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Torniamo
alla “donna con le palle” e scusate se la butto
sul personale: se c’è qualcosa che mi infuria è
questa espressione.
Ma ahimè, so che la rabbia nasconde
dell’altro: mi sento ferita perché la frase che
aborro contiene un nocciolo di verità…
Alzi
la mano la donna – giovane, matura, anziana –
che non abbia mai sentito dire da un uomo - compagno
di vita, di lavoro, amico, conoscente – il
seguente apprezzamento: “quella ha le palle”.
“Quella”
può essere tanto la regina mondiale della
competenza e della durezza politica, la ex premier
britannica Margaret Thatcher, figura tipica della
rarità della donna al potere, tanto la miss
Italia dell’equilibrismo quotidiano, una
signora Maria Rossi, figura tipica dell’ovvietà della donna al
lavoro, moglie madre, nonché capace di mettersi la
mattina il tailleur per andare in ufficio, la sera
il grembiule per cucinare la cena, la notte i
bigodini per rinfrescare la messa in piega da
battaglia. Quello che unisce Margaret Thatcher e
Maria Rossi è quella grinta che mina la
femminilità dal profondo, la sospinge
nell’arcano, la camuffa nel travestitismo.
Infatti: non crediate che siano solo gli uomini a
gratificare le donne per amore o per forza
emancipate fantasticando che sotto le loro gonne e
gonnelline alberghino poderosi attributi maschili.
Anche le donne si lasciano andare a giudizi analoghi
di fronte alla tenacia, alla bravura di una propria
simile. O è un maschio mascherato o non
è. La femminilità è appiattita sotto la
corazza, oppure va pompata nei seni al silicone.
E’ uno strumento o un impaccio. Una nostalgia o un
ripudio.
Torniamo
alla “donna con le palle” e scusate se la
butto sul personale: se c’è qualcosa che mi
infuria è questa espressione.
Ma ahimè, so che la rabbia nasconde
dell’altro: mi sento ferità perché la frase
che aborro contiene un nocciolo di verità.
Come donne mettiamo al mondo sempre meno bambini
per popolarlo, e sempre più
forza per dominarlo. In questo impegno
titanico ci siamo rivelate duttili, flessibili,
inventive ma incapaci di proporre un modello, o
per meglio dire dei modelli femminili di
emancipazione. Così la femminilità è
diventata aleatoria. Cacciata dalla porta
rientra dalla finestra. Porta con sé la eco della
perdita della cura di sé, dell’amore per gli
altri e dagli altri. Accompagna il processo
recente di emancipazione femminile di massa come
un fantasma o una comparsa.
Come
eravamo
Faccio
parte di una generazione che era giovane negli anni
sessanta (sì, ragazze di oggi, è la preistoria per
voi) e me la ricordo bene l’epoca del benessere
successiva ai patimenti del dopoguerra, l’epoca
del boom economico e di una Fiat 600 e un
frigorifero in ogni famiglia. E’ stato lì, in
quel decennio pre-tutto – pre-sessantotto,
pre-femminismo, pre-pillola anticoncezionale di
massa, pre-rivoluzione sessuale – che le donne
italiane hanno cominciato davvero ad emanciparsi.
Secondo un modello chiesastico perché le due
“religioni” politiche che officiarono la messa
al lavoro delle donne erano due “chiese”,
appunto: la chiesa socialista e comunista, e la
chiesa democratico-cristiana. Entrambe, con
politiche accorte, quasi in sordina, incanalarono
l’emancipazione femminile in tre settori: la
fabbrica per le proletarie, gli uffici di segretarie
private o impiegate pubbliche per le
piccolo-borghesi, l’insegnamento per le
medio-borghesi. Tutti
e tre i luoghi erano sicuri e delimitati. Compatibili
con la famiglia, con il ruolo materno e di
cura. Per evitare la disgregazione familiare la
chiesa socialcomunista predicava l’avvento – mai
compiutamente realizzato – dei servizi sociali, la
chiesa democratico cristiana puntava sulla
parrocchia. In realtà le donne madri e lavoratrici
di quegli anni trovarono un appoggio sicuro e una
compensazione tra lavoro e famiglia nella rete
informale dei rapporti familiari: dalla nonna o zia
alla domestica a buon mercato. Le professioniste si
contavano sulle dita (in magistratura siamo state
ammesse con una legge apposita: nel 1962), le
politiche anche, così come le lavoratrici autonome.
Il lavoro era l’appendice della famiglia,
non il contrario, perché essendo
prevalentemente lavoro dipendente non obbligava
all’assunzione di responsabilità, alla
competitività, alla dedizione alla carriera. La
femminilità aveva ancora salde radici nel fatto che
tra casa e fuori-casa il “mondo delle donne”
era uno, mentalmente anche se non più
fisicamente. Le figlie di queste donne degli anni
sessanta, non più tradizionali ma non ancora
postmoderne, sono state mandate a scuola, agli studi
superiori, all’università in misura mai
verificatasi prima. Ma nessuna mamma impiegata,
nessun papà capufficio immaginava cosa avrebbe
prodotto la scolarizzazione femminile di massa. Produsse,
infatti, il terremoto.
“Non
più moglie, madre e figlia, distruggiamo la
famiglia”: l’ho gridato anch’io ai cortei
femministi. E fu l’inizio di femminilità
addio. Lo dice una non pentita, che però
sorride di se stessa e delle sue “sorelle di
sesso” irreggimentate nella lotta, imbruttite
nelle gonnellone a fiori e negli zoccoli, ma
spavalde. Anche perché sicure di possedere la
bellezza dell’asino: la giovinezza. La giovinezza,
la guerra amorosa agli uomini, la parità, la libertà.
Il mondo è cambiato dopo quell’esplosione
di abiura un po’ stregonesca dei valori femminili
messi in soffitta tra un “mai più” e un
“semmai diversi”. E scossone dopo scossone siamo
arrivate alla fine
del secolo scorso che è un tutt’uno con gli anni
di oggi. Le femministe sono invecchiate, più
o meno acciaccate, più o meno in buona salute, più
o meno abili nel passare dalla rivoluzione alla
normalizzazione: da eccentriche a conformiste.
Hanno messo in piedi matrimoni falliti o
faticosamente duraturi, e hanno fatto pochi figlie e
figlie. Ma le loro poche figlie, le donne giovani di
oggi, non godono né delle protezioni delle loro
nonne, né dei privilegi delle loro madri. Le prime
hanno costituito la generazione delle emancipate
protette, le
seconde la generazione delle contestatarie,
mentre le ultime venute sono la generazione delle
donne con le (presunte) palle, catapultate più
che promosse nell’emancipazione. Senza chiese
d’appoggio, senza ideologie rassicuranti ma in
prima linea nel mondo del lavoro per come è
diventato oggi: fuori dalle fabbriche, dalle scuole
e dagli uffici, polverizzato nei mille rivoli della
flessibilità e della precarietà, dell’inventiva
e della scommessa.
…
e come siamo diventate
“Imprenditrici
di se stesse”, “donne-manager” , “donne
nelle nuove professioni”: io le vedo tutte le
mattine. Quando esco di casa e - pigramente,
confesso – passo al bar del quartiere, poi
all’edicola a ritirare la mazzetta dei giornali
prima di ritirarmi nell’artigianato di
intellettuale-certosina, loro sfrecciano, corrono,
rimbombano. Ingoiano il cappuccino, montano sul
motorino, invadono la metropolitana, si passano il
rossetto specchiandosi nel retrovisore
dell’automobile mentre suonano il clacson
agli ingorghi. Portano al lavoro il tailleur con
la gonna stretta, le scarpe col tacco, gli occhiali
da sole impenetrabili, i capelli vaporosi, la
cartella dei documenti, il telefonino che squilla
continuamente. E “sotto”, ci scommetto, la lingerie
da femme fatale. Le seguo con la fantasia: devono
farsi avanti, strappare conquiste.
Trattare da pari a pari con i colleghi, tenere testa
ai superiori, poi scappare in palestra, poi
organizzare la serata, poi telefonare al fidanzato,
poi contrattare col marito su chi va a prendere
il/la bambino/a in piscina…. Risvegliano la madre
che non sono ma che vive in me: vorrei che
fossero coccolate, rassicurate, corteggiate, amate e
che la loro femminilità non fosse a cottimo, a un
tanto all’ora, strappata con i denti. Che non
fossero affamate d’amore. Che non dicessero di
se stesse di “avere le palle” e che nessuno
glielo dicesse.
Invece
le donne di oggi, indipendentemente dagli scarti
generazionali, è come se fossero incastrate nella
profezia di Ida Rubinstein. Costei era una
nobildonna parigina – aristocraticamente
indaffarata e placidamente disoccupata – che così
scriveva nel 1914 al musicista Igor Strawinsky:
“Caro amico, sono certissima che intorno al
1990 le donne avranno ottenuto tutto. Il
loro potere in Occidente supererà perfino quello
delle società matriarcali. Ma non daranno più
amore e
meno ancora ne riceveranno…. Mi rallegro pensare
che non vedrò un momento simile”. Il momento è
arrivato, ma non abbiamo ottenuto tutto, e non tutto
il potere. Siamo però ancora galvanizzate dallo
spirito di rivalsa mimetica, dall’ardore delle
neofite. Perché ci siamo perse per strada la
femminilità?
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