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Buona notte, oggi è lunedì 12 maggio 2008

Il turismo della salute

 

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Il turismo della salute

Dopo quello sessuale, oggi è in voga un nuovo tipo di turismo: estetico, odontoiatrico, riproduttivo. Ma anche squisitamente medico: un rene in Cina, le staminali in Corea, le retine dal Brasile… Piccolo viaggio in un mercato che prospera tra rischi , grandi opportunità e promesse azzardate, e un’assenza colpevole e spesso compiacente di regole e tutele.

La salute è diventata un business come un altro, e in tempi di globalizzazione si sta trasformando in un affare su scala mondiale. In linea di massima, il percorso è sempre lo stesso: i paesi emergenti attirano la clientela che viene da quelli più sviluppati, stanca di liste di attesa interminabili (per la fecondazione assistita o i trapianti), insofferente a restrizioni e regole (fecondazione assistita, ancora), o semplicemente alla ricerca di prezzi più clementi (chirurgia estetica e odontoiatria).

Il turismo medico è vecchio di millenni. Nella Grecia antica, pellegrini e pazienti provenienti da tutto il Mediterraneo si recavano al tempio del dio Asklepios, a Epidauro, nella Britannia romana i pazienti si recavano alle acque di Bath, una pratica proseguita per 2000 anni, e nel XVIII secolo i ricchi europei curavano il proprio benessere in cliniche specializzate, dalla Germania fino alle rive del Nilo.

Paese che vai…
Ogni anno in Cina circa 3.500 condannati a morte agiscono come “volontari” donatori di organi, con il beneplacito dello stato. I clienti? Sempre più numerosi, sono soprattutto giapponesi, taiwanesi, coreani e americani. E benché il viceministro della salute Huang Jiufe abbia annunciato ufficialmente durante una conferenza stampa a Manila che il suo paese sta preparando un progetto di legge destinato a mettere ordine in quella che chiama “zona grigia”, il traffico di organi continua a prosperare sotto l’occhio distratto del governo e con la complicità attiva dei tribunali, dei medici, della polizia, delle guardie carcerarie…

Il lato “buono” del turismo medico
Le ragioni che motivano il turismo medico sono molteplici: si passa dai turisti americani che cercano trattamenti e interventi a un decimo del prezzo che pagherebbero in patria, ai canadesi e agli inglesi scoraggiati dalle liste di attesa dei rispettivi sistemi sanitari ma che non possono permettersi cure private, ai candidati alla chirurgia plastica low-cost, ai pazienti provenienti dai paesi più poveri, come il Bangladesh, nei quali terapie avanzate e chirurgia di punta non sono disponibili. Spesso i governi destinatari di questo particolare flusso turistico fanno di tutto per incentivarlo: è il caso dell’India, dove il trattamento sanitario agli stranieri è considerato a tutti gli effetti un’esportazione, con tutti i benefici e gli incentivi fiscali del caso. Ecco perché l’India non è solo una “fabbrica” di informatici e di ingegneri, ma anche di medici e paramedici: 20.000 dei primi e 30.000 dei secondi escono ogni anno dalle scuole locali. La struttura più imponente tra quelle di questo tipo presenti in India – in totale circa 6 – è l’
Apollo Hospital Enterprises, che non solo ogni anno pratica decine di migliaia di interventi nei suoi avanzatissimi centri di cardiologia, ortopedia, oncologia, trapianti, e così via, ma che si sta anche aggressivamente attivando nel campo dell’outsourcing, per esempio agendo come subcontraente del National Health System britannico per interventi e analisi offerti a una frazione del costo nazionale. Con un boom senza precedenti successivo alla liberalizzazione dell’economia indiana, iniziata negli anni ’90, Apollo ha moltiplicato investimenti e guadagni fino a diventare il maggiore centro medico asiatico con 7.5 milioni di pazienti trattati, 10.000 dipendenti, 780.000 interventi eseguiti, 70 farmacie, migliaia di posti letto di proprietà o in gestione, partnership con altri centri ospedalieri (Kuwait, Sri Lanka, Nigeria…) e accordi con le maggiori aziende farmaceutiche mondiali per la ricerca e la sperimentazione.
E per i pazienti indiani meno abbienti, è previsto un certo numero di letti e di prestazioni gratuite, oltre a una pionieristica fondazione che si occupa di telemedicina via satellite.

I prezzi? 5.000 dollari per una cornea, 20.000 per un rene, 40.000 per un fegato. Per un totale annuale di più di 5.000 trapianti. Ogni anno, l’India attira quasi 100.000 turisti sanitari, per un business che tra il 2006 e il 2012 potrebbe, secondo McKinsey, raggiungere il giro d’affari di 2 miliardi di euro. Altro paradiso della medicina offshore è la Tailandia, con decine di migliaia di turisti che affollano i suoi ospedali privati apportando alle loro casse 561 milioni di euro, con una crescita annuale della domanda stimata in circa l’8%. Ma anche vicino a noi, nella civilissima Europa, le cose non vanno molto meglio: secondo un recente rapporto dell’assemblea parlamentare europea, la Moldavia è diventata un serbatoio inesauribile di organi che vengono poi trapiantati in Turchia - paese che ha soppiantato l’Irak, dove questa era pratica comune prima della caduta di Saddam Hussein.

Cosa ne pensano gli italiani?
Il 10% dei nostri connazionali è favorevole al turismo estetico, soprattutto gli uomini, meno preoccupati delle donne rispetto a eventuali rischi. Fonte: Adnkronos.

Nel mondo meraviglioso della medicina delocalizzata, ciascuno ha la sua specialità e la sua clientela. India e Tailandia si spartiscono i ricchi asiatici e i pazienti mediorientali, e in particolare la Tailandia si è costruita un’invidiabile reputazione non solo per la chirurgia ortopedica e cardiologica, ma anche per il cambiamento di sesso. Chi è invece alla ricerca di cellule staminali opta per la Corea del Sud: liste di attesa vertiginose, nonostante lo scandalo del dr. Hwang Woo-suk, sedicente “padre” della clonazione.

Lifting e cous-cous
Sarebbero 40.000, secondo le fonti ufficiali, gli stranieri che la Tunisia attira ogni anno grazie a una vera e propria politica nazionale di sostegno alle pratiche medico-turistiche, per esempio da circa un anno i pazienti stranieri sono esentati dal pagamento dell’IVA.

Il paziente-tipo
Il paziente medio, secondo le statistiche, sarebbe un soggetto abbastanza agiato per concedersi un intervento odontoiatrico o di chirurgia estetica anche nel suo paese di origine, ma che compie invece una scelta di consumo, come se si trattasse di un bene qualsiasi e non di medicina. Un fattore di forte attrazione è inoltre la presentazione all-inclusive dei pacchetti: il prezzo comprende tutte le prestazioni, dal viaggio all’intervento e alla degenza. Il primo consulto avviene on-line: il paziente invia i propri dati e le proprie fotografie, sulla base dei quali viene stabilito il tipo di intervento indicato e di conseguenza viene acquistato il pacchetto - talvolta con la possibilità di finanziamento. In altri termini, il paziente globe-trotter accetta, in un altro paese, condizioni di incertezza, insicurezza e inaffidabilità delle prestazioni che nel suo paese di residenza con ogni probabilità non accetterebbe mai

Lo Stato ha inoltre accordato forti benefici fiscali a chiunque sia tentato di investire nelle cliniche riservate ai pazienti stranieri. Quasi l’80% della clientela di chirurgia estetica, il maggior serbatoio di pazienti,  sarebbe di provenienza europea, con tour operators specializzati che diventano sempre più aggressivi nel reclutare nuovi pazienti.

Nel villaggio globale sanitario, tuttavia, i pazienti si reclutano a partire dal paese di origine. Nel caso di alcuni operatori turistici che sono presenti (non è chiaro se in modo del tutto lecito) anche in Italia, chirurghi plastici italiani compiacenti (il cui nome non compare mai sui siti, e il cui curriculum viene ricevuto solo al momento in cui il cliente riceve l’offerta conclusiva) forniscono il primo consulto, una pratica ai limiti del comparaggio, in uno scambio tutt’altro che innocente di pazienti e favori con colleghi di altri paesi.

Dottor Melone, che cosa motiva l’ottimismo sfrenato dei pazienti che diventano clienti mondializzati? La convinzione che non avranno mai - loro - la più benigna delle complicazioni post-operatorie? O quella che se queste cliniche esistono, allora vuol dire che funzionano bene?
Io non capisco come alcune persone si “ buttino” così facilmente tra le mani di un chirurgo che non hanno mai visto, ed entrino in una clinica sconosciuta. Dico questo perché, nelle mie pazienti che arrivano per una visita, percepisco l’ ansia, la paura e le mille incertezze o dubbi, e subito mi tempestano di giustificatissime domande sulle varie tecniche possibili, il tipo di anestesia, le precauzioni da prendere nel post-operatorio e infine le complicanze che non sono mai da sottovalutare, anche se si tratta di un intervento di chirurgia estetica. Un altro elemento per me molto importante è fare una corretta diagnosi per poter utilizzare la tecnica adeguata a risolvere il problema della mia paziente; quindi mi risulta molto difficile capire come in questi  pacchetti “vacanza+chirurgia” si possano fare diagnosi corrette da semplici foto o peggio ancora la mattina appena prima dell’intervento. Nella prima visita con una nuova paziente di certo non guardo l’orologio, perché mi piace discutere tutti i più piccoli dettagli e perché ogni singola paziente ha caratteristiche diverse e anche diverse esigenze. Inoltre il post-operatorio non può durare il solo tempo della vacanza, in genere 10-15 giorni. A chi ci si rivolge una volta ritornati a casa, se ci si accorge di qualche piccolo problema o difetto? Un professionista serio deve sempre poter assistere o rassicurare la propria paziente, a oltre 2000 km o con l’oceano in mezzo a me risulterebbe veramente difficile adempiere a questo mio dovere. Tutto questo riguarda il rapporto di fiducia tra medico e paziente. In questi pacchetti bisogna tenere conto di un altro problema a cui non tutti pensano, ed è la lingua. In queste cliniche si ha la certezza di essere sempre compresi da tutto il personale anche per una richiesta semplice come potrebbe essere un bicchiere d’acqua? Ancora, se il motivo di queste vacanze con chirurgia è il prezzo vantaggioso, bisogna pensare anche che dopo un intervento chirurgico, nei primi giorni necessita l’assistenza di una persona adulta… anche questa è compresa nel pacchetto? Inoltre, non voglio nemmeno entrare nel delicato tema delle condizioni igienico-sanitarie di queste cliniche con questi prezzi! Per concludere, vorrei solo che le persone intenzionate a effettuare qualsiasi intervento di chirurgia estetica all’estero facessero un’ attenta valutazione del reale risparmio, mettendo sulla bilancia tutti i problemi sopramenzionati. In fondo, le vacanze sono fatte per riposarsi e divertirsi!
 
Che cosa rende possibile, in altri paesi, la pratica di prezzi così bassi?
Per quanto riguarda i prezzi così bassi per questi interventi eseguiti all’estero, sono sicuramente dovuti a costi di gestione e del personale minori che qui in Italia, inoltre quando la differenza è molto elevata ritengo che le condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza, i materiali e i prodotti possano non rispettare assolutamente le leggi e le garanzie alle quali le nostre cliniche sono giustamente sottoposte. A questo proposito, è bene diffidare anche in Italia di preventivi molto al di sotto della media, per evitare le spiacevoli riportate periodicamente dai media.
www.robertomelone.it

Ponti rumeni
Sul versante della chirurgia odontoiatrica, un posto di tutto rispetto spetta ai paesi dell’Est, soprattutto Polonia, Ungheria e Romania. Austriaci, tedeschi, danesi e italiani sarebbero i pazienti più numerosi, attirati da tariffe al limite del credibile grazie alle quali una corona costa quasi come un’otturazione fatta nel nostro paese. Il rapporto dei prezzi sarebbe infatti di 1 a 10… Peccato che poi spesso i ponti non tengono, la ceramica si rivela resina, gli impianti sono di pessima qualità, le protesi sono fabbricate in serie a migliaia di chilometri di distanza (soprattutto in Cina) e perciò non è possibile rimandarle al laboratorio in caso di bisogno, e non è raro che al rientro in patria il paziente scopra che il lavoro “non tiene”, e che bisogna ricominciare tutto da capo… Eppure, molte persone credono ancora che un lavoro minuzioso come una protesi, tanto per fare un esempio, per la quale sono richieste come minimo 5 o 6 prove e non pochi ritocchi, possa essere eseguito, con un risultato ineccepibile, in una sola giornata.

Dottor Paoleschi, che cosa pensa del cosiddetto “turismo odontoiatrico”?
Penso che ci siano più aspetti, tutti importanti, che il candidato turista odontoiatrico dovrebbe valutare molto bene prima di cercare cure in altri paesi: c’è in primo luogo un aspetto qualitativo, che riguarda la qualità del lavoro eseguito e la certificazione dei materiali. Nel primo caso, nel turismo odontoiatrico il paziente non sa praticamente nulla dell’odontoiatra al quale si affida; per esempio, le lauree e le altre certificazioni sono rilasciate da enti stranieri e pertanto non possono essere verificate. Nel secondo caso, la certificazione dei materiali impiegati è spesso inesistente, a differenza di quanto avviene in Italia dove esiste sempre un laboratorio di riferimento, e dove, per esempio nel caso degli impianti, al paziente viene rilasciata la documentazione completa dei materiali impiegati per trattarlo. C’è poi anche un aspetto di tutela, altrettanto importante: al paziente che richiede cure odontoiatriche all’estero in caso di risultato avverso è difficilissimo - per non dire impossibile - esercitare il diritto di rivalsa, diversamente da quanto avviene in Italia dove il professionista non solo è sempre presente per eventuali correzioni o adattamenti, ma soprattutto risponde sempre del proprio operato. Inoltre, sul fronte dell’igiene e della qualità del lavoro, all’estero spesso non esistono enti certificatori e di controllo o protocolli di qualità e di sicurezza, pertanto non solo il paziente si espone a rischi per la propria salute, ma l’assenza di protocolli di base rende ancora più complesso un eventuale ricorso giuridico. E sul fronte dei prezzi, si è osservato che la convenienza non è così eclatante come appare, e che nella maggior parte dei casi il risparmio reale sugli interventi è nell’ordine del 20-30% rispetto a un buon prezzo italiano, ma con molte tutele in meno. In conclusione, la qualità odontoiatrica paga sempre, non solo in termini di salute, ma soprattutto in termini di durata, di garanzia dei risultati, di sicurezza degli interventi, di reperibilità e responsabilità del professionista.
www.paoleschi.it

Il turismo riproduttivo
Le olandesi vanno in Belgio per la donazione dello sperma - troppo scarso in Olanda, mentre le tedesche che cercano ovuli attraversano i confini perché nel loro paese questa pratica è vietata; le coppie lesbiche francesi si fanno fecondare in Francia, mentre gli italiani vanno all'estero perché la nostra è una delle legislazioni più severe del mondo. Belgio, Svizzera e Spagna sono i paesi europei verso i quali si dirige la maggior parte del "traffico riproduttivo", grazie a legislazioni permissive e talvolta, ma non sempre, a condizioni economiche equiparabili a quelle italiane.

Ma quanto è vero che la legislazione di un paese può davvero condizionare le probabilità di diventare madri e padri? E' vero in parte in funzione di diversi fattori, alcuni dei quali provengono dalla coppia stessa: la causa della sua sub-fertilità, l'età, le condizioni di salute, il livello socio-economico, l'inclinazione sessuale, e così via. In certi paesi alcuni di questi fattori sono regolati dalla legge, con variazioni anche impressionanti tra un paese e l'altro: dalla proibizione assoluta della fecondazione assistita, come in Costa Rica, all'assenza di qualsiasi regolamentazione giuridica, come in Finlandia

Un mercato come gli altri?
In India, turismo riproduttivo è il termine che descrive la pratica, sempre più diffusa tra le coppie del mondo occidentale, di usare una donna indiana come surrogato. L'Indian Council of Medical Research stima che questo mercato potrebbe trasformarsi in un'industria da 6 miliardi di dollari all'anno, guidata da fattori economici e culturali. Ad Anand, una piccola cittadina di 100,000 abitanti con un reddito pro-capite annuo di 500 dollari, le donne possono guadagnare tra 2,800 e 5,600 dollari per l'affitto del loro utero. Anche l'Induismo sembra contribuire a questa pratica, poiché alcune madri surrogate sono convinte che saranno premiate nella vita ultraterrena per le azioni buone e generose - come far diventare genitori due soggetti sfavoriti dalla natura - commesse in questa. E l'India, a differenza di altri paesi occidentali, non consente alle madri surrogate, una volta nato il figlio, di cambiare idea...

La legge varia moltissimo tra paese e paese anche all'interno dell'Europa, e cambia anche con il tempo - per esempio ultimamente è diventata molto più restrittiva in Italia, ma molto più permissiva in Svezia. Le coppie più intraprendenti e più abbienti possono superare le restrizioni locali grazie al turismo riproduttivo, e molte coppie lo praticano.

Professor Manna, lei ha sempre sostenuto che nonostante le recenti restrizioni alla legge sulla fecondazione assistita, in Italia è ancora oggi possibile ottenere risultati identici a quelli ottenibili negli altri paesi. E’ ancora di questo avviso?
Si, la penso ancora così perché più passa tempo più questi risultati vengono confermati dall’esperienza. Infatti, i biologi riescono sempre meglio ad individuare gli ovociti migliori da inseminare per ottenere embrioni con maggiori probabilità d’impianto.

Nel caso del turismo estetico e odontoiatrico, il prezzo è la discriminante fondamentale che spinge molti italiani a rivolgersi all’estero. Sul fronte della fecondazione assistita, l’Italia è concorrenziale?
Certamente l’Italia è concorrenziale. Infatti, i prezzi nella maggior parte dei paesi europei, specie occidentali, si sono livellati. In più, andando all’estero, la coppia oltre ai disagi di un paese che non conosce deve sopportare i costi di un soggiorno lungo quanto una stimolazione. In pratica deve considerare un periodo di 20 giorni fuori casa.

Esiste una casistica di coppie che si sono rivolte a strutture straniere, e che poi hanno deciso di ritornare in Italia?
Si vedono sempre più coppie che hanno fatto tentativi di diventare genitori in centri all’estero. Tornano in Italia perché evidentemente ciò che immaginavano di trovare all’estero non si è dimostrato integralmente vero. A parte casi specifici come la possibilità di avere ovociti da un’altra donna, le tecniche usuali non danno maggiori garanzie fuori dall’Italia. Anche la possibilità di congelare gli embrioni che da noi non si può effettuare riguarda un numero limitato di coppie. Non si deve pensare cioè che è per tutti. Infatti, non sono tanti i casi che hanno un numero così elevato di ovociti da poterne scegliere alcuni buoni da far fecondare e poi crioconservare. In ogni caso, i migliori risultati si ottengono con gli embrioni freschi. In Italia si cerca di scegliere sin dall’inizio gli ovociti migliori. Come gia detto, inoltre il costo di queste trasferte, il tempo che si perde e lo stress di trovarsi in un ambiente molto diverso sono notevoli. Non si ha molta voglia di ripeterlo più volte.
www.fertilità.org

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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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