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Generosi
fino al sacrificio di se stessi… La generosità
d’animo o di portafogli è stata sempre
considerata dalla psicoanalisi come un
sentimento che non esiste in quanto tale perché
l’essere umano cerca, comunque, un ritorno
affettivo o concreto nel dare all’altro. In
effetti, il bambino piccolo è tutto chiuso nel
suo “narcisismo primario” e deve imparare in
seguito a padroneggiare i suoi istinti egoistici
e a tener conto anche delle esigenze altrui. Se,
in queste fasi così delicate, sente di non
ricevere abbastanza non riuscirà a dare
all’altro e diventerà egoista e avaro anche
nei sentimenti perché è convinto di uscire
impoverito dalla relazione.
Quindi
possiamo affermare che la generosità vera si può
imparare, se ci sono alcuni presupposti come il
fatto di crescere in condizioni di integrità
fisica e intellettuale. La generosità vera,
dunque, diventa intenzionale e dettata dalla consapevolezza che dare
significa per forza anche ricevere. E’,
insomma, un’iniziativa creativa che si oppone
alla bassezza e all’ordine di chi colleziona
tutto o di chi calcola anche i sentimenti. Le
generosità ambigue invece, a parte quelle
sociali o dettate dalla solidarietà per i
propri simili, sono quelle
al limite del sacrificio. Sono quelle in cui
predomina la sottomissione all’altro e che
portano alla passività e alla dipendenza
abulica. Sono quelle che sfociano nell’eroismo
e nel masochismo.
Il
comandamento “ama il prossimo tuo come te
stesso” presuppone, appunto, di amare per
primi se stessi. E’
difficile considerare l’atteggiamento di santi
e martiri come ambigui, così com’è difficile
considerare cattiva la generosità totale che
caratterizza alcune persone devote ad una
persona che addirittura fa loro del male, che
sacrificano l’intera esistenza ad un
alcolista, ad esempio.
Occorre
sempre riflettere
sul fatto che queste persone non amano se stesse
e non sono neppure generose: sono spesso
dipendenti o co-dipendenti. Nei
gruppi di alcolisti anonimi viene insegnato a
questi soggetti il distacco con amore dalla
persona considerata “malata” di alcolismo.
Viene chiesto loro di lasciare l’altro alle
sue responsabilità, di non fare nulla per
toglierlo dalle conseguenze provocate dalla
malattia, di essere vicini loro senza
controllare. Le persone coinvolte in un problema
di dipendenza familiare non riescono quasi mai
ad accettare questo concetto che, pure, è
indispensabile. Reputano questo genere di
richiesta paradossale, hanno paura che l’altro
si rovini definitivamente, insomma argomentano
questo loro atteggiamento “sacrificale” come
necessario e indispensabile.
Qualcuno,
invece, mette in discussione il proprio operato
e riconosce che la propria generosità era
dettata dall’egoismo e dall’esigenza di
controllo e quindi decide di distaccarsi, anche
se dolorosamente. Quasi per miracolo la
dipendenza reciproca cessa di esistere e cessano
di esistere anche
i presupposti di questa malattia:
l’alcolista non ha più bisogno dei continui acting-out
per essere “notato” e riconosciuto, e la
persona dipendente dall’alcolista non ha più
motivo di controllarlo. In questo modo non solo
viene bloccata questa malattia distruttiva, ma
entrambi smettono di essere dipendenti, non
mascherando più la dipendenza con la generosità.
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