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Buon pomeriggio, oggi è lunedì 26 giugno 2017

Le terapie della sessualità

sesso in pillole
 




Quanto si tradisce?

Troppo spesso siamo abituati a pensare alla sessualità esclusivamente come rapporto sessuale relegandola così a pura genitalità.

Veniamo bombardati da notizie sulla presunta anormalità o normalità di alcuni comportamenti sessuali, da consigli su come portare il/la nostro/a partner all’apice del piacere etc... perdendo di vista, spesso, quello che in realtà la sessualità rappresenta. Le varie analisi come quella biomedica, psicologica, antropologica e sociologica hanno mostrato, nel corso del tempo, come la sessualità sia sintesi di relazioni molteplici e varie. Non c’è nessuna funzione umana così carica di significati e simbolismi  come quella sessuale. Sessualità è sinonimo di raggiungimento del piacere, di produzione di vita, di autostima e accettazione di sé, di relazione e condivisione con l’altro.

Durante il rapporto sessuale entriamo in contatto non solo con il corpo di una altra persona ma soprattutto con la parte più intima e autentica di noi stessi, il partner diventa una sorta di specchio in cui vengono riflessi i nostri bisogni, le nostre insicurezze, le nostre certezze ogni più piccola caratteristica del nostro essere emotivo ha la possibilità di venire attivata dal contatto con l’altro. Considerando, quindi, tutti gli aspetti che vengono implicati (socioculturale, relazionale, organico, psicologico) non si può non concordare sull’esigenza di affrontare eventuali disagi che possono insorgere (mi riferisco a tutte quelle alterazioni che possono presentarsi durante un rapporto sessuale rendendolo insoddisfacente per se stessi e/o per l’altro) con un approccio che sia il risultato armonico dell’integrazione di diverse competenze. É frequente collaborare, anche, con specialisti diversi come l’andrologo o il ginecologo qualora si presuma una implicazione organica nella disfunzione.

Per questo la terapia sessuale non può e non deve essere vista come una terapia “d’organo” atta a ripristinare il funzionamento di una parte del nostro corpo ma come un processo che coinvolge l’individuo sotto ogni aspetto: psicologico, anatomofisiologico e socioculturale. La terapia sessuale è, quindi, una psicoterapia breve (individuale o di coppia) che ha come obiettivo la risoluzione di un sintomo sessuale. Per le caratteristiche suddette della sessualità, è impossibile definire aprioristicamente le modalità del processo terapeutico (durata specifica, livello di lavoro –superficiale o profondo). Spesso chi si rivolge ad una terapia sessuale ha le idee poco chiare sulla natura del suo problema confondendolo fra “malattia” fisica o psicologica, vivendolo tra il senso di colpa o di vergogna; ed è influenzato nelle sue aspettative, più di ogni altra situazione clinica, da falsi miti e credenze sulla prestazione sessuale.

Un sintomo sessuale può avere diverse origini: può essere il risultato di una inadeguata educazione alimentata da falsi miti e credenze; può rappresentare la risposta emotiva a delle problematiche individuali più profonde; può essere l’espressione di dinamiche conflittuali di coppia e altre volte ancora può essere il risultato della somma di tutti questi livelli. Inoltre ognuno di noi ha una sua modalità personale nell’affrontare un problema, dei suoi tempi, delle sue aspettative che scandiscono la durata dell’intervento terapeutico.

Diventa evidente, quindi, che a seconda dei livelli coinvolti nella causa del disturbo l’impostazione terapeutica sarà diversa.  Un modello che viene frequentemente utilizzato, come griglia di riferimento dai sessuologi clinici, è quello integrato di H. S. Kaplan. Con il termine “integrato” s’intende l’utilizzo  di tecniche specifiche (mansioni sessuali) organizzate in un iter sistematico, quindi deciso ogni volta dal terapeuta, unito all’esplorazione psicologica dei conflitti sia individuali che di coppia. Vengono considerati quindi sempre tre livelli: quello cronologico comportamentale (come si manifesta); quello psichico emotivo (cosa provoca emotivamente) e relazionale (cosa provoca nella coppia).  Proprio per queste caratteristiche diventa inutile se non dannoso sperimentare da soli eventuali tecniche che possiamo trovare sui giornali e, quindi, soffermarsi soltanto sul livello comportamentale. Una mansione sessuale, come ad esempio lo stop start, una delle più frequentemente descritte dai media, si dimostra efficace nella risoluzione della eiaculazione precoce solo se viene contestualizzata e quindi data in un momento specifico di terapia, con indicazioni precise e, soprattutto, se ne vengono espressi e compresi i vissuti emotivi attinenti sia personali che di coppia. Non esiste una specifica manovra risolutiva di per sè. Attraverso le mansioni sessuali, in sede terapeutica, si insegna alla coppia a prendere contatto con il loro erotismo e con quello del compagno (permettendo loro di sperimentare un nuovo modo di porsi e sentire il rapporto sessuale), ad assumersi la responsabilità del loro piacere, a facilitare l’emergenza di emozioni spesso nascoste che vengono poi affrontate, nel setting, attraverso strumenti idonei al loro superamento come le tecniche interpretative di origine piscoanalitica, gli esercizi di derivazione bioenergetica, le prescrizioni dell’approccio relazionale, le ristrutturazioni ipnotiche e le fantasie guidate.

Seguendo quest’impostazione il ciclo di risposta sessuale viene diviso in tre fasi: desiderio, eccitazione e orgasmo ad ognuna delle quali corrisponde una peculiare disfunzione. Il modello trifasico aiuta il clinico a comprendere meglio e in modo accurato le caratteristiche di ogni fase per inquadrare in modo più puntuale il sintomo fornendo la possibilità di un orientamento prognostico valido ed efficace. Il modello viene definito anche “verticale” intendendo con ciò che la prognosi è più favorevole se il sintomo si esprime nella 3° fase (orgasmo) rispetto alla 1° (desiderio). Tale prognosi deriva dalla constatazione che il sintomo manifestandosi solo al momento dell’orgasmo lascia intatte le fasi precedenti per cui il soggetto proverà desiderio e riuscirà ad avere una adeguata eccitazione ma avrà difficoltà ad raggiungere l’orgasmo o a raggiungerlo troppo presto rispetto alle sue aspettative. In entrambi i casi, comunque, c’è desiderio dell’altro e una capacità di lasciarsi andare.....anche se fino ad un certo punto. Se, invece, il sintomo è nella prima fase (desiderio) probabilmente la causa è più complessa in quanto, oltre ad avere compromesso tutte e tre le fasi, esprime un rifiuto totale dell’altro richiamando una etiologia più profonda. Altra caratteristica delle disfunzioni sessuali, determinante a livello prognostico, è la conoscenza della loro emergenza e frequenza: se, quindi, il sintomo è primario, secondario, situazionale o globale. Il termine primario indica che il sintomo sessuale c’è da sempre nella vita del soggetto sin dalle sue prime esperienze, mentre con secondario s’intende che il sintomo è emerso per la prima volta dopo un periodo di funzionamento normale. Il termine globale (o generalizzato) indica se è presente in ogni situazione sessuale, mentre situazionale se la disfunzione è limitata a certi tipi di stimolazione, di situazioni o di partner (se è presente con tutte le partner o solo con una). É chiaro che se il sintomo, per esempio un disturbo del desiderio, è presente solo con la propria compagna e non con altre eventuali relazioni, l’etiologia è da ricercarsi in qualche difficoltà di coppia. Spesso, infatti, un sintomo sessuale è l’espressione di un problema all’interno della coppia che lui/lei non riesce ad esprimere direttamente all’altro (per vergogna, senso di colpa, inconsapevolezza, etc.). Ecco, allora, che l’emozione “repressa” si traduce in sintomatologia. In quest’ottica un problema del genere può essere letto come un segnale di aiuto espresso inconsapevolmente che, se affrontato, offre la possibilità alla coppia di superare la crisi cogliendo il significato nascosto del sintomo stesso. Solo che la cultura, il sociale, il modo con cui siamo abituati ad affrontare la nostra quotidianità ci obbliga ad un ritmo prestazionale continuo che ci allontana dal contatto con noi stessi, dal percepire le nostre emozioni più profonde. Ecco, allora, che quella parte di noi più trascurata cerca di esprimersi come può per avvertirci che c’é qualcosa che non va.

Oggi per diventare sessuologi  clinici è indispensabile una formazione specifica. Finalmente anche a Napoli il Centro Italiano per la Formazione in Ricerca e Clinica (CIFRIC) ha attivato il Corso di Formazione in Sessuologia Clinica in collaborazione con l’ospedale A. Cardarelli e l’Associazione Italiana di Sessuologia  e Psicologia applicata (AISPA) presieduta dal Prof. Willy Pasini.

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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