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Buona sera, oggi è venerdì 23 giugno 2017

Il mito della magrezza

sesso in pillole
 




Il mito della magrezza

Il termine magrezza, in una società occidentale in cui i disturbi dell’alimentazione stanno diventando una piaga sociale, evoca fantasmi di patologia psichica o fisica e la sensazione è proprio quella secondo cui parlare con enfasi della magrezza può apparire addirittura pericoloso.

 

La ricerca di materiale di qualsiasi ordine sul concetto di magrezza, che viene sempre peraltro associato alla bellezza, rimanda sempre e comunque all’inquadramento nosografico del disturbo alimentare x, y o z. La bellezza è certamente fatta da criteri soggettivi e individuali ma è influenzata prevalentemente dai modelli del momento e della società in cui si vive. In effetti il mito della magrezza, prevalentemente presente nelle società occidentali, sta contagiando anche le donne nere sudafricane, come rivela uno studio presentato alla British  Psychological Society Conference per cui la figura piena della donna di colore considerata proprio per questo bella, sta lasciando il posto all’immagine della sottile figura della donna occidentale.

 

Ma forse si può tornare a considerare più serenamente e senza mitizzare il concetto di magrezza uguale bellezza, intendendo quest’ultima come armonia e funzionalità fisica e senza che il raggiungimento di questo stato di armonia diventi  paradossalmente fonte di infelicità.

 

Possiamo dire che alcuni parametri di bellezza, seppur vaghi e generici, sembrano essere universali: è attraente una persona giovane e sana e questo viene spiegato dal fine riproduttivo che la natura impone a salvaguardia della specie umana. Del resto la natura ha programmato il corpo degli animali come capaci di accumulare energia di riserva sotto forma di grasso molto tempo prima che noi inventassimo il frigo e il supermarket, luoghi che permettono alle nostre società progredite e organizzate di accumulare alimenti, fonte di energia, all’esterno del nostro corpo, appunto. Di conseguenza il concetto di bellezza si è, inevitabilmente, modificato. Anni e anni fa una donna “piena” veniva considerata “bella” perché possedeva una vera e propria ricchezza  (le sue riserve di grasso) e, quindi, poteva portare avanti con più successo l’obiettivo di madre natura, ossia l’evoluzione della specie umana. Oggi la caratteristica della pienezza non è più sinonimo di salute fisica quanto piuttosto di patologia.

 

Visto, dunque, che la natura ha provveduto a farci evolvere in un certo modo stabilendo quelli che sono i meccanismi di adattamento più funzionali rispetto all’ambiente circostante, io non credo che sia il protenderci ossessivamente nel tentativo del raggiungimento di un modello di perfezione, come le mode effimere ci propongono, quanto piuttosto la capacità di rimettere in armonia quella parte fondamentale, che va a costituire la nostra identità, che è il nostro corpo con quelle che sono le funzioni fisiche, a permetterci in futuro di farci apprezzare e percepire il vivere quotidiano.

 

Tutto questo certamente si ottiene anche eliminando il soprappeso che è causa di sovraccarico di lavoro dell’apparato respiratorio e cardiocircolatorio, sovraccarico che comporta una serie di conseguenze negative sulla qualità della nostra vita.

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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