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Prima
del 1975 il divorzio era considerato un fenomeno
di devianza sociale, pertanto, “patologico”
e probabile fonte di disagio psicologico per i
figli. Attualmente l’evento separazione e divorzio
devono essere letti come fenomeni del ciclo
vitale della famiglia e affrontati in maniera
diversa.
Quando
vedo in consultazione due partner che non
intendono separarsi “per il bene dei figli”,
nonostante la presenza di un’elevata
conflittualità, resto sempre un po’
perplesso. Dico loro
che il divorzio prevede la fine della coniugalità
e non la fine della genitorialità, che il
legame coniugale può essere scisso ma “si può”
e “si deve” continuare ad essere genitori.
E’
pur vero che, durante questo processo, i
genitori vanno
incontro ad una sofferenza seria sul piano
psicologico e sono meno competenti nel lavoro
volto al benessere dei figli, ma gli eventuali
danni sui figli conseguenti ad una separazione,
non sono tanto relativi alla separazione stessa
quanto alla presenza di conflitti di coppia e
allo stile genitoriale tenuto prima della
separazione.
Più
specificatamente,
sembra esserci
una correlazione indicativa fra la
modalità di risoluzione delle dispute
matrimoniali adottate dai coniugi e
l’espressione di comportamenti devianti da
parte dei propri figli, anche a distanza di
anni.
Il
bambino sembra rispondere con la messa in atto
di comportamenti antisociali quando i partner
interagiscono con ostilità, mentre è pervaso
da ansia sociale e timidezza estrema nel caso in
cui il marito affronta i dissidi con una
emotività distante e rabbiosa.
Il
conflitto porta alla formazione di alleanze
disfunzionali genitore-bambino che possono
provocare alcuni quadri psicopatologici
importanti, laddove spesso si confondono i
diversi livelli generazionali e il livello
coniugale con quello genitoriale, con
conseguenze sui figli in termini di
strumentalizzazione degli stessi. I figli
possono addirittura arrivare a farsi carico
emotivamente dei problemi dei genitori con costi
psicologici notevoli, oppure essere chiamati a
scegliere l’uno o l’altro fra i genitori
vivendo gravi sensi di colpa e andando incontro
ad intensi “conflitti di lealtà”.
In
Italia, nel 95% circa dei casi, il giudice
affida il minore alla madre e, molto spesso, il
padre risulta completamente “assente”. In
linea di massima il minore non viene quasi mai
ascoltato nelle udienze o in rapporto alle varie
proposte effettuate dalle parti in causa e non
viene neppure valutata la capacità del genitore
di sostenere il minore e di favorirne lo
sviluppo delle potenzialità, salvaguardando i
rapporti con l’altro genitore.
L’affidamento
congiunto, ad esempio, non viene quasi mai preso
in considerazione nonostante potrebbe essere uno
strumento utile a favorire la “cogenitorialità”,
ossia la capacità da parte degli ex-coniugi di
mantenere la corresponsabilità genitoriale,
nonostante la fine della coniugalità. E’
proprio il mantenimento delle due figure
genitoriali
che favorisce l’adattamento del bambino
dopo il divorzio e che permette la continuità
di un rapporto con la figura paterna, non solo
economicamente intesa, ma come facente parte di
una complessa rete d’attaccamento che
comprende la madre, il padre, il bambino e le reciproche rappresentazioni.
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