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Buon pomeriggio, oggi è venerdì 9 maggio 2008

Scegliere di non avere figli

 

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Scegliere di non avere figli

Perché sempre più donne scelgono di non avere figli? E come vivono questa scelta, quando arriva il momento in cui non possono più tornare indietro? Tra il rimpianto per una scelta inaffrontabile, e nessun pentimento, le riflessioni umane e partecipi di una donna che si interroga.

Me lo ricordo bene il giorno in cui ho deciso che non sarei diventata madre. Avevo trent’anni ed ero sposata. Il matrimonio sembrava riuscito. Io però covavo un’insoddisfazione, sorda, chiusa, che non riusciva a esprimersi a parole e che per questo si servì del mio corpo per venire allo scoperto. Fui colta da un attacco di dismenorrea: il ciclo mensile durava da dieci giorni e ogni giorno era più copioso. Andai dal ginecologo che mi conosceva bene, sapeva che le mie mestruazioni erano puntuali, che come contraccettivo usavo il diaframma, che ero felicemente sposata. “Una paziente perfetta”, mi diceva quando ogni anno andavo da lui per una visita di controllo. 

Lui mi visitò, mi diede delle pillole per frenare l’emorragia e mi fece fare una serie di analisi. Un sorriso lo illuminò quando terminò di leggere i risultati: “E’ il momento di fare un figlio, cara signora. Lei ha avuto solo un sbalzo ormonale, tipico della sua età. Invece di darle una cura, le consiglio di non usare più il diaframma e di provare a restare incinta. Con la gravidanza le passerà tutto”. Io scoppiai a piangere e lì cominciò una scena patetica, con lui che si scusava del consiglio, e balbettava di non sapere che mio marito ed io avevamo dei problemi.

Io che lo rassicuravo che eravamo più che mai felici, e balbettavo scuse perché ero io a non sentirmi pronta per restare incinta. Uscii dallo studio del ginecologo con la ricetta per la cura ormonale gridando a me stessa: se faccio un figlio resterò per sempre legata a mio marito, e non voglio, non voglio, non voglio…  Dopo un anno ci separammo. Anzi, io decisi di lasciarlo.

Le ragioni di una scelta
Non ho avuto il rimpianto di non aver fatto quel figlio, e per aver chiuso - da allora - con la maternità, per quel sentimento di prigionia, di soffocamento all’idea di diventare madre che  è scattato ogni volta che ci pensavo. Mi metteva in subbuglio già la prospettiva della gravidanza che, invece, a quanto so, per alcune è quasi più gratificante del figlio in sé. Io invece me la immaginavo come un ingombro fisico che mi avrebbe impedito di muovermi.

Poi la limitazione della libertà, che esiste, è reale, a meno che una, appena partorito, non molli il figlio da qualche parte, da qualcun altro. Il che, d’altro canto, mi sembrava incivile. Una volta mi capitò la richiesta di un’amica con bimba di tre mesi, di quelle che non dormono e piangono,  di passare una notte con lei perché suo marito doveva allontanarsi.  Effettivamente andai da lei e la mattina dopo mi sentivo sfatta e pestata come se fossi stata trattenuta da un fermo di polizia. E’ il figlio piccolo che fa paura quando una si sente inadatta alla maternità. Mentre invece i figli restano figli fino a cinquanta anni e - come diceva mia madre - “non se ne vanno mai dai pensieri”. Io non accettavo di avere pensieri obbligati.

Quando sono andata in menopausa ho sofferto per il fatto  di non essere più fertile. Perché evidentemente mi gratificava poter scegliere e rendermi conto che la scelta non ci sarebbe stata più semplicemente perché al posto mio sceglieva l’orologio biologico mi toglieva quella gratificazione. Mi sono accorta allora di quanto la maternità fosse iscritta nel mio corpo, malgrado il mio rifiuto. La scelta o la non scelta della maternità è l’unica cosa che davvero, biologicamente, psichicamente, ci differenzia dagli uomini.  Perché gli uomini sono meno costretti fisicamente, e quindi mentalmente, dalla paternità.

Due scelte equivalenti
E allora voglio spezzare una lancia a favore dell’equivalenza, come valore, di tutte e due le scelte possibili sulla maternità. Un po’ perché, partendo da me stessa, ho sentito la pressione sul mio non essere madre da minimi indizi: l’amica che fa un figlio e che, cambiando la sua vita, modifica il suo rapporto con te; l’uomo che ami che ti dice che hai un carattere egoista e che si vede dal fatto che non hai figli; la disponibilità del tempo  per te stessa che le madri ti invidiano; l’allontanarti, con l’età, dalla diretta conoscenza delle problematiche dei bambini, degli adolescenti, dei giovani e però l’acquisire più apertura, sensibilità, verso  le questioni sociali nel loro assieme. Sono pressioni dalle quali non si può sfuggire.  Per quanto ho potuto ho cercato sempre di non demonizzarle ma di tramutarle in altrettante prove a vantaggio della consapevolezza della mia scelta. E sono arrivata a questa conclusione: le pressioni  su una donna che tradisce il destino materno ci sono e sono l’altra faccia della mancanza di attenzione verso le donne che non lo tradiscono, come se - diventate madri -  non provassero altri tipi di pressioni e non sentissero il bisogno di inquadrare la loro posizione in una prospettiva di consapevolezza.

Oggi poi, soprattutto sulla generazione di donne tra i trenta e i quarant’anni, agisce una pressione sociale e culturale sul fatto di essere o non essere madre che quando io avevo quell’età non esisteva: la denatalità delle italiane come problema. Il nostro paese, leggo dai dati Istat, è il più vecchio del mondo. Del mondo, capite? E mi capita sempre più spesso di sentire che la situazione in cui ci troviamo dipende dal fatto che siamo diventate materialiste, narcisiste, carrieriste. Amorali, insomma e per di più definitivamente androgine: la rinuncia alla maternità viene spesso equiparata alla rinuncia della femminilità.

Tanti perché
Credo invece che la scelta di  essere o non essere madri dipenda da molti fattori che intrecciano le nostre vite e non dal fatto di essere  o questo o quello rispetto a un destino comune. Una può non fidarsi del proprio istinto materno, oppure non fidarsi dell’uomo con il quale potrebbe concepire. Oppure una vorrebbe ardentemente un figlio ma deve fare i conti con il fatto che il suo partner non lo vuole, o non lo vuole quando lo vuole lei, ma in un momento differito, e quando arriva, magari è lei che ha cambiato idea. Una può avere problemi economici che danneggerebbero la vita stessa del figlio oltre che la propria e quella del proprio compagno. Una vuole rinviare la maternità al momento in cui si sentirà più in grado di accoglierla. E magari, strada facendo, si accorgerà di non sentirsi mai pronta. Una rimpiange i figli non avuti, una invece no.

Sarò ingenua, ma non credo al carrierismo e al narcisismo come molla primaria  della scelta di non essere madri.  Non siamo più ai tempi della mitica antesignana del femminismo, Simone de Bovoir, che negava la voglia (leggi: istinto) materna e opponeva la madre alla non madre, emancipata, la prima, succube, la seconda. “O scrivi un libro, o fai un figlio”, diceva. E lei, infatti, di libri ne scrisse tanti e di figli non ne fece. Ma l’idea che o c’è l’alto talento da  foraggiare, o la bassa maternità da espletare, non mi pare più adatta alla società di oggi che offre ai talenti femminili la possibilità di esprimersi a tutti i livelli della scala sociale e culturale.

Sull’altro versante mi arrabbio quando sento teorizzare da qualcuna o qualcuno che senza figli, per una donna, non c’è né felicità né appagamento esistenziale. Mi sembra un’offesa gratuita a quelle che non hanno voluto figli  e a quelle che non ne hanno potuti avere, ed anche una svalorizzazione preconcetta delle scelte femminili, un modo di atomizzare le donne dal contesto in cui scelte (e non-scelte) sono maturate: il rapporto con il proprio uomo, con la propria famiglia, quella di lui, le amiche, gli amici di cui una è circondata….

Sempre più donne…
Certo, resta da capire perché le donne occidentali (non solo le italiane) fanno sempre meno figli. Anche nei paesi, come la Francia o i paesi nordici, dove i governi sono stati più tempestivi dei nostri nel varare politiche a sostegno della maternità, i risultati hanno fatto crescere solo di poco il tasso di natalità. Quindi, ben vengano gli aiuti per favorire le donne-madri se servono a far sciogliere un dubbio, a esaudire un desiderio frenato.

Ma non servono a ribaltare il destino delle culle vuote che dà forma alle nostre società. Dovremmo cercare di capire il fenomeno per quello che di profondo ci dice, a partire dall’analisi del rapporto tra i sessi e non accollandone la responsabilità solo sulle spalle delle donne. E dovremmo dibattere accuratamente sulla possibilità di affrontare e risolvere i problemi del finanziamento delle pensioni, quelli della perdita della cultura autoctona che certamente derivano dal fatto di fare meno figli. Senza necessariamente decretare il disfacimento materiale e morale del mondo in cui viviamo.

Ma, si sa, oggi sono le tinte forti quelle che prevalgono e i modi spicci nel decretare valori e disvalori, meriti e colpe.  Forse il fatto che le donne, spesso assieme ai loro uomini, ma altrettanto spesso da sole, affrontino la maternità come scelta e non più come destino è semplicemente un fatto positivo, sul quale far leva per analizzare il nostro presente e disegnare il nostro futuro. Dell’umanità tutta intera, naturalmente.

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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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