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Buona notte, oggi è sabato 24 giugno 2017

Generosità o dipendenza?

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Generosità o dipendenza?

Generosi fino al sacrificio di se stessi… La generosità d’animo o di portafogli è stata sempre considerata dalla psicoanalisi come un sentimento che non esiste in quanto tale perché l’essere umano cerca, comunque, un ritorno affettivo o concreto nel dare all’altro. In effetti, il bambino piccolo è tutto chiuso nel suo “narcisismo primario” e deve imparare in seguito a padroneggiare i suoi istinti egoistici e a tener conto anche delle esigenze altrui. Se, in queste fasi così delicate, sente di non ricevere abbastanza non riuscirà a dare all’altro e diventerà egoista e avaro anche nei sentimenti perché è convinto di uscire impoverito dalla relazione.

 

Quindi possiamo affermare che la generosità vera si può imparare, se ci sono alcuni presupposti come il fatto di crescere in condizioni di integrità fisica e intellettuale. La generosità vera, dunque, diventa intenzionale e dettata dalla consapevolezza che dare significa per forza anche ricevere. E’, insomma, un’iniziativa creativa che si oppone alla bassezza e all’ordine di chi colleziona tutto o di chi calcola anche i sentimenti. Le generosità ambigue invece, a parte quelle sociali o dettate dalla solidarietà per i propri simili, sono  quelle al limite del sacrificio. Sono quelle in cui predomina la sottomissione all’altro e che portano alla passività e alla dipendenza abulica. Sono quelle che sfociano nell’eroismo e nel masochismo.

 

Il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso” presuppone, appunto, di amare per primi se stessi. E’ difficile considerare l’atteggiamento di santi e martiri come ambigui, così com’è difficile considerare cattiva la generosità totale che caratterizza alcune persone devote ad una persona che addirittura fa loro del male, che sacrificano l’intera esistenza ad un alcolista, ad esempio.

 

Occorre sempre  riflettere sul fatto che queste persone non amano se stesse e non sono neppure generose: sono spesso dipendenti o co-dipendenti. Nei gruppi di alcolisti anonimi viene insegnato a questi soggetti il distacco con amore dalla persona considerata “malata” di alcolismo. Viene chiesto loro di lasciare l’altro alle sue responsabilità, di non fare nulla per toglierlo dalle conseguenze provocate dalla malattia, di essere vicini loro senza controllare. Le persone coinvolte in un problema di dipendenza familiare non riescono quasi mai ad accettare questo concetto che, pure, è indispensabile. Reputano questo genere di richiesta paradossale, hanno paura che l’altro si rovini definitivamente, insomma argomentano questo loro atteggiamento “sacrificale” come necessario e indispensabile.

 

Qualcuno, invece, mette in discussione il proprio operato e riconosce che la propria generosità era dettata dall’egoismo e dall’esigenza di controllo e quindi decide di distaccarsi, anche se dolorosamente. Quasi per miracolo la dipendenza reciproca cessa di esistere e cessano di esistere anche  i presupposti di questa malattia: l’alcolista non ha più bisogno dei continui acting-out per essere “notato” e riconosciuto, e la persona dipendente dall’alcolista non ha più motivo di controllarlo. In questo modo non solo viene bloccata questa malattia distruttiva, ma entrambi smettono di essere dipendenti, non mascherando più la dipendenza con la generosità. 

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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