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Si può misurare l'intelligenza?

 

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Si può misurare l'intelligenza?

I test che misurano il quoziente intellettuale (QI) sono diventati famosissimi. Proposti come strumenti razionali, dovrebbero determinare i criteri universali dell’intelligenza umana. Ma sono veramente in grado di rendere conto di un fenomeno complesso come l’intelligenza, con tutti i suoi risvolti emotivi?

I test di intelligenza compaiono nel 1900 nell’effervescenza delle prime ricerche in psicologia sperimentale. Controversi nella loro forma fin dall’origine, diventano strumenti di misura dell’intelligenza con Alfred Binet nel 1905. All’epoca, servivano a scoprire i soggetti affetti da ritardo mentale, soprattutto tra i bambini scolarizzati. Composti da 30 prove diverse, i testi misuravano aspetti come l’immaginazione, la memoria e il livello di comprensione. Da allora non hanno smesso di arricchirsi, e di modificarsi.

la curva a campana
Detta anche “curva di Gauss”, la curva della distribuzione casuale rappresenta la distribuzione statistica dei valori individuati effettuando una certa misura su un ampio numero di soggetti. Creata per rappresentare una distribuzione puramente casuale, la curva a campana fa coincidere i suoi due estremi, di destra e di sinistra, con l’assse delle ascisse solo all’infinito (aritmeticamente), il che non è realistico per molte distribuzioni che si riscontrano nella pratica, e che sono in massima parte casuali ma presentano dei limiti agli estremi. Per esempio, Quozienti di Intelligenza (QI) prossimi a “infinitamente alto” o minori di zero non possono esistere, e così neppure altezze o pesi individuali infiniti o inferiori a zero. Ciò fa sì che ai due estremi i valori reali si possano discordare abbastanza sensibilmente da quelli pronosticabili utilizzando la curva di Gauss, che appena ci si allontana da questi limiti rappresenta fedelmente la distribuzione dei valori. La capacità di rappresentare una qualsiasi distribuzione statistica in zone non immediatamente prossime a eventuali limiti è oggigiorno universamente riconosciuta.

Il quoziente intellettuale è il rapporto tra il punteggio ottenuto da un bambino in un test sullo sviluppo intellettuale e la media dei punteggi ottenuti dai bambini della stessa fascia di età. Il rapporto viene moltiplicato per 100, perciò un bambino ha in media un QI di 100. Da molti anni ormai il QI non rappresenta più questo rapporto, ma lo scarto in rapporto a una media umana teorica di 100. La distribuzione dei punteggi obbedisce a una rappresentazione sotto forma di curva di distribuzione statistica a campana (curva di Gauss) il cui asse di simmetria è basato sull’asse 100. Così, le persone che hanno un QI superiore a 155 sono tante quante quelle che hanno un QI inferiore a 85.

Secondo questa curva, quasi due terzi della popolazione hanno un QI compreso tra 85 e 115 (scala Stanford-Binet), il 2.5% supera la soglia di 130, cioè ha un QI molto superiore alla media, e il 2.5% ha un QI inferiore 70, cioè rivela una debolezza intellettuale.

Imposture intellettuali
La controversa e contestatissima curva a campana di Herrnstein e Murray, aveva rilanciato la tesi secondo la quale l’intelligenza è un carattere principalmente ereditario. Ma le conclusioni dell’opera andavano molto oltre la constatazione scientifica. Secondo gli autori, infatti, se l’intelligenza è geneticamente determinata e se la democrazia offre a ciascuno la possibilità di elevarsi socialmente in funzione delle sue capacità intellettuali, allora è inutile spendere denaro pubblico per migliorare la condizione sociale delle persone che hanno scarse capacità intellettuali. Per esempio, secondo questi studiosi, i neri hanno in genere un QI meno elevato e quindi, in conseguenza di ciò, uno stato sociale meno elevato. Si vede in questo caso con eclatante chiarezza come dei risultati scientificamente criticabili lo sono ancora di più sotto il profilo ideologico, quando incoraggiano l’avvento di una politica sociale apertamente razzista.

I test di intelligenza suscitano ormai moltissime polemiche. L’intelligenza è puramente cognitiva, cioè basata sui processi di elaborazione delle informazioni presentate sotto forma di conoscenza o di problematica, oppure è cognitivo-emozionale? L’interazione tra cognizione ed emozioni è oggi un fatto assodato. L’emozione contribuisce allo sviluppo di attitudini specifiche, e influenza il modo in cui l’informazione viene canalizzata. La conoscenza delle emozioni e il loro uso in un comportamento finalizzato costituisce la forma principale di espressione dell’intelligenza emotiva. Infatti, nei test di intelligenza emotiva si chiede di identificare l’emozione vissuta da personaggi immaginari in scenari fittizi. Dunque, non sarebbe corretto considerare l’intelligenza come un riflesso esclusivo della cognizione. La comprensione e la gestione delle emozioni contribuisce anche, in una certa proporzione, all’attivazione di comportamenti intelligenti.

“L’intelligenza è quello che misurano i miei test”, diceva Binet. Ma l’intelligenza può davvero venire censita dai test, o al contrario i test ne danno una visione troppo riduttiva? I criteri dei test sono veramente pertinenti e obiettivi? Secondo alcuni scienziati, il QI non è in grado di rendere conto di un fenomeno complesso come l’intelligenza, che apparterrebbe a ogni individuo in gradi diversi e in sette forme distinte che vanno semmai misurate separatamente:

-     l’intelligenza musicale, come quella dei musicisti

-     l’intelligenza spaziale, come quella degli scultori

-     l’intelligenza corporeo-cinestesica, come quella degli sportivi o dei ballerini

-     l’intelligenza logico-matematica, come quella degli scienziati

-     l’intelligenza linguistica, come quella degli scrittori e dei poeti

-     l’intelligenza interpersonale, che facilita i rapporti sociali

-     l’intelligenza interpersonale, tipica di quelle persone che conoscono molto bene se stesse

Il QI è una serie di una trentina di test eterogenei messa a punto nel 1906 dallo psicologo francese Alfred Binet per il Ministero dell’Educazione, con l’obiettivo di identificare gli allievi che avevano problemi di apprendimento, e dare loro un aiuto personalizzato. Da allora il test è stato più volte modificato e adattato. Il test più usato è quello di Wechsler, ma ne esistono altri come lo Stanford-Binet, il K.ABC, il Catell e la matrice di Raven; in particolare questi ultimi due sono test a-culturali. Il QI valuta il quoziente intellettuale, e non il Quoziente di Intelligenza; non si tratta di misurare l’intelligenza, ma piuttosto di stabilire un confronto con una popolazione di riferimento o con la persona stessa, per esempio per valutare lo sviluppo (o il deterioramento) delle sue capacità intellettuali. I test non valutano, per esempio, l’intuizione e l’immaginazione, ma piuttosto la performance generale del soggetto. L’intelligenza è la facoltà di capire e di costruire un ragionamento, e non è solo la capacità di restituire un sapere; inoltre, alcuni ritengono che i test non possono avere un valore universale, date le diversità culturali tra i popoli. Per esempio, alcuni studi hanno dimostrato che i risultati in termini di QI degli immigrati miglioravano molto 5 anni dopo il loro arrivo nel paese di adozione.

Ovviamente i risultati dei test sono ponderati in funzione dell’età, dato che il QI evolve in maniera importante dai primi anni di vita. Due studiosi che hanno osservato 67 bambini tra 4 e 6 anni con un QI basso hanno dimostrato che le loro prestazioni intellettuali erano fortemente migliorate dopo l’adozione da parte di genitori appartenenti a uno strato socioculturale elevato. Si è osservato anche che i risultati potevano variare di ben 10 punti in funzione dello stato psicologico e fisico (stanchezza, stress…) nel quale la persona si trova al momento del test.

QI celebri
Nel 1926 la psicologa Morris Cox ha pubblicato uno studio su uomini e donne considerati tra i più intelligenti della storia. Il loro QI è stato valutato in funzione degli scritti e dei lavori prodotti prima dei 17 anni di età. Qualche risultato stupefacente: il poeta tedesco Goethe risulta il più intelligente di tutti con un QI di 210, seguito a ruota dal filosofo Pascal (195) e dal matematico Galileo (185). Descartes e Nietzsche hanno un QI di 180, Immanuel Kant 175, Mozart di 165 pari merito con Darwin, e Albert Einstein, a sorpresa, ha solo 160, esattamente come Copernico…

E’ importante distinguere tra i quozienti di intelligenza misurati negli adulti, e quelli dei bambini: mentre nei bambini il QI in teoria non ha alcun limite superiore, negli adulti viene considerato non misurabile quando supera il valore di 200 (“genio non misurabile”, o “unmeasurable” genius, come nel caso di Goethe). Ciò è dovuto alla diversità dei metodi impiegati: secondo la definizione di quoziente intellettuale per un bambino, l’età mentale viene divisa per l’età cronologica, e il quoziente ottenuto viene moltiplicato 100. Lo stesso metodo non può essere utilizzato per gli adulti, per i quali si impiega invece un valore medio statistico di 100 per il numero medio di risposte corrette per un gruppo adulto rappresentativo della popolazione generale (Deviation IQ). Le versioni modernizzate dei test di Binet consentono oggi di misurare lo sviluppo dell’intelligenza infantile a partire dai due anni, di sei mesi in sei mesi fino a cinque anni, e poi di anno in anno fino a 14 anni.

Intelligenti si nasce o si diventa?
L’intelligenza è riservata ai fortunati dalla nascita, o è forgiata dalla vita in funzione delle esperienze soggettive e dei condizionamenti ambientali? Se l’uomo conserva una singolarità, essa risiede nelle circonvoluzioni della materia grigia. Per la maggior parte degli scienziati, la chiave del mistero dell’intelligenza umana è basata più sui percorsi individuali che sul  fattore ereditario, tuttavia non si può escludere l’idea della predisposizione. L’educazione, l’apprendimento e le influenze ambientali che comprendono tutti i condizionamenti sociali e culturali subiti nella vita, partecipano alla formazione dell’intelligenza individuale. E questi due vettori, infinitamente variabili, sono gli scultori della nostra intelligenza. In altre parole, non esistono due intelligenze identiche. L’intelligenza si divide in due grandi gruppi di intelligenze, l’intelligenza astratta e l’intelligenza intuitiva, i quali comprendono a loro volta diverse forme di intelligenza.

L’intelligenza astratta, nella quale sono repertoriate:

-     l’intelligenza logica (ragionamento)

-     l’intelligenza verbale che comprende la comprensione del linguaggio e l’estensione del vocabolario

-     l’intelligenza spaziale legata alle forme nello spazio, per esempio quella che consente di immaginare lo svolgimento di un solido in un piano

-     l’intelligenza relativa all’immaginazione, la capacità di pensare cose nuove, partire da un oggetto e farlo evolvere verso rappresentazioni diverse

In generale, i test di intelligenza classici riguardano soprattutto la misura di questo tipo di intelligenza.

L’intelligenza sociale, invece, raggruppa:

-     l’intelligenza sociale

-     l’intelligenza emotiva

-     l’intelligenza pratica

L’intelligenza sociale si manifesta nelle relazioni sociali, e rappresenta la capacità di capire le emozioni e le attitudini degli altri nei nostri confronti. L’intelligenza emotiva è invece legata alla capacità di capire e di analizzare le proprie emozioni, ma anche quelle altrui. Infine, l’intelligenza pratica, legata a situazioni specifica, è quelle degli amanti del bricolage, e pur avendo un rapporto con l’intelligenza logica, quella pratica è tuttavia profondamente diversa. Si possono associare in un unico individuo tutte queste forme di intelligenza? Se si possiede una buona intelligenza logica di base, si tenderà ad avere anche una buona intelligenza sociale? La combinazione di tutte queste forme di intelligenza presenti in ciascuno di noi produce un’intelligenza generale più o meno sviluppata: si potrà essere molto bravi a risolvere un problema logico, che è astratto in qualche misura, ma trovarsi in imbarazzo di fronte a un problema pratico anche banale. Tutti gli individui possiedono tutte le forme di intelligenza, in grado più o meno elevato.

La determinazione dei fattori genetici legati alle variazioni del QI è oggetto di un vivacissimo dibattito. La scuola anglosassone, per esempio, attribuisce all’ereditarietà dell’intelligenza un grandissimo valore. Partendo dallo studio dei gemelli monozigoti, che quindi hanno lo stesso patrimonio genetico, e di quelli eterozigoti, che hanno invece patrimoni genetici diversi, gli anglosassoni hanno costatato che i gemelli monozigoti avevano lo stesso QI, contrariamente ai gemelli eterozigoti. Grazie alle analisi statistiche, i ricercatori hanno raggiunto questa conclusione: l’intelligenza è dovuta al 50% ai fattori innati, e al 50% a quelli acquisiti, con una predominanza dei fattori ambientali nell’infanzia. In altri paesi vince invece la tesi ambientale con un’ideologia molto forte, anche se a livello individuale si constata ancora una facile adesione alla tesi genetica. In ogni caso, gli scienziati sembrano oggi concordare che non è possibile determinare il QI di un individuo osservando solo il suo patrimonio genetico, tanto più che per ora non è stato scoperto alcun gene legato al quoziente intellettuale. La ricerca, però, continua intensamente…

Dove “sta” l’intelligenza?
A proposito vi sono due teorie opposte: secondo la teoria “localizzazionista”, l’intelligenza generale, determinata dai test del QI, viene attribuita a una regione particolare del cervello; secondo la teoria connessionista, l’intelligenza è invece un fenomeno gestito dai meccanismi cerebrali che tutti insieme condurranno al comportamento osservato. In altre parole, l’intelligenza solleciterebbe numerose aree cerebrali, e non un’unica area. Le ricerche in corso tendono a dimostrare la validità di questa teoria, per esempio se si chiede a un soggetto di pensare a una parola che comincia con una certa lettera dell’alfabeto, questa semplice prova di fluidità verbale metterà in gioco almeno tre aree distinte del cervello.

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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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