Vorrei
cominciare con la differenza o il passaggio fra
la pedagogia e la terapia, e vorrei soffermarmi
sulla corporeità e sugli aspetti positivi della
corporeità.
Su questo si è parlato molto e ciò è
estremamente importante al di là delle
intellettualizzazioni verbali. Non si può
prescrivere il desiderio, non si può
prescrivere la creatività, non si può
prescrivere la comunicazione.
Prescrivere una comunicazione vuol dire
già in partenza pervertirla. Quindi a partire
da questi contenuti, sui quali sono interamente
persuaso, mi si pone, come clinico, come
terapeuta, una problematica completamente
opposta, cioè quali strategie utilizzare per
arrivare a raggiungere questi obiettivi di una
migliore comunicazione verbale e non verbale per
il rinnovo del desiderio e, se è possibile,
della creatività della coppia.
Questo mi obbliga a fare un brevissimo passo
indietro sul significato delle terapie della
coppia. Terapie perche? E coppia perché? Se
non ci si mette d'accordo su questo punto
preliminare è inutile che discutiamo sulle
specificità di un approccio terapeutico
piuttosto che di un altro. Il discorso della
terapia della coppia, chiaramente a livello
clinico, si sgancia da un discorso pedagogico e
al limite da un discorso morale.
Penso che il terapeuta che vuole salvare
la coppia è già un cattivo terapeuta.
È già orientato, e al limite gli si
potrebbe consigliare di fare una «toilette
controtransferale» sulle motivazioni che lui ha
per guarire, voler aiutare gli altri ecc. Il
voler salvare la coppia direi che ci preoccupa
più che non aiutarci nei nostri interventi
clinici.
A
questo punto dobbiamo porci dal punto di vista
della coppia ponendoci una domanda di base: esiste
ancora una coppia? Molte persone ci
consultano per avere la benedizione a divorziare
o a separarsi, la coppia non esiste più,
continua ad essere sulla carta ma non esiste a
livello essenziale.
Distinguiamo il discorso di crisi della
coppia e il discorso di conflitto di coppia,
anche se i sociologi non sono tanto d'accordo su
questa separazione. Se esiste la crisi della
coppia in realtà non esistono forse neanche i
presupposti di una terapia. Se invece esiste
un conflitto allora vuol dire che la
coppia vive ancora, ma che ha alcuni punti
sui quali non riesce a sbrigarsela da sola.
Esiste un contenuto di coppia all'interno del
quale c'è una conf1ittualità che forse può
essere migliorata dall'esterno, se la coppia
chiede aiuto. Quindi dobbiamo porci la domanda
se esiste la coppia non come entità giuridica
ma come entità esistenziale, come entità
psicologica, emotiva, dal di dentro della coppia
stessa. Dobbiamo anche porci la domanda
seguente: perché l'intervento sulla coppia?
Perché non l'individuo? Perchè non la società?
Una
coppia viene da noi perché c'è un problema
sessuale. Potremmo occuparci appunto di una
dimensione biologica dell'uno e dell'altra;
potremmo dire “è colpa di lui o è colpa di
lei", è legata a un conflitto infantile
che si riflette nella situazione coniugale, è a
causa di questa problematica anziana che
quest'uomo si è scelto questo tipo di donna, e
quindi il conflitto coniugale è inevitabile.
Non è per niente detto in partenza che
noi dobbiamo in maniera così categorica
occuparci obbligatoriamente della coppia, e
questo è il grande difetto di Master e Johnson
che, superando il discorso di Freud, dove c'è
un modello, un'immagine patema in primo piano, e
quello di M. Klein che propone l'immagine
materna, hanno intro-dotto il nuovo stereotipo
della terapia della coppia obbligatoria. In
alcune situazioni vale la pena di intervenire
sull'individuo, sulla storia, sul suo passato e
quindi l'approccio psicanalitico mantiene tutto
il suo valore, tutto il suo spazio. Altre volte
invece di occuparci della coppia ci si deve
preoccupare del clan familiare.
Esiste
tutta una patologia transgenerazionale delle coppie
che non vanno d'accordo in funzione dei figli,
che portano a casa dei modelli alternativi di
funzionare in coppia; oppure rispetto alla
coppia genitoriale: quindi in questo caso
piuttosto che occuparsi della coppia in maniera
isolata, vale la pena di pensare al sistema
familiare. Infine si potrebbe dire: ma in fondo,
perché la terapia, facciamo invece un discorso
sociale e preventivo; facciamo un discorso
sui ruoli sessuali, sulla reciprocità
uomo-donna, sugli stereotipi dei vecchi e dei
nuovi miti del sesso. Facciamo un discorso molto
più vasto che poi è un intervento politico più
che un'opzione terapeutica.
Quindi direi che vi sono quattro o cinque
alternative nelle quali ciascuno di noi con la
propria ideologia, con la propria identità
professionale sceglierà un tipo di intervento.
In questa sede ci limitiamo alla dinamica di
coppia quindi, dopo questi preamboli, ci
occuperemo direttamente di questa. Un'altra
dimensione da considerare, prima di passare agli
aspetti clinici, è quella della coppia rispetto
alla tematica del bambino e del sesso. Penso che
la coppia d'oggi, la coppia del modello
nucleare, sia completamente diversa dalla coppia
della famiglia patriarcale.
Nella
famiglia patriarcale il centro della storia è
il bambino: la gente si sposava per avere figli,
e avendo figli trovava una conformità al
gruppo, cioè il bisogno del clan era il bisogno
della coppia. Si può dire che oggi c'è uno
spostamento, c'è una rivoluzione copernicana,
per cui il centro non è più il bambino ma è
la coppia.
È la coppia che si sceglie prima e si
sceglie anche il modo di comunicare e di stare
insieme e poi decide se il bambino trova uno
spazio, un suo senso, il suo significato
all'interno della dinamica della coppia. Quindi
c'è una vera rivoluzione copernicana che fa sì
che questa coppia è sottoposta a nuove
esigenze: è una coppia che deve vivere nel suo
spazio interno di una sua qualità, non è solo
in funzione dello stereotipo sociale del bambino
che la coppia si definisce. La coppia si
definisce prima dal di dentro. Dobbiamo
considerare poi che tipo di coppia dobbiamo
difendere, e con la quale siamo confrontati, per
poi chiederci: per fare che cosa? Due o tre anni
fa, nel momento in cui le macrostrutture sociali
erano più in crisi, si è vista la fine del
maggio '68, l'attenuarsi del movimento
femminista e un ritorno al privato. Perché?
Perché la coppia ha rappresentato la
microsociologia, la microstruttura, ancora di
sicurezza e di salvataggio quando le
macrostrutture sembravano andare in crisi.
Quindi una coppia a mille chilometri
dall'erotismo. La coppia che aveva obiettivi e
funzioni di rassicurazione, di ancoraggio, di
sicurezza, rispetto alle insicurezze delle
macrostrutture, era molto lontana da una
concezione della coppia centrata sulla corporeità,
sulla dinamica dell'erotismo e della creatività.
Oggi dobbiamo porci la domanda: che tipo di
coppia vogliamo ricostituire?
La nostra responsabilità a livello
ideologico è altrettanto importante della
nostra responsabilità come terapeuti. Dal punto
di vista psicologico ci sono tutta una serie di
modelli di coppie, e direi che ognuno può
riflettere su quante persone conosce che si
ritrovano in questi stereotipi. Ho già
accennato alla coppia statica, la coppia che si
sposa e che fa l'assicurazione per la vecchiaia
sposandosi. Sposarsi secondo dei ruoli in genere
imposti dall'esterno una volta per tutte. Questo
stereotipo andava bene due o tre generazioni fa.
Oggi l'accelerazione è tale che i figli portano
in casa dei modelli alternativi, oppure i figli
se ne vanno sempre più presto da casa; quindi,
queste coppie che credevano di comunicare,
quando si trovano i figli che a sedici anni
partono di casa, si accorgono a quaranta che non
hanno niente da dirsi.
Quindi c'è tutta una patologia della
coppia statica che non riesce a ricreare un
equilibrio dinamico.
Vi
sono poi le coppie, che non comunicano
o che comunicano solo le informazioni;
la coppia che dice: dove andiamo al cinema
stasera? Dove andiamo in vacanza? Cioè, si
comunica i fatti ma non si comunica più le
emozioni, i sentimenti, le sensazioni, quindi
tutta la dimensione della corporeità, in senso
allargato, e dell'immaginario è abbandonata. Si
creano così coppie che si cronicizzano e che
muoiono a poco a poco perché hanno abbandonato
la dimensione vera della loro comunicazione. Si
ha poi un altro tipo di coppie che noi chiamiamo
coppie del bunker: sono le coppie che vivono in
aggressività costante, in un'aggressività
sorda, non tanto espressa, come succede a coloro
che litigano, per poi andar d'accordo; è questa
una forma di aggressività stretta in cui la
coppia non parla perché il primo che parla è
quello che si mette in pericolo, è come essere
in un bunker, il primo che si alza viene
separato dall'altro. A livello di coppia si
ritrovano delle situazioni di questo genere
molto frequentemente, e quindi il discorso è
del dire di no e non di sì, nel senso del non
mostrarsi per non mettersi in pericolo. Queste
coppie hanno una loro esigenza psicologica molto
evidente, anche se apparentemente paradossale, e
cioè che è molto meglio avere il nemico in
casa che avere un nemico sconosciuto da qualche
parte perché almeno in casa è sotto controllo,
si sa dov'è. Il “persecutore” visibile è
sempre un persecutore molto più controllabile
di quello che viene dall'ignoto, che potrebbe
arrivare chissà quando. Quindi questa è la
spiegazione psicologica di queste coppie che
continuano sempre a litigare e ci si chiede
perché queste persone non si separano?
Non si separano perché gli va bene di
avere il nemico in casa con queste modalità
psicologiche.
Vi
è poi un altro tipo di coppia che troviamo
soventemente, sono le coppie che
chiamiamo fusionali, o simbiotiche
perché si considerano due in una sola carne,
e fanno tutto insieme per ventiquattro ore,
giorno e notte; è questa un'ideologia cristiana
mal capita che poi viene utilizzata in funzione
di questo modello della fusione. Il meccanismo
è simile a quello dei lottatori giapponesi, che
per impedire all'altro di muoversi gli si
buttano addosso e gli tolgono lo spazio per
agire. La coppia fusionale funziona sovente in
questa maniera; perché ci sia dialogo ci vuole
uno spazio fra due persone, quindi togliendo lo
spazio viene tolto il rischio del conflitto ma
anche la possibilità del dialogo. Si potrebbero
considerare anche tanti altri tipi di coppia, ma
già si può vedere che in fondo la dinamica
della coppia non è sempre rosea e non è così
da idealizzare. In fondo la coppia per
funzionare bene deve essere fino a un certo
punto conflittuale altri-menti diventa una
coppia addormentata, per cui l'essere sempre
d'accordo può diventare a sua volta una difesa.
Di fronte a questo tipo di situazione si possono
avere varie strategie: interventi biologici, di
tipo psicoanalitico, o interventi di tipo
sociale.
Per
non ripetere questi approcci che sono un po'
classici parlerò di due piste della sessuologia
moderna che mettono l'accento sulla corporeità
e sull'immaginario erotico. Vi sono delle
persone che sono bloccate a livello
dell'immaginario e altre che sono bloccate a
livello della sensazione. Questo ci permette di
fare anche la scelta di un intervento su misura
a seconda di quale sia la patologia dominante.
L'intervento psicologico
sull'immaginario erotico è molto ampio, ma
possiamo cominciare da una domanda provocatoria:
bisogna comunicare le proprie fantasie erotiche
al proprio partner? Sì o no? In questo caso non
penso vi possano essere delle ricette.
L'immaginario erotico è un fatto privato o un
fatto comunicazionale?
È un fatto che può servire a migliorare
le dinamiche comunicazionali della coppia, come
la corporeità, oppure ognuno di noi ha diritto
al suo “giardino segreto”? Comunicare le
fantasie erotiche le estingue o le rinforza?
Come al solito gli psichiatri più che risolvere
i problemi li pongono, ma questo è l'aspetto
divertente del nostro mestiere. Vorrei a questo
punto soffermarmi sulla corporeità. È molto
importante sottolineare che la nostra società
ha messo l'accento proprio sul codice verbale,
come il codice dominante, ma non di rado il
codice verbale o il codice scritto è un codice
alienato. Si deve allora ritornare ad altri
codici, magari più primitivi, ma che hanno
mantenuto ancora la loro originalità. Fra
l'altro questo è un tema in chiave ideologica
estremamente democratico perché in fondo le
terapie a mediazione corporea ci sono insegnate
dagli operai, persone con le quali non
funzionava un rapporto fondato su un certo
codice verbale; persone che erano abituate a
tradurre nell'azione, nella loro attività
professionale quotidiana e che ci hanno
insegnato, ci hanno obbligato in un certo senso,
a ritrovare questi codici alternativi per
rendere alcune terapie sessuali all'americana un
po' più efficienti. Mi sembra importante anche
sottolineare che corporeità non vuol dire
genitalità, e su questo punto molti sono
d'accordo.
Il
punto di vista della sessuologia igienica,
meccanica e organizzata, l'abbiamo digerito e
superato e il discorso della corporeità è ben
più vasto di quello sulla sessualità.
Se parliamo di corporeità il discorso si
complica di nuovo perché ci si chiede: di che
corporeità parliamo? La corporeità c'era anche
prima; c'era la corporeità maschile o
maschilista, il corpo del guerriero.
Però era una corporeità centrata sulla
muscolatura, sulla motricità e quindi si
traduceva nell'azione.
Vi è invece un'altra corporeità
riferita alla sensorialità: la pelle. Quel
discorso che hanno portato avanti gli hippy,
che ha portato avanti il movimento ecologico, il
corpo nella natura, che ha portato avanti il
movimento femminista; il discorso della
sensorialità è la dimensione nuova creativa e
interessante al di là della corporeità motoria
del guerriero. Si può poi parlare della
sessualità al servizio della comunicazione.
Bisogna fare l'amore, bisogna fare bene l'amore,
ma bisogna fare l'amore perché?
Secondo un certo punto di vista la
sessualità diventa un mezzo al servizio della
comunicazione, un mezzo per arrivare alla
comunicazione. Vorrei invece ribaltare questo
punto di vista cioè parlare della comunicazione
al servizio della sessualità. Noi possiamo
decidere di intervenire sul contenuto della
comunicazione della coppia con tutte le ragioni
che ci portano sul perché non vanno d'accordo
ecc. e questo fa parte del campo tradizionale
della psicoterapia dinamica.
Ma
quello che c'è di più originale oggi è
l'intervento non tanto sui contenuti ma sui
sistemi di comunicazione cioè sul modo nel
quale le persone comunicano o non comunicano, il
tema della comunicazione non verbale ritrova
tutto il suo spazio. Si può dire che, secondo i
modelli della terapia familiare, l'intervento
sulla comunicazione è il livello ottimale, ed
è quindi inutile occuparsi dei contenuti del
racconto, fondati sul passato.
È più importante occuparsi dei sistemi
di comunicazione del presente e questo è
l'obiettivo ottimale. Per altri invece sarà un
obiettivo minimale: ci sono molte cose da fare e
se non cominciamo dalla comunicazione non si può
fare niente altro, in quanto certe situazioni di
conflittualità di coppia sono talmente forti
che prima dì poter attaccare i contenuti sui
quali non vanno d'accordo bisogna che queste
persone ritrovino un loro modo di comunicare. In
questo senso si tratta della comunicazione come
propedeutica a degli interventi, per esempio di
psicoterapia. di psicoanalisi. Come dicevo,
forse in maniera un po' provocatoria all'inizio,
si deve fare attenzione che questa
comunicazione di cui si parla tanto non diventi
il nuovo slogan come se la comunicazione dovesse
risolvere tutte le problematiche umane.
Questa nuova moda della comunicazione porta in
se il suo pericolo, il recupero direi della
comunicazione obbligatoria: amatevi purché
comunichiate. Gli interventi sul sistema di
comunicazione possono essere fatti a seconda del
livello epistemologico al quale ci si riferisce:
alla stessa coppia che viene in consultazione si
può decidere di fare una specie di pedagogia
della comunicazione, oppure una terapia della
comunicazione lavorando sui contenuti dei loro
sistemi di comunicazione.
A
volte accade che una coppia viene in
consultazione, e ogni volta che parlano la donna
parla per se e il marito parla per tutti e due.
E cominciano a dire: “ma noi quando andiamo a
letto ecc.", si può fare subito un
intervento sulla comunicazione, cioè facendo
capire a questa persona che quando ci dice «noi»
praticamente ingloba la moglie nel suo sistema.
Oppure vi sono delle coppie che vengono e
dico-no: “ma sei tu che non vuoi mai uscire
la sera per andare al cinema! “. E l'altro
(a) risponde: "Ma no sei tu che arrivi a
casa stanco (a) e che preferisci vedere la
televisione". La pedagogia parte dal
principio di mostrare che se due persone partono
dal tu, cominciano a parlare dell'altro in modo
proiettivo invece che di sé, al terzo scambio
la loro comunicazione è finita; si instaura un
doppio sistema proiettivo e anche se dicono la
stessa cosa non riescono a comunicarla. Le
persone, per esempio, che vengono continuamente
a dire quello che non funziona fra di loro,
danno per implicite le cose che vanno bene e
insistono invece sulle cose che non vanno: ”ah,
ma tu spendi troppo per la spesa”, “ah,
ma tu vai troppo spesso alle partite di calcio
invece di portarmi a spasso...” ecc.
Si sono abituati dopo un certo numero di
anni ad accentuare la comunicazione negativa,
lasciando implicita e non esplicita la
comunicazione positiva. Anche in questi casi è
chiaro che molte volte senza fare degli
interventi complicati si può invocare la
pedagogia della comunicazione (il problema del
noi, del doppio tu), e così si possono
realizzare dei progetti di intervento
sufficienti, senza essere profondi, ma già
efficienti per certe situazioni di conflittualità
di coppia.
E’
chiaro che possiamo, invece, avere un progetto
più ambizioso, come hanno per esempio i modelli
della terapia sistematica, che invece di
preoccuparsi della famiglia e del sistema
possono anche applicare alla coppia il problema
dei codici della comunicazione. Esiste
una comunicazione digitale o verbale esplicita,
esiste una comunicazione analogica, e spesso
l'aspetto non verbale, analogico, della
comunicazione può essere più importante dei
contenuti verbali che si esprimono.
Si può applicare questo a livello delle
coppie in riferimento alla diagnosi. Quando la
coppia si presenta è sempre molto importante
osservare come si disponga: ci sono quelli che
si mettono pra-ticamente di spalle, oppure con
le gambe incrociate.
Ci sono degli studi sulla
comunicazione non verbale che hanno
esaminato la maniera in cui le coppie incrociano
le gambe, se l'incrocio è aperto verso l'altro
oppure se la posizione assunta è quella di
chiusura. Vi sono poi quelli che non si parlano
mai fra di loro, parlano solo attraverso il
terapeuta e possono stare anche tre quarti d'ora
senza parlarsi. Il terapeu-ta deve essere il
vettore della comunicazione perché altrimenti
queste persone non si dicono niente. Oltre
questo aspetto, che si chiama analogico, v'è la
dimensione interlocutoria della comunicazione
che è quella che ci interessa in questo campo:
se, per esempio, qualcuno mi dicesse: che ora è?
è chiaro che usa la dimensione locutoria, perché
usa la parola, e la dimensione interlocutoria
perché si rivolge a me. Ma forse la cosa più
importante è la dimensione perlocutoria. Se per
esempio sto già parlando da mezz'ora e qualcuno
mi domanda che ora è, è chiaro che egli ha
l'intenzione con questa frase di influenzarmi
dicendomi indirettamente che parlo troppo a
lungo! È questa dimensione perlocutoria che al
limite ci interessa nella comunicazione della
coppia. l codici alternativi alla dimensione
verbale sono i codici di tipo non verbale, e per
questo nell'équipe di Ginevra abbiamo anche
introdotto dei terapeuti del corpo per le
persone che sono a loro agio nella dimensione
corporea.
Questo proprio perché la comunicazione non
verbale è molto importante e utile al di là
della verbalizzazione che è sempre presente.
Non è che le persone che vogliono dirsi la
stessa co-sa vanno sempre d'accordo, molte volte
possono usa-re proprio dei codici diversi, cioè
dei codici verbali, visivi, tattili, che non
sono gli stessi. Una signora, che si era
preparata per fare una grande uscita per andare
a una cena, si era fatta una pettinatura
complicata, quando il marito è arrivato a casa
gli ha domandato: “ma come ti sembra questa
pettinatura?”. Il marito preso da grande
entusiasmo l'ha abbracciata, spettinata, quindi
ne è derivata una grande scenata e la serata è
andata in fumo.
Cos'era successo? La moglie domandava una
risposta in codice visivo o in codice verbale e
aveva ricevuto una risposta in codice tattile.
Per cui andavano d'accordo, però non riuscivano
a intendersi nel codice di comunicazione.
Vorrei
finire con un discorso più critico che è
quello dei rischi della corporeità, così
come ci sono i rischi della comunicazione. È
chiaro che ogni movimento liberatorio porta in sé
un tentativo di recupero e che al di là della
liberazione del corpo in tutti i suoi aspetti
positivi esiste un recupero del corpo. Esiste il
rischio di creare un nuovo feticcio; è come per
esempio, se si ribaltasse il discorso giudaico-
cristiano, dello spirito buono, del corpo
cattivo, del corpo del peccato; adesso
invertiamo completamente i ruoli e rischiamo di
assistere alla nascita del corpo glorioso che
salva tutto, ma che diventa in realtà un nuovo
prodotto di consumo.
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