollati Boringhieri, 1999

Umberto GALIMBERTI, Il corpo – Feltrinelli, 1987

Giovanni JERVIS, La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi – Feltrinelli, 1997

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