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Buona sera, oggi è venerdì 23 giugno 2017

Il bimbo, prima o poi

sesso in pillole
 




Il bimbo, prima o poi

Perché parlare di pianificazione familiare e psichiatria infantile?”, mi hanno chiesto diversi collaboratori con i quali ho discusso di questo articolo. La loro prima reazione è stata in generale di sorpresa, come se si fossero trovati di fronte a un'associazione di argomenti piuttosto insolita. Eppure queste due discipline, la pianificazione familiare e la psichiatria infantile, hanno dei punti in comune sia sul piano teorico, sia come possibilità di interazione nella pratica quotidiana. Cercherò di esporre alcune riflessioni maturate in un anno di attività professionale presso un consultorio di pianificazione familiare e al Centro medico - pedagogico di Ginevra.

Si parla spesso di rapporto interdisciplinare come esigenza di ogni attività clinica e di ricerca e, a parer mio, le due discipline, la pianificazione familiare e la psichiatria infantile, hanno un supporto ideologico comune che ne giustifica l'accostamento. Prima di tutto hanno in comune il carattere preventivo. In psichiatria infantile, l'azione terapeutica mira al presente ma non perde mai di vista la prospettiva del futuro del bambino che si cura. In un consultorio di pianificazione familiare il carattere preventivo è essenziale e un collega olandese (il dottor Van Emde Boas) ha dimostrato in un suo scritto che l'obiettivo non è solo la prevenzione di una gravidanza indesiderata, ma anche una reale attività di igiene mentale. In un recente articolo ho sostenuto la stessa opinione: a parte aspetto preventivo sul piano demografico e strettamente medico (tentativo di prevenzione dell'aborto), ho sottolineato l'importanza della pianificazione familiare in quanto fattore capace di favorire l'armonia di una famiglia e di facilitare i rapporti sociali in generale. È in questa ampia prospettiva che un centro di pianificazione familiare assume un reale valore medico - sociale, divenendo un centro di controllo, e non soltanto di limitazione delle nascite. In definitiva, per la psichiatria infantile e per la pianificazione familiare la funzione preventiva e la visione prospettiva rappresentano l’essenza stessa della loro funzionalità e della loro ragion d'essere.

Esiste un altro aspetto teorico che accosta queste due discipline, cioè il fatto che si agisce in funzione di un obiettivo comune: il bambino, reale o potenziale che sia. Ciò appare evidente quando si tratti di un consultorio medico - pedagogico; ma anche in un centro di pianificazione familiare si è altrettanto costantemente alle prese con una stessa im-magine: quella del bambino. In effetti, la donna o la coppia che vengono a chiedere un’informazione o la ricetta di un anticoncezionale perché non desiderano avere un figlio, dimostrano spesso, nel corso del colloquio, come questa decisione sia il risultato di motivazioni diverse, non sempre a livello cosciente, a volte individuali e più spesso collettive, proprie del gruppo sociale a cui la donna o la coppia appartengono. L’immagine del bambino si ammanta, allora, di svariati significati accessori. Cosi, sul piano psicologico, si potrà desiderare un figlio per riprodurre una situazione familiare vissuta, per avere qualcuno da amare, per sentirsi completi, per proiettare su di lui le proprie ambizioni, eccetera. D'altro canto, si può non desiderare un figlio sentito come un peso o come un rivale da coppie troppo giovani e immature o malate di narcisismo. La donna potrà scartare l'eventualità di un nuovo figlio in funzione del suo desiderio di affermazione e di successo professionale. A ben guardare, questa situazione non è analoga a quella della donna che porta il figlio affetto da turbe psicologiche a una visita psichiatrica perché. tra le altre ragioni, lo sente come un ostacolo alla sua vita professionale? In altre parole, in un consultorio di pianificazione familiare, che non si riduca unicamente a un dispensario automatico di pillole o di pessari, ci si imbatte di continuo in questa immagine del bambino, di questo stesso bambino che, in una isita di psichiatria infantile, non è più potenziale ma in carne ed ossa e, sul quale, si assommano gli stessi significati simbolici. Partendo da questa base teorica comune, fondata sulla funzione preventiva e sull'obiettivo comune, cioè il bambino, sia reale sia potenziale, esporrò alcune possibilità d'interazione sul piano pratico tra psichiatria infantile e pianificazione familiare.

Durante gli ultimi due anni è stata condotta a Ginevra un'inchiesta sulla fecondità e sull'antifecondazione. Un sotto - campione di circa 300 casi, scelto tra le persone che frequentano il consultorio di pianificazione familiare presso il Policlinico di Ginecologia, è stato sottoposto a un'intervista psico-sociologica i cui risultati sono ancora in fase di elaborazione. Si è richiesta, tra l'altro, l'opinione delle donne circa la dimensione ideale della famiglia ed e stato loro domandato perché non deside-rassero avere figli. Le risposte sono state svariate e molteplici: difficoltà economiche, crisi coniugali, precedenti gravidanze difficili, controindicazioni mediche, eccetera.  Alcune hanno affermato di non desiderare una nuova gravidanza date le difficoltà di allevare i figli che già avevano. Tra le donne madri di almeno un figlio (242 su 300), 34 (12 per cento), hanno addotto questa causa; 12 (4,9 per cento), l'hanno addotta come ragione principale e 22 (9,1 per cento), come ragione accessoria. Sono state ovviamente invocate altre ragioni, e in particolare il numero eccessivo dei figli già esistenti, la loro difficoltà di carattere e di comportamento. Occorre specificare che la domanda non è stata posta in modo particolare: ci si è limitati a chiedere le ragioni principali per le quali queste donne non desideravano in quel momento avere figli. La percentuale relativamente elevata di questo tipo di risposta sembrerebbe dimostrare che, in un consultorio di pianificazione familiare, le donne tendono a parlare dei figli che già hanno e delle difficoltà che essi possono rappresentare.

In effetti la domanda: "Perché non desidera avere figli?" formulata nell'inchiesta, viene posta altrettanto regolarmente nelle consultazioni cliniche di pianificazione familiare, salvo alcuni casi in cui la decisione personale è già acquisita e ci si rivolge al consultorio soltanto per avere un'informazione o la ricetta di un anticoncezionale. Se le donne parlano delle difficoltà che incontrano con i loro bambini, sì può andare più in là ed esortarle a rivolgersi, in caso di necessità, ad uno specialista di medicina e pedagogia? Io credo di sì, perché spesso nel consultorio il discorso si sposta automaticamente dai problemi creati da un figlio "eventuale", cioè che deve venire, a quelli posti dai figli già esistenti. Ecco un breve esempio: una donna di 35 anni viene in consultorio e mi chiede un metodo efficace per non avere più figli poiché non desidera restare incinta, almeno per il momento. È molto esaurita e stremata da un recente parto, ma soprattutto a causa della vivacità del figlio maggiore che ha otto anni. Il bambino fa ancora la pipì a letto e la mamma deve alzarsi tutte le notti per cambiarlo. Un breve colloquio rivela la necessità di far visitare il bambino da uno specialista, il quale gli prescrive un trattamento. Ma al di là di queste possibilità di “scoperta”, può un consultorio di pianificazione familiare assolvere una funzione preventiva nei confronti delle turbe psichiche dell’infanzia e della salute mentale del bambino in generale? Mi è difficile rispondere in modo categorico a questo interrogativo perché il fenomeno sfugge ad una metodologia adeguata. E per quanto riguarda la semplice impressione clinica, c’è sempre il rischio di scambiare per realtà il desiderio (legittimo) che l'intervento dello specialista sia realmente benefico. Posso però fornire qualche informazione utilizzando un altro dato dell'inchiesta. Le 300 donne del campione sono state sottoposte, dopo quattro o sei mesi, a una seconda intervista, allo scopo di verificare i risultati del metodo anticoncezionale prescritto. Si sono studiati non soltanto gli effetti secondari somatici e psicologici, ma anche l’influenza del controllo delle nascile sulla struttura e l'armonia familiare. Alle donne che avevano già dei bambini è stato chiesto, tra l’altro, se, dopo l'uso di antifecondativi efficaci, avessero l'impressione che la sicurezza di non restare incinte le avesse rese più o meno serene e pazienti verso i loro figli. La risposta è stata: 86.8 per cento, atteggiamento immutato; 10,6 per cento, “più paziente” e 2,6 per cento “meno paziente”. Secondo queste risposte, il controllo delle nascite sembrerebbe aver influenzato in maniera positiva, sia pure in maniera modesta, il rapporto psicologico madre – figlio. Nel consultorio del servizio medico – pedagogico si tengono presenti le questioni relative alla pianificazione familiare? E se si, questa viene utilizzata in una prospettiva uniforme? Le risposte fornite dai collaboratori interpellati al riguardo sono state abbastanza con-traddittorie, perfino all’interno di una stessa categoria professionale.

Il tema del controllo delle nascite viene a volte affrontato dal gruppo del servizio medico pedagogico di Ginevra che si occupa degli adolescenti. La pubblicità data in questi ultimi anni ai contraccettivi orali è tale che gli adolescenti di solito sanno già che essi esistono. L'argomento viene spesso affrontato nei corsi scolastici di educazione sessuale e, a volte, dagli stessi genitori. Con le adolescenti che si presentano al consultorio medico-pedagogico si parla di controllo delle nascite soltanto se esse lo chiedono espressamente, e si tende ad informarle in modo obiettivo e naturale. Nei casi seguiti regolarmente in una prospettiva psicoterapica, il tema del controllo delle nascite viene inserito in un dialogo più vasto, tendente a far evolvere l'atteggiamento psicologico dell'adolescente di fronte alla riproduzione.
Esistono tuttavia dei casi che richiedono da parte del medico una posizione più attiva, per esempio di fronte a delle adolescenti che ma-nifestino una instabilità caratteriale o che abbiano rapporti sessuali decisamente precoci. L'argomento è molto complesso, e meriterebbe di essere sviluppato più ampiamente. Ci limiteremo qui ad affermare che esso comporta una decisione terapeutica molto delicata: occorrerà infatti giudicare di volta in volta se è il caso di prescrivere la "pillola"; se la pillola, abolendo delle inibizioni, non favorirà dei rapporti sessuali immaturi, nocivi allo sviluppo psico-affettivo dell'adolescente; o se invece il controllo delle nascite avrà una funzione strettamente e semplicemente preventiva nei confronti di una gravidanza precoce e di un eventuale aborto provocato. La pianificazione familiare è utilizzata dal servizio medico pedagogico anche in casi in cui predomini la componente sociale. Si tratta sop-rattutto di un problema di ordine quantitativo: i bambini sono troppo numerosi in rapporto alle possibilità economiche e di spazio della famiglia, e i disturbi dell'età scolastica o del comportamento derivano, in parte, da questo squilibrio. Gli assistenti sociali, che curano personalmente questi casi, non si limitano solo a rispondere a una richiesta di informazioni sui metodi contraccettivi, ma molto spesso si trovano a dover porre il problema del controllo delle nascite affinché l’arrivo di un nuovo figlio non fac-cia precipitare una situazione già molto precaria. Tutti quelli che lavorano, al servizio medico-pedagogico conoscono queste famiglie di di-sturbati o di ritardati mentali in sileituazioni cosi difficili, che spesso finiscono a carico delta comunità. Il controllo delle nascite deve essere consigliato in un consultorio medico-pedagogico nel caso di affezioni neuropsichiche di ti-po ereditario. Ma quale atteggiamen-to assumere in quei casi cosiddetti affettivi, che generalmente vengono curati dai medici e in parte anche dagli psicologi? I collaboratori inter-pellati sono stati concordi nel ri-spondere che l'eventualità della pianificazione familiare non è stata mai messa in discussione nei primi collo-qui, e quasi mai nel caso in cui predominassero problemi dell'età sco-lastica e disturbi specifici. Per il resto, l'atteggiamento degli specialisti è stato contrastante.

Alcuni non avevano mai avuto l'occasione di parlarne con i genitori; altri, al contrario, lo avevano fatto a più riprese. Sono così emersi vari problemi teorici:

  • limitarsi a rispondere alle richieste di alcuni genitori o assumere una posizione più attiva?

  • informare subito le persone o mandarle da un ginecologo di loro fiducia o in un consultorio di pianificazione familiare?

Purtroppo manca lo spazio per sviluppare a fondo l'argomento e posso solo limitarmi a proporre un confronto fra gli atteggiamenti dei collaboratori del servizio medico – pedagogico che mi sono apparsi così diversi nonostante l’omogeneità della popolazione presa in esame. Indicherò due punti che, secondo me, influenzano l'atteggiamento del terapeuta in questo campo, vale a dire la sua concezione della psichiatria infantile e della pianificazione familiare. Il tema della pianificazione fami-liare è stato affrontato soprattutto da quei collaboratori che hanno una visione "relazionale" dei disturbi af-fettivi del bambino. Molto spesso i genitori accompagnano il figlio al consultorio e se ne lavano le mani. Di conseguenza, l'abilità del terapeuta, sta nel sensibilizzare gli adulti al problema delle eventuali correlazioni fra il loro atteggiamento e i disturbi psicopatologici del figlio. Una volta che le difficoltà del figlio sono inserite in questa problematica relazionare al gruppo familiare, ecco che i genitori si mettono a parlare dei loro problemi personali o coniugali contemporaneamente alle loro reazioni istintive nei confronti del figlio. In questi casi è facile discutere ciò che il bambino (presente o potenziale desiderato) rappresenta per loro. Mi torna in mente un esempio molto semplice. Una madre era venuta a consultarmi per vari disturbi nevrotici del figlio. Dopo qualche colloquio preliminare, cominciò a parlare del suo passato di figlia illegittima e del modo in cui la sua esperienza personale si proiettava nella situazione attuale. Il suo atteggiamento nei confronti del figlio era ambivalente, cioè possessivo e di rifiuto al tempo stesso.

In seguito, la progressiva elaborazione delle proprie motivazioni l'aveva indotta ad adottare un atteggiamento più coerente nei riguardi del figlio e a modificare il comportamento ambivalente abituale che si traduceva nel rifiuto di ogni pratica anti-fecondativa e al tempo stesso nella impossibilità di accettare ogni volta l'idea di una nuova gravidanza. Questo caso mi ha convinto ancora una volta che la cosa più im-portante è chiarire innanzitutto il desiderio, cosciente o inconscio, di avere dei figli, anziché affrontare subito il problema del controllo del-le nascite il quale, spesso, non è altro che una conseguenza logica. Un secondo fattore influenza la diversa posizione dei medici, psicologi e assistenti sociali: cioè il loro punto di vista personale nei confronti della pianificazione. familiare. Siamo in un campo che coinvolge forti cariche emozionali e nel quale si riflettono inevitabilmente significa-zioni affettive individuali. È materialmente impossibile su queste pagine tratteggiare le numerose reazioni psicologiche che tale argomento può suscitare e che sono descritte così bene dal dottor Van Emde Boas nel suo articolo "Resistenze emotive all'antifecondazione" (Excerpta Medica, lnternational Congress, n. 46, pag. 29). È chiaro che il fatto di poter pensare di utilizzare la pianificazione familiare come strumento terapeutico implica il poterla demistificare di tutte le sue funzioni accessorie. 

Ma quali sono i limiti psicologici e pratici di una sua efficace utilizzazione? Tra un netto rifiuto a farsi coinvolgere dall'argomento e un atteggiamento coercitivo quasi sempre dannoso, la difficoltà e l’efficacia dell'azione terapeutica consisteranno nell'attenersi non soltanto alle proprie ideologie, ma anche ai bisogni dei pazienti, pur restando sempre disponibili di fronte a una richiesta a volte esplicita, a volte larvata, pronti a sfumare la propria azione nel senso di una informazione, di una ricetta e dell'invio del paziente a un consultorio specializzato. Queste mie riflessioni non hanno assolutamente la pretesa di diventare uno strumento di propaganda neomaltusiana, ma mirano a sensibilizzare, se necessario, una parte dei collaboratori del servizio medico - pedagogico sulle possibilità terapeutiche offerte dalla pianificazione familiare.

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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