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“Perché
parlare di pianificazione familiare e
psichiatria infantile?”, mi hanno chiesto
diversi collaboratori con i quali ho discusso di
questo articolo. La loro prima reazione è stata
in generale di sorpresa, come se si fossero
trovati di fronte a un'associazione di argomenti
piuttosto insolita. Eppure queste due
discipline, la pianificazione familiare e la
psichiatria infantile, hanno dei punti in comune
sia sul piano teorico, sia come possibilità di
interazione nella pratica quotidiana. Cercherò
di esporre alcune riflessioni maturate in un
anno di attività professionale presso un
consultorio di pianificazione familiare e al
Centro medico - pedagogico di Ginevra.
Si
parla spesso di rapporto interdisciplinare come
esigenza di ogni attività clinica e di ricerca
e, a parer mio, le due discipline, la
pianificazione familiare e la psichiatria
infantile, hanno un supporto ideologico comune
che ne giustifica l'accostamento. Prima di tutto
hanno in comune il carattere preventivo. In
psichiatria infantile, l'azione terapeutica mira
al presente ma non perde mai di vista la
prospettiva del futuro del bambino che si cura.
In un consultorio di pianificazione familiare il
carattere preventivo è essenziale e un collega
olandese (il dottor Van Emde Boas) ha
dimostrato in un suo scritto che l'obiettivo non
è solo la prevenzione di una gravidanza
indesiderata, ma anche una reale attività di
igiene mentale. In un recente articolo ho
sostenuto la stessa opinione: a parte aspetto
preventivo sul piano demografico e strettamente
medico (tentativo di prevenzione dell'aborto),
ho sottolineato l'importanza della
pianificazione familiare in quanto fattore
capace di favorire l'armonia di una famiglia e
di facilitare i rapporti sociali in generale. È
in questa ampia prospettiva che un centro di
pianificazione familiare assume un reale valore
medico - sociale, divenendo un centro di
controllo, e non soltanto di limitazione delle
nascite. In definitiva, per la psichiatria
infantile e per la pianificazione familiare la
funzione preventiva e la visione prospettiva
rappresentano l’essenza stessa della loro
funzionalità e della loro ragion d'essere.
Esiste
un altro aspetto teorico che accosta queste due
discipline, cioè il fatto che si agisce in
funzione di un obiettivo comune: il bambino,
reale o potenziale che sia. Ciò appare evidente
quando si tratti di un consultorio medico -
pedagogico; ma anche in un centro di
pianificazione familiare si è altrettanto
costantemente alle prese con una stessa
im-magine: quella del bambino. In effetti, la
donna o la coppia che vengono a chiedere
un’informazione o la ricetta di un
anticoncezionale perché non desiderano avere un
figlio, dimostrano spesso, nel corso del
colloquio, come questa decisione sia il
risultato di motivazioni diverse, non sempre a
livello cosciente, a volte individuali e più
spesso collettive, proprie del gruppo sociale a
cui la donna o la coppia appartengono.
L’immagine del bambino si ammanta, allora, di
svariati significati accessori. Cosi, sul piano
psicologico, si potrà desiderare un figlio
per riprodurre una situazione familiare vissuta,
per avere qualcuno da amare, per sentirsi
completi, per proiettare su di lui le proprie
ambizioni, eccetera. D'altro canto, si può non
desiderare un figlio sentito come un peso o come
un rivale da coppie troppo giovani e immature o
malate di narcisismo. La donna potrà scartare
l'eventualità di un nuovo figlio in funzione
del suo desiderio di affermazione e di successo
professionale. A ben guardare, questa situazione
non è analoga a quella della donna che porta il
figlio affetto da turbe psicologiche a una
visita psichiatrica perché. tra le altre
ragioni, lo sente come un ostacolo alla sua vita
professionale? In altre parole, in un
consultorio di pianificazione familiare, che non
si riduca unicamente a un dispensario automatico
di pillole o di pessari, ci si imbatte di
continuo in questa immagine del bambino, di
questo stesso bambino che, in una isita di
psichiatria infantile, non è più potenziale ma
in carne ed ossa e, sul quale, si assommano gli
stessi significati simbolici. Partendo da questa
base teorica comune, fondata sulla funzione
preventiva e sull'obiettivo comune, cioè il
bambino, sia reale sia potenziale, esporrò
alcune possibilità d'interazione sul piano
pratico tra psichiatria infantile e
pianificazione familiare.
Durante
gli ultimi due anni è stata condotta a Ginevra
un'inchiesta sulla fecondità e
sull'antifecondazione. Un sotto - campione di
circa 300 casi, scelto tra le persone che
frequentano il consultorio di pianificazione
familiare presso il Policlinico di Ginecologia,
è stato sottoposto a un'intervista
psico-sociologica i cui risultati sono ancora in
fase di elaborazione. Si è richiesta, tra
l'altro, l'opinione delle donne circa la
dimensione ideale della famiglia ed e stato loro
domandato perché non deside-rassero avere
figli. Le risposte sono state svariate e
molteplici: difficoltà economiche, crisi
coniugali, precedenti gravidanze difficili,
controindicazioni mediche, eccetera.
Alcune hanno affermato di non desiderare
una nuova gravidanza date le difficoltà di
allevare i figli che già avevano. Tra le donne
madri di almeno un figlio (242 su 300), 34 (12
per cento), hanno addotto questa causa; 12 (4,9
per cento), l'hanno addotta come ragione
principale e 22 (9,1 per cento), come ragione
accessoria. Sono state ovviamente invocate altre
ragioni, e in particolare il numero eccessivo
dei figli già esistenti, la loro difficoltà di
carattere e di comportamento. Occorre
specificare che la domanda non è stata posta in
modo particolare: ci si è limitati a chiedere
le ragioni principali per le quali queste donne
non desideravano in quel momento avere figli. La
percentuale relativamente elevata di questo tipo
di risposta sembrerebbe dimostrare che, in un
consultorio di pianificazione familiare, le
donne tendono a parlare dei figli che già hanno
e delle difficoltà che essi possono
rappresentare.
In
effetti la domanda: "Perché non
desidera avere figli?" formulata
nell'inchiesta, viene posta altrettanto
regolarmente nelle consultazioni cliniche di
pianificazione familiare, salvo alcuni casi in
cui la decisione personale è già acquisita e
ci si rivolge al consultorio soltanto per avere
un'informazione o la ricetta di un
anticoncezionale. Se le donne parlano delle
difficoltà che incontrano con i loro bambini, sì
può andare più in là ed esortarle a
rivolgersi, in caso di necessità, ad uno
specialista di medicina e pedagogia? Io credo di
sì, perché spesso nel consultorio il discorso
si sposta automaticamente dai problemi creati da
un figlio "eventuale", cioè che deve
venire, a quelli posti dai figli già esistenti.
Ecco un breve esempio: una donna di 35 anni
viene in consultorio e mi chiede un metodo
efficace per non avere più figli poiché non
desidera restare incinta, almeno per il momento.
È molto esaurita e stremata da un recente
parto, ma soprattutto a causa della vivacità
del figlio maggiore che ha otto anni. Il bambino
fa ancora la pipì a letto e la mamma deve
alzarsi tutte le notti per cambiarlo. Un breve
colloquio rivela la necessità di far visitare
il bambino da uno specialista, il quale gli
prescrive un trattamento. Ma al di là di queste
possibilità di “scoperta”, può un
consultorio di pianificazione familiare
assolvere una funzione preventiva nei confronti
delle turbe psichiche dell’infanzia e della
salute mentale del bambino in generale? Mi è
difficile rispondere in modo categorico a questo
interrogativo perché il fenomeno sfugge ad una
metodologia adeguata. E per quanto riguarda la
semplice impressione clinica, c’è sempre il
rischio di scambiare per realtà il desiderio
(legittimo) che l'intervento dello
specialista sia realmente benefico. Posso
però fornire qualche informazione utilizzando
un altro dato dell'inchiesta. Le 300 donne del
campione sono state sottoposte, dopo quattro o
sei mesi, a una seconda intervista, allo scopo
di verificare i risultati del metodo
anticoncezionale prescritto. Si sono studiati
non soltanto gli effetti secondari somatici e
psicologici, ma anche l’influenza del
controllo delle nascile sulla struttura e
l'armonia familiare. Alle donne che avevano già
dei bambini è stato chiesto, tra l’altro, se,
dopo l'uso di antifecondativi efficaci, avessero
l'impressione che la sicurezza di non restare
incinte le avesse rese più o meno serene e
pazienti verso i loro figli. La risposta è
stata: 86.8 per cento, atteggiamento immutato;
10,6 per cento, “più paziente” e 2,6 per
cento “meno paziente”. Secondo queste
risposte, il controllo delle nascite sembrerebbe
aver influenzato in maniera positiva, sia pure
in maniera modesta, il rapporto psicologico
madre – figlio. Nel consultorio del servizio
medico – pedagogico si tengono presenti le
questioni relative alla pianificazione
familiare? E se si, questa viene utilizzata in
una prospettiva uniforme? Le risposte fornite
dai collaboratori interpellati al riguardo sono
state abbastanza con-traddittorie, perfino
all’interno di una stessa categoria
professionale.
Il
tema del controllo delle nascite viene a
volte affrontato dal gruppo del servizio medico
pedagogico di Ginevra che si occupa degli
adolescenti. La pubblicità data in questi
ultimi anni ai contraccettivi orali è tale che
gli adolescenti di solito sanno già che essi
esistono. L'argomento viene spesso affrontato
nei corsi scolastici di educazione sessuale e, a
volte, dagli stessi genitori. Con le adolescenti
che si presentano al consultorio
medico-pedagogico si parla di controllo delle
nascite soltanto se esse lo chiedono
espressamente, e si tende ad informarle in modo
obiettivo e naturale. Nei casi seguiti
regolarmente in una prospettiva psicoterapica,
il tema del controllo delle nascite viene
inserito in un dialogo più vasto, tendente a
far evolvere l'atteggiamento psicologico
dell'adolescente di fronte alla riproduzione.
Esistono tuttavia dei casi che richiedono da
parte del medico una posizione più attiva, per
esempio di fronte a delle adolescenti che
ma-nifestino una instabilità caratteriale o che
abbiano rapporti sessuali decisamente precoci.
L'argomento è molto complesso, e meriterebbe di
essere sviluppato più ampiamente. Ci limiteremo
qui ad affermare che esso comporta una decisione
terapeutica molto delicata: occorrerà infatti
giudicare di volta in volta se è il caso di
prescrivere la "pillola"; se la
pillola, abolendo delle inibizioni, non favorirà
dei rapporti sessuali immaturi, nocivi allo
sviluppo psico-affettivo dell'adolescente; o se
invece il controllo delle nascite avrà una
funzione strettamente e semplicemente preventiva
nei confronti di una gravidanza precoce e di un
eventuale aborto provocato. La pianificazione
familiare è utilizzata dal servizio medico
pedagogico anche in casi in cui predomini la
componente sociale. Si tratta sop-rattutto di un
problema di ordine quantitativo: i bambini sono
troppo numerosi in rapporto alle possibilità
economiche e di spazio della famiglia, e i
disturbi dell'età scolastica o del
comportamento derivano, in parte, da questo
squilibrio. Gli assistenti sociali, che curano
personalmente questi casi, non si limitano solo
a rispondere a una richiesta di informazioni sui
metodi contraccettivi, ma molto spesso si
trovano a dover porre il problema del controllo
delle nascite affinché l’arrivo di un nuovo
figlio non fac-cia precipitare una situazione già
molto precaria. Tutti quelli che lavorano, al
servizio medico-pedagogico conoscono queste
famiglie di di-sturbati o di ritardati mentali
in sileituazioni cosi difficili, che spesso
finiscono a carico delta comunità. Il controllo
delle nascite deve essere consigliato in un
consultorio medico-pedagogico nel caso di
affezioni neuropsichiche di ti-po ereditario. Ma
quale atteggiamen-to assumere in quei casi
cosiddetti affettivi, che generalmente vengono
curati dai medici e in parte anche dagli
psicologi? I collaboratori inter-pellati sono
stati concordi nel ri-spondere che l'eventualità
della pianificazione familiare non è stata mai
messa in discussione nei primi collo-qui, e
quasi mai nel caso in cui predominassero
problemi dell'età sco-lastica e disturbi
specifici. Per il resto, l'atteggiamento degli
specialisti è stato contrastante.
Alcuni
non avevano mai avuto l'occasione di parlarne
con i genitori; altri, al contrario, lo avevano
fatto a più riprese. Sono così emersi vari
problemi teorici:
-
limitarsi
a rispondere alle richieste di alcuni
genitori o assumere una posizione più
attiva?
-
informare
subito le persone o mandarle da un
ginecologo di loro fiducia o in un
consultorio di pianificazione familiare?
Purtroppo
manca lo spazio per sviluppare a fondo
l'argomento e posso solo limitarmi a proporre un
confronto fra gli atteggiamenti dei
collaboratori del servizio medico – pedagogico
che mi sono apparsi così diversi nonostante
l’omogeneità della popolazione presa in
esame. Indicherò due punti che, secondo me,
influenzano l'atteggiamento del terapeuta in
questo campo, vale a dire la sua concezione
della psichiatria infantile e della
pianificazione familiare. Il tema della
pianificazione fami-liare è stato affrontato
soprattutto da quei collaboratori che hanno una
visione "relazionale" dei disturbi
af-fettivi del bambino. Molto spesso i
genitori accompagnano il figlio al consultorio e
se ne lavano le mani. Di conseguenza,
l'abilità del terapeuta, sta nel sensibilizzare
gli adulti al problema delle eventuali
correlazioni fra il loro atteggiamento e i
disturbi psicopatologici del figlio. Una volta
che le difficoltà del figlio sono inserite in
questa problematica relazionare al gruppo
familiare, ecco che i genitori si mettono a
parlare dei loro problemi personali o coniugali
contemporaneamente alle loro reazioni istintive
nei confronti del figlio. In questi casi è
facile discutere ciò che il bambino (presente o
potenziale desiderato) rappresenta per loro. Mi
torna in mente un esempio molto semplice. Una
madre era venuta a consultarmi per vari disturbi
nevrotici del figlio. Dopo qualche colloquio
preliminare, cominciò a parlare del suo passato
di figlia illegittima e del modo in cui la sua
esperienza personale si proiettava nella
situazione attuale. Il suo atteggiamento nei
confronti del figlio era ambivalente, cioè
possessivo e di rifiuto al tempo stesso.
In
seguito, la progressiva elaborazione delle
proprie motivazioni l'aveva indotta ad adottare
un atteggiamento più coerente nei riguardi del
figlio e a modificare il comportamento
ambivalente abituale che si traduceva nel
rifiuto di ogni pratica anti-fecondativa e al
tempo stesso nella impossibilità di accettare
ogni volta l'idea di una nuova gravidanza.
Questo caso mi ha convinto ancora una volta che
la cosa più im-portante è chiarire
innanzitutto il desiderio, cosciente o
inconscio, di avere dei figli, anziché
affrontare subito il problema del controllo
del-le nascite il quale, spesso, non è altro
che una conseguenza logica. Un secondo fattore
influenza la diversa posizione dei medici,
psicologi e assistenti sociali: cioè il loro
punto di vista personale nei confronti della
pianificazione. familiare. Siamo in un campo che
coinvolge forti cariche emozionali e nel quale
si riflettono inevitabilmente significa-zioni
affettive individuali. È materialmente
impossibile su queste pagine tratteggiare le
numerose reazioni psicologiche che tale
argomento può suscitare e che sono descritte
così bene dal dottor Van Emde Boas nel suo
articolo "Resistenze emotive
all'antifecondazione" (Excerpta Medica,
lnternational Congress, n. 46, pag. 29). È
chiaro che il fatto di poter pensare di
utilizzare la pianificazione familiare come
strumento terapeutico implica il poterla
demistificare di tutte le sue funzioni
accessorie.
Ma
quali sono i limiti psicologici e pratici di una
sua efficace utilizzazione?
Tra
un netto rifiuto a farsi coinvolgere
dall'argomento e un atteggiamento coercitivo
quasi sempre dannoso, la difficoltà e
l’efficacia dell'azione terapeutica
consisteranno nell'attenersi non soltanto alle
proprie ideologie, ma anche ai bisogni dei
pazienti, pur restando sempre disponibili di
fronte a una richiesta a volte esplicita, a
volte larvata, pronti a sfumare la propria
azione nel senso di una informazione, di una
ricetta e dell'invio del paziente a un
consultorio specializzato. Queste mie
riflessioni non hanno assolutamente la pretesa
di diventare uno strumento di propaganda
neomaltusiana, ma mirano a sensibilizzare, se
necessario, una parte dei collaboratori del
servizio medico - pedagogico sulle possibilità
terapeutiche offerte dalla pianificazione
familiare.
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