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Un
articolo pubblicato pochi mesi fa riportava
sorprendentemente che le persone in soprappeso
vivono più a lungo rispetto agli altri. Com’è
possibile?
Qualche
tempo fa è stato pubblicato su un noto quotidiano
nazionale un articolo che si riferiva a una ricerca
pubblicata sulla rivista scientifica JAMA:
l’articolo riportava sorprendentemente che le
persone affette da sovrappeso avevano una “vita
allungata “ rispetto alle altre categorie di
soggetti; la realtà è un po’ diversa, e
credo valga la pena di vedere che cosa dicono
esattamente gli articoli in questione (perché sono
più d’uno), anche perché ritengo opportuno che
anche i non addetti ai lavori comincino a valutare
personalmente gli articoli scientifici e non giunga
loro sono l’eco un po’ distorta perché risulti
ad effetto della stampa divulgativa.
Morti
in
eccesso associate al sottopeso, sovrappeso e
obesità
- Katherine
M. Flegal, PhD Barry I. Graubard, PhD David F.
Williamson, PhD Mitchell H. Gail, MD, PhD
JAMA. 2005;293:1861-1867 www.jama.com
Poiché
la prevalenza (la diffusione) dell’obesità
è in aumento negli U.S.A., aumenta anche la
preoccupazione che l’eccesso di peso comporti un
aumento di mortalità; però stimare le morti
attribuibili al soprappeso ed all’obesità
necessita di
complessi studi metodologici. In
effetti il BMI
(indice che lega il peso all’altezza ed è
correlato allo stato di salute)
è uno solo fra i fattori (pressione
arteriosa, dislipidemia, ecc.) che vengono
influenzati dalle abitudini dietetiche e dallo stile
di vita e che incidono sulla mortalità, e non è
quindi corretto tener conto del BMI
nell’analizzarne l’influenza sulla
mortalità senza valutare la coesistenza degli altri
fattori.
Molti
studi precedenti soffrivano di diverse
imprecisioni metodologiche. L’obiettivo di questo
rigoroso studio è stimare le morti associate al
sottopeso (BMI < 18,5), soprappeso (BMI da 25 a
30) e obesità (BMI > 30) negli U.S.A nel 2000.
E’ stato stimato il rischio relativo di mortalità
associato a differenti BMI del NHANES I; i dati sono
stati ricavati da un registro nazionale (National
Health and Nutrition Examination Survey ) che ha
esaminato i dati di diversi anni e li ha paragonati
con i dati degli anni successivi.
Relativamente
alla categoria di peso normale (BMI 18,5-25),
l’obesità (BMI > di 30) è stata associata a
111.909 morti in eccesso, e il sottopeso con 33.746
morti in eccesso. Il sovrappeso non è stato
associato con mortalità in eccesso. Il rischio
relativo di mortalità associata con l’obesità è
stato più basso negli ultimi anni che in quelli
precedenti. In conclusione, il sottopeso e
l’obesità, particolarmente per i livelli
più elevati di obesità, sono entrambi
associati a un incremento di mortalità rispetto
al normopeso e al sovrappeso, ma l’impatto
dell’obesità sulla mortalità è diminuito nel
tempo in accordo con l’incremento
dell’aspettativa di vita e la diminuzione della
mortalità per cardiopatia ischemica, verosimilmente
a causa del miglioramento delle cure mediche e delle
iniziative di salute pubblica.
La
puntura tagliafame
Un gruppo di scienziati inglesi pensa di aver
scoperto un nuovo modo per combattere sovrappeso e
obesità: piccole iniziazioni di un ormone naturale,
l’ossintomodulina, prima di ogni pasto. Prodotta
dal condotto digestivo, questa sostanza scatenerebbe
la sensazione di sazietà a livello cerebrale.
L’idea non è nuova, ma sembra che gli esperimenti
condotti con questo particolare ormone siano
promettenti. I ricercatori hanno reclutato 26
persone alle quali hanno praticato tre iniezioni al
giorno prima di ogni pasto. Risultato: in 4
settimane avevano perso 2.3 chili (contro 1 per il
gruppo di controllo). Difficile quindi valutare
l’eventuale effetto placebo. Tuttavia, i
ricercatori sembrano convinti di aver scoperto un
prodotto miracoloso, e hanno già ceduto il brevetto
a una società londinese di biotecnologia che ha
messo a punto una stil-iniettore per una sola dose
quotidiana. In attesa di conoscere la reale
efficacia di quest’ultimo ritrovato, per
combattere i chili resta valida la vecchia ricetta:
alimentazione equilibrata ed esercizio fisico.
Fonte:
Diabetes, 54
Obesità e sindrome metabolica:
un'epidemia da 23 miliardi di euro l'anno.
A stimare i costi socio-sanitari legati
all'eccesso di peso negli italiani, gli esperti
riuniti a Roma al convegno sulla sindrome
metabolica promosso dalla cattedra di
endocrinologia dell'università Cattolica con il
patrocinio della Società italiana di
endocrinologia (Sie) e dalla Società italiana di
diabetologia (Sid). Secondo i dati illustrati da
Americo Cicchetti, responsabile del Laboratorio di
economia sanitaria presso l'istituto di igiene
dell'università Cattolica, in Italia gli obesi
sono 4 milioni e si stima che tra il 2% e il 7%
della spesa sanitaria totale sia assorbito
direttamente o indirettamente dall'obesità, una
delle componenti principali della sindrome
metabolica. Per quanto riguarda i costi diretti,
oggi si spendono per l'assistenza 22,8 miliardi di
euro l'anno, di cui 11 miliardi a carico del
servizio pubblico. Nelle persone gravemente obese
il consumo di farmaci aumenta fino al 78% rispetto
ai soggetti con indice di massa corporea (Bmi)
nella norma. Negli individui obesi, inoltre, i
costi diretti sono superiori del 25% rispetto a
una identica popolazione normopeso. Ma l'eccesso
di peso ha conseguenze anche sociali, dunque
finisce per gravare anche sui costi indiretti.
Un'indagine condotta dall'Istituto auxologico
italiano su 400 persone obese seguite nell'arco di
sei mesi, per esempio, ha dimostrato che il 7,2%
ha ridotto l'attività lavorativa a causa
dell'obesità, mentre il 5,5% l'ha addirittura
abbandonata. È noto peraltro che esiste
una stretta correlazione fra sovrappeso e numero
di anni di vita persi - sottolinea
Cicchetti - Per esempio un maschio obeso di 20
anni rischia di vivere fino a 13 anni in meno, con
una riduzione dell'aspettativa di vita pari al
22%. Lotta all'obesità, dunque, come primo e
indispensabile passo per prevenire la sindrome
metabolica e ridurre i costi socio-sanitari. E'
questo il monito lanciato dagli esperti riuniti al
congresso capitolino. Prevenire l'obesità e
ridurre il numero di pazienti in sovrappeso
significherebbe diminuire i casi di sindrome
metabolica e lo sviluppo delle patologie ad essa
correlate, come la malattia coronarica
Nello
stesso numero della rivista compare anche un
articolo (Gregg EW, Cheng YJ, Cadwell BL, et al. “Secular
trends in cardiovascular disease risk factors
according to body mass index in US adults”. JAMA.
2005;293:1868-1874) che
esamina la variazione dei fattori di rischio
cardiovascolare nelle stesse popolazioni e le cui
conclusioni sono che, eccezion fatta per il diabete,
i fattori di rischio cardiovascolare sono
considerevolmente diminuiti negli ultimi 40 anni in
tutti i gruppi di BMI (anche negli obesi); sebbene
le popolazioni obese abbiano ancora fattori di
rischio più elevati che i normopeso, l’entità di
questi fattori è minore che nelle precedenti
decadi, verosimilmente per un maggior interesse per
queste categorie che si traduce in maggiore cura dei
fattori di rischio e modificazione dello stile di
vita. Questo
è un dato a sostegno di quanto evidenziato
da Flegal et al. Altro dato da sottolineare è che i
soggetti in soprappeso non hanno una mortalità
aumentata rispetto ai normopeso.
Innanzitutto
questo studio non viene considerato
conclusivo (nell’editoriale “Deaths
Attributable to obesity “ David H. Mark, MD, MPH dello
stesso numero vengono
segnalati studi discordanti): è comunque molto
importante per il rigore della metodologia e per le
implicazioni di salute pubblica che ne conseguono,
ma sono indispensabili ulteriori studi a conferma di
questi dati.
In
conclusione, come vedete siamo ben lontani dal
dire che il soprappeso diminuisce la mortalità.
Quello
che possiamo al momento dire è che il soprappeso,
in assenza di fattori di rischio (diabete,
ipercolesterolemia, ipertensione arteriosa, e
associato a uno stile di vita attivo) non
costituisce una situazione medica che debba
necessariamente essere curata.
Dall’altra parte esistono studi precedenti del
Dallas Center for Aerobic Research (che riportiamo)
che già da tempo sostengono questo. I grafici sotto
riportati sintetizzano questi studi dove si esamina
la percentuale
di mortalità per livello di fitness in 10.000
uomini e 3000 donne tra il 1970 e 1l 1982: arrivando
alla conclusione che questa dipende più dalla
fitness cardiovascolare che dal BMI .
Il problema non è quindi abbassare la guardia
sull’obesità e il soprappeso, ma di vedere
entrambi i problemi nel contesto generale della
salute di ciascun individuo, e soprattutto mirare
a risultati che diano beneficio
sulle
condizioni di salute anche se non si arriva al peso
“ideale”.
%
mortalità per livello di fitness in 10000 uomini
(sopra)
e 3000 donne (sotto) tra il 1970 e 1l 1982: aerobic longitudinal
study
(Aerobic
Center, Dallas)
pubblicato
il 12 settembre 2005
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