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Buona sera, oggi è venerdì 9 maggio 2008

Femminilità addio?

 

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Femminilità addio?

Torniamo alla “donna con le palle” e scusate se la butto sul personale: se c’è qualcosa che mi infuria è questa espressione.  Ma ahimè, so che la rabbia nasconde dell’altro: mi sento ferita perché la frase che aborro contiene un nocciolo di verità…

Alzi la mano la donna – giovane, matura, anziana – che non abbia mai sentito dire da un uomo - compagno di vita, di lavoro, amico, conoscente – il seguente apprezzamento: “quella ha le palle”. “Quella”  può essere tanto la regina mondiale della competenza e della durezza politica, la ex premier britannica Margaret Thatcher, figura tipica della rarità della donna al potere, tanto la miss Italia dell’equilibrismo quotidiano, una signora  Maria Rossi, figura tipica dell’ovvietà della donna al lavoro, moglie madre, nonché capace di mettersi la mattina il tailleur per andare in ufficio, la sera il grembiule per cucinare la cena, la notte i bigodini per rinfrescare la messa in piega da battaglia. Quello che unisce Margaret Thatcher e Maria Rossi è quella grinta che mina la femminilità dal profondo, la sospinge nell’arcano, la camuffa nel travestitismo. Infatti: non crediate che siano solo gli uomini a gratificare le donne per amore o per forza emancipate fantasticando che sotto le loro gonne e gonnelline alberghino poderosi attributi maschili. Anche le donne si lasciano andare a giudizi analoghi di fronte alla tenacia, alla bravura di una propria simile. O è un maschio mascherato o non è. La femminilità è appiattita sotto la corazza, oppure va pompata nei seni al silicone. E’ uno strumento o un impaccio. Una nostalgia o un ripudio.

Torniamo alla “donna con le palle” e scusate se la butto sul personale: se c’è qualcosa che mi infuria è questa espressione.  Ma ahimè, so che la rabbia nasconde dell’altro: mi sento ferità perché la frase che aborro contiene un nocciolo di verità. Come donne mettiamo al mondo sempre meno bambini per popolarlo, e sempre più  forza per dominarlo. In questo impegno titanico ci siamo rivelate duttili, flessibili, inventive ma incapaci di proporre un modello, o per meglio dire dei modelli femminili di emancipazione. Così la femminilità è diventata aleatoria. Cacciata dalla porta rientra dalla finestra. Porta con sé la eco della perdita della cura di sé, dell’amore per gli altri e dagli altri. Accompagna il processo recente di emancipazione femminile di massa come un fantasma o una comparsa.

Come eravamo
Faccio parte di una generazione che era giovane negli anni sessanta (sì, ragazze di oggi, è la preistoria per voi) e me la ricordo bene l’epoca del benessere successiva ai patimenti del dopoguerra, l’epoca del boom economico e di una Fiat 600 e un frigorifero in ogni famiglia. E’ stato lì, in quel decennio pre-tutto – pre-sessantotto, pre-femminismo, pre-pillola anticoncezionale di massa, pre-rivoluzione sessuale – che le donne italiane hanno cominciato davvero ad emanciparsi. Secondo un modello chiesastico perché le due “religioni” politiche che officiarono la messa al lavoro delle donne erano due “chiese”, appunto: la chiesa socialista e comunista, e la chiesa democratico-cristiana. Entrambe, con politiche accorte, quasi in sordina, incanalarono l’emancipazione femminile in tre settori: la fabbrica per le proletarie, gli uffici di segretarie private o impiegate pubbliche per le piccolo-borghesi, l’insegnamento per le medio-borghesi. Tutti e tre i luoghi erano sicuri e delimitati. Compatibili con la famiglia, con il ruolo materno e di cura. Per evitare la disgregazione familiare la chiesa socialcomunista predicava l’avvento – mai compiutamente realizzato – dei servizi sociali, la chiesa democratico cristiana puntava sulla parrocchia. In realtà le donne madri e lavoratrici di quegli anni trovarono un appoggio sicuro e una compensazione tra lavoro e famiglia nella rete informale dei rapporti familiari: dalla nonna o zia alla domestica a buon mercato. Le professioniste si contavano sulle dita (in magistratura siamo state ammesse con una legge apposita: nel 1962), le politiche anche, così come le lavoratrici autonome. Il lavoro era l’appendice della famiglia, non il contrario, perché essendo prevalentemente lavoro dipendente non obbligava all’assunzione di responsabilità, alla competitività, alla dedizione alla carriera. La femminilità aveva ancora salde radici nel fatto che tra casa e fuori-casa il “mondo delle donne” era uno, mentalmente anche se non più fisicamente. Le figlie di queste donne degli anni sessanta, non più tradizionali ma non ancora postmoderne, sono state mandate a scuola, agli studi superiori, all’università in misura mai verificatasi prima. Ma nessuna mamma impiegata, nessun papà capufficio immaginava cosa avrebbe prodotto la scolarizzazione femminile di massa. Produsse, infatti, il terremoto.

“Non più moglie, madre e figlia, distruggiamo la famiglia”: l’ho gridato anch’io ai cortei femministi. E fu l’inizio di femminilità addio. Lo dice una non pentita, che però sorride di se stessa e delle sue “sorelle di sesso” irreggimentate nella lotta, imbruttite nelle gonnellone a fiori e negli zoccoli, ma spavalde. Anche perché sicure di possedere la bellezza dell’asino: la giovinezza. La giovinezza, la guerra amorosa agli uomini, la parità, la libertà.  Il mondo è cambiato dopo quell’esplosione di abiura un po’ stregonesca dei valori femminili messi in soffitta tra un “mai più” e un “semmai diversi”. E scossone dopo scossone siamo arrivate alla  fine del secolo scorso che è un tutt’uno con gli anni di oggi. Le femministe sono invecchiate, più o meno acciaccate, più o meno in buona salute, più o meno abili nel passare dalla rivoluzione alla normalizzazione: da eccentriche a conformiste. Hanno messo in piedi matrimoni falliti o faticosamente duraturi, e hanno fatto pochi figlie e figlie. Ma le loro poche figlie, le donne giovani di oggi, non godono né delle protezioni delle loro nonne, né dei privilegi delle loro madri. Le prime hanno costituito la generazione delle emancipate protette,  le seconde la generazione delle contestatarie, mentre le ultime venute sono la generazione delle donne con le (presunte) palle, catapultate più che promosse nell’emancipazione. Senza chiese d’appoggio, senza ideologie rassicuranti ma in prima linea nel mondo del lavoro per come è diventato oggi: fuori dalle fabbriche, dalle scuole e dagli uffici, polverizzato nei mille rivoli della flessibilità e della precarietà, dell’inventiva e della scommessa.

… e come siamo diventate
“Imprenditrici di se stesse”, “donne-manager” , “donne nelle nuove professioni”: io le vedo tutte le mattine. Quando esco di casa e - pigramente,  confesso – passo al bar del quartiere, poi all’edicola a ritirare la mazzetta dei giornali prima di ritirarmi nell’artigianato di intellettuale-certosina, loro sfrecciano, corrono, rimbombano. Ingoiano il cappuccino, montano sul motorino, invadono la metropolitana, si passano il rossetto specchiandosi nel retrovisore dell’automobile mentre suonano il clacson agli ingorghi. Portano al lavoro il tailleur con la gonna stretta, le scarpe col tacco, gli occhiali da sole impenetrabili, i capelli vaporosi, la cartella dei documenti, il telefonino che squilla continuamente. E “sotto”, ci scommetto, la lingerie da femme fatale. Le seguo con la fantasia: devono farsi avanti, strappare conquiste. Trattare da pari a pari con i colleghi, tenere testa ai superiori, poi scappare in palestra, poi organizzare la serata, poi telefonare al fidanzato, poi contrattare col marito su chi va a prendere il/la bambino/a in piscina…. Risvegliano la madre che non sono ma che vive in me: vorrei che fossero coccolate, rassicurate, corteggiate, amate e che la loro femminilità non fosse a cottimo, a un tanto all’ora, strappata con i denti. Che non fossero affamate d’amore. Che non dicessero di se stesse di “avere le palle” e che nessuno glielo dicesse.

Invece le donne di oggi, indipendentemente dagli scarti generazionali, è come se fossero incastrate nella profezia di Ida Rubinstein. Costei era una nobildonna parigina – aristocraticamente indaffarata e placidamente disoccupata – che così scriveva nel 1914 al musicista Igor Strawinsky: “Caro amico, sono certissima che intorno al 1990 le donne avranno ottenuto tutto. Il loro potere in Occidente supererà perfino quello delle società matriarcali. Ma non daranno più amore  e meno ancora ne riceveranno…. Mi rallegro pensare che non vedrò un momento simile”. Il momento è arrivato, ma non abbiamo ottenuto tutto, e non tutto il potere. Siamo però ancora galvanizzate dallo spirito di rivalsa mimetica, dall’ardore delle neofite. Perché ci siamo perse per strada la femminilità?

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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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