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Buon pomeriggio, oggi è lunedì 26 giugno 2017

La funzioni del silenzio

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Le funzioni del silenzio

Mi sono interessato a questo argomento nel corso dell'ultimo anno sabbatico durante il quale ho vissuto momenti di riflessione e di silenzio che avevo in parte dimenticati, preso com'ero dalla frenesia della vita professionale. Ho ripensato alla frequente clinica del silenzio, anzitutto in psicanalisi , ma anche nelle differenti relazioni psicoterapiche in medicina psicosomatica ed in sessuologia.

Farò alcune considerazioni preliminari sulla sociologia del silenzio in quanto essa può influenzare la clinica psicoterapica. Viviamo in un'epoca nella quale coesistono il disprezzo del silenzio e l'inquinamento causato dai rumori di ogni genere. Siamo involontariamente costretti a subire radio, telefono, sveglia, ambulanza ecc... Anche le abitazioni moderne sembrano avere più rispetto per la privacy visiva che non per quella auditiva.
L'aumento parossistico del rumore è utilizzato consapevolmente come strumento di tortura. Nei libri della mia adolescenza ho letto di un uccello indiano che faceva molto rumore: lo si metteva nei sotterranei con i prigionieri che finivano per confessare perché il rumore vietava loro il sonno e diveniva più insopportabile di altre forme di tortura. Sarebbe, tuttavia, troppo semplice proiettare sulla società tecnologica l'inquinamento da rumore in quanto molte persone hanno preso l'abitudine di vivere in gruppo piuttosto che in un isolamento silenzioso. Si manifesta anzi la necessità di aumentare la dimensione percettiva come il numero dei decibel in musica. Viviamo in una ricerca di esperienze forti ed in un'angoscia di deprivazione indotta dal silenzio.

Le conseguenze cliniche del troppo rumore sono sovente lo stress e le frequenti affezioni psicosomatiche. Ma il mio proposito è di parlare del silenzio piuttosto che del rumore. Inizierò dal significato negativo del silenzio quale minaccia, quale freddezza, quale simbolo del vuoto e della morte. Ne sono bene consci gli psichiatri dei bambini perché questi ultimi temono in modo particolare la punizione del silenzio: "non ti parlerò più" il che significa "tu sei morto per me". Tuttavia gli stessi genitori, come rammenta il Dr. Merloo, possono essere invasi da furore impotente di fronte alla strategia del silenzio opposizionale adottata dal bambino. Un'altra situazione ci viene raccontata dagli psicologi militari: lo stress della guerra e del combattimento induce i soldati a sparare più del necessario per scongiurare l'angoscia del silenzio. Sembra che durante la prima guerra mondiale fossero necessarie più di 7000 pallottole per ferire un nemico: si faceva soprattutto del rumore. Di fronte a tale rappresentazione negativa del silenzio, vorrei ricordare il suo significato positivo riassunto nel detto: “La parola è d'argento ma il silenzio è d'oro”. Già Ovidio ci diceva che il silenzio è un segno di forza. In questo mondo, nel quale la religione tende a perdere il suo valore, si vedono apparire alcune caratteristiche della religiosità, in particolare il valore del silenzio come meditazione. Il silenzio resta un fattore fondamentale della preghiera. Esso è diventato un regola per alcuni ordini monastici, come i benedettini ed i trappisti. Al di là di questi modelli non più alla moda, mi sorprende vedere che l'ondata di orientalismo giunta nel mondo occidentale attraverso la California, non abbia sufficientemente considerato che una delle componenti fondamentali di numerose filosofie orien-tali è proprio la possibilità di reintegrare il tempo del silenzio: esso è anche un tempo di introiezione e di introspezione bene differente dal mondo proiettivo e produttivo dell'esperienza del rumore e talora della parola. Per terminare questo breve accenno più giornalistico che sociologico devo dire che il silenzio come comunicazione è stato recentemente rivalutato dalla scuola sistemica attraverso lo studio, dapprima di Bateson e poi di Schlefen, sulla comunicazione analogica e sull'esame del silenzio considerato come uno dei numerosi codici di comunicazione di un individuo con il suo clan. Le mie conoscenze in questo campo sono insufficienti e perciò mi limiterò a qualche annotazione sul silenzio in un'ottica psicodinamica. La valorizzazione del silenzio nella sua dimensione positiva si deve in parti colare ai lavori di Grunberger e di Nacht, ed a quelli di Greenson in America.

Cercherò di dimostrare in quale modo le parole possono essere l'impalcatura per reintrodurre i veri fattori di cambiamento psicoterapico rappresentati dal silenzio quale fattore d'integrazione. In questa prospettiva, la parola sarebbe come la punta dell'iceberg rispetto al silenzio che struttura il processo psicoterapico; così come Freud ci diceva che il conscio era come la punta di un icerberg rispetto al sistema del preconscio e dell'inconscio. In una annotazione del 1963, Barande ci dice che i processi creati vi si sviluppano di preferenza nel silenzio, e più spesso grazie al silenzio. E ciò tentando di evitare quanto possibile la mitologia del silenzio, perché la meditazione non è sufficiente per la creatività. La speranza di una comunicazione intuitiva nel silenzio, così come la ricerca nirvanica del silenzio intrauterino, rappresentano dei sogni ben lontani dalla realtà fisiologica alla quale ci hanno sensibilizzato le recenti ricerche in psicofisiologìa ostetrica. Vi è anche la mitologia del silenzio analitico da parte degli psicoterapeuti che incominciano la loro professione, e cercano di imitare gli psicanalisti. Si può parlare per non dire niente, per creare la ninna-nanna (è l'aspetto corporeo della voce, il bagno sonoro dei suoni di D. Anzieu). Si può tacere e dare un’interpretazione convincente o persecutoria, perché l'attesa è stata rinforzata dal silenzio.

Clinica del silenzio: entrerò ora più direttamente nella pratica clinica e parlerò del paziente silenzioso, della comunicazione silenziosa, dell'uso terapeutico del silenzio e del terapeuta silenzioso.


Il paziente silenzioso:  poiché il tema di questo discorso non è il silenzio in psicopatologia, non mi soffermerò sulle manifestazioni decisamente psicotiche, come la catatonia oppure l'autismo infantile se non addirittura il silenzio mutacico conseguente ad uno stato di choc. In compenso, io trovo che, in psicoterapia, il silenzio è un modo di espressione che prende il suo significato in funzione dell'atmosfera di interazione preesistente e, in ultima analisi, del processo della relazione intersoggettiva. In questo senso, come dice Viderman. esiste un tempo del silenzio che si definisce in relazione al tempo della parola e viceversa. Il silenzio può essere una pausa che pone fine ad un flusso associativo, una pausa all'interno del discorso per sottolineare o alleggerire un passaggio, se non addirittura un'interruzione difensiva della corrente associativa. Per semplificare, si può ricuperare rapidamente il valore simbolico o comunicativo del silenzio ai differenti livelli genetici. Fliess ci dice che esiste un silenzio orale, anale, uretrale, genitale ecc... Vediamo un esempio di silenzio orale in quelle psicoterapie nelle quali il ricordo di una perfetta fusione nel grembo materno rende il paziente silenzioso, addirittura meditativo. Il silenzio può avere un doppio significato perché esso nutre l'illusione della fusione e nello stesso tempo può esprimere o mascherare il vuoto, la noia come conseguenza di precoci privazioni. In questa prospettiva, il silenzio d'oro si trasforma in silenzio di morte, perché evoca il fantasma di morte legato alla perdita dell'oggetto.

D'altra parte, il paziente silenzioso può tentare di ristabilire una gratificazione orale attraverso un rapporto psicoterapico di intesa preverbale che consente la soddisfazione dei bisogni legati alle esperienze dei primi anni di vita. Nacht racconta il caso di un paziente, il quale dopo alcune sedute di silenzio completo, se ne andava mormorando un confuso ringraziamento. Non è raro che questo silenzio, espressione idillica della festa narcisistica dell'inizio delle psicoterapie d'ispirazione analitica, so-prattutto se esse hanno luogo sul divano, si trasformi in un silenzio molto più inibito e vergognoso: è ciò che Grunberger ricollega al caso in cui la posizione narcisistica si colpabilizza, e il paziente tenta di dare inizio ad una relazione oggettuale con l'analista. La relazione è sempre mediata dallo stesso silenzio, ma esso diventa penoso e pesante. Ciò che mi sembra importante nel processo psicoterapico è la difficoltà di trovare una giusta distanza operativa con la tentazione di restare al livello intuitivo e preverbale. È frequente la tentazione da parte dei pa-zienti pregenitali a componente orale, i quali ci seducono con la loro intuizione e la loro sensibilità, il loro modo sensitivo di concepire la vita. Talvolta noi siamo tentati di comunicare con loro attraverso un'allusione nella quale il silenzio offre uno spazio d'intesa, ma anche di disaccordo e di malintesi molto più ampi della parola.
Ognuno di noi porta in se stesso il proprio nocciolo romantico, questo desiderio di scambi fusionali e, personalmente, ammiro coloro che pos-sono permettersi come Goethe di essere periodicamente in tale stato amoroso sia di una persona che di un'idea. Ma l'utilizzazione di questo tipo di comunicazioni in psicoterapia mi sembra presentare in compenso più rischi che vantaggi, e si avvicina alla mitologia dell'intuizione attraverso il silenzio. D'altra parte è evidente che certi tipi di sedute o anche certi periodi di psicoterapia richiedono il rispetto del silenzio quale fattore di integrazione. Mi ricordo di un paziente il quale, dopo una brillante carriera finanziaria, era venuto da me perché ossessionato da rituali e non riusciva più a lavorare. Egli aveva vissuto delle situazioni traumatiche nella sua infanzia, la morte del padre a due anni e mezzo, e poi l'instabilità delle immagini parentali perché la madre aveva parecchi amanti e cambiava spesso residenza. Questo paziente, dopo 18 mesi di psicoterapia sul divano, due volte alla settimana, aveva cominciato a vivere delle sedute completamente silenziose con il pretesto di una troppo forte tensione professionale. Dopo qualche decina di queste sedute, durante le quali io avevo avuto la tentazione di intervenire e la buona intuizione di astenermene, il paziente mi ha espresso la sua riconoscenza per avere potuto trovare il suo tabernacolo o il suo giardino segreto in presenza di qualcun altro, dicendomi esplicitamente che egli avrebbe sentito la mia parola come una profanazione. Questa persona d'altra parte aveva vissuto per qualche mese in Oriente in un monastero durante una crisi esistenziale dell'adolescenza.

Vicino al silenzio orale si pongono alcune espressioni della triade - depressione, silenzio, masochismo - bene descritta da Weinberger. Secondo l'autore essa si ritrova più spesso in soggetti che hanno avuto un trauma affettivo tra il diciottesimo mese e il terzo anno di vita, con una perdita di "status" e di una relazione oggettuale molto stretta. Questa sindrome che, secondo l'autore è più frequente nei primogeniti, utilizza il silenzio per prevenire ulteriori sentimenti di offesa alla stima di sé.  Nel medesimo tempo, il silenzio serve a restaurare inconsciamente la perdita della relazione fondamentale con la madre. Nella regressione, il silenzio implica un aumento del narcisismo e del sentimento di onnipotenza che sostituisce una perturbata relazione con la realtà. "Io non ho bisogno di nessuno" è un'introduzione al sé grandioso come difesa contro il vuoto depressivo. Un'altra espressione molto regressiva del silenzio si ritrova nei pazienti psicosomatici nei quali il silenzio emozionale si esprime attraverso il linguaggio degli organi. Si tratta del "silenzio bianco" di Van der Heide e del pensiero concreto secondo la Scuola di Parigi. La parola, come strumento di scarica pulsionale non è erotizzata oppure è stata disinvestita al punto che l'organo leso diventa il linguaggio permanente. È ben noto come la psicoterapia del Dr. M. Uzan consiste nell'insegnare ai pazienti a "parlare per non dire niente", cioè trascurando il contenuto ma scoprendo il valore di mediazione della parola rispetto al silenzio o alla somatizzazione. Nella letteratura psocodinamica il silenzio era tradizionalmente legato allo stadio erotico-anale nella misura in cui particolarmente Ferenczy e poi Karl Abraham hanno collegato il bisogno di parlare alla dimensione pulsionale, e il silenzio al sistema difensivo (ritenzione secondo Ferenczy oppure isolamento secondo Fenichel). Devo anche aggiungere che, a mio parere, dietro questo silenzio anale può situarsi un silenzio diffidente nei confronti dell'interlocutore, con una sfumatura persecutori a in relazione alla quale l'isolamento ossessivo non sarebbe altro che un difesa. È evidente che certe persone investono un'altra dimensione dell'analità e si dedicano più facilmente alla logorrea. Ciò che mi interessa riguardo al silen-zio è piuttosto l'erotizzazione del secondo stadio anale che è probabilmente a sua volta, anche secondo Lacan, secondaria a meccanismi di controllo che si esercitano maggiormente sul linguaggio che non sugli sfinteri.

Secondo me, il controllo della parola è anche fisico, ed il silenzio rappresenta spesso il culmine della padronanza sul corpo e sullo spirito. I silenzi ostinati possono avere un carattere negativo oppure significare semplicemente il rifiuto degli altri, e la possibilità di lasciarli insoddisfatti. In questo senso, il paziente silenzioso soffre di stipsi verbale. Nel trattamento psicoterapico, noi troviamo talora i pazienti che non riescono a tacere, e che puntualizzano gli interventi del terapeuta con dei commenti chiaramente superflui: essi mostrano così di accettare con difficoltà la posizione di dipendenza, ma più spesso io mi sono trovato di fronte a silenzi che seguono l'interpretazione, ciò che è anche un modo di annullare e di rendere non detto - e dunque non esistente - quanto è stato comunicato dal terapeuta. Questa utilizzazione difensiva del silenzio nei confronti di pazienti che si presentano in psicoterapia con un accordo esplicito di valersi della parola è troppo evidente per insistervi. Per parte mia vorrei ricordare soprattut-to l'avvertimento di Michel Balint che ci invita ad evitare la creazione di troppo facili etichette, cioè di considerare il silenzio senz'altro come una resistenza. Vedremo più avanti, nell'impiego del silenzio come contro-transfert, che tale interpretazione univoca e difensiva del silenzio può essere considerata come una proiezione dell'ostilità del terapeuta frustrato dal silenzio del paziente.


Desidero accennare ancora molto rapidamente ad altri casi di pazienti silenziosi, in particolare quelli che si trovano più facilmente nello stadio erotico-uretrale descritto da Karl Abrahm. Vi sono generalmente fiumi di parole che si esprimono in un corso incontrollabile alternate a dei silenzi, che significano soprattutto un freno simbolico a tale selvaggio straripamento. Mi interessa soprattutto ricordare le manifestazioni di comunicazioni non verbali da parte di questi pazienti, e particolarmente il significato dei singhiozzi, delle grida, delle lacrime.
La psicanalista Marcelle Spira parla dell'equivalenza simbolica fra urine e lacrime, nonché del significato molto espressivo di quelle lacrime in una paziente silenziosa. Un'altra forma di silenzio esprime piuttosto la svalutazione della parola come espressione pulsionale rispetto all'azione. Per mesi e mesi una persona ha cominciato le sue sedute dicendo "Io non ho niente da dire", cui faceva seguire dei lunghi silenzi. In realtà, dietro questa frase ne traspariva un'altra che era "Ma io ho tutto da fare", con dei fantasmi incestuosi nei quali la realizzazione nell'azione dell'incesto restava il tema principale, mentre la elaborazione secondaria attraverso la realizzazione simbolica e la parola, da me proposta durante il trattamento psicoterapico, era considerata come una sostituzione di valore molto trascurabile.


Si può anche utilizzare e comprendere il silenzio che si situa in una prospettiva perversa, più spesso masochista, ma non sempre. Per esempio, io avevo un paziente che si lamentava di non potermi parlare perché era troppo occupato a pensare a ciò che doveva dire! Altri pazienti ancora esprimono con il silenzio una richiesta del Super-Io ed un forte deprezzamento di sé, al punto che i loro prodotti, le loro associazioni, le loro fantasie non meritano d'essere espressi. Infine è evidente che il silenzio può collegarsi a tutta la situazione edipica, nella quale l'assenza delle parole è un equivalente della castrazione, cioè l'espressione di vergogna di fronte ai desideri sessuali che vengono improvvisamente in superficie, in questo senso il silenzio maschera colpevolezza, ansietà, vergogna pur potendo esprimere, come ho già detto, un fantasma di comunione ardente e simbiotica. Sono certo che si trovano altri significati del silenzio presso altri pazienti, ed è proprio questa una delle caratteristiche del silenzio rispetto alla parola, come l'oscurità rispetto alla luce; esso può dire tutto o niente, può riunire fino alla fusione, o separare fino a creare malintesi irreversibili. Ciò mi porta ad affrontare il terzo punto della mia esposizione, cioè il linguaggio del silenzio e lo comunicazione silenziosa. Se la verbalizzazione è il principale strumento della psicoterapia di ispirazione analitica, è evidente che essa non rappresenta l'intera matrice dell'attività comunicativa. In un libro sulle psicoterapie corporee, ho scritto un capitolo sul corpo in psicanalisi, mettendo l'accento sulla dimensione non verbale tanto nel transfert (con l'espressione della postura corporea se non addirittura del rumore nei momenti di silenzio) quanto nel controtransfert, perché lo stato di sonnolenza o di irritazione corporea del terapeuta può essere il radar del problema che il paziente sta esprimendogli senza dirglielo a parole.


Già nel 1901, Freud diceva che colui che tace con le labbra parla con la punta delle dita e si tradisce attraverso tutti i pori della pelle. Nel 1926, Theodor Reik affermava che non è corretto attribuire l'effetto della cura interamente alla parola, e ci diceva, piuttosto per la psicanalisi che per la psicoterapia, che il trattamento mette in evidenza la potenza della parola, ma anche la potenza del silenzio. Reik inoltre sottolineava che vi è una relazione antinomica fra la parola ed il silenzio, osservando che vi possono essere parole senza significato, e silenzi molto significativi. E ciò sarà ripreso da numerosi autori, in particolare da Zeligs il quale dice che uno stato di silenzio, anche se è in antitesi con la parola, può comunicare in modo non verbale uno stato d'animo esistente, se non addirittura un affetto libidico o aggressivo. In questo stesso ordine di idee, se è vero che la parola favorisce lo scambio ed è un fattore di unione e di partecipazione, essa può essere vissuta come una profonda separazione fra due interlocutori (Blos, 1972). È evidente che l'utilizzazione della parola è un rischio che incombe su molti dei nostri pazienti intellettuali, anche se essa incombe in maniera d'essere silenziosi sul fondo, esprime assai bene l'impiego di copertura della parola. D'altra parte, la parola segnala al soggetto che in questa relazione intersoggettiva il terapeuta è separato da lui, e che la parola indirizzata ad un altro non può che confermare una separazione, che è dolorosa per l'inconscio in relazione a desideri fusionali e nirvanici. Nello stesso tempo questa separazione è il punto di partenza dei processi di maturazione verso lo stato adulto. Il silenzio può nondimeno ritornare periodicamente come fattore regressivo, non soltanto di comunicazione più intima, ma anche di comunione (Nacht).


Il silenzio ha un significato soggettivo più elevato della parola, e questo rischio può infiltrare la comunicazione silenziosa nel transfert. Mi ricordo di una persona che parlava in continuazione per mettere una barriera fra di noi, ed anche per mettere delle pedine organizzatrici di questi spazi di silenzio, che suscitava profonde angosce di agorafobia. L'evoluzione di questa terapia aveva consentito sedute silenziose seguite dalla comparsa di fantasmi di coiti fusionali. Il silenzio serviva ad esprimere un desiderio e permetteva di togliere delle barriere che erano invece conservate dalla parola.  Queste tappe silenziose di avvicinamento, addirittura di ripiegamento a scopo di integrazione e di digestione, come dice Molinari, devono essere rispettate come momenti dialettici del processo terapeutico. Bisogna soprattutto rispettare il silenzio che copre un prezioso segreto (the black box), il territorio intimo del bambino, mentre invece si cercherà di interpretare o fare esprimere con parole il segreto vergognoso. Si è già parlato della comunicazione silenziosa rispetto alla comunicazione verbale, e bisogna forse aggiungere il rapporto fra il silenzio ed il rumore piuttosto che fra il silenzio e la parola. Talora i pazienti ci comunicano un silenzio di morte nel quale la persona è immobile davanti a noi, magari distesa sul divano. Per questi casi, Zeligs consiglia di porre l'accento piuttosto sulle attività concomitanti al silenzio, specialmente i gesti e l'immobilità. Per parte mia, ritengo utile porre in evidenza non soltanto la corporeità, ma anche lo sguardo. Una persona mi raccontava che sua madre era minacciosa in special modo quando stava in silenzio e nello stesso tempo "fucilava" con gli occhi il suo entourage.

Anche Greenson consiglia di fare attenzione agli sguardi per comprendere il significato del silenzio. Quando egli afferma che in psicoterapia o in analisi le persone restano in silenzio con gli occhi aperti, è più probabile le si abbia a che fare con i sentimenti di odio o di rifiuto; il silenzio ad occhi chiusi proviene forse più facilmente dall'amore e dall'eccitazione di ciò che accade. Infine, si può comprendere la comunicazione silenziosa mettendo a fuoco l'attenzione sul silenzio del contenuto nella misura in cui certi argomenti vengono regolarmente passati sotto silenzio. Il silenzio incentrato sulla relazione terapeutica piuttosto che sulla storia del soggetto consentirà di rilevare se esiste una resistenza al transfert oppure attraverso il transfert. Ciò potrà essere messo in evidenza dall'osservazione di una comunicazione silenziosa settorizzata per esempio limitata nella terapia, mentre il soggetto tende a parlare all'esterno dei suoi affetti. In questo senso si potrà, nel quadro di un processo psicoterapico, interpretare il silenzio come un acting-in, e le parole come un acting-out.

Quest'ultima osservazione mi consente di passare alla utilizzazione terapeutica del silenzio. Essa dipende in gran parte dalla comprensione psicodinamica del silenzio e del suo valore topico ed economico. Anzitutto, si può considerare il silenzio come difesa, come resistenza al processo psicoterapico, se non addirittura come sintomo nevrotico o caratteriale. Fra i numerosi consigli che si trovano nella letteratura per le situazioni di resistenza silenziosa, Zeligs raccomanda di fare attenzione alla postura e di interpretare preferibilmente i comportamenti che accompagnano il silenzio. Personalmente, sono sempre stato favorevole a comprendere ciò che si rivela con la postura, ma assai reticente ad utilizzarne l'interpretazione a meno di essere molto avanzati nella terapia: le nostre osservazioni possono essere vissute come intrusive, se non addirittura persecutorie.
Si rivela molto più utile il tentativo di interpretare il significato simbolico del silenzio trattando quest'ultimo come ogni altro elemento della psicoterapia. Per esempio, si può mostrare ad un ossessivo docile come egli sia disobbediente restando in silenzio, ed invitarlo a collaborare sul significato del suo modo di procedere (più che di una interpretazione, si tratta allora di confronto).


Una situazione particolarmente difficile è quella delle persone che, sin dall'inizio, presentano una forma di comunicazione silenziosa con il terapeuta. A questo livello diventa evidentemente più grande il rischio che i fantasmi del terapeuta vengano proiettati o attribuiti al paziente silenzioso. Si deve allora tenere conto del desiderio del terapeuta di parlare al posto del paziente silenzioso. Invece di un dialogo relazionale medico- malato, il dialogo interiore del terapeuta tra l'Io ed il suo ideale dell'Io psicoterapico guiderà la sua interpretazione. La psicologia dell'Io ci ha offerto delle piste interessanti per comprendere non già il rifiuto, ma piuttosto lo paura di parlare. La resistenza ad esprimere parole, pensieri ed emozioni è perfettamente cosciente, perché il paziente ha paura di essere tradito (diffidenza), ha paura di perdere la stima del terapeuta, o di essere abbandonato. Altre volte, il paziente non vuole rivelare convinzioni o ideali molto apprezzati: come dice Loewenstein, vi è un rifiuto di "gettare le perle ai porci".  In altri termini (e particolarmente per Loewenstein) esiste una barriera non soltanto tra inconscio, preconscio e mondo conscio, ma anche tra le emozioni coscienti e la loro verbalizzazione. Quanto all'eventualità di associare il paziente ad una collaborazione per interpretare il significato del suo silenzio, le opinioni dei terapeuti divergono. Melanie Klein afferma che il terapeuta deve decidere quale significato attribuire al silenzio in base alla propria capacità di valutare la situazione. Il suo intervento deve definirsi in relazione al proprio mondo fantasmatico indotto dal paziente.


Peter Blos invece suggerisce di instaurare con il paziente un interesse comune teso alla ricerca del significato del silenzio. Si tratta quindi di un concetto molto differente dalla collaborazione terapeutica che si esprime per mezzo del silenzio. Blos suggerisce anche di utilizzare le ultime immagini espresse dal paziente per la comprensione delle pause silenziose. Per parte mia, quando ho la sensazione che è necessario stimolare il paziente a parlare, invece di domandargli a che cosa stia pensando, trovo più opportuno chiedergli quale è stato il motivo della sua interruzione. Finora ho parlato del silenzio in quanto difesa. Ma ho anche segnalato l'utilizzazione opposta del silenzio quale fattore di integrazione, momento indispensabile di ogni terapia. Sesamo magico per una regressione fruttuosa, per un processo di introiezione e di integrazione del mondo pulsionale ed oggettuale. La critica importante che si può fare a questa posizione, difesa da Nacht, è l'ipervalutazione del potere terapeutico del silenzio in se stesso. È vero che il silenzio, attraverso una regressione temporanea e controllata ma profonda può rivelare una relazione di oggetto particolare, preverbale e legato all'imago della madre. Perché l'aspirazione all'unione fusionale possa essere vissuta con calma dal soggetto, è necessario che il terapeuta abbia un’ immagine tale da consentirgli una identificazione totale con lui, e sia vissuta come interamente buona e benefica. Per Nacht, il terapeuta deve essere l'oggetto buono senza restrizioni ma già nel 1964, Wallenstein si permetteva di criticare questo concetto affermando che una terapia così concepita esaltava una guarigione attraverso l'amore, piuttosto che attraverso l'insight. Terminerò parlando del terapeuta silenzioso, e in particolare del silenzio nel contro-transfert. Cosa fanno e cosa pensano molti terapeuti di fronte al silenzio? Preoccupazione di non avere capito (e sovrabbondanza di domande), preoccupazione di avere un'attitudine psicoterapica inadeguata (e moltiplicazione degli interventi senza scegliere il focus), fiducia nel valore magico del silenzio che non fa che scimmiottare il proprio analista o esprimere l'inibizione e la passività mentale. Evidentemente è necessario che il terapeuta abbia eliminato la paura dalla sua mente perché il suo silenzio si esprima come valore terapeutico. La neutralità del terapeuta può invece consentirgli di riconoscere il valore terapeutico del silenzio anche attraverso le contraddizioni delle diverse scuole. Siamo tentati di pensare che il valore di "container" positivo del silenzio di Nacht sia legato alla sua personalità profondamente buona, nascosta dietro al ruolo autoritario di Caposcuola. Allo stesso modo, la posizione antitetica di Wilhelm Reich e Theodor Reik su quando rompere il silenzio sembra riflettere la personalità degli autori. Per W. Reich non è mai troppo presto per intervenire sulle resistenze, mentre T. Reik innalza a dogma il valore terapeutico del silenzio. La mia opinione è che per T. Reik, l'atteggiamento silenzioso del terapeuta è soprattutto determinato dall'idea che la confessione è un fattore decisivo per la cura. L'uso del silenzio in Reik fa pensare talora ad un assedio militare, come in Reich, l'intervento stenico sulle difese caratteriali assomiglia piuttosto ad un attacco militare. E poiché ci troviamo con i fantasmi aggressivi, desidero citare Glover, che parla di una battaglia per il silenzio, un pugilato fra due esseri silenziosi, una prova di forza imperniata su fantasie sadomasochiste. Anche Racher parla di un silenzio vendicativo nel contro-transfert, che deve essere controllato onde evitare l'apparizione nel paziente di fantasie persecutorie. È d'altra parte possibile tollerare meglio il proprio contro-transfert aggressivo realizzando che si "attaccano" le difese del paziente silenzioso e non l'essere umano.  Un altro atteggiamento contrario di fronte al silenzio può mascherarsi dietro un'eccessiva tolleranza del terapeuta verso le proprie distrazioni che gli permettono di sopportare un silenzio noioso o penoso. In questo caso si realizza un disinvestimento reciproco ed un ritiro narcisistico simmetrico del paziente e del terapeuta. Invece, una tendenza materna verso il paziente induce il terapeuta a "dare" troppo e ad intervenire troppo spesso. Il non sapere sopportare il silenzio può esprimere una forma sostitutiva dell'ansia.

Infine, un silenzio contro-transfert difensivo del terapeuta può essere l'espressione del suo sentimento di onnipotenza (io non ho bisogno di interpretare come gli altri, è sufficiente che io sia presente). Questa critica è stata sovente mossa a Nacht. Fra questi diversi atteggiamenti contrari si pone ciò che Merloo chiama atteggiamento di riserva, e Polland chiama tatto, per cui il silenzio diventa una dichiarazione non verbale di attesa e di accettazione. Sono d'accordo con Barande quando dice che il silenzio costituisce il fondo metallico dello specchio, che dà il suo vero significato al discorso del paziente. È nel crogiuolo del silenzio del terapeuta che la parola del paziente si rivelerà come fantasma. Di qui la necessità di ascoltare con il terzo orecchio, come dice Reik. La migliore interpretazione sarà quella che lo stesso paziente potrà elaborare all'interno del nostro silenzio.  Ciò mi permetterà di concludere dicendo che le nostre più grandi soddisfazioni psicoterapiche sono situate nel fondo dei nostri più autentici silenzi.

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Pagina aggiornata al 15/09/2013

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