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"M.M.
è caduto per strada, paralizzato, ed è stato
condotto all'Ospedale Cantonale..."
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"La Signora M. ha avuto un incidente
all'occhio, è stata operata d'urgenza nel
reparto di oftalmologia..."
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"M.B. è stato investito da un
autocarro, ha trascorso un lungo periodo nel
reparto chirurgico".
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"M.M., epilettico, ha avuto negli
ultimi mesi tante crisi da essere ricoverato nel
reparto neurologico".
Questi
pazienti, al pari di altri nelle stesse
condizioni (un po' più di un quarto del nostro
campione) ci sono stati inviati dal loro medico
curante in seguito ad un fatto traumatico
intervenuto o prodotto nel corpo, e dove shock
fisico e shock emozionale sono legati e
corrispondono all'espressione popolare "ciò
gli ha causato uno shock".
Questi
pazienti indicano chiaramente delle parti ben
distinte del corpo, i punti di impatto dello
shock o dell'incidente, le posizioni del
trauma: "l'incidente all'occhio",
"lo shock che ha scatenato
l'epilessia", "le gambe rigide e la
caduta", "l'incidente alla colonna
vertebrale", ecc. La riuscita degli
interventi chirurgici e dei trattamenti somatici
non ha tuttavia ripristinato il precedente
funzionamento del corpo. Il trauma non è
stato cancellato: continua a mantenere,
anzi, ad accentuare le sue conseguenze,
creando una paura profonda in relazione al
processo di deterioramento vissuto dai pazienti.
La rappresentazione di un corpo destinato ad un
'invanita progressiva e allo sfacelo è fondata
sulla correlazione dello shock e del trauma con
eventi precedenti che hanno alterato il corpo; i
pazienti ricostruiscono una storia delle lesioni
del corpo, che imitavano già prima il suo
funzionamento e ne modificavano l'immagine:
"l'operazione di una cisti al seno",
"il dimagrimento", una malformazione
uterina", così come diversi interventi od
incidenti che non avevano lasciato postumi o
limiti maggiori. D'altra parte appare una catena
cronologica considerata nello stesso tempo come
relazione causale delle conseguenze del trauma.
In realtà esso -a determinato, in un primo
tempo, un'interruzione del lavoro: per molti
pazienti si pone il problema del ricominciare,
della riconversione, e la necessità della
ricerca aleatoria di un nuovo impiego. I'impossibilità
di svolgere un'attività professionale, le
difficoltà con le assicurazioni possono dar
luogo a problemi di ordine finanziario. In tutti
i casi la diminuzione del proprio valore, il
rischio di declassamenti professionali e sociali
sono vivamente sentiti e si ripercuotono, con il
contributo della situazione d'insieme, sulla
vita familiare e coniugale. Seguendo le
lamentele esposte sembra che la sindrome
depressiva appaia soltanto quando le
modificazioni precedenti hanno raggiunto, per
così dire, l'ultimo stadio: la famiglia ed il
suo gruppo sociale diretto. Tutti i pazienti
sentono come minacciato o già modificato il
loro posto nel sistema familiare o
nell'entourage più prossimo: essi si lamentano
di essere "abbandonati da tutti", di
essere tenuti in disparte anche per questioni
che li riguardano. Al trauma iniziale si
aggiungono allora i numerosi disturbi somatici
che accompagnano il quadro depressivo (2).
Questo rafforzamento della dimensione
corporea induce i pazienti a centrare le
lamentele esposte allo psichiatra sulla storia
del corpo aggredito, menomato, infortunato,
oggetto di infelici circostanze indipendenti
dalla loro volontà e che sfuggono al loro
potere decisionale.
I
problemi relazionali non sono in primo
piano perché, secondo i pazienti, essi
spariranno non appena eliminate le minacce di
deterioramento del corpo e non appena
quest'ultimo avrà recuperato il suo stato
precedente. L'ambiente non è più vissuto come
ostile. Se vi è un conto da regolare, è con il
corpo, con le circostanze che lo hanno colpito,
ed eventualmente con le assicurazioni. Questi
pazienti hanno preso o prendono dei
tranquillanti, ma non hanno un passato
psichiatrico. D'altra parte non vedono l'utilità
di un trattamento psichiatrico.
Il
racconto dell'evento traumatico rimane
legato ai fatti, è sentito come troppo
oggettivo per essere messo in dubbio, e
sembra loro la causa di tutto. E il seguito
delle conseguenze sembra loro così banale e così
"normale" che si stupiscono del fatto
che sia possibile porre domande circa la loro
origine e la loro legittimità somatica. Un
fattore essenziale resta costante: paura che
ricominci, paura di non essere come prima, paura
che peggiori.
Le
aspettative nei confronti della terapia non
possono essere che vaghe: "Io non so, non
ho alcuna idea, siete voi che sapete".
Oppure: "Bisogna trovarmi un lavoro,
reintegrarmi nella mia classe sociale, non
vorrei delle altre medicine".
II
terapeuta sarà imbarazzato nel formulare il suo
programma. La grande eterogeneità delle
lamentele, l'insistenza del paziente sul loro
fondamento somatico, il rifiuto che egli oppone
al tentativo di costituirne un quadro
psicologico, inducono il terapeuta a descriverlo
come affetto da agnosognosia. Egli tenta
di trasformare le sue osservazioni e ie sue
impressioni in una diagnosi di stato depressivo;
ma non si tratta più di "depressione
nevrotica", e i terapeuti segnalano
l'alcolismo, l'epilessia, la nevrosi da
risarcimento, il "caso sociale" come
tessuto di fondo della depressione. Il programma
consiste in un sostegno psicoterapico oppure in
un intervento sulla crisi. Ma spesso i! paziente
non si presenta al successivo appunta-mento.
L'assistente sociale viene chiamata in aiuto per
trovare un lavoro, ma il paziente si arrangia da
solo e disdice l'appuntamento. La terapia di
sostegno si arresta bruscamente, il paziente
ritorna oppure no dal suo medico curante.
Secondo
il nostro punto di vista lo "shock"
vissuto nel corpo crea un momento di confusione
nel quale il paziente viene messo brutalmente di
fronte alle sue angosce più profonde.
Distinguere a questo punto il momento del
trattamento fisico ed il momento del sostegno
psicologico, cambiando terapeuta per farlo,
determina nel paziente un sentimento di
confusione che egli trasmette allo psichiatra, e
che viene espresso dai "fallimenti della
comunicazione" rappresentati dagli
appuntamenti disertati e dalle rinunce alla
cura. Vi è l'impossibilità di concludere un
patto, non fosse che per decidere di comune
accordo che non è il caso di seguire una cura
psichiatrica. È un meccanismo di questo genere
che accompagna alcuni di questi pazienti sulle
strade della nevrosi da risarcimento, e che li
spinge a chiedere "riparazione" per ciò
che sembra un torto morale e fisico il cui
responsabile rimane non localizzato perché gli
stessi medici che hanno curato sono quelli che
non possono guarire.
La
riparazione del torto, in questo caso, ha
luogo con l'espediente di un'indennità per
invalidità che sanziona la legittimità della
lamentela confermando il deterioramento del
corpo e lo stato di declassamento del paziente.
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