Eccolo
qui il nuovo tiranno, il tempo
obbligato e spesso imposto. E’ il tempo
sociale che, come sostiene l’economista Jeremy
Rifkin in Guerre del tempo, è sempre più
separato dal tempo biologico. Il suo strumento
di tortura è l’orologio, che ha sostituito il
canto del gallo e il suono delle campane.
L’introduzione del tempo sociale, che è
eminentemente un tempo lineare antitesi al tempo
biologico, eminentemente un tempo circolare, ha
consentito progressi sbalorditivi all’umanità
ma ha creato nuove ingiustizie sociali. Il
tempo è stato gestito da chi aveva il potere,
la competenza e la cultura per usarlo: non solo
per ottimizzare il presente ma per anticipare il
futuro. Numerose ricerche sociologiche
confermano che una delle maggiori differenze
fra le classi sociali riguarda proprio la
sua gestione: infatti mentre le classi agiate
programmano il futuro e quindi, inevitabilmente,
anche il tempo altrui, quelle meno favorite,
incalzate dagli imperativi della sopravvivenza,
possono progettarsi solo nel presente o, al
massimo, in un futuro molto prossimo. Si
ritrovano quindi nella stessa condizione dei
nostri antenati delle caverne, per i quali la
sopravvivenza assorbiva tutte le energie e
impediva la programmazione del futuro. Viviamo
in una società "cronofaga", che
divora le ore sul quadrante dell’orologio. E
il tempo ci vola via, diventando un tesoro
irraggiungibile e un’ossessione permanente.
"Fretta, fretta, fretta" sembra
essere il motto di molte persone che ci
circondano, altrettanti conigli bianchi
preoccupati di essere puniti dalla duchessa. Una
metafora della nostra società che ci trasmette
l’inguaribile morbo della fretta.
"Riprendiamoci il tempo" sembra essere
invece il grido di fine millennio. Forse non è
un caso che proprio dall’operosissima e
puntualissima Germania venga un segnale di
controtendenza: a Berlino è stata fondata
l’Unione per il rallentamento del tempo, che
fra le sue regole annovera la rinuncia
all’orologio almeno una volta la settimana.
Fretta cattiva: la sindrome dello
straordinario
Ma
chi ci ha imprigionato in questa società della
fretta?
Anzitutto la produzione industriale, che dalla
fine dell’Ottocento a oggi ha trasformato la
vita in una grande catena di montaggio dove
l’operosità è una virtù e la puntualità
un’esigenza. Le città si sono sincronizzate
sugli orari di apertura e chiusura delle
aziende, tanto che, ironizzava lo scrittore
Ennio Flaiano, "nelle ore di punta è
diventato impossibile persino l’adulterio".Tempo
tiranno, quindi, soprattutto quello del lavoro.
E negli ultimi anni, con lo spettro della
disoccupazione alle porte, la sottomissione alle
lancette dell’orologio è diventata, se
possibile, ancora più completa. Eppure, rileva
Rifkin nel suo ultimo libro, si lavora sempre
di meno perchè nuove tecnologie accellerano i
tempi di produzione. La conseguenza è stata
una netta polarizzazione nel mercato del lavoro:
da una parte, un’élite di tecnocrati,
impegnatissima, che fa troppi straordinari;
dall’altra, una massa crescente di
disoccupati, sottoccupati, espulsi dalle grandi
aziende multinazionali, lavoratori in mobilità
o in cassa integrazione, messi fuori gioco dalla
progressiva automazione dell’attività
produttiva.
Allora
chi sono gli schiavi dell’orologio?
Manager, dirigenti, liberi professionisti, ma
non solo. Un sondaggio compiuto presso la Fiat
ha confermato che quattro impiegati su dieci
"subiscono" il tempo del lavoro e si
fermano oltre l’orario contrattuale. Benché
ciò sia causa di stress e di disturbi
psicosomatici, prevalgono gli imperativi di tipo
etico (bisogna essere laboriosi!) o di
opportunità (l’azienda giudica i
collaboratori in base alla loro disponibilità e
non solo in base ai risultati). In un periodo in
cui la disoccupazione è superiore al 10 per
cento, quindi, la paura del licenziamento è più
forte della rabbia per il tempo "subìto".
Questa sindrome è spesso chiamata "giapponesite",
ma anche a New York non si scherza. Di recente,
durante un viaggio in aereo,un amico dirigente
mi diceva che la mattina dopo avrebbe
partecipato non solo alla colazione di lavoro
delle 8, ormai istituzionalizzata, ma anche a
una preriunione delle 7, per preparare quella
successiva! La cosa paradossale è che, pur
avendo preso il velocissimo Concorde, nel
traffico di New York ha perso due delle tre ore
guadagnate con l’aereo supersonico. Insomma,
sembra delinearsi un primo stereotipo: la
fretta cattiva.
Il
rampantismo degli anni Ottanta, riassunto
dalla formula "rapido è bello", è
ormai relegato nell’ambito manageriale, mentre
una fascia sempre più estesa della popolazione
è infastidita dal tempo imposto e dal tempo
perso. E sono molti coloro che cercano di
mettere in atto strategie per opporsi alla
dittatura del tempo. Anche perché i veri nuovi
ricchi sono proprio coloro che non hanno
l’ossessione dell’orologio. |