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Mi
sono interessato a questo argomento nel corso
dell'ultimo anno sabbatico durante il quale ho
vissuto momenti di riflessione e di silenzio che
avevo in parte dimenticati, preso com'ero dalla
frenesia della vita professionale. Ho ripensato
alla frequente clinica del silenzio,
anzitutto in psicanalisi , ma anche nelle
differenti relazioni psicoterapiche in medicina
psicosomatica ed in sessuologia.
Farò
alcune considerazioni preliminari sulla sociologia
del silenzio in quanto essa può
influenzare la clinica psicoterapica.
Viviamo in un'epoca nella quale coesistono il
disprezzo del silenzio e l'inquinamento causato
dai rumori di ogni genere. Siamo
involontariamente costretti a subire radio,
telefono, sveglia, ambulanza ecc... Anche le
abitazioni moderne sembrano avere più rispetto
per la privacy visiva che non per quella
auditiva.
L'aumento parossistico del rumore è utilizzato
consapevolmente come strumento di tortura. Nei
libri della mia adolescenza ho letto di un
uccello indiano che faceva molto rumore: lo si
metteva nei sotterranei con i prigionieri che
finivano per confessare perché il rumore
vietava loro il sonno e diveniva più
insopportabile di altre forme di tortura.
Sarebbe, tuttavia, troppo semplice proiettare
sulla società tecnologica l'inquinamento da
rumore in quanto molte persone hanno preso
l'abitudine di vivere in gruppo piuttosto che in
un isolamento silenzioso. Si manifesta anzi la
necessità di aumentare la dimensione percettiva
come il numero dei decibel in musica. Viviamo in
una ricerca di esperienze forti ed in
un'angoscia di deprivazione indotta dal
silenzio.
Le
conseguenze cliniche del troppo rumore
sono sovente lo stress e le frequenti
affezioni psicosomatiche. Ma il mio
proposito è di parlare del silenzio piuttosto
che del rumore. Inizierò dal significato
negativo del silenzio quale minaccia, quale
freddezza, quale simbolo del vuoto e della
morte. Ne sono bene consci gli psichiatri dei
bambini perché questi ultimi temono in modo
particolare la punizione del silenzio: "non
ti parlerò più" il che significa "tu
sei morto per me". Tuttavia gli stessi
genitori, come rammenta il Dr. Merloo, possono
essere invasi da furore impotente di fronte alla
strategia del silenzio opposizionale adottata
dal bambino. Un'altra situazione ci viene
raccontata dagli psicologi militari: lo stress
della guerra e del combattimento induce i
soldati a sparare più del necessario per
scongiurare l'angoscia del silenzio. Sembra che
durante la prima guerra mondiale fossero
necessarie più di 7000 pallottole per ferire un
nemico: si faceva soprattutto del rumore. Di
fronte a tale rappresentazione negativa del
silenzio, vorrei ricordare il suo significato
positivo riassunto nel detto: “La parola è
d'argento ma il silenzio è d'oro”. Già
Ovidio ci diceva che il silenzio è un segno
di forza. In questo mondo, nel quale la
religione tende a perdere il suo valore, si
vedono apparire alcune caratteristiche della
religiosità, in particolare il valore del
silenzio come meditazione. Il silenzio resta un
fattore fondamentale della preghiera. Esso è
diventato un regola per alcuni ordini monastici,
come i benedettini ed i trappisti. Al di là di
questi modelli non più alla moda, mi sorprende
vedere che l'ondata di orientalismo giunta nel
mondo occidentale attraverso la California, non
abbia sufficientemente considerato che una delle
componenti fondamentali di numerose filosofie
orien-tali è proprio la possibilità di
reintegrare il tempo del silenzio: esso è anche
un tempo di introiezione e di introspezione bene
differente dal mondo proiettivo e produttivo
dell'esperienza del rumore e talora della
parola. Per terminare questo breve accenno più
giornalistico che sociologico devo dire che il
silenzio come comunicazione è stato
recentemente rivalutato dalla scuola sistemica
attraverso lo studio, dapprima di Bateson
e poi di Schlefen, sulla comunicazione
analogica e sull'esame del silenzio considerato
come uno dei numerosi codici di comunicazione di
un individuo con il suo clan. Le mie conoscenze
in questo campo sono insufficienti e perciò mi
limiterò a qualche annotazione sul silenzio in
un'ottica psicodinamica. La valorizzazione
del silenzio nella sua dimensione positiva
si deve in parti colare ai lavori di Grunberger
e di Nacht, ed a quelli di Greenson in America.
Cercherò
di dimostrare in quale modo le parole possono
essere l'impalcatura per reintrodurre i veri
fattori di cambiamento psicoterapico
rappresentati dal silenzio quale fattore
d'integrazione. In questa prospettiva, la parola
sarebbe come la punta dell'iceberg rispetto al
silenzio che struttura il processo
psicoterapico; così come Freud ci diceva che il
conscio era come la punta di un icerberg
rispetto al sistema del preconscio e
dell'inconscio. In una annotazione del 1963,
Barande ci dice che i processi creati vi si
sviluppano di preferenza nel silenzio, e più
spesso grazie al silenzio. E ciò tentando di
evitare quanto possibile la mitologia del
silenzio, perché la meditazione non è
sufficiente per la creatività. La speranza di
una comunicazione intuitiva nel silenzio, così
come la ricerca nirvanica del silenzio
intrauterino, rappresentano dei sogni ben
lontani dalla realtà fisiologica alla quale ci
hanno sensibilizzato le recenti ricerche in
psicofisiologìa ostetrica. Vi è anche la
mitologia del silenzio analitico da parte degli
psicoterapeuti che incominciano la loro
professione, e cercano di imitare gli
psicanalisti. Si può parlare per non dire
niente, per creare la ninna-nanna (è l'aspetto
corporeo della voce, il bagno sonoro dei suoni
di D. Anzieu). Si può tacere e dare
un’interpretazione convincente o persecutoria,
perché l'attesa è stata rinforzata dal
silenzio.
Clinica
del silenzio:
entrerò ora più direttamente nella pratica
clinica e parlerò del paziente silenzioso,
della comunicazione silenziosa, dell'uso
terapeutico del silenzio e del terapeuta
silenzioso.
Il paziente silenzioso:
poiché il tema di questo discorso non è
il silenzio in psicopatologia, non mi soffermerò
sulle manifestazioni decisamente psicotiche,
come la catatonia oppure l'autismo infantile se
non addirittura il silenzio mutacico conseguente
ad uno stato di choc. In compenso, io trovo che,
in psicoterapia, il silenzio è un modo di
espressione che prende il suo significato in
funzione dell'atmosfera di interazione
preesistente e, in ultima analisi, del processo
della relazione intersoggettiva. In questo
senso, come dice Viderman. esiste un tempo del
silenzio che si definisce in relazione al tempo
della parola e viceversa. Il silenzio può
essere una pausa che pone fine ad un flusso
associativo, una pausa all'interno del discorso
per sottolineare o alleggerire un passaggio, se
non addirittura un'interruzione difensiva della
corrente associativa. Per semplificare, si può
ricuperare rapidamente il valore simbolico o
comunicativo del silenzio ai differenti livelli
genetici. Fliess ci dice che esiste un silenzio
orale, anale, uretrale, genitale ecc... Vediamo
un esempio di silenzio orale in quelle
psicoterapie nelle quali il ricordo di una
perfetta fusione nel grembo materno rende il
paziente silenzioso, addirittura meditativo. Il
silenzio può avere un doppio significato perché
esso nutre l'illusione della fusione e nello
stesso tempo può esprimere o mascherare il
vuoto, la noia come conseguenza di precoci
privazioni. In questa prospettiva, il silenzio
d'oro si trasforma in silenzio di morte, perché
evoca il fantasma di morte legato alla perdita
dell'oggetto.
D'altra
parte, il paziente silenzioso può tentare di
ristabilire una gratificazione orale attraverso
un rapporto psicoterapico di intesa
preverbale che consente la soddisfazione dei
bisogni legati alle esperienze dei primi anni di
vita. Nacht racconta il caso di un paziente, il
quale dopo alcune sedute di silenzio completo,
se ne andava mormorando un confuso
ringraziamento. Non è raro che questo silenzio,
espressione idillica della festa narcisistica
dell'inizio delle psicoterapie d'ispirazione
analitica, so-prattutto se esse hanno luogo sul
divano, si trasformi in un silenzio molto più
inibito e vergognoso: è ciò che Grunberger
ricollega al caso in cui la posizione
narcisistica si colpabilizza, e il paziente
tenta di dare inizio ad una relazione oggettuale
con l'analista. La relazione è sempre mediata
dallo stesso silenzio, ma esso diventa penoso e
pesante. Ciò che mi sembra importante nel
processo psicoterapico è la difficoltà di
trovare una giusta distanza operativa con la
tentazione di restare al livello intuitivo e
preverbale. È frequente la tentazione da parte
dei pa-zienti pregenitali a componente orale, i
quali ci seducono con la loro intuizione e la
loro sensibilità, il loro modo sensitivo di
concepire la vita. Talvolta noi siamo tentati di
comunicare con loro attraverso un'allusione
nella quale il silenzio offre uno spazio
d'intesa, ma anche di disaccordo e di malintesi
molto più ampi della parola.
Ognuno di noi porta in se stesso il proprio
nocciolo romantico, questo desiderio di scambi
fusionali e, personalmente, ammiro coloro che
pos-sono permettersi come Goethe di
essere periodicamente in tale stato amoroso sia
di una persona che di un'idea. Ma
l'utilizzazione di questo tipo di comunicazioni
in psicoterapia mi sembra presentare in compenso
più rischi che vantaggi, e si avvicina alla
mitologia dell'intuizione attraverso il
silenzio. D'altra parte è evidente che certi
tipi di sedute o anche certi periodi di
psicoterapia richiedono il rispetto del silenzio
quale fattore di integrazione. Mi ricordo di un
paziente il quale, dopo una brillante carriera
finanziaria, era venuto da me perché
ossessionato da rituali e non riusciva più a
lavorare. Egli aveva vissuto delle situazioni
traumatiche nella sua infanzia, la morte del
padre a due anni e mezzo, e poi l'instabilità
delle immagini parentali perché la madre aveva
parecchi amanti e cambiava spesso residenza.
Questo paziente, dopo 18 mesi di psicoterapia
sul divano, due volte alla settimana, aveva
cominciato a vivere delle sedute completamente
silenziose con il pretesto di una troppo forte
tensione professionale. Dopo qualche decina di
queste sedute, durante le quali io avevo avuto
la tentazione di intervenire e la buona
intuizione di astenermene, il paziente mi ha
espresso la sua riconoscenza per avere potuto
trovare il suo tabernacolo o il suo giardino
segreto in presenza di qualcun altro, dicendomi
esplicitamente che egli avrebbe sentito la mia
parola come una profanazione. Questa persona
d'altra parte aveva vissuto per qualche mese in
Oriente in un monastero durante una crisi
esistenziale dell'adolescenza.
Vicino
al silenzio orale si pongono alcune espressioni
della triade - depressione, silenzio,
masochismo - bene descritta da Weinberger.
Secondo l'autore essa si ritrova più spesso in
soggetti che hanno avuto un trauma affettivo tra
il diciottesimo mese e il terzo anno di vita,
con una perdita di "status" e di una
relazione oggettuale molto stretta. Questa
sindrome che, secondo l'autore è più frequente
nei primogeniti, utilizza il silenzio per
prevenire ulteriori sentimenti di offesa alla
stima di sé.
Nel medesimo tempo, il silenzio serve
a restaurare inconsciamente la perdita della
relazione fondamentale con la madre. Nella
regressione, il silenzio implica un aumento del
narcisismo e del sentimento di onnipotenza che
sostituisce una perturbata relazione con la
realtà. "Io non ho bisogno di
nessuno" è un'introduzione al sé
grandioso come difesa contro il vuoto
depressivo. Un'altra espressione molto
regressiva del silenzio si ritrova nei pazienti
psicosomatici nei quali il silenzio emozionale
si esprime attraverso il linguaggio degli
organi. Si tratta del "silenzio bianco"
di Van der Heide e del pensiero concreto
secondo la Scuola di Parigi. La parola, come
strumento di scarica pulsionale non è
erotizzata oppure è stata disinvestita al punto
che l'organo leso diventa il linguaggio
permanente. È ben noto come la psicoterapia del
Dr. M. Uzan consiste nell'insegnare ai
pazienti a "parlare per non dire
niente", cioè trascurando il contenuto ma
scoprendo il valore di mediazione della parola
rispetto al silenzio o alla somatizzazione.
Nella letteratura psocodinamica il silenzio era
tradizionalmente legato allo stadio
erotico-anale nella misura in cui
particolarmente Ferenczy e poi Karl
Abraham hanno collegato il bisogno di
parlare alla dimensione pulsionale, e il
silenzio al sistema difensivo (ritenzione
secondo Ferenczy oppure isolamento secondo
Fenichel). Devo anche aggiungere che, a mio
parere, dietro questo silenzio anale può
situarsi un silenzio diffidente nei confronti
dell'interlocutore, con una sfumatura
persecutori a in relazione alla quale
l'isolamento ossessivo non sarebbe altro che un
difesa. È evidente che certe persone investono
un'altra dimensione dell'analità e si dedicano
più facilmente alla logorrea. Ciò che mi
interessa riguardo al silen-zio è piuttosto l'erotizzazione
del secondo stadio anale che è probabilmente a
sua volta, anche secondo Lacan,
secondaria a meccanismi di controllo che si
esercitano maggiormente sul linguaggio che non
sugli sfinteri.
Secondo
me, il controllo della parola è anche fisico,
ed il silenzio rappresenta spesso il culmine
della padronanza sul corpo e sullo spirito. I
silenzi ostinati possono avere un carattere
negativo oppure significare semplicemente il
rifiuto degli altri, e la possibilità di
lasciarli insoddisfatti. In questo senso, il
paziente silenzioso soffre di stipsi verbale.
Nel trattamento psicoterapico, noi troviamo
talora i pazienti che non riescono a tacere, e
che puntualizzano gli interventi del terapeuta
con dei commenti chiaramente superflui: essi
mostrano così di accettare con difficoltà la
posizione di dipendenza, ma più spesso io mi
sono trovato di fronte a silenzi che seguono
l'interpretazione, ciò che è anche un modo di
annullare e di rendere non detto - e dunque non
esistente - quanto è stato comunicato dal
terapeuta. Questa utilizzazione difensiva del
silenzio nei confronti di pazienti che si
presentano in psicoterapia con un accordo
esplicito di valersi della parola è troppo
evidente per insistervi. Per parte mia vorrei
ricordare soprattut-to l'avvertimento di Michel
Balint che ci invita ad evitare la creazione
di troppo facili etichette, cioè di considerare
il silenzio senz'altro come una resistenza.
Vedremo più avanti, nell'impiego del silenzio
come contro-transfert, che tale interpretazione
univoca e difensiva del silenzio può essere
considerata come una proiezione dell'ostilità
del terapeuta frustrato dal silenzio del
paziente.
Desidero accennare ancora molto rapidamente ad
altri casi di pazienti silenziosi, in
particolare quelli che si trovano più
facilmente nello stadio erotico-uretrale
descritto da Karl Abrahm. Vi sono
generalmente fiumi di parole che si esprimono in
un corso incontrollabile alternate a dei
silenzi, che significano soprattutto un freno
simbolico a tale selvaggio straripamento. Mi
interessa soprattutto ricordare le
manifestazioni di comunicazioni non verbali da
parte di questi pazienti, e particolarmente il
significato dei singhiozzi, delle grida, delle
lacrime.
La psicanalista Marcelle Spira parla
dell'equivalenza simbolica fra urine e lacrime,
nonché del significato molto espressivo di
quelle lacrime in una paziente silenziosa.
Un'altra forma di silenzio esprime piuttosto la
svalutazione della parola come espressione
pulsionale rispetto all'azione. Per mesi e mesi
una persona ha cominciato le sue sedute dicendo
"Io non ho niente da dire", cui
faceva seguire dei lunghi silenzi. In realtà,
dietro questa frase ne traspariva un'altra che
era "Ma io ho tutto da fare",
con dei fantasmi incestuosi nei quali la
realizzazione nell'azione dell'incesto restava
il tema principale, mentre la elaborazione
secondaria attraverso la realizzazione simbolica
e la parola, da me proposta durante il
trattamento psicoterapico, era considerata come
una sostituzione di valore molto trascurabile.
Si può anche utilizzare e comprendere il
silenzio che si situa in una prospettiva
perversa, più spesso masochista, ma non sempre.
Per esempio, io avevo un paziente che si
lamentava di non potermi parlare perché era
troppo occupato a pensare a ciò che doveva
dire! Altri pazienti ancora esprimono con il
silenzio una richiesta del Super-Io ed un
forte deprezzamento di sé, al punto che i loro
prodotti, le loro associazioni, le loro fantasie
non meritano d'essere espressi. Infine è
evidente che il silenzio può collegarsi a tutta
la situazione edipica, nella quale l'assenza
delle parole è un equivalente della
castrazione, cioè l'espressione di vergogna di
fronte ai desideri sessuali che vengono
improvvisamente in superficie, in questo senso
il silenzio maschera colpevolezza, ansietà,
vergogna pur potendo esprimere, come ho già
detto, un fantasma di comunione ardente e
simbiotica. Sono certo che si trovano altri
significati del silenzio presso altri pazienti,
ed è proprio questa una delle caratteristiche
del silenzio rispetto alla parola, come
l'oscurità rispetto alla luce; esso può dire
tutto o niente, può riunire fino alla fusione,
o separare fino a creare malintesi
irreversibili. Ciò mi porta ad affrontare il
terzo punto della mia esposizione, cioè il
linguaggio del silenzio e lo comunicazione
silenziosa. Se la verbalizzazione è il
principale strumento della psicoterapia di
ispirazione analitica, è evidente che essa non
rappresenta l'intera matrice dell'attività
comunicativa. In un libro sulle psicoterapie
corporee, ho scritto un capitolo sul corpo in
psicanalisi, mettendo l'accento sulla dimensione
non verbale tanto nel transfert (con
l'espressione della postura corporea se non
addirittura del rumore nei momenti di silenzio)
quanto nel controtransfert, perché lo stato di
sonnolenza o di irritazione corporea del
terapeuta può essere il radar del problema che
il paziente sta esprimendogli senza dirglielo a
parole.
Già nel 1901, Freud diceva che colui che
tace con le labbra parla con la punta delle dita
e si tradisce attraverso tutti i pori della
pelle. Nel 1926, Theodor Reik affermava
che non è corretto attribuire l'effetto della
cura interamente alla parola, e ci diceva,
piuttosto per la psicanalisi che per la
psicoterapia, che il trattamento mette in
evidenza la potenza della parola, ma anche la
potenza del silenzio. Reik inoltre sottolineava
che vi è una relazione antinomica fra la parola
ed il silenzio, osservando che vi possono essere
parole senza significato, e silenzi molto
significativi. E ciò sarà ripreso da numerosi
autori, in particolare da Zeligs il quale
dice che uno stato di silenzio, anche se è in
antitesi con la parola, può comunicare in modo
non verbale uno stato d'animo esistente, se non
addirittura un affetto libidico o aggressivo. In
questo stesso ordine di idee, se è vero che la
parola favorisce lo scambio ed è un fattore di
unione e di partecipazione, essa può essere
vissuta come una profonda separazione fra due
interlocutori (Blos, 1972). È evidente che
l'utilizzazione della parola è un rischio che
incombe su molti dei nostri pazienti
intellettuali, anche se essa incombe in maniera
d'essere silenziosi sul fondo, esprime assai
bene l'impiego di copertura della parola.
D'altra parte, la parola segnala al soggetto che
in questa relazione intersoggettiva il terapeuta
è separato da lui, e che la parola indirizzata
ad un altro non può che confermare una
separazione, che è dolorosa per l'inconscio in
relazione a desideri fusionali e nirvanici.
Nello stesso tempo questa separazione è il
punto di partenza dei processi di maturazione
verso lo stato adulto. Il silenzio può
nondimeno ritornare periodicamente come fattore
regressivo, non soltanto di comunicazione più
intima, ma anche di comunione (Nacht).
Il silenzio ha un significato soggettivo più
elevato della parola, e questo rischio può
infiltrare la comunicazione silenziosa nel
transfert. Mi ricordo di una persona che parlava
in continuazione per mettere una barriera fra di
noi, ed anche per mettere delle pedine
organizzatrici di questi spazi di silenzio, che
suscitava profonde angosce di agorafobia.
L'evoluzione di questa terapia aveva consentito
sedute silenziose seguite dalla comparsa di
fantasmi di coiti fusionali. Il silenzio serviva
ad esprimere un desiderio e permetteva di
togliere delle barriere che erano invece
conservate dalla parola.
Queste tappe silenziose di avvicinamento,
addirittura di ripiegamento a scopo di
integrazione e di digestione, come dice Molinari,
devono essere rispettate come momenti dialettici
del processo terapeutico. Bisogna soprattutto
rispettare il silenzio che copre un prezioso
segreto (the black box), il territorio intimo
del bambino, mentre invece si cercherà di
interpretare o fare esprimere con parole il
segreto vergognoso. Si è già parlato della
comunicazione silenziosa rispetto alla
comunicazione verbale, e bisogna forse
aggiungere il rapporto fra il silenzio ed il
rumore piuttosto che fra il silenzio e la
parola. Talora i pazienti ci comunicano un
silenzio di morte nel quale la persona è
immobile davanti a noi, magari distesa sul
divano. Per questi casi, Zeligs consiglia di
porre l'accento piuttosto sulle attività
concomitanti al silenzio, specialmente i gesti e
l'immobilità. Per parte mia, ritengo utile
porre in evidenza non soltanto la corporeità,
ma anche lo sguardo. Una persona mi raccontava
che sua madre era minacciosa in special modo
quando stava in silenzio e nello stesso tempo
"fucilava" con gli occhi il suo
entourage.
Anche
Greenson consiglia di fare attenzione
agli sguardi per comprendere il significato del
silenzio. Quando egli afferma che in
psicoterapia o in analisi le persone restano in
silenzio con gli occhi aperti, è più probabile
le si abbia a che fare con i sentimenti di odio
o di rifiuto; il silenzio ad occhi chiusi
proviene forse più facilmente dall'amore e
dall'eccitazione di ciò che accade. Infine, si
può comprendere la comunicazione silenziosa
mettendo a fuoco l'attenzione sul silenzio del
contenuto nella misura in cui certi argomenti
vengono regolarmente passati sotto silenzio. Il
silenzio incentrato sulla relazione terapeutica
piuttosto che sulla storia del soggetto
consentirà di rilevare se esiste una resistenza
al transfert oppure attraverso il transfert. Ciò
potrà essere messo in evidenza
dall'osservazione di una comunicazione
silenziosa settorizzata per esempio limitata
nella terapia, mentre il soggetto tende a
parlare all'esterno dei suoi affetti. In questo
senso si potrà, nel quadro di un processo
psicoterapico, interpretare il silenzio come un
acting-in, e le parole come un acting-out.
Quest'ultima
osservazione mi consente di passare alla
utilizzazione terapeutica del silenzio. Essa
dipende in gran parte dalla comprensione
psicodinamica del silenzio e del suo valore
topico ed economico. Anzitutto, si può
considerare il silenzio come difesa, come
resistenza al processo psicoterapico, se non
addirittura come sintomo nevrotico o
caratteriale. Fra i numerosi consigli che si
trovano nella letteratura per le situazioni di
resistenza silenziosa, Zeligs raccomanda di fare
attenzione alla postura e di interpretare
preferibilmente i comportamenti che accompagnano
il silenzio. Personalmente, sono sempre stato
favorevole a comprendere ciò che si rivela con
la postura, ma assai reticente ad utilizzarne
l'interpretazione a meno di essere molto
avanzati nella terapia: le nostre osservazioni
possono essere vissute come intrusive, se non
addirittura persecutorie.
Si rivela molto più utile il tentativo di
interpretare il significato simbolico del
silenzio trattando quest'ultimo come ogni altro
elemento della psicoterapia. Per esempio, si può
mostrare ad un ossessivo docile come egli sia
disobbediente restando in silenzio, ed invitarlo
a collaborare sul significato del suo modo di
procedere (più che di una interpretazione, si
tratta allora di confronto).
Una situazione particolarmente difficile è
quella delle persone che, sin dall'inizio,
presentano una forma di comunicazione silenziosa
con il terapeuta. A questo livello diventa
evidentemente più grande il rischio che i
fantasmi del terapeuta vengano proiettati o
attribuiti al paziente silenzioso. Si deve
allora tenere conto del desiderio del terapeuta
di parlare al posto del paziente silenzioso.
Invece di un dialogo relazionale medico- malato,
il dialogo interiore del terapeuta tra l'Io ed
il suo ideale dell'Io psicoterapico guiderà la
sua interpretazione. La psicologia dell'Io ci ha
offerto delle piste interessanti per comprendere
non già il rifiuto, ma piuttosto lo paura di
parlare. La resistenza ad esprimere parole,
pensieri ed emozioni è perfettamente cosciente,
perché il paziente ha paura di essere tradito
(diffidenza), ha paura di perdere la stima del
terapeuta, o di essere abbandonato. Altre volte,
il paziente non vuole rivelare convinzioni o
ideali molto apprezzati: come dice Loewenstein,
vi è un rifiuto di "gettare le perle ai
porci".
In altri termini (e particolarmente per
Loewenstein) esiste una barriera non soltanto
tra inconscio, preconscio e mondo conscio, ma
anche tra le emozioni coscienti e la loro
verbalizzazione. Quanto all'eventualità di
associare il paziente ad una collaborazione per
interpretare il significato del suo silenzio, le
opinioni dei terapeuti divergono. Melanie
Klein afferma che il terapeuta deve decidere
quale significato attribuire al silenzio in base
alla propria capacità di valutare la
situazione. Il suo intervento deve definirsi in
relazione al proprio mondo fantasmatico indotto
dal paziente.
Peter Blos invece suggerisce di instaurare
con il paziente un interesse comune teso alla
ricerca del significato del silenzio. Si
tratta quindi di un concetto molto differente
dalla collaborazione terapeutica che si esprime
per mezzo del silenzio. Blos suggerisce anche di
utilizzare le ultime immagini espresse dal
paziente per la comprensione delle pause
silenziose. Per parte mia, quando ho la
sensazione che è necessario stimolare il
paziente a parlare, invece di domandargli a che
cosa stia pensando, trovo più opportuno
chiedergli quale è stato il motivo della sua
interruzione. Finora ho parlato del silenzio in
quanto difesa. Ma ho anche segnalato
l'utilizzazione opposta del silenzio quale
fattore di integrazione, momento indispensabile
di ogni terapia. Sesamo magico per una
regressione fruttuosa, per un processo di
introiezione e di integrazione del mondo
pulsionale ed oggettuale. La critica importante
che si può fare a questa posizione, difesa da
Nacht, è l'ipervalutazione del potere
terapeutico del silenzio in se stesso. È vero
che il silenzio, attraverso una regressione
temporanea e controllata ma profonda può
rivelare una relazione di oggetto particolare,
preverbale e legato all'imago della madre. Perché
l'aspirazione all'unione fusionale possa essere
vissuta con calma dal soggetto, è necessario
che il terapeuta abbia un’ immagine tale da
consentirgli una identificazione totale con lui,
e sia vissuta come interamente buona e benefica.
Per Nacht, il terapeuta deve essere l'oggetto
buono senza restrizioni ma già nel 1964, Wallenstein
si permetteva di criticare questo concetto
affermando che una terapia così concepita
esaltava una guarigione attraverso l'amore,
piuttosto che attraverso l'insight. Terminerò
parlando del terapeuta silenzioso, e in
particolare del silenzio nel contro-transfert.
Cosa fanno e cosa pensano molti terapeuti di
fronte al silenzio? Preoccupazione di non avere
capito (e sovrabbondanza di domande),
preoccupazione di avere un'attitudine
psicoterapica inadeguata (e moltiplicazione
degli interventi senza scegliere il focus),
fiducia nel valore magico del silenzio che non
fa che scimmiottare il proprio analista o
esprimere l'inibizione e la passività mentale.
Evidentemente è necessario che il terapeuta
abbia eliminato la paura dalla sua mente perché
il suo silenzio si esprima come valore
terapeutico. La neutralità del terapeuta può
invece consentirgli di riconoscere il valore
terapeutico del silenzio anche attraverso le
contraddizioni delle diverse scuole. Siamo
tentati di pensare che il valore di
"container" positivo del silenzio di Nacht
sia legato alla sua personalità profondamente
buona, nascosta dietro al ruolo autoritario di
Caposcuola. Allo stesso modo, la posizione
antitetica di Wilhelm Reich e Theodor
Reik su quando rompere il silenzio sembra
riflettere la personalità degli autori. Per W.
Reich non è mai troppo presto per intervenire
sulle resistenze, mentre T. Reik innalza a dogma
il valore terapeutico del silenzio. La mia
opinione è che per T. Reik, l'atteggiamento
silenzioso del terapeuta è soprattutto
determinato dall'idea che la confessione è un
fattore decisivo per la cura. L'uso del silenzio
in Reik fa pensare talora ad un assedio
militare, come in Reich, l'intervento stenico
sulle difese caratteriali assomiglia piuttosto
ad un attacco militare. E poiché ci troviamo
con i fantasmi aggressivi, desidero citare
Glover, che parla di una battaglia per il
silenzio, un pugilato fra due esseri silenziosi,
una prova di forza imperniata su fantasie
sadomasochiste. Anche Racher parla di un
silenzio vendicativo nel contro-transfert, che
deve essere controllato onde evitare
l'apparizione nel paziente di fantasie
persecutorie. È d'altra parte possibile
tollerare meglio il proprio contro-transfert
aggressivo realizzando che si
"attaccano" le difese del paziente
silenzioso e non l'essere umano.
Un altro atteggiamento contrario di
fronte al silenzio può mascherarsi dietro
un'eccessiva tolleranza del terapeuta verso le
proprie distrazioni che gli permettono di
sopportare un silenzio noioso o penoso. In
questo caso si realizza un disinvestimento
reciproco ed un ritiro narcisistico simmetrico
del paziente e del terapeuta. Invece, una
tendenza materna verso il paziente induce il
terapeuta a "dare" troppo e ad
intervenire troppo spesso. Il non sapere
sopportare il silenzio può esprimere una forma
sostitutiva dell'ansia.
Infine, un silenzio contro-transfert difensivo
del terapeuta può essere l'espressione del suo
sentimento di onnipotenza (io non ho bisogno di
interpretare come gli altri, è sufficiente che
io sia presente). Questa critica è stata
sovente mossa a Nacht. Fra questi diversi
atteggiamenti contrari si pone ciò che Merloo
chiama atteggiamento di riserva, e Polland
chiama tatto, per cui il silenzio diventa una
dichiarazione non verbale di attesa e di
accettazione. Sono d'accordo con Barande quando
dice che il silenzio costituisce il fondo
metallico dello specchio, che dà il suo vero
significato al discorso del paziente. È nel
crogiuolo del silenzio del terapeuta che la
parola del paziente si rivelerà come fantasma.
Di qui la necessità di ascoltare con il terzo
orecchio, come dice Reik. La migliore
interpretazione sarà quella che lo stesso
paziente potrà elaborare all'interno del nostro
silenzio. Ciò
mi permetterà di concludere dicendo che le
nostre più grandi soddisfazioni psicoterapiche
sono situate nel fondo dei nostri più autentici
silenzi. |