La
fiducia: un termine in disuso o troppo in uso
direi, che ha effettivamente perso il suo
significato etimologico, visto che essere
affidabili significa essere credibili e aver
fiducia significa credere in qualcuno o in
qualcosa.
Attualmente,
infatti, i rapporti di amicizia, di coppia o
professionali sono eccessivamente “centrati”
nella conquista di fiducia, piuttosto che nella
concessione della stessa. Certamente molti
sono i fattori che influenzano la decisione di
dare la propria fiducia a qualcuno tra i
quali troviamo la disponibilità ad assumersi
dei rischi, la fiducia nel proprio intuito, il
grado di diffidenza o credulità, le esperienze
avute in precedenza con altri o con la persona
stessa. Possiamo subito notare, però, che
questi fattori sono perlopiù individuali perché
è la perdita della fiducia in se stessi che può
produrre alterazioni del comportamento
affettivo.
L’eccessiva
sospettosità e diffidenza nei confronti degli
altri può
addirittura portare a sviluppare un
nucleo paranoico oppure favorire la perdita del
valore di sé, fino ad arrivare a forme
depressive gravi. D’altra parte, l’eccessiva
fiducia può sconfinare nella creduloneria
oppure produrre supponenza e arroganza. La
fiducia di base si sviluppa a partire dalla
possibilità che il bambino ha di sperimentare
un senso di sicurezza familiare e di dipendenza
sicura dalla famiglia per sostituirla con una
“dipendenza” matura e sicura dai pari e dal
partner, una volta raggiunto un certo grado di
emancipazione dalla famiglia stessa.
E’
stato ormai ampiamente dimostrato che la
fiducia di base influenza anche le modalità di
reazione a eventi di perdita che possono
essere rappresentati da lutti o separazioni
(coniugali ma anche amicali). Molti studi hanno
evidenziato come le persone con scarsa fiducia
in se stessi, dopo una perdita, tendevano ad
“aggrapparsi” agli altri e entravano in una
voragine depressiva. Mentre coloro che non
avevano fiducia nell’altro mostravano
atteggiamenti di ritiro evitando, in tal modo,
di ripetere un’esperienza “luttuosa”. Una
mia amica, ad esempio, dopo essere stata
strumentalizzata da una sua “amica”, nonché
collega di lavoro, si è sentita costretta ad
interrompere questo legame “vizioso”, senza
subirne apparentemente alcuna conseguenza. Con
il passare del tempo, però, si è trovata
letteralmente sola perché tutte le altre sue
amiche non la cercavano più e non la
coinvolgevano in nessuna iniziativa.
Nel
momento stesso in cui ha messo in discussione
questa visione di sé e dell’altro, ha deciso
di assumere una posizione più attiva e ha
iniziato lei stessa a coinvolgere le sue amiche
chiedendo aiuto ad organizzare la sua festa di
compleanno alle quali hanno poi partecipato con
molto entusiasmo. In effetti era lei che,
inconsciamente, aveva assunto una modalità di
“evitamento” garbato e giustificato dalla
gran mole di lavoro, per non ritrovarsi di nuovo
a dover sostenere un eventuale lutto. Nei
rapporti di amicizia e anche in quelli
sentimentali, infatti, è fondamentale
assumersi l’impegno di credere nell’altro,
se non si vuole vivere nell’anticamera di
un’intimità condivisa.