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Una
donna di 30 anni, vergine, sposata da 4 anni
che non era mai riuscita ad avere rapporti
sessuali completi a causa delle contrazioni
muscolari vaginali che impedivano la
penetrazione, si era presentata nel mio studio
la prima volta da sola. Dopo un periodo di
terapia basata sugli esercizi di
desensibilizzazione graduale e sistematica
della piattaforma muscolare vaginale, ho
conosciuto anche suo marito che si è presentato
da subito come un buon partner, collaboratore
attento alla terapia e motivato a seguire il
percorso di coppia.
C’erano
tutti i presupposti, dunque, per proseguire con
soddisfazione e relativa serenità il discorso
terapeutico, basato sulla collusione di coppia
che aveva tenuto in piedi questa sintomatologia
per così tanto tempo. I risultati arrivarono
abbastanza presto e io ne ero contento e
gratificato: avevo previsto tutto, anche le
ricadute.
Avevo
previsto persino l’eventualità che questi
successi avrebbero potuto portare i frutti e,
quindi, avevo consigliato loro di adottare un
mezzo anticoncezionale durante la terapia, ma
questo consiglio era stato puntualmente eluso
perché avevano deciso di stare attenti in altro
modo e, in fondo, continuavano ad essere
scettici rispetto alla risoluzione completa
della disfunzione.
La
rivelazione di “essere in tre”
avvenne dopo otto mesi dall’inizio della
terapia e fu un momento molto triste per
entrambi: dichiararono apertamente che non
avrebbero voluto che tutto questo accadesse in
questo momento, proprio adesso che stavano
risolvendo una serie di problematiche di coppia,
oltre alla sintomatologia che li aveva condotti
in terapia. Capisco subito, però, che non si
trattava di un banale incidente ma rappresentava
l’espressione di una forte ambivalenza nei
confronti della gravidanza. Nonostante non
sembrasse esserci un vero desiderio di
gravidanza, avevo molta fiducia rispetto al
fatto che il periodo di gestazione avrebbe
risvegliato lo spirito materno di lei e che
l’avrebbe portata ad un atteggiamento emotivo
positivo nei confronti della procreazione.
In
fondo, non avendo pianificato in maniera
ossessiva questa nascita, non l’avrebbero
neppure caricata d’aspettative eccessive e non
avrebbero rischiato troppo, come spesso accade,
di restare delusi dalla diversità tra il
bambino reale e quello immaginario. Consapevole
del fatto che, come sostengono gli
psicoanalisti, esiste una naturale ostilità,
più o meno coraggiosamente palesata, nei
confronti del feto decisi di iniziare a
lavorare sulle identificazioni rispettive con le
proprie immagini genitoriali interiori.
Effettivamente
Giulia aveva da sempre vissuto sua madre come
efficientissima e attentissima alle esigenze dei
propri figli: il passaggio dal ruolo di figlia a
quello di genitore le procurava, dunque, una
serie di angosce perché l’avrebbe portata a
verificare, a sua volta, la propria capacità di
essere un buon genitore.
La
ristrutturazione positiva della gravidanza
è passata attraverso la autonomizzazione da
questa pesante figura materna interiorizzata e
la possibilità di viversi come una madre
diversa da come era stata sua madre con lei:
meno efficiente, ma più affettuosa e più
umana.
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