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“E’
stata tua la colpa e allora adesso che vuoi...”,
recitava una vecchia canzone d’amore di
Edoardo Bennato. Effettivamente, quando finisce
un amore sembra essere più importante ricercare
di chi è la colpa perché risulta sempre
difficile ammettere le proprie responsabilità
nell’aver causato la fine di un rapporto o la
nascita di conflitti e aggressività, mentre è
molto più facile addossare all’altro la colpa
della fine di quello stesso rapporto.
E allora ecco che accusiamo l’altro di non
amarci abbastanza oppure di non aver fatto
abbastanza per noi.
Tutto
questo viene fatto, comunque, in buona fede da
chi si sente vittima di una situazione e, quando
dico in buona fede, intendo dire che la vittima
accusa l’altro perché non conosce uno dei
meccanismi psicologici più diffusi in
psicologia sistemica: il concetto secondo cui
noi siamo amabili quando ci sentiamo amati.
Generalmente, infatti, ci consideriamo
persone amabili solo se ci sentiamo amati
dall’altro e questo ci porta ad assumere
una posizione passiva e deresponsabilizzante in
un rapporto. Ci innamoriamo dell’immagine che
l’altro ci rimanda di noi e, nel momento in
cui questa immagine non ci piace più, allora
smettiamo di essere innamorati di quel partner.
E’ importante comprendere che, mentre è
impossibile costringere l’altro ad amarci, è
possibile costringere noi stessi a diventare più
amabili.
Anna
e Angelo si sono presentati in terapia quando
sembrava non esserci nulla da fare. Anna
disillusa e disinnamorata, Angelo ostile e
disimpegnato nel rapporto: non facevano altro
che litigare per delle apparenti sciocchezze
e, soprattutto, Anna riteneva che la colpa del
suo disinnamoramento fosse completamente di
Angelo. Anna continuava a portare in terapia
modelli di coppia visti nelle pubblicità
televisive e, sentendosi inadeguata, si
proponeva in maniera inadeguata, e inseguiva
questi modelli facendo sentire inadeguato
anche il partner perché non rispondeva
all’immagine che si era fatta.
Non
era affatto disposta a tornare per prima ad
assumersi la responsabilità di essere una
persona amabile e cercava di attirare di nuovo
a sé l’amore e le attenzioni di Angelo
attraverso i musi lunghi, le minacce di
suicidio e l’aggressività.
Fino
al momento in cui le ho proposto, come a volte
faccio, di portare uno specchio con sé e di
guardarsi ogni tanto per vedere quale immagine
rimandava al suo partner e quale grado di
amabilità avesse il suo viso.
Ben
presto si è resa conto di quanto contribuisse
proprio con la sua immagine al fatto di non
essere amata e di quanto l’orgoglio finora
le avesse impedito di modificare i suoi
atteggiamenti per rendersi più amabile. In
poco tempo la sua nuova immagine e il proporsi
in questo nuovo modo l’ha resa sempre più
amabile agli occhi di Angelo, facendola
sentire sempre più amata.
Più
spesso parto dalla donna perché più
sensibile a questo richiamo e perché tende più
spesso ad essere passiva nel rapporto di coppia,
delegando all’altro la responsabilità di
sentirsi amata. La costruzione di questo circolo
virtuoso dà molto potere alla donna che smette
ben presto di sentirsi semplice oggetto di
desiderio per diventare soggetto attivo nella
relazione di coppia. |