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L'alimentazione

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L'alimentazione

Geni e obesità

di Chiara Galli

Quanto conta la predisposizione genetica nell’obesità, e quanto contano i comportamenti virtuosi? Il punto sulle nuove scoperte, sulle speranze per il futuro e su quello che sappiamo per certo.

La leptina e i geni
Da molto tempo è noto il ruolo dell’ipotalamo, piccola zona posta alla base del cervello, nella regolazione degli introiti alimentari; nell’ipotalamo coesistono infatti un centro della fame e un centro della sazietà. Da ancora più tempo è risaputo che l’ereditarietà e la genetica hanno una funzione decisiva in un certo numero di obesità, ma non in tutte. Ciò che non si sapeva, era come collegare i due ordini di fenomeni tra di loro. Alla fine del 1994 un gruppo di ricercatori americani e francesi mise in evidenza nei ratti obesi la relazione tra un gene, chiamato (ob), e l’adiposità. Il gene (ob) codifica per una proteina particolare, la leptina. Secreta dagli adipociti adulti, la leptina funge da segnale al cervello indicandogli la dimensione delle riserve di tessuto adiposo; in altre parole, quando la scorta di grasso dell’organismo supera una certa soglia, il tasso di leptina nel sangue aumenta, e questo aumento agisce sul cervello come segnale che bisogna diminuire il fabbisogno di cibo. Si inizia perciò a mangiare di meno e a dimagrire, fino a quando le riserve di grasso superano di nuovo la soglia. Sfortunatamente, ciò che vale per i topi non vale per la specie umana: nell’homo sapiens obeso il tasso di leptina circolante è più elevato della norma, contrariamente ai topi dell’esperimento. Il sogno di un farmaco basato sulla leptina svanisce, ma non del tutto: alcuni soggetti obesi presenterebbero infatti una resistenza all’azione della leptina, Il cervello non sarebbe in grado di accorgersi che è presente un aumento delle riserve adipose, e perciò non reagirebbe. Sono stati fatti numerose ricerche per studiare quando incidono le componenti genetiche ed ambientali nella genesi dell'obesità. Analizzando il BMI, la massa grassa totale e quella viscerale si osserva che i gemelli omozigoti (cioè nati dallo stesso ovulo) presentano caratteristiche molto simili tra loro con una correlazione più marcata di quella presente nei gemelli dizigoti ( diversi ovuli). Gli studi sui figli adottivi confermano un a correlazione tra il BMI dei genitori biologici e quello dei dei figli cresciuti in famiglie adottive . La predisposizione all'obesità dipende per il 35-45% dai geni maggiori, per il 10-40% da cause poligeniche, e per il 5-50% da fattori ambientali (Bosello O., Obesità, pg 282, Kurtis editore).

Queste le conclusioni: le variazioni dell’IMC sono fortemente ereditabili, soprattutto in giovane età. Per questo motivo, pur essendo possibile perdere peso nonostante una predisposizione genetica all'obesità, attualmente si consiglia un calo ponderale attorno al 10%. A causa dei fattori genetici, gli effetti dei comportamenti virtuosi sul peso mostrano variazioni individuali considerevoli, perciò il controllo del peso può essere più oneroso per certi soggetti che non per altri.

Il neuropeptide Y o NPY
L’NPY è  un polipeptide che si trova sia a livello del tratto gastroenterico che a livello dei nuclei ipotalamici che regolano la fame e la sazietà, esercita un potente effetto stimolatorio sul consumo di cibo, con preferenza per i carboidrati; oltre ad aumentare il consumo di cibo determina anche effetti peroferici mirati a favorire l'accumulo di nutrienti; nel controllo di questo neuropeptide assumono importanza l'insulina ed il cortisolo; l'insulina lo diminuisce mentre il cortisolo l'aumenta; ciò diventa importante nel digiuno, dove i livelli di insulina diminuiscono, quelli di cortisolo aumentano con conseguente aumentata produzione di NPY ed assunzione di cibo. Tuttavia, anche se si è riusciti a bloccare il gene che codifica per la produzione del neuropeptide Y, gli effetti sull’appetito e il peso sono modesti, ma malgrado ciò, non pochi laboratori farmaceutici stanno già pensando ai farmaci neutralizzatori dell’NPY

La melanocortina e il gene Agouti (A)
La melanocortina(ormone melanocito-stimolante o MSH) è un ormone che stimolano la sintesi della melanina nelle cellule della pelle, ma nel cervello l’MSH svolge anche una funzione di tutt’altra natura: secreta dall’ipotalamo sotto l’effetto della leptina stimola un recettore cerebrale (recettore della melanocortina 4 o MC4 che inibisce l’assunzione di cibo. Uno studio condotto sui topi mutanti Agouti ha consentito l’identificazione di un nuovo peptide, chiamato Agouti-related protein (Agrp), che è un antagonista endogeno dei recettori MC4-R nel cervello.Nei topi in cui è stata inibita la produzione di MC4 i livelli di leptina sono molto alti. L’Agrp potrebbe essere perciò uno dei responsabili dei problemi di resistenza alla leptina. Si pensa che le vie che regolano il peso siano due: una la risposta al digiuno mediata dalla leptina e dall'NPY che porta all'aumento dell'assunzione di cibo; l'altra  la risposta al guadagno di peso, mediata dalla leptina e dall'MSH, che porta alla riduzione dell'assunzione di cibo; estesi scambi di informazioni fra queste due vie sono probabili.

Geni e consumo energetico: il gene UCP2
Nei topi, il gene UCP2 (Uncoupling Protein 2) codifica per la produzione di una proteina importante per la dissipazione di una parte delle calorie apportate dall’alimentazione sotto forma di calore. Se questo si dimostrasse vero anche per l’uomo, ciò significherebbe che i soggetti che hanno grandi quantità di proteina UCP2 consumerebbero calorie senza immagazzinarle, mentre al contrario i soggetti che hanno piccole quantità di UCP2 sintetizzerebbero più grassi, traendo perciò maggior “profitto” da ciò che mangiano. La strada è ancora lunga per arrivare a un farmaco basato sull’UCP2, ma le ricerche proseguono.

I  recettori andrenergici
Tra gli altri effetti che hanno, questi recettori sono coinvolti nella sensibilità della cellula adiposa alla lipolisi, o più esattamente nella sua capacità di costituire riserve di lipidi o al contrario di liberarle in risposta a ormoni come le catecolamine. Sembrerebbe che questi geni giochino un ruolo minore nell’obesità umana, tuttavia sono in corso ricerche per produrre farmaci in grado di stimolare la termogenesi senza produrre disturbi cardiovascolari, agendo sui recettori beta3

Concludendo…
Queste ricerche sono appassionanti ma spesso deludenti: appassionanti perché si stanno per scoprire i segreti più intimi dell’organismo, si sta cominciando a capire il modo in cui si regola l’appetito, come si brucia o non si brucia l’energia apportata dagli alimenti, si concepisce in modo diverso il tessuto adiposo, che ben lungi dall’essere una semplice riserva statica, è un organo comunicante e in continuo dialogo con il cervello. Tuttavia tutte queste ricerche sono solo agli inizi. Il numero dei geni coinvolti nell’obesità della specie umana aumenta man mano che proseguono le ricerche. Salvo imprevisti, una terapia genetica dell’obesità non sarà disponibile ancora per molto tempo. L’obesità è chiaramente un problema multifattoriale in cui agiscono fattori genetici, psicologici, sociali e ambientali che svolgono un ruolo spesso decisivo. Non dimentichiamo tra questi gli errori commessi nelle strategie dimagranti, nei quali tutti questi fattori – genetici, psicologici, sociali e ambientali si sommano tra di loro o si moltiplicano in una stessa persona. In condizioni simili non esiste una soluzione preconfezionata adatta a tutti, ogni soggetto deve compiere le sue scelte, aiutato se possibile da un professionista competente.

pubblicato il 22 settembre 2003


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