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Il
termine magrezza, in una società
occidentale in cui i disturbi
dell’alimentazione stanno diventando una piaga
sociale, evoca fantasmi di patologia psichica
o fisica e la sensazione è proprio quella
secondo cui parlare con enfasi della magrezza può
apparire addirittura pericoloso.
La
ricerca di materiale di qualsiasi ordine sul
concetto di magrezza, che viene sempre peraltro
associato alla bellezza, rimanda sempre e
comunque all’inquadramento nosografico del
disturbo alimentare x, y o z. La bellezza è
certamente fatta da criteri soggettivi e
individuali ma è influenzata prevalentemente
dai modelli del momento e della società in cui
si vive. In effetti il mito della magrezza,
prevalentemente presente nelle società
occidentali, sta contagiando anche le donne nere
sudafricane, come rivela uno studio presentato
alla British Psychological
Society Conference per cui la figura piena della
donna di colore considerata proprio per questo
bella, sta lasciando il posto all’immagine
della sottile figura della donna occidentale.
Ma
forse si può tornare a considerare più
serenamente e senza mitizzare il concetto di
magrezza uguale bellezza, intendendo
quest’ultima come armonia e funzionalità
fisica e senza che il raggiungimento di questo
stato di armonia diventi paradossalmente
fonte di infelicità.
Possiamo
dire che alcuni parametri di bellezza, seppur
vaghi e generici, sembrano essere universali: è
attraente una persona giovane e sana e questo
viene spiegato dal fine riproduttivo che la
natura impone a salvaguardia della specie umana.
Del resto la natura ha programmato il corpo
degli animali come capaci di accumulare energia
di riserva sotto forma di grasso molto tempo
prima che noi inventassimo il frigo e il
supermarket, luoghi che permettono alle nostre
società progredite e organizzate di accumulare
alimenti, fonte di energia, all’esterno del
nostro corpo, appunto. Di conseguenza il
concetto di bellezza si è, inevitabilmente,
modificato. Anni e anni fa una donna “piena”
veniva considerata “bella” perché possedeva
una vera e propria ricchezza
(le sue riserve di grasso) e, quindi,
poteva portare avanti con più successo
l’obiettivo di madre natura, ossia
l’evoluzione della specie umana. Oggi la
caratteristica della pienezza non è più
sinonimo di salute fisica quanto piuttosto di
patologia.
Visto,
dunque, che la natura ha provveduto a farci
evolvere in un certo modo stabilendo quelli che
sono i meccanismi di adattamento più funzionali
rispetto all’ambiente circostante, io non
credo che sia il protenderci ossessivamente nel
tentativo del raggiungimento di un modello di
perfezione, come le mode effimere ci propongono,
quanto piuttosto la capacità di rimettere in
armonia quella parte fondamentale, che va a
costituire la nostra identità, che è il nostro
corpo con quelle che sono le funzioni fisiche, a
permetterci in futuro di farci apprezzare e
percepire il vivere quotidiano.
Tutto
questo certamente si ottiene anche eliminando il
soprappeso che è causa di sovraccarico di
lavoro dell’apparato respiratorio e
cardiocircolatorio, sovraccarico che comporta
una serie di conseguenze negative sulla qualità
della nostra vita.
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