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Il matrimonio in età adulta

Cronache di suicidio e come si arriva al suicidio

di Milly Principato

Le condotte imitative sono le più  perverse all’interno delle esperienze suicide.

Ci si chiede quanto sia positivo o rischioso parlarne o no. Quasi sempre la cronaca sui giornali dà estremo risalto a notizie sconvolgenti riportanti cronache di suicidio. In passato vi fu una sorta di “epidemia di suicidi”, ricordiamo in particolare un periodo di circa una decina di anni fa. I giornali proponevano, addirittura con estrema dovizia di particolari, gli aspetti più “tecnici” degli episodi. Furono, in qualche modo, ritenuti responsabili i notiziari televisivi, giornali, ecc.ecc. dando notizie sui suicidi. Si innescò, infatti, un processo drammatico di fenomeni di imitazione.

Da ricerche condotte da psichiatri americani risultò, però, che in periodi in cui vi fu uno sciopero prolungato dei tipografi, le cose – tutto sommato – non cambiarono in modo rilevante. Questo bastava ad escludere l’influenza delle cronache giornalistiche sulle condotte suicidarie della popolazione. Ma tutto ciò può anche essere visto in un’ottica molto affrettata. Ad esempio si notò come i comportamenti imitativi si verificavano prevalentemente nei casi in cui il suicidio, di cui veniva riportata la notizia, riguardava una persona famosa.

Quando il suicidio era sconosciuto al grande pubblico non si avevano mosse eclatanti nei tassi di suicidio: Marylyn Monroe, anche col suo suicidio, scatenò fascino e grosso impatto aumentando notevolmente ed incrementando – nei giorni successivi – i tassi di suicidio. Si può concludere dicendo che la comparsa di cronache di suicidio crea un aumento di condotte suicidarie.

Certamente ci sono molte condotte psicologiche che influenzano tali attegiamenti, che vanno dall’interazione delle informazioni con la personalità del paziente suicida alla sua stessa interpretazione delle cronache. In altri termini, è probabile che i soggetti a rischio di suicidio, vengano spinti ad emulare le modalità di esecuzione del gesto suggerite dalle immagini televisive.

Quando i soggetti si identificano fortemente col protagonista della cronaca, ciò crea un incremento di tono dell’umore negativo, dimostrando di essere più influenzati dalla notizia. E’ importante così il grado di identificazione del soggetto con la vittima del suicidio.

E’ importante che la cronaca non incoraggi una sorta di normalità delle condotte suicidarie. I giornalisti devono essere consapevoli dei potenziali rischi di cronache che potrebbero portare a condotte autodistruttive.

Ora ci fermiamo un attimo, invece, su quello che è il “ Suicidio guidato”. Qui da noi questa pratica non esiste e credo solo pochissime persone sappiano che esistono dei posti che portano, guidano i pazienti secondo mirati canoni,al “suicidio guidato”.Io lo ho scoperto solo qualche giorno fa seguendo un film al cinema dal titolo “Kill me Please”.

Esiste una clinica sulle montagne svizzere specializzata nell'assistere medicalmente coloro che volontariamente scelgono di porre fine alle loro sofferenze: immersi nelle isolate montagne dove è collocata la struttura, i pazienti pianificano la loro morte ed hanno diritto all'esaudimento di un ultimo desiderio. C'è una vera equipe di infermieri ed uno psicologo che si occupano di tutti i trattamenti della clinica, dalla normalità dei pasti sino al giorno, momento ed ora in cui il paziente decide di finire la propria vita.Un esempio: un individuo sceglie di morire con goccine di un certo farmaco ad attività veloce che nel giro di tre minuti portano ad una morte direi istantanea. Il soggetto pensa ancora qualche attimo, poi beve il contenuto del bicchiere e non esiste più. La clinica si occuperà anche di tutto il dopo, vestiario, addobbi funebri,una macchina che porterà lo scomparso al cimitero. Visto dall'alto della sua finestra lo psicologo,il dottor Kruger segue la scena, come una normale sequenza,un'attività già ben predisposta. E' lui che segue i potenziali suicidi nei vari colloqui clinici,è neutrale alle loro indicazioni,non ha il compito di scegliere per loro,ma di ascoltare e di seguirli in un cammino che possa essere indolore ed il più vicino alle loro aspirazioni di morte. Il dottor Kruger è un medico all'avanguardia: restituire dignità al suicidio! L'attività però di questo dottor Kruger ha scatenato, intanto,i dissapori degli abitanti delle contee circostanti e ben presto la quiete irreale in cui sembra sommersa la”casa di cura”potrebbe essere compromessa,come sottolineano le recensioni sul film. E' una cosa nuova ,particolare ed innovativa e molta gente, di conseguenza, non la ritiene un medicamento normale. Il film, andatelo a vedere, a parer mio è dissacrante e divertente, caratterizzato da un umorismo nero particolarmente graffiante.

“KILL ME PLEASE” nasconde sotto alla spessa coltre di irriverenza,come può sembrare forse a tratti, una riflessione ben più seria sull'uomo e la contemporaneità, là dove il desiderio di fuga dai canoni della società trova la propria realizzazione nella natura mortale dell'essere umano. Il film è girato in un bianco e nero glaciale, con una regia rigorosa e sofisticata. La sceneggiatura è di Olias Barco che analizza la degenerazione di un sogno trasformatosi in incubo sottolineando gli aspetti più assurdi e contradditori dell'agire umano. Il film attraverso il “ campione” dei pazienti della clinica del dottor Kruger  tratteggia il ritratto spietato di una società ormai imperniata sulla mercificazione ed alla corsa al soddisfacimento delle proprie smanie: i protagonisti sono spesso tracotanti, superficiali e sprovveduti.....e per questo profondamente umani.

In Svizzera il “suicidio assistito” è una realtà presente sul territorio già da qualche anno. Olias Barco, regista del film, infatti per disegnare le caratteristiche della clinica del dottor Kruger si è ispirato ad una struttura realmente esistente nei dintorni di Zurigo: la “ Dignitas”.

Attiva dalla fine degli anni '90, l'associazione garantisce la propria assistenza  a pazienti affetti da gravi malattie incurabili senza discriminazioni di nazionalità: stando ai dati resi noti dalla stessa organizzazione nel maggio 2010, nel corso dei primi dodici anni di attività 1060 persone sono state aiutate nel porre fine alla propria esistenza.

Su questa seconda parte di articolo dedicato al suicidio guidato ci sarebbe anche molto di cui parlare. Di certo la Svizzera è,come altri paesi, un paese all'avanguardia, già per altre cose, aggiungiamoci poi queste postille di cronaca che magari spesso sono sconosciute ai più e spesso vengono fuori solo con la risonanza di un film. Personalmente mi sembra un bell'esempio di civiltà quello dato dal dottor Kruger: vuoi suicidarti? Ti aiuto in questo percorso,anche di colloqui clinici ovviamente,che facciamo insieme. Il paziente non è più solo di fronte all'ombra del suicidio,c'è un terapeuta ben temprato col quale egli raggiunge ed arriva ad un percorso poi finale, ad una bara che esce dalla clinica “ Dignitas”, ad un carro funebre che procede. Si ridà dignità al suicidio, quando sappiamo che il suicidio inteso così volgarmente...di dignità ce ne ha davvero poca.

pubblicato lunedì 21 febbraio 2011

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